Quanto è cristiana la destra

 

Chi ha visto su Internet il film Fitna, che in arabo significa stato di divisione, guerra civile, sarà

stato colpito dalla violenza con cui si parla non tanto dei terroristi che pretendono rappresentare Dio

ma del Corano e delle sue sure. Ogni attentato corrisponde a una sura, ogni assassinio attinge ai suoi

versetti: come se per parlare dei territori palestinesi occupati si mostrassero le pagine bibliche che

incitano allo sterminio dei Cananei e dei tanti popoli insediati nella terra promessa. Autore del film

è un parlamentare olandese, Geert Wilders, appartenente all’estrema destra. Un partito minoritario,

se non fosse che la sua ideologia in Europa è diffusa, per nulla marginale. È ideologia dominante

nel Popolo della libertà che aspira a governare l’Italia: nella Lega, ma anche in Alleanza nazionale e

Forza Italia. È solida corrente di pensiero in Francia.

E’ un’ideologia che ha il potere di tacitare i dissenzienti, intimorire giornali. La sua tesi centrale:

questi sono tempi terribili, contrassegnati dal dilagare dei diritti, del permissivismo, della perdita

d’autorità e d’identità. Giulio Tremonti nel suo ultimo libro li riassume con due parole, simili a

quelle di Oriana Fallaci dopo l’11 settembre: «Al fondo (della difesa dell’identità) c’è qualcosa di

molto più intenso che una parodia bigotta della tradizione: è un misto di paura e orgoglio» (La

Paura e la Speranza, Mondadori 2008).

Paura del diverso, che ci assedia. Orgoglio di chi si esalta, temprandosi, nelle proprie radici e nello

scontro di civiltà. Il film di Wilders infiamma questo scontro come si fa con la brace: soffiandoci

sopra. Più scontro c’è, più ritroveremo noi stessi. Avere un nemico fa bene all’anima, fuori casa e

dentro.

Il libro di Tremonti è la traduzione delle immagini di Fitna. Il modo di scrivere è analogo: formule

brevi, a scatti, a slogan. Non mancano riflessioni importanti sulla globalizzazione ma il nocciolo è

lo scontro di civiltà e la solitudine dell’individuo in Stati e società indeboliti. Quel che lo salva è

l’identificazione con comunità chiuse, piccole, etnicamente e religiosamente omogenee. Lì sono le

radici: immutabili, impermeabili a qualsiasi incrocio-meticciato col diverso. Il valore da opporre al

mercatismo globale è l’esclusione: il contrario del messaggio di Gesù, oltre che della storia laica

d’Europa.

Quel che dà sicurezza, in chi cerca l’identità con orgoglio e paura, il lettore lo scopre a partire da

pagina 77: visto che è nella differenza che si formano comunità unite, visto che l’identità «non è

solo ciò che siamo, ma anche differenza da ciò che non siamo», «tutto è chiuso nella coppia

dialettica “noi-altri”». «Non vale qui la logica “sia l’uno che l’altro”»: prima veniamo noi con le

nostre radici cristiane poi gli altri, con cui non dev’esserci confusione. Un tempo l’avanguardia era

la classe, dopo venne la razza, ora ecco l’identità cristiana. Tremonti dice esplicitamente (è un suo

merito) che il Noi non serve solo a riempire il «vuoto nell’anima e nel cuore». Serve alla politica

per consolidare una «rivendicazione di potere» altrimenti esangue, che non deve temere conflitti

con l’Altro.

Anche in questo caso, come nel film olandese, non sono pensieri minoritari. Tremonti s’immagina

rivoluzionario controcorrente ma le sue sono idee conformisticamente consensuali, che

intimidiscono. Hanno impregnato per anni l’America, e solo Obama le contesta veramente.

Intimidiscono a tal punto che ogni pensare diverso viene malinteso, demonizzato. Negli stessi giorni

in cui appariva Fitna (27 marzo), negli stessi giorni in cui in Italia si discuteva il libro di Tremonti,

in Inghilterra era dramma attorno a un discorso, essenziale, dell’arcivescovo di Canterbury Rowan

Williams. Il capo della Chiesa anglicana è stato accusato  per aver detto che parti della Shariah

potrebbero conciliarsi col codice civile  di capitolazione verso il nemico, di appeasement. Quel testo

conviene leggerlo: non dice affatto le cose che i giornali gli attribuiscono.

