Abdoul, razzismo e psicosi di massa



L’uccisione di Abdul William Guibre, il giovane italiano di colore (ma possibile che non abbiamo un altro termine per definire un non occidentale? Anche questo è un segno di ritardo culturale) colpisce per la sua ferocia e la sua stupidità. Tanto quanto può colpire ogni episodio del genere: una colluttazione altrimenti evitabile, dove si alzano i toni, si perde la misura dei gesti. Ma c’è qualcosa di diverso in questo caso. Sembra che l’elemento etnico - il fattore "immigrazione" - giochi nella sensibilità collettiva un ruolo destabilizzante e inquinante, capace di sovvertire la percezione più banale (di "buon senso", verrebbe da dire) di quali siano i torti e le ragioni. Forse perché la colpa e l’innocenza sono scomposte e mai distribuite in maniera univoca e incontestabile. O, forse, perché sul giudizio del "fatto" grava l’ombra del "contesto": e appare impossibile prescindere da esso.
Si può anche ammettere che in uno scontro di strada, come quello che ha ucciso Abdul, l’ingiuria ci sia sempre ma che non sempre abbia motivazioni consistenti. E, dunque, si può urlare "negro di merda", a chi giace per terra in una pozza di sangue, perché davvero animati da un sentimento razzista: oppure si può urlare qualsiasi altra offesa se la vittima del nostro odio è, invece, giallo, ebreo, basso di statura, rosso di capelli, sovrappeso e via dicendo. Questo non toglierà dalla testa di molti immigrati, l’idea che se il colore della pelle di quel giovane fosse stato diverso il tutto si sarebbe risolto altrimenti. Non solo: al di là dell’esito giudiziario, è incontestabile che "l’aggravante di razzismo" si insinua nel clima sociale, legittimata dal discorso pubblico di parte del ceto di governo e dalla più recente produzione di intolleranza per via normativa. E dunque l’ossessiva volontà di negare non solo la motivazione ma anche qualunque implicazione "etnica" segnala un vero e proprio tic, una crescente psicosi collettiva, una tendenziale patologia. Il razzismo è un incubo che, nell’incapacità di elaborarlo, si rimuove nevroticamente.


Si dovrebbe riflettere sul fatto che vicende del genere (un adolescente che compie un furtarello in un negozio), in altri tempi, venivano risolte con maniere diverse: qualche imprecazione, un pestone nel didietro del ladruncolo, una lavata di capo se il responsabile veniva acciuffato e consegnato ai genitori o alle forze dell’ordine. Oggi per gesta simili si rischia la vita. Talvolta la si perde.
Per questo è assai importante discutere di ciò che pensa, dice e scrive la "gente". Prendiamo questa categoria nella sua anonima genericità, dal momento che gli orientamenti pubblici, non più riconducibili a differenze di classe, schieramento, fede, censo, genere, età e quanto altro, vanno fatalmente attribuiti a una collettività indistinta e multiforme, percorsa da tensioni cupe e sentimenti sinistri. Prendiamo la "gente" che si affaccia sul forum del sito di uno dei primi quotidiani nazionali: quelli che un tempo erano i composti lettori borghesi, piccolo-borghesi, ma anche popolari - mai ferocemente reazionari, se non nel chiuso delle loro camerette - del Corriere della Sera. E consideriamo quanto scrivono alcuni (molti) tra loro. Ci sono, certamente, messaggi di riprovazione per quanto accaduto. Ma c’è anche chi ’se la sono cercata’ (ovvero, la violenza, se indotta da un torto, anche dal più lieve, diviene infine ammissibile): "Fare una premessa è d’obbligo: la vita non va tolta per nessun motivo. Ciò detto se il 19enne non avesse rubato nessuno se la sarebbe presa con lui"; e chi l’ammissibilità di quella risposta la rinviene nel clima dei tempi; e la relativizza: "Non dimentichiamo il perché i due gestori del bar, comunque andando oltre il limite, hanno reagito. Non c’entra il razzismo, quella è speculazione politica, in Italia si è arrivati al limite della tollerabilità, c’è bisogno di ordine dopo gli anni di lassismo e perdonismo della sinistra".
La volontà di escludere, dalla considerazione di questa storia, ogni retorica emerge, poi, ancor più violenta: "Non se ne può più. È razzismo a rovescio. Basta che uno tocchi o dica una parolina in più ad un negro che scatta l’accusa di razzismo. Mi dite perché bisognava specificare che l’italiano ammazzato era negro? pardon: di colore! Se ammazzavano me avreste scritto "ammazzato italiano non di colore"? L’hanno ammazzato perché era un ladro NON perché era un negro. Cos’è, i negri sono diventati degli intoccabili perché, poverini, sono già stati abbastanza sfortunati da nascere con la pelle nera?". C’è chi, per conoscenza diretta, è disposto a giurare che una coppia di assassini sia moralmente più integra di un ragazzino che compie un furtarello: "Le due persone colpevoli di questo omicidio io li conosco. Ogni giorno andavo a pranzo in quel bar, e sono persone che si sono comportate bene, soprattutto il figlio è una persona sensibile e non farebbe male a nessuno. Penso si sia trattato di un attimo di follia. Il furto, l’ora cosi mattutina, il fatto che fossero in gruppo questi balordi o meglio LADRI. Purtroppo gli epiteti escono anche se una persona è di colore, o anziana, o meridionale o bassa o piena di brufoli. Smettiamo di dare la colpa al razzismo. Quando si litiga o si picchia escono frasi ingiuriose SEMPRE. Io sono vicino al figlio e alla mamma, persone veramente squisite... non certo a balordi e ladri".


