GREGORIO VII E LE SUE LOTTE

Ildebrando nacque a Soana, in provincia di Siena,
intorno al 1020, da un Bonizo o Bonizone, uomo, sembra, di umile
condizione. Tardive congetture lo vollero apparentare a famiglie della nobiltà
romana, ma non sono validamente sostenibili. Attorno a lui sono fiorite molte
leggende, come è accaduto ad altri uomini di grande valore. Ancor fanciullo fu
educato nella disciplina ecclesiastica nel monastero di S. Maria in Aventino.
Ebbe a maestri Lorenzo, poi arcivescovo d'Amalfi, e forse Giovanni Graziano,
futuro papa Gregorio VI, di cui diventò poi segretario. Egli era così
affezionato a questo suo maestro, che non solo condivise con lui l'esilio in
Germania, ma lo ricordò sempre con molta benevolenza. L'affermazione che
Ildebrando, alla morte di Gregorio VI, abbia cercato ospitalità a Cluny, dove
da tempo era incominciato il movimento di riforma, e che lì abbia fatto
professione monastica, è messa in dubbio da qualche storico (cfr. Fliche, o.
c., I, 376).
Egli ritornò a Roma con Brunone vescovo di
Tour, tatto papa col nome di Leone IX. Ma è certo che Ildebrando senti il
potente influsso di Cluny nella sua opera di rigenerazione religiosa.
Leone IX lo conobbe nel suo viaggio a
Roma, e ne ammirò il carattere fermo e cristiano. Nominato suddiacono ed
economo della Chiesa romana, mostrò la sua energia ricostruttiva. Preposto al
monastero di S. Paolo in Roma, entrò in quel cenobio una nuova ondata di
spiritualità (O. c., 379).
Il monastero, allora in assai tristi
condizioni, ne aveva proprio bisogno. Il nuovo rettore, con la sua vita di
pietà e con la sua volontà energica, esercitava un ascendente sovrano
sui suoi monaci, e la sua opera è ricordata insieme a parecchie visioni
soprannaturali, frutto della mistica del tempo, e segno dell'ammirazione che
destava la magica azione di un uomo così fiero nel bene.
Sotto Leone IX ebbe
importanti missioni, e alla morte di Alessandro lì poteva dirsi padrone della
situazione e responsabile dei gravi movimenti del momento. Il clero Io capì
senz'altro. Egli era maturo per il pontificato. Ammirato e temuto, godeva la
stima universale di molta pietà, di energia, di saggezza di governo. L'essere
vissuto da monaco, in una età in. cui il clero secolare aveva bisogno di nuova
linfa rigeneratrice, aggiungeva a lui il carattere di quella esemplarità di
vita, necessaria per diventar maestri e riformatori.
Il giorno stesso che fu data sepoltura ad
Alessandro II, nella chiesa di S. Pietro in Vincoli, fu unanimemente sollevato
alla più grande dignità sulla terra l'arcidiacono Ildebrando, cui fu imposto il
nome di Gregorio VII. Rendeva così omaggio alla memoria dello sventurato
maestro Gregorio VI. Era il 22 aprile del 1073. Egli tentò di resistere alla
sua elezione. Non crediamo si possa dubitare della sincerità con cui un
temperamento mistico come quello di Ildebrando si tratteneva con sacro timore
di fronte alla dignità pontificale. Le lotte posteriori e i libelli dei suoi
nemici hanno potuto far pensare ad una finzione, o ad una ostentazione di
modestia, o a calcolo politico. Ma era ben grave la tempesta che gli si
preparava, perchè l'intuito di quella lucida coscienza non gli suggerisse una
giusta riluttanza.
Accettò tuttavia. Conforme al decreto di
Niccolò II, non volle lasciarsi consacrare senza che la sua nomina fosse nota
al re di Germania, Enrico IV. Con quali espressioni sia stato formulato il
messaggio al re tedesco è difficile dedurlo dalle fonti. Credere che Gregorio
- come scrive Bonizone - avesse dichiarato ad Enrico che non avrebbe accettato
il pontificato senza la sua approvazione, ci sembra alquanto contraddittorio
al testo di Niccolò, al carattere del nuovo papa ed al contegno subito assunto
da lui (cfr. Registrum Gr. VII, I,3;BONIZONE Lib ad. Am., VII, ed. e., p. 601).
