Perchè le donne si sono riprese la parola

 

 Dopo settimane di continuo, violento attacco al diritto delle donne di decidere se portare a termine una gravidanza da parte sia dei massimi vertici della Chiesa cattolica che dei vari teodem e teocon, le donne si sono ripresa la parola e lo spazio pubblico da cui di fatto quell’attacco cerca di estrometterle. Prima ancora che una manifestazione a difesa della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, la manifestazione spontanea di giovedì è stata la rivendicazione del diritto prioritario delle donne a decidere su ciò che riguarda innanzitutto loro e che per esistere deve passare attraverso il loro consenso e accoglimento.

 Di fronte al silenzio imbarazzato dei partiti, incluso il Pd, timorosi di urtarsi con la Chiesa e per questo troppo spesso dimentichi della necessità di difendere i diritti civili, a partire da quello fondamentale dell’habeas corpus, le donne che sono scese in piazza ricordano che il corpo delle donne non è, come denunciava già anni fa la filosofa tedesca Barbara Duden, luogo pubblico, su cui tutti, salvo loro stesse, hanno diritto di intervenire. La mediazione necessaria del corpo femminile per mettere e venire al mondo non può che passare dal riconoscimento della libertà e della dignità femminile. La manifestazione di giovedì reagisce alla degenerazione del dibattito pubblico attorno alla questione dell’aborto, che ha raggiunto nel nostro Paese impensabili abissi d’inciviltà e mancanza di rispetto per le donne e le loro scelte difficili. È vero che i teodem, che fino a ieri appoggiavano entusiasticamente Ferrara, al punto che sembrava volessero farlo «santo subito» cominciano a prendere cautamente le distanze rispetto alla sua lista pro-life. E l’Osservatore Romano addirittura raccomanda di abbassare i toni e evitare «strumentalizzazioni ad uso elettorale sui temi etici», auspicando un «dibattito sereno e obiettivo». Ma non possono facilmente chiamarsi fuori dalla responsabilità di aver creato questo clima violento, che pretende di zittire chi la pensa diversamente sull’esistenza di una vita umana fin dal concepimento e ha ridotto tutta la discussione sul diritto alla vita al diritto dell’embrione. Non si sente infatti, da parte di questi difensori degli embrioni, un’indignazione, una proposta di mobilitazione, neppure vagamente paragonabile per le condizioni di povertà, malattia, sfruttamento in cui si trovano a vivere molti bambini e alla violenza e negazione di sé cui sono condannate le donne in molte parti del mondo. La vita sembra contare ed evocare solidarietà solo prima che ci siano esseri umani in carne ed ossa. Poi diviene molto meno importante, se non irrilevante. Molte delle donne che sono scese in piazza sono madri, figlie, compagne, che quotidianamente costruiscono le condizioni di una vita decente per i loro figli, mariti, compagni, genitori anziani, nella cura quotidiana richiesta dalla riproduzione della vita. Sono scese in piazza perché loro e le altre possano continuare a farlo liberamente. C’è ancora molto da fare perché le condizioni di questa libertà siano garantite nel nostro Paese. Ma l’ultima cosa da fare è obbligare le donne a mettere al mondo un figlio che non vogliono o non possono avere, mettendo sotto tutela il loro corpo e impedendo loro di decidere su di sé.

CHIARA SARACENO     La Stampa -16.02.2008