È un testo profondo, in cui si difende la laicità (Rowan parla di rule of law, valevole per ciascuno)

ma si cercano nuovi orizzonti: a questa laicità, bisogna integrare i fedeli di altre tradizioni, come


       
l’Islam. La shariah non è un sistema di leggi, ma un metodo aspirante al bene che alcuni codificano

in modo «primitivista», opprimendo innanzitutto la donna. Non mancano però convergenze, da

valorizzare. I diritti nelle società liberali vanno custoditi ma non «attivati per forza»: opporre a essi

l’obiezione di coscienza deve essere giuridicamente consentito, anche se tutti, cittadini musulmani

compresi, devono potersene avvalere. Esenzioni analoghe già sono concesse per legge agli ebrei

ortodossi, o ai cristiani sull’aborto. In fondo, Rowan condivide la distinzione che Gustavo

Zagrebelsky fa tra valori e principi. I valori sono un bene finale, imposto dall’alto, senza badare ai

mezzi. I principi sono un bene iniziale con cui ci si incammina verso la meta confrontandosi con la

realtà. La laicità è un approdo arduo, cui si giunge tramite l’adattamento e la ricerca di punti comuni

con l’altro. Per non sciuparla e perderla devi tener conto che ogni persona ha oggi più identità: di

fedele e cittadino, di musulmano e italiano, di italiano e europeo. Queste dualità esistono anche

nell’Islam, secondo Rowan.

Rowan è stato trattato come un erede di chi cedette a Hitler. Ma chi lo attacca ha una singolare

concezione della religione, dell’identità, della laicità; sinistramente somigliante a quella degli

integralisti musulmani, che piegano la religione alla politica e a comunitarismi tribali. Non a caso la

Chiesa è vista, da Tremonti, come strumento di dominio. Serve a riempir vuoti, non tanto spirituali

ma di potere. Serve a escludere (con la formula del Noi e gli Altri) e a creare capri espiatori.

Non tutta la Chiesa si presta a simile strumentalizzazione, lo si è visto nei giorni scorsi a Milano. Di

fronte a uno sgombero eccezionalmente brutale di due campi nomadi (via Bovisasca, via Porretta),

il cardinale Tettamanzi s’è indignato: ha detto che «la legalità è sacrosanta», ma «qui si sta

scendendo abbondantemente sotto i limiti stabiliti dai fondamentali diritti umani». Il rispetto della

persona avrebbe imposto «qualche tanica d’acqua, del latte per i più piccoli, un presidio medico,

qualche soluzione alternativa»: «C’è da augurarsi che la conquista dell’Expo non diventi il

paravento per nascondere o spostare più in là i drammi di questa città».

Questo tipo di Chiesa indispettisce la destra. Ha un «buonismo peloso», protesta Romano La Russa,

dirigente An a Milano. Tremonti stesso dice, nel libro: alla «vecchia tradizione puramente

caritatevole» bisogna sostituire la «responsabilità verso se stessi, verso la propria famiglia, verso la

propria comunità».

La carità ai suoi occhi è come il ‘68, contro cui si erge la destra italiana ed europea. In realtà anche

il ‘68 è paravento. Quel che si contesta è il patrimonio conciliare e giovanneo della Chiesa, ed è la

tradizione liberale del Saggio sulla Libertà di John Stuart Mill (1859). È Mill e non il ‘68 che

teorizza il diritto di parola dato a ciascuno  perfino a chi sostiene la poligamia  se non si vuol

precipitare nella «tirannia del sentimento predominante» e nel «profondo sonno dogmatico indotto

da un’opinione definitiva».

Condizione di questo liberalismo è tuttavia non usare la Chiesa. Quando il sindaco Moratti si

dichiara «profondamente amareggiata dalle parole del cardinale» (Corriere, 4-4) accampa un ben

stravagante diritto: il diritto ad avere un’aspettativa politica verso il proprio vescovo. Tale è

l’identità cristiana invocata dalla destra. Non la cura dei poveri, degli ultimi, del diversi. Ma un

orgoglio da tener acceso facendo leva sul più orrido dei marchingegni politici: la paura.

 

Barbara Spinelli      La Stampa  6 aprile 2008