Il ritardo della consacrazione è però indice
di trattative tra Gregorio ed Enrico. Pare più probabile che Gregorio non abbia
chiesto al re la conferma alla sua nomina, e che questa non ci sia stata.
Scrivendo al duca Goffredo III di Lorena, il 6 maggio del 1073, diceva di
essere disposto a mandare nunzi a Enrico IV “appena ne avesse avuta
opportunità, per discutere degli interessi della Chiesa », sicuro che “se il re avesse ascoltato il papa, il papa
sarebbe stato lieto delle fortune di lui come delle sue proprie », mentre in
caso contrario la maledizione l'avrebbe colpito (Reg., I, 9).
Gregorio intanto, ordinato prete, ricevette
la consacrazione episcopale il 30 giugno del 1073. Scrisse allora agli amici e
ai sostenitori, chiedendo il sussidio delle preghiere e dell'amicizia. Da Capua
mandava una lettera a Rinaldo vescovo di Como dove esprimeva il suo desiderio
di intendersi con Enrico, purchè egli volesse essere vero difensore della
Chiesa, e lasciasse i nemici di questa, come al papa avevano già riferito (Reg.,
I, 20).
Gregorio non è quindi preparato a rinunziare
ai suoi diritti spirituali, se questa rinunzia è una condizione per andar
d'accorda col re. Scrisse ancora all'abate Ugo di Cluny, a Beatrice di Lorena,
a Guilberto di Ravenna, a Gisulfo di Salerno, al re di Danimarca ed a molti
altri (o. c.).
Gregorio, piccolo di statura e di gracile
costituzione, non aveva paura. Volle subito, con la cooperazione di Agnese e
del duca Rodolfo di Svevia e d'altri principi arrivare ad un accordo con Enrico
IV sulla nomina alle cariche ecclesiastiche e sulla estirpazione della simonia
e del concubinato del clero.
Una ribellione dei Sassoni contro il re
costrinse questo a fuggire da Harzburgo, il 9 agosto del 1073, e fu tale fatto
propizio per indurre Enrico a chiedere amicizia dal papa. Questi si trovava
nell'Italia meridionale ospite a Capua del duca Riccardo; affidò Benevento al
deposto Landolfo, strinse alleanza con Gisulfo di Salerno, cercando così difesa
dalle intemperanti avventure di Roberto Guiscardo. In queste trattative non
lasciò di rispondere benevolmente a Erlembaldo di Milano esprimendosi con
parole conciliative in favore della corte germanica (Reg., I, 25, 29).
Gli accordi di Capua erano voluti dal papa
come preparazione a una pacifica intesa con l'impero sulle questioni più scottanti,
non esclusi i moti lombardi. Ritornato a Roma, scrisse ai prelati e ai
principi di Sassonia di astenersi da qualunque ostilità contro il loro re, in
attesa di una missione pontificia (Reg., I, 39; 20 dicembre
1073).
Il
programma di Gregorio.
Gregorio è animato da una gran fede, e illuminato dalla sua
viva pietà. Vuoi essere l'uomo apostolico a servizio di Dio, e segue gli esempi
dei suoi ultimi predecessori. Dio solo guida l'opera degli uomini: papi e re
devono seguirne le leggi, se vogliono che la loro opera non crolli (Reg., I, 39; LI, 5; IV, 28).
Nelle lettere a Matilde di Canossa e alla regina
Adelaide si trovano tutti gli elementi per giudicarlo delicato direttore di
coscienze e maestro sicuro di vita cristiana. Le stesse espressioni si trovano
nelle epistole che indirizzava ai monaci di Cluny per averli efficaci
cooperatori della sua riforma (Reg., passim).
Da questa sua profonda pietà scaturivano le opere di
cristiana compassione verso tutti i dolori umani. Non era un monaco freddo ed
insensibile (Reg.,IV, I).
