Quando lo straniero è cattivo anche se non commette reati

Troppo spesso si ignora, o si dimentica, che xenofobia non è un sinonimo di razzismo o di
intolleranza etnica: è, piuttosto, la paura dello straniero.
La distinzione è decisiva perché è vero che
ogni razzismo si nutre di xenofobia, ma non è affatto automatico o fatale che ogni xenofobia
precipiti in razzismo. D’altra parte, la xenofobia è antica come l’uomo e affonda le sue radici in
sentimenti e meccanismi ancestrali che rimandano alle dimensioni più profonde e resistenti della
psiche. Oggi, nelle moderne società globalizzate, il confine tra razzismo e non razzismo è, a ben
vedere, assai netto da decifrare, anche se sdrucciolevole da percorrere.

Razzismo è tutto ciò che porta la xenofobia a farsi ostilità, aggressività, discriminazione; non
razzismo è tutto ciò che contribuisce, con argomenti razionali, a disinnescare la fobia (diffidenza,
sospetto, paura) verso lo straniero. Perché la xenofobia si traduca in razzismo, in una società come
quella italiana dove resistono le culture dell’accoglienza (di origine laica o religiosa), è necessario
che operino gli «imprenditori politici dell’intolleranza ».
Nel nostro paese, quegli imprenditori, si sono manifestati e organizzati più tardi rispetto ad altre
nazioni, ma oggi sono particolarmente attivi e aggressivi e soprattutto, caso pressoché unico in
Europa, partecipano al Governo del paese. Quegli «imprenditori» raccolgono gli umori più torvi e,
insieme, più dolenti (sono gli strati popolari a soffrire maggiormente la convivenza con gli
stranieri), li trasferiscono nella sfera pubblica e li utilizzano come risorsa politica di mobilitazione e
di conquista e gestione del potere. Per fare questo devono trattare politicamente le paure collettive e
le ansie condivise, traducendole in strumento di governo.

È, appunto, il governo della paura. Delle paure: quelle vere e quelle false, quelle create
artificialmente e quelle incentivate spregiudicatamente. Basti pensare al fatto che la più ansiogena
campagna sulla sicurezza è stata attivata nel periodo storico che ha conosciuto, in Italia, la massima
riduzione del numero dei reati. In particolare, gli omicidi volontari che nel 1991erano 1916,
scendono a 605 nel 2008 (avete letto bene: 605). Per quanto riguarda gli stranieri, va considerato un
dato assai interessante: il tasso di criminalità tra gli immigrati regolari è più basso rispetto al tasso
registrato tra gli italiani ed è ancora più ridotto se si confronta la fascia d’età oltre i 45 anni.
Il discorso va rovesciato, evidentemente, a proposito degli immigrati irregolari: qui il tasso di
criminalità cresce in misura assai significativa. Se ne dovrebbe dedurre che, tra le cause, abbia un
peso significativo la condizione di marginalità sociale in cui quegli stranieri non regolarti si
trovano: e ne dovrebbe conseguire la necessità di estendere, attraverso politiche pubbliche
intelligenti e razionali, l’area della regolarità. Ma vallo a spiegare a quel genio di Roberto Calderoli.


Luigi Manconi     l'Unità 6 gennaio 2010