La crisi di regime

È bene chiamare le cose con il loro nome: stiamo vivendo una crisi di regime. Dalla quale si esce
con una rifondazione della Repubblica secondo una lettura dinamica dei principi della Costituzione
o, al contrario, abbandonando quei principi, con una rottura che porta, appunto, a un mutamento di
regime.
Negli ultimi tempi, infatti, si sono moltiplicate le dichiarazioni di chi esplicitamente
sostiene la necessità di mutare i fondamenti della Costituzione, a cominciare dal suo articolo 1. Non
bisogna sottovalutare questi atteggiamenti, considerandoli esuberanze personali: si commetterebbe
lo stesso errore fatto quando si è derubricato il linguaggio razzista di molti politici a folklore.
Ma vi sono anche prese di posizioni apparentemente più moderate, che prospettano aggiramenti dei
principi costituzionali che possono rivelarsi ancor più insidiosi degli attacchi diretti. Molti
continuano a dire che la prima parte della Costituzione non si tocca, che principi e diritti
fondamentali non sono in discussione. Ma la Costituzione affida la garanzia dei diritti alla libera
valutazione del Parlamento e al controllo di una magistratura indipendente. Nel momento in cui la
voce del Parlamento viene spenta (lo abbiamo visto con il processo breve) e si prospettano radicali
riforme costituzionali della magistratura, ecco che l'apparenza è quella di un rispetto della prima
parte della Costituzione, la sostanza è quella di una sua erosione.
La riforma costituzionale è già in
atto, nel modo più inquietante.

Parlando di modifiche costituzionali, bisogna partire da alcuni punti fermi. Il primo dei quali
riguarda il fatto che la Costituzione non è tutta "disponibile" per qualsiasi scorreria di interessati
riformatori. Nel 1988 la Corte costituzionale lo ha detto esplicitamente: «La Costituzione italiana
contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto
essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali», perché
«appartengono all'essenza dei valori sui quali si fonda la Costituzione». Siamo di fronte
all'indecidibile, a un limite che non può essere superato «neanche dalla maggioranza e neanche
dall'unanimità dei consociati». Una considerazione, questa, da tenere ben presente in un tempo in
cui l'appello alla maggioranza viene continuamente adoperato per legittimare qualsiasi iniziativa. E
si deve aggiungere che tutto questo trova il suo fondamento profondo nell'articolo 139 della
Costituzione, dove si stabilisce che «la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione
costituzionale».
Questo non vuol solo dire, banalmente, che non si ammette il ritorno ad un regime
monarchico. Poiché la forma repubblicana del nostro Stato risulta dall'insieme dei principi contenuti
nella Costituzione, tutto quel che altera questo quadro porta con sé una violazione radicale della
Costituzione, e un conseguente passaggio da un regime politico ad un altro.

Intraprendendo un cammino di riforma in un clima culturale e politico degradato com'è quello
attuale, bisogna anzitutto individuare gli ambiti legittimi di una eventuale revisione. Gli studiosi
sottolineano proprio questa necessità, ricordando ad esempio che la riforma del Parlamento non può
trasformare la nostra Repubblica da parlamentare in presidenziale o negare l'effettiva
rappresentatività della democrazia italiana (lo ha fatto Gianni Ferrara). Allo stesso modo, e più
radicalmente, non si può mettere in discussione «il valore del lavoro come base della Repubblica
democratica»
(sono parole del Presidente della Repubblica), perché questa non è una affermazione a
sé stante, ma individua un principio sul quale s'innesta una tutela forte della persona, per quanto
riguarda la sua «esistenza libera e dignitosa» (articolo 36) e l'inviolabilità della sicurezza, della
libertà e della dignità umana. Queste sono parole dell'articolo 41, che in questi fondamentali
principi individua un limite all'iniziativa economica privata, limite da tempo ritenuto inaccettabile
da una critica che vuole sovvertire la gerarchia costituzionale, mettendo mercato e concorrenza al
posto del lavoro. Ma proprio le drammatiche vicende di Rosarno dovrebbero dimostrare la
straordinaria attualità della linea indicata da quell'articolo. Infatti siamo di fronte a una
impressionante storia di sfruttamento e di negazione dell'umano, che conferma la necessità di
mantenere, e eventualmente di rafforzare, il principio che fa prevalere sulle ragioni del mercato il
rispetto della persona del lavoratore, della sua libertà, dignità, sicurezza.

Continue, poi, sono le prese di posizione che, alterando la gerarchia costituzionale, negano il
fondamentale principio di eguaglianza.
Di nuovo la questione degli immigrati è un buon terreno di
verifica. Molti giudici hanno sollevato la questione di legittimità delle nuove norme
sull'immigrazione clandestina. Reagendo a questa iniziativa, si è sostenuto che, qualora la Corte le
dichiarasse incostituzionali, si avrebbe una sorte di estinzione della Repubblica italiana come Stato,
poiché essa perderebbe una prerogativa fondante della statualità, cioè il diritto di regolare quel che
avviene sul proprio territorio. Questo atteggiamento è rappresentativo della revisione "strisciante"
della Costituzione. Ricordiamo, allora, che il Presidente della Repubblica, in una lettera a Maroni e
Alfano nello stesso giorno in cui emanava la legge sulla sicurezza, esprimeva «perplessità e
preoccupazione» per alcune norme di «dubbia coerenza con i principi dell'ordinamento»,
riferendosi specificamente anche alle norme sull'immigrazione clandestina. Le eccezioni di
costituzionalità avanzate dai magistrati riguardano la ragionevolezza di quelle norme e il loro
rispetto del principio di eguaglianza. La cittadinanza, infatti, è ormai vista come l'insieme dei diritti
che accompagnano la persona quale che sia il luogo del mondo in cui si trova, superando proprio le
angustie del criterio della territorialità.
Non si può ammettere quindi, che una repubblica
democratica neghi il principio di eguaglianza e il rispetto dei diritti fondamentali in relazione al
modo in cui si è entrati sul suo territorio.

Esplicite o striscianti, dunque, sono molte le mosse che incitano a revisioni costituzionali che
incidono sui principi, fornendo così la testimonianza di un cambiamento di regime che si vuole
imporre, o almeno secondare.
Quanto, poi, al presunto invecchiamento d'una Costituzione votata
sessant'anni fa, vorrei ricordare una recentissima sentenza del Conseil Constitutionnel francese, che
ha dichiarato incostituzionale una legge per la sua scarsa comprensibilità (quante leggi italiane
reggerebbero a un simile controllo?) richiamando gli articoli 4, 5, 6 e 16 della Dichiarazione dei
diritti dell'uomo e del cittadino del 1789.
L'obbligo di una esplicita riflessione culturale e politica sugli intoccabili fondamenti costituzionali è
oggi ancor più ineludibile perché siamo di fronte a quello che si può definire un vero "risveglio
costituzionale". Molti cittadini cercano e realizzano forme di organizzazione e di azione partendo
appunto dalla Costituzione. Questo riconoscimento ci parla di vitalità della Costituzione, quella che
ha nel sentire dei cittadini il suo più solido fondamento. Qui può radicarsi una vera opposizione al
mutamento di regime. Vogliamo tenerne conto?


Stefano Rodotà    la Repubblica 22 gennaio 2010