Davanti al male si ergeva fieramente: bisognava
combatterlo ad ogni costo) senza preoccupazioni personali: «abbiamo avuto la
missione di evangelizzare; maledetti noi se non lo faremo”. Il giudizio di
Dio lo spaventava qualora non avesse detto tutta la verità anche ai potenti (Reg., I, 53, 39; III, 10).
Fondava la sua passione di combattimento negli immortali
diritti che gli venivano dall'essere successore di S. Pietro, Vicario di Cristo.
Il pontefice non ha libertà di scelta nella sua dottrina. Deve assolutamente
difendere la verità e la giustizia e annunziarle ai popoli (Reg., I, 5).
Nel 1675 annunzia in forma ancora più dogmatica
l'istituzione divina del primato romano. In nome di S. Pietro che rappresenta,
egli, per autorità venutagli da Cristo, lega e scioglie i peccati degli
uomini. Intorno a lui i teologi più noti lo ripetono, e Pier Damiani lo grida
nel suo impetuoso libro Gomorriano (Fliche, o. e., I, 212).
I re cupidi che mettono le diocesi all'incanto, i vescovi
che dovrebbero essere buoni pastori delle anime e sono invece insaziabili
ricercatori di glorie e di delizie carnali i preti simoniaci e nicolaiti devono
assolutamente obbedirgli (Reg., I, 42-43; J.,
4801).
Contro l'asservimento dell'autorità pontificia ai principi
di questo mondo, che nel secolo X e agli inizi dell'XI era degenerato sino
all'umiliazione più detestabile, Gregorio lancia i suoi decisi cd autorevoli
documenti, senza turbarsi se da diverse parti dell'Europa si levano nemici
accaniti a combatterli.
Nel Dictatus Papae
raccoglie in ventisette proposizioni la definizione della sua potenza
pontificia. Il contenuto di quest'opera, attribuito a Deusdedit e ad altri
scrittori ecclesiastici, e già nelle più significative epistole di Gregorio; e
il documento, trascritto nel suo Registrum, è ormai
ritenuto come opera autentica di Gregorio VII (Reg.,
II, 55a; cfr.
FLICHE, o. c., II, 190).
I più significativi punti del Dicatus mostrano lo spirito che animava Gregorio
nella riforma della Chiesa. Ivi egli affermava: “Che la Chiesa romana era fondata dal Signore solamente. - Solo il papa
può deporre o riabilitare i vescovi. - Solo lui possa usare le insegne
imperiali. - A lui sia lecito deporre gli imperatori. - Nessun capitolo e nessun
libro sì abbia come canonico senza l'autorità di lui. - Egli non sia giudicato
da alcuno. - Nessuno osi condannare un appellante alla S. Sede. - Le cause di
maggior momento di qualsiasi chiesa siano alla medesima avocate. - La Chiesa
romana mai errò ne mai errerà e ciò per autorità dei sacri testi. - Essa può
sciogliere i sudditi dalla fedeltà verso i dominatori perversi ». Queste massime
tratte variamente da canoni della Chiesa, da sentenze di papi e di concili, ed
anche da documenti falsi ai quali allora si prestava fede, dai pochi saggi
ricordati, appaiono i capisaldi su cui Gregorio fissava le sue norme di
governo.
Nè può arguirsi che Gregorio sia un sognatore e che non
intenda lo spirito del suo tempo. Egli afferma il primato di Roma, nettamente,
su tutte le chiese, ed anche sull'impero, quando questo minacci la pura
spiritualità della società cristiana. Limita le prerogative delle metropoli, dei
vescovi di fronte al pontefice di cui asserisce il magistero spirituale
infallibile, e il diritto di sciogliere e di legare esteso anche sul terreno dei
rapporti tra sudditi e sovrani.
