ABROGHIAMO IL TERMINE GIUSTIZIALISMO

 

Leggo sul L'Unità di ieri che Berlusconi, per l’ennesima volta, ha rivolto un'accusa di giustizialismo, questa volta all'indirizzo del Segretario del PD Walter Veltroni, colpevole di avere deluso il premier per essersi rivelato un crudele giustizialista. L'uso di questo termine, improprio e maleodorante, è diventato intollerabile e andrebbe abolito con decreto per la ripugnante responsabilità di aver appestato il linguaggio politico-mediatico fino a far quasi estinguere la percezione di due termini altamente ed eticamente legittimi come legalità e giustizia. Partiamo dalla definizione di questo obbrobrio terminologico. L'encilopedia web Wikipedia lo definisce con queste parole: "Per giustizialismo si intende la propensione ad accreditare una posizione pubblica e processuale dominante agli organi della pubblica accusa quando, come in Italia, appartengono all'ordine giudiziario. In via spregiativa, opposto a garantismo, che sarebbe invece la posizione di chi ascrive alle garanzie processuali ed alla posizione di non colpevolezza un valore prevalente su qualsiasi altra esigenza dell'azione penale. Ambedue le definizioni appartengono alla ragion pratica, piu che discendere da sistemi filosofico-giuridici ben caratterizzati. Quella di giustizialismo soffre di un ulteriore, forse dirimente improprietà linguistica: coincide con il termine con cui Juan Domingo Perón denominò il suo movimento politico dei descamisados nell'Argentina della fine degli anni Quaranta del XX secolo".

In Italia, da oltre tre lustri, questo falso neologismo nostrano, rubato ad un contesto affatto diverso, abbonda sulla bocca del politico medio di centrodestra come una volta si diceva del riso sulla bocca degli stolti. La sua sconcia improprietà, ormai ha finito per indicare chiunque ritenga legittimo indagare su reati reali o presunti, commessi o non commessi, dall'attuale presidente del consiglio e anche da qualunque politico in quanto tale perché, da quando è disceso in campo, Berlusconi ritiene la politica italiana tutta affar suo personale per definizione. Il termine giustizialismo esiste con questo significato solo nella testa del signore di Arcore e dei suoi yes men e, per questa ragione, va risolutamente respinto come termine di senso comune. I casi sono due: o quello che definiscono giustizialismo è sinonimo di "persecuzione giudiziaria per fini politici" e deve essere denunciata in quanto fattispecie di reato penale per essere sottoposta a procedimento processuale ed essere provata - il nostro premier essendo l'uomo più ricco e più potente d'Italia ha tutti i mezzi per farlo -, oppure l'accusa di "giustizialismo" si configura come gravissimo reato di calunnia ai danni della magistratura, organo indipendente dello Stato, con l'aggravante dell'ossessiva reiterazione e della surrettizia genericita. Pertanto, rebus sic stantibus, l'opposizione tutta dovrebbe rifiutarsi di accettare confronti su questo parto abortivo del linguaggio paragiuridico.

La corruzione del tessuto civile di una nazione è spesso cominciata dal linguaggio. Tutti i regimi autoritari e tirannici, di qualsiasi segno, si sono cimentati con successo nella distorsione dei significati e nella ricontestualizzazione propagandistica delle parole comuni.

Quando chi chiede giustizia è additato continuamente ad un'opinione pubblica manipolata come persecutore, diventa agevole ridurlo al silenzio o consegnarlo ad un'immagine ripugnante. La democrazia si corrompe prima nelle parole che nei fatti. Ma se proprio non si riesce a contrastare questo abuso ideologico, allora propongo di sommergerlo con il ridicolo dei più strampalati controneologisimi: adpersonismo, lodo-alfanismo, tirannismo, regimismo, untismo, fascistismo, padanismo, xenofobismo, bossismo, calderolismo, gasparrismo, mediasettismo... La gara è aperta.

 

Moni Ovadia    L’Unità 23/8/08