Laicità, valore non negoziabile

 

L’esibizione televisiva della cerimonia del battesimo del giornalista del Corriere della sera Magdi

Allam è stato l’ultima prova della inconsistenza del lamento degli uomini di Chiesa che la religione

sia esclusa dallo spazio pubblico e mediatico. Settimane or sono le dichiarazioni della Conferenza

episcopale italiana, che contenevano una critica esplicita al sistema elettorale vigente, hanno

incassato il consenso generale (pur con qualche malumore) sulla legittimità della gerarchia

ecclesiastica di esprimersi senza restrizioni anche su temi politici. I due episodi hanno confermato

che ciò che in qualunque paese europeo è ritenuto inopportuno, viene accettato come ovvio in Italia.

A questo punto, è giusto chiederci quali consegenze derivino per la laicità dello Stato italiano. Non

a livello formale, di principio, ma nella concretezza della vita pubblica. La domanda è tanto più

interessante in un momento in cui il dibattito pubblico su questo tema è sospeso per tacita intesa nel

segno della tregua elettorale. Ma il problema è solo rimosso.

I rapporti tra Chiesa e Stato in Italia sono sempre stati considerati una peculiarità (se non una

anomalia) imposta dalla singolare storia nazionale. Oggi si preferisce mimetizzarli in vesti nuove

come espressione dell’«età post-secolare» che caratterizza l’intero Occidente.

Ma ha senso parlare di società post-secolare in Italia che secolarizzata o secolare (che nel

linguaggio internazionale equivale al nostro «laico» ) non è mai stata davvero?

L’enfasi sull’identità cristiana degli italiani che compensa la caduta della loro pratica religiosa, la

deferenza verso il magistero della Chiesa che si accompagna ad un generalizzato analfabetismo

religioso, l’appello alla dottrina morale della Chiesa a copertura della sistematica trasgressione

privata della morale sessuale e familiare zelantemente sostenuta in pubblico - tutti questi non sono

indicatori di una nuova età post-secolare. Sono semplicemente segni dell’impoverimento dell’etica

pubblica.

Qui si annidano gli equivoci della strategia della Chiesa che si offre come fornitrice di una autentica

«etica pubblica» (o ethos comune) e presenta pubblicamente la sua come «la religione della

famiglia», senza rendersi conto della incongruenza in cui cade. Gli uomini di Chiesa infatti da un

lato hanno difficoltà a comunicare i fondamenti dogmatico-teologici della dottrina a credenti rimasti

in grande maggioranza teologicamente minorenni. Dall’altro lato rivendicano per sé un ruolo civil-

pedagogico su temi antropologici (famiglia, rapporti sessuali interpersonali ecc.) pretendendo di

affrontarli con criteri puramente umano-razionali. Ma poi nel dibattito pubblico introducono come

argomento discriminante «la non negoziabilità dei valori» che si giustifica soltanto con una

(particolare) visione religiosa.

L’espressione «non negoziabilità dei valori», diventata ormai luogo comune, è estremamente

ambigua. Nessuno contesta al cattolico o al credente di ogni fede la piena legittimità di comportarsi

come tale pubblicamente e quindi di avanzare ragioni che danno rilevanza politica alle sue esigenze

identitarie. Ma quando queste esigenze/pretese assumono pubblicamente la forma enfatica della

«intrattabilità» nascono serie difficoltà per la democrazia. Infatti allora non si tratta più dell’utilizzo

ottimale dello spazio pubblico e dell’accesso al discorso politico che mira alla deliberazione

politica, bensì del boicottaggio del processo deliberativo.

Detto in altro modo: c’è il pericolo che le pretese/esigenze di riconoscimento identitario di un

gruppo (fosse pure numericamente maggioritario) intacchino il principio della cittadinanza

costituzionale, cedendo a tentazioni comunitariste cioè a forme di pressione o di ricatto politico in

nome di esigenze di una particolare identità-di-comunità, (nel caso specifico l’identità di

appartenenza all’istituzione-Chiesa).

Questa strategia mette pericolosamente sotto pressione la funzionalità della vita democratica.

Quando i vescovi criticano la legge elettorale, lo fanno esplicitamente nel contesto del discorso

sulla «intrattabilità dei valori» che essi intendono difendere. Sollevano così il sospetto che a loro


       
non sta a cuore la vitalità della democrazia come tale, ma la riuscita elettorale di rappresentanti

politici che sostengano senza alcuna esitazione la loro posizione.

Di fronte a questa situazione è bene ribadire che in democrazia «non negoziabili» sono soltanto i

diritti fondamentali, tra i quali al primo posto c’è la pluralità dei convincimenti, pubblicamente

argomentati. Al pluralismo dei convincimenti deve essere subordinato l’impulso di far valere i

propri valori (per quanto soggettivamente legittimi) nei confronti degli altri cittadini.

Spesso si sente dire: perché dividerci aspramente su questioni (unioni di fatto, unioni omosessuali,

fecondazione assistita) che interessano modeste minoranze di popolazione, mentre ci sono problemi

assai più urgenti di rilevanza generale? La domanda sembra sensata ma nasconde a stento

l’insofferenza verso minoranze considerate «devianti» o «disturbanti», contro le quali si fa valere un

ethos comune, dettato di fatto da particolari motivi religiosi che diventano discriminatori.

Siamo così riportati al cuore della questione democratica che è tutt’uno con la questione laica. Nella

vita pubblica democratica la discriminante fondamentale tra i cittadini non è tra chi crede e chi non

crede (o è diversamente credente), ma tra chi riconosce e garantisce la pluralità delle visioni e degli

stili morali di vita (come del resto recita in un linguaggio diverso l’art. 3 della Costituzione) e

viceversa chi, dichiarando «intrattabili» i propri valori, mette in scena pubblicamente la propria

pretesa di verità, si sente investito della missione di orientare in modo autoritativo l’ethos pubblico

senza assumersi la responsabilità delle conseguenze che derivano alla qualità e funzionalità del

sistema democratico.

Il primo atteggiamento (quello affermativo della «libertà al plurale») è laico, il secondo non lo è.

Laica è la disponibilità a far funzionare in modo solidale le regole della convivenza partendo dal

presupposto che la molteplicità delle «visioni della vita», delle «concezioni del bene» o della

«natura umana» non è una disgrazia pubblica (il famigerato «relativismo») cui non ci si deve

rassegnare, ma l’essenza stessa della vita democratica.

Di fronte a questa problematica i laici italiani hanno due compiti. Il primo è quello di sottolineare

che la laicità non è semplicemente un’opzione privata (un insieme di credenze omologo ad altri,

magari una fede) ma è innanzitutto un criterio e un valore pubblico, che si costruisce sulle virtù

personali del civismo e della disponibilità all’attenzione per tutti. Il secondo compito del laico è

quello di ricostruire un discorso propositivo sui grandi temi della natura umana, della razionalità e

della scienza. È una prospettiva impegnativa per contraddire la tesi che la laicità si ridurrebbe ad

una costruzione di regole formali, senza contenuti vincolanti, che andrebbero cercati altrove, nella

religione-di-chiesa, depositaria privilegiata di valori e contenuti di senso. È stupefacente che questa

tesi sia condivisa - anche sulla grande stampa e nel sistema mediatico - da chi sino ad ieri si

dichiarava laico. È il segno della necessità di inaugurare una nuova stagione della laicità.

 

Gian Enrico Rusconi        La Stampa   3 aprile 2008