Si potrebbe continuare a lungo in questa rassegna: è difficile individuare distinzioni di senso in un mare magno di odio che sconcerta e atterrisce. I pochi testi riportati sono solo un piccolo esempio delle centinaia e centinaia di messaggi del genere, sul sito del Corriere della Sera o altrove. Non vale, qui, esercitarsi in moti di riprovazione sul degrado delle relazioni sociali che quei messaggi manifestano: ma è indubbio che qualcosa è radicalmente cambiato. E lo sforzo di comprensione e analisi che si impone appare, come non mai, improbo. Una prima interpretazione, parzialissima, di quanto vediamo accadere in questo tempo ha a che fare col giustizialismo: o, meglio, con una sorta di sua interpretazione generale, per così dire, e totalizzante. In questa Italia percorsa dalla paura, la "colpa" diviene, vieppiù, "assoluta". Non importa se il torto o il reato commesso sia la sottrazione di un pacco di biscotti o uno stupro. Esso è, comunque e invariabilmente, "colpa": è un qualcosa cioè - una sostanza - che non ammette distinzioni, sfumature, varianti di intensità. Anzi, in questa fase, essa appare sempre come dotata della massima intensità. A questo grado assoluto corrisponde, potenzialmente, qualsiasi pena e qualsiasi afflizione. E, dunque, uccidere non è bene. Ma se la vittima ha rubato un pacco di biscotti diviene comprensibile o ammissibile o giustificabile o - manca poco, pochissimo, e per taluni è già così - legittimo. Sino a giungere a singolari perversioni di senso, laddove la pulsione alla violenza sembra sopravanzare ogni altro giudizio razionale, come in questo caso sopravanza qualcosa di "ideologico": "Quell’uomo di colore aveva rubato. E forse non era neanche la prima volta, data la sua estrazione sociale. Chi ruba commette un reato e per questo va punito. Questo vale per tutti i farabutti, quindi anche per Berlusconi. Perché a nessuno viene in mente di prenderlo a sprangate? Forse perché ha le guardie del corpo? Quindi solo chi ha le guardie del corpo può farla franca? Non mi sembra giusto..." Sia chiaro: non si può escludere che si tratti di un messaggio paradossale, venato di macabro sarcasmo, ma è possibile che invece sia "autentico". La domanda di punizione "assoluta" viene prima di qualunque frattura ideologica: una sorta di esaltazione giustizialista - afflittiva e vendicativa - che esige la massima esemplarità della sanzione contro chiunque appaia espressione del male. Non esiste più alcuna gradazione o misura del male. Non esiste alcuna proporzione tra la colpa (presunta colpa) e la sanzione. È la sanzione a costituire il fondamento dell’organizzazione sociale e della sua legittimazione. Essa non ha più il compito di ripristinare la regola violata e l’ordine infranto: costituisce, piuttosto, l’essenza della morale pubblica. Se questa idea si diffondesse, a prescindere da quanto può accadere nel sistema politico e istituzionale, il dispotismo sarebbe già penetrato nelle nostre menti.

Luigi Manconi e Andrea Boraschi       l'Unità 21.9.08