L'etica di fronte alla vita vegetale

Se le circostanze non fossero tragiche, si potrebbe dire alla Chiesa gerarchica dei nostri giorni, con
una leggera ironia e una pacca sulla spalla: "Dio esiste ma non sei tu, rilassati". Il problema infatti è
anzitutto nervoso.
Riguarda il controllo dei sentimenti e delle passioni. Un controllo che la direzione spirituale sapeva
insegnare agli uomini di Chiesa di un tempo, e che invece oggi sembra smarrito. Assistiamo allo
spettacolo di una Chiesa isterica: che non è amareggiata ma arrabbiata, che non parla ma grida, anzi
talora insulta, che non suggerisce ma ordina, che non critica ma impone alzando la voce, o facendo
pressioni su chi tiene il bastone del comando.
Non discuto la buona intenzione di combattere per la
giusta causa, mi permetto però di dubitare sullo stile e più ancora sull'efficacia evangelizzatrice di
tale battaglia. L'unico "cardinale" che ha pronunciato parole sagge e coraggiose è stato Giulio
Andreotti, quando ha giudicato il decreto governativo un'indebita invasione nella sfera privata delle
persone. Andreotti è uno dei rari cattolici che ancora ricorda e pratica la capitale distinzione tra etica
e diritto, che è, a mio avviso, il punto decisivo di tutta la questione.
Personalmente ero contrario all'interruzione dell'idratazione di Eluana. Se mi trovassi io a vivere
una condizione del genere (o peggio ancora uno dei miei figli) vorrei che mi si lasciasse al mio
posto di combattimento nel grande ventre della vita anche con la sola vita vegetale: nessun
accanimento terapeutico, ma vivere fino in fondo la vita lasciandomi portare dall'immenso respiro
dell'essere, secondo la tradizionale visione della morale della vita fisica non solo del cattolicesimo
ma anche delle altre grandi tradizioni spirituali. Chissà poi che cosa significa "vita vegetale": da
precisi esperimenti è risaputo che anche le piante provano emozioni, e reagiscono con fastidio a un
certo tipo di musica e con favore a un altro (dicono che la preferita sia la musica sacra indù della
tradizione vedica). La vita vegetale è una cosa seria, ognuno di noi la sta vivendo in questo
momento, basta considerare la circolazione del sangue, il metabolismo, il sistema linfatico.
Il fatto, però, è che non si trattava di me, ma di Eluana, e che ciò che è un valore per me, non lo era
per lei. Una diversa concezione della vita produce una diversa etica, e da una diversa etica discende
una diversa modalità di percepire e di vivere le situazioni concrete, così che ciò che per uno può
essere edificazione, per un altro si può trasformare in tortura.
Si pensi alla castità, alla clausura, al
martirio e ad altri valori religiosi, che per alcuni non sono per nulla valori ma un incubo spaventoso
solo a pensarli. Il padre di Eluana ha lottato per liberarla da ciò che per lei era una tortura, ed è
probabile che la conoscesse un po' meglio del ministro Sacconi e del cardinal Barragan. Grazie allo
stato di diritto, alla fine l'ha liberata. Io non sono d'accordo? È un problema mio, non si trattava di
me, ma di lei. Tutto molto semplice, come sempre è semplice la verità.
 

Ora aspettiamo una legge sul testamento biologico, e io penso che il compito dello Stato sia
precisamente quello di produrre, a partire dalle diverse etiche dei cittadini, una legge ove tutti
vedano riconosciuta la possibilità di vivere e di morire secondo la propria concezione del mondo.
Se
lo Stato fa questo, realizza la giustizia, che, com'è noto, consiste nel dare a ciascuno il suo. La
distinzione tra etica e diritto è decisiva.
A questo punto però sento la voce di Benedetto XVI che rimprovera questa mia prospettiva di
"relativismo" in quanto privilegia la libertà del singolo a scapito della verità oggettiva. È mio
dovere cercare di rispondere e lo faccio ponendo una domanda: Dio ha voluto oppure no l'incidente
stradale del 18 gennaio 1992 che ha coinvolto Eluana? A seconda della risposta discende una
particolare teologia e una particolare etica.
Io rispondo che Dio non ha voluto l'incidente. L'incidente, però, è avvenuto. In che modo allora il
mio negare che Dio abbia voluto l'incidente non contraddice il principio dell'onnipotenza divina?
Solo pensando che Dio voglia sopra ogni cosa la libertà del mondo, e precisamente questa è la mia
profonda convinzione. Il fine della creazione è la libertà, perché solo dalla libertà può nascere il
frutto più alto dell'essere che è l'amore. Ne viene che la libertà è la logica della creazione e che la
più alta dignità dell'uomo è l'esercizio della libertà consapevole deliberando anche su di sé e sul
proprio corpo.
È verissimo che la vita è un dono di Dio, ma è un dono totale, non un dono a metà, e
Dio non è come quelli che ti regalano una cosa o ti fanno un favore per poi rinfacciartelo in ogni
momento a mo' di sottile ricatto. Vi sono uomini di Chiesa che negano al singolo il potere di
autodeterminazione. Perché lo fanno? Perché ospitano nella mente una visione del mondo
all'insegna non della libertà ma dell'obbedienza a Dio, e quindi sono necessariamente costretti se
vogliono ragionare (cosa che non sempre avviene, però) a ricondurre alla volontà di Dio anche
l'incidente stradale di Eluana. Delle due infatti l'una: o il principio di autodeterminazione è legittimo
perché conforme alla logica del mondo che è la libertà (e quindi l'incidente di Eluana non è stato
voluto da Dio); oppure il principio di autodeterminazione non è legittimo perché la logica del
mondo è l'obbedienza a Dio (e quindi l'incidente è stato voluto da Dio). Tertium non datur.
Per questo io ritengo che la deliberazione della libertà sulla propria vita non solo non sia
relativismo, ma sia la condizione per essere conformi al volere di Dio.
Il senso dell'esistenza umana
è una continua ripetizione dell'esercizio della libertà, a partire da quando abbiamo mosso i primi
passi, con nostra madre dietro, incerta se sorreggerci o lasciarci, e nostro padre davanti, pronto a
prenderci tra le sue braccia. In questa prospettiva ricordo alcune parole del cardinal Martini: «È
importante riconoscere che la prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo
e assoluto. Sopra di esso sta quello della dignità umana, dignità che nella visione cristiana e di
molte religioni comporta una apertura alla vita eterna che Dio promette all'uomo. Possiamo dire che
sta qui la definitiva dignità della persona… La vita fisica va dunque rispettata e difesa, ma non è il
valore supremo e assoluto». Il valore assoluto è la dignità della vita umana che si compie come
libertà.

Sarebbe un immenso regalo a questa nazione lacerata se qualche esponente della gerarchia
ecclesiastica seguisse l'esempio della saggia scuola democristiana di un tempo esortando gli
smemorati politici cattolici dei nostri giorni al senso della laicità dello stato. Li aiuterebbe tra l'altro
a essere davvero quanto dicono di essere, il partito "della libertà". Che lo siano davvero e la
garantiscano a tutti, così che ognuno possa vivere la sua morte nel modo più conforme all'intera sua
vita.

Vito Mancuso      la Repubblica  13 febbraio 2009