La ferrea logica di questi dettami, frutto di un principio
superiore di universale giustizia, lo portò alle ultime conseguenze, nel
tremendo cozzo con le formidabili forze dell'impero e di una spiritualità laica
che già tentava di liberarsi dai canoni tradizionali. Nè egli mirava punto
a fondare una monarchia universale dei papi, in cui tutti i principi fossero
vassalli di Roma, come e stato esageratamente scritto dai nemici della sua
politica. Intendeva piuttosto lottare per stabilire l'impero della legge di
Cristo, facendo valere l'alta e spirituale ingerenza della Chiesa, la quale
doveva illuminare la potenza secolare, come il sole la luna, affine di porre un
treno alla sconfinata tirannide dei monarchi d'allora e scuotere il giogo da
essi imposto alla Chiesa. La condizione di vassallaggio di alcuni principi verso
la Sede Apostolica creava difficoltà al programma gregoriano. Ma esso fu d'altra
parte aiutato da una singolare condizione di cose, che da poco tempo si veniva
maturando. Gli Stati sui quali la Santa Sede affermava il suo dominio, erano in
genere di recente formazione, cristiani, costituitisi su terre strappate a
popoli infedeli col favore o con aiuti del pontefice romano; alcuni di questi
sovrani ricercavano da se medesimi la mite sovranità papale, paga di un annuo
censo e di un devoto omaggio, che ad essi consentiva di liberarsi da una più
onerosa autorità feudale, quale era quella dell'impero o dì qualche potente
stato vicino. Così venne a relazioni censuali col regno di Ungheria, i ducati di
Polonia e di Boemia, il regno di Kiew e quello di Croazia e di Dalmazia; meno
chiara appare l'origine dell'assenta sovranità papale sui regni
d'Inghilterra, di Navarra, di Aragona e di Le6n (Reg.,
v. Indici).
Gregorio volgeva la sua politica con questi Stati a
beneficio della cristianità, come appare dalle sue lettere ai regnanti di
Polonia, di Kiew, di Danimarca e di Norvegia.
Appena nominato papa, ritenne mezzo efficace all'azione
riformatrice della Chiesa la convocazione di concili, non solo in Roma sotto la
sua presidenza, ma anche negli altri paesi cattolici, ai quali spediva i
suoi legati, con l'ordine di informarlo regolarmente, affermando così il primato
romano col contatto continuo e vigilante sulle altre chiese.
Sin dal 1073 partirono i suoi legati per la Francia, la
Boemia, la Spagna e la Lombardia. Egli tratta con i sovrani di Germania, di
Francia, d'Inghilterra, e procura di mettere pace nelle loro relazioni.
Gregorio pensò anche subito a metter fine allo scisma che
teneva la chiesa greca lontana da Roma. Fin dai primissimi di luglio del '73
l'imperatore Michele VII (1071-1078) aveva mandato al papa i due monaci
Tommaso ed Andrea per consegnargli una lettera e parlargli a voce di questioni
non affidate allo scritto. Il pontefice rispose il 9 luglio (Reg., I, 18).
«I due nunzi non gli erano sembrati persone del tutto idonee
a meritare che a loro si dicessero le gravi cose da riferire all'imperatore »,
perciò chiedeva che la missione venisse affidata “ a Domenico Patriarca di
Venezia », uomo di molta prudenza, per poter meglio conoscere la volontà di
Michele, e decidere in proposito. Il patriarca richiesto era Domenico di
Grado.
Il papa aveva anche il progetto di una grande spedizione
europea per difendere l'impero, gravemente minacciato dai Turchi, ottenendo
così che i Greci si riconciliassero con la cattolicità. La lotta avrebbe anche
condotto a rivendicare dagli infedeli il Sepolcro di Cristo. Si fa già innanzi
l'idea di una crociata. Il 3 gennaio del 1074 invita Matilde di Toscana a Roma
per trattare di affari in favore della religione; il 2 febbraio scrive al conte
Guglielmo di Borgogna chiedendo un esercito per la difesa della libertà della
Chiesa, ed una intesa con Raimondo di Tolosa ed Amedeo di Savoia, assicurando la
collaborazione della casa di Toscana; “ se i Normanni saranno pacati, sarà forse
possibile passare in oriente in aiuto di Costantinopoli continuamente
minacciata dai Saraceni» (Reg., I, 40,
46).
In altra epistola del 1° marzo descrive i pericoli
dell'impero bizantino per parte dei Turchi, per cui è necessario correre a
combatterli (Reg., I, 49).
