Mondanità dell'aborto
Quanto sia sacra la vita umana, ultimativa la decisione di
metterne o non metterne una al mondo (e abissalmente diversa da quella di
sopprimerne un'altra per punirla di un delitto), impegnativa la cura per
inserirla nell'umano consorzio, sono verità che ciascuna donna del pianeta, in
qualunque latitudine, sotto qualunque dio e qualsivoglia regime, conosce assai
meglio di qualunque papa, qualunque principe e qualsivoglia consigliere di papa
e di principe. Papi, principi, aspiranti principi e zelanti consiglieri lo sanno
benissimo, come sanno benissimo che una legge può riconoscere questa sapienza
femminile e il potere sulla vita che ne deriva, ma nessuna legge può revocarli.
Punto.
A capo. Che cosa muove dunque la mobilitazione permanente sulla questione
dell'aborto che agita le democrazie occidentali, i loro angeli teodem e la
cupola vaticana sopra di loro? Non certo il tentativo, perso in partenza, di
sottrarre alle donne questo primato. Bensì quello di colpevolizzarlo,
privatizzarlo, ricondurlo nell'ombra di quella dimensione «naturale» da cui la
parola femminile lo strappò alcuni decenni fa per portarlo alla luce del sole,
della politica, del diritto. Non è un conflitto sulla sacralità della vita. È un
conflitto, nient'affatto sacro e tutto mondano, per il potere di parola sulla
vita, un conflitto nel quale alcuni uomini si allineano al Dio creatore che
dicono di adorare per alimentare il proprio desiderio di onnipotenza e rimuovere
il limite imposto a questo desiderio dalla parola dell'Altra.
È un conflitto antico e ritornante, e non ci sarebbe niente di nuovo se la
strumentalità del momento non ci mettesse, di volta in volta, il sale e il pepe
di qualche macabra aggravante. Non si tratta solo dell'osceno paragone - più
osceno nell'implicita versione papalina che in quella esplicita del direttore
del Foglio - fra l'aborto e la pena di morte. C'è sotto un altrettanto torbido
rimestio fra religione, scienza, politica, morale e diritto che confonde,
piuttosto che rilanciare, il dibattito pubblico, e non solo in Italia. Anche
negli Stati uniti, dove l'aborto è come sempre una delle issues centrali della
competizione elettorale, la richiesta pressante di una «ridefinizione» morale,
giuridica e politica della questione (e di altre, come l'omosessualità) passa -
si veda il New York Times di domenica - attraverso il cambiamento dei paradigmi
scientifici e dei protocolli medici e farmacologici. In una sequenza
neo-deterministica in cui biologia, genetica, morale e religione si alleano a
produrre un nuovo ordine «oggettivo» del discorso che fa fuori la soggettività
delle donne e degli uomini in carne e ossa. L'unica tutt'ora in grado di avere
la meglio su una politica laica balbettante, e su un'autorità religiosa
evidentemente così incerta da appoggiarsi alle protesi che trova.
Ida Dominijanni Il manifesto 8/1/2008