La preoccupazione del papa per salvare l'impero bizantino
non tornava molto. grata a Roberto il Guiscardo, duca di Puglia, il quale temeva
il passaggio di genti straniere nelle sue terre ed anche l'esito
dell'impresa, che turbava i suoi orizzonti di vittorie contro i Bizantini e
le sue mire orientali. Di qui l'urto con questo principe, che invase le terre
pontificie di Benevento e fu scomunicato in un sinodo romano del marzo 1074 (J.,
a. 1074).
La crociata svanì per conflitto tra i capi degli eserciti.
Nel sinodo del 9 marzo si stabilì che nessun chierico ordinato per simonia
potesse più servire la Chiesa; che i benefici ottenuti per danaro dovevano
subito abbandonarsi, e fu comminata la scomunica ai trasgressori. Il popolo non
doveva più assistere alle funzioni dei simoniaci e riceverne i sacramenti. I
decreti vennero notificati ai vescovi, ed i legati pontifici li recarono in
Germania, accompagnati da Agnese madre di Enrico. I Sassoni avevano ripreso il
loro vigore contro questo re, il quale si lasciò finalmente decidere ad
abbandonare i suoi cattivi consiglieri e a cedere alquanto in favore della
riforma (cfr. Reg., Il, 30).
Gli atti ufficiali del sinodo del marzo 1074 non li
possediamo; alcune lettere di Gregorio ci aiutano a ricostruirli (J.,
4931-33).
Il papa scrivendo all'imperatrice Agnese il 15 giugno del
1074 è lietissimo di conoscere le ottime disposizioni di Enrico IV (Reg., I, 85).
Ormai egli crede che ogni ostacolo tra lui e il re sia
tolto, considera già Enrico come suo grande e forte ausiliario, e il 7 dicembre
del 1074 gli scrive direttamente. È certo questa una data non trascurabile nella
storia. Nello stesso giorno due lettere pontificie a colui che avrebbe poi
risposto ai tentativi del papa con modi tanto superbi! La prima è dettata dalla
cancelleria; la seconda, in cui è fatta parola del Dictatas papae, ha un carattere più personale.
Gregorio attende molto dal re germanico (Reg.,
II, 30, 31).
Ma la riforma trovava ostacoli sin dagli inizi. In un sinodo
di Erfurt, dell'ottobre 1074 il vescovo Sigefredo di Magonza impose ai suoi
preti l'ossequio delle leggi romane, dentro un anno, ma fu inutile. Altmanno,
vescovo di Passavia, più energico, corse pericolo di vita. Giovanni di
Rouen, in un sinodo quivi raccolto, fu cacciato fuori della chiesa, e in un
altro sinodo di Parigi, l'abate Gualtiero di Pontoise minacciato della vita,
perchè favorevole ai decreti di Roma. I vescovi di Germania in gran parte
rimanevano inerti. Ottone di Costanza non solo permise ai suoi preti di ritener
le loro donne, ma di prenderle,. a quanti ne erano privi, senza riserbo
(J., 4970).
Intanto si spargevano calunnie contro il papa. Gregorio non
era uomo da perdersi d'animo. In Francia le cose non erano migliori. Il re
Filippo I prometteva di aiutare la riforma, ma in realtà faceva tutto il
contrario. I suoi vescovi non superavano in bontà quelli germanici, nè erano
disposti a seguire l'imperio di Gregorio, nella maggioranza. Nel regno
anglo-normanno, invece, dove il re Guglielmo e la regina Maria aiutavano la
riforma, solo il basso clero elevò delle proteste (Reg.,
Il, 32; I, 7-71).
Nel novembre del 1074 Gregorio tenne un altro sinodo
citandovi tutti i vescovi trascurati nei loro doveri; e il 3 febbraio del 1075
si condannarono molti del clero e del laicato rei di opporsi ai decreti del
primo concilio. Tra i colpiti si trovarono i vescovi di Strasburgo, di Spira, di
Bamberga, di Pavia, di Torino, che furono sospesi dalle loro funzioni. Il
vescovo di Piacenza fu deposto, e quello di Bamberga scomunicato (J., a.
1074-1075).
Il re Enrico è informato dei provvedimenti presi contro
alcuni vescovi, e intanto viene lodata la sua buona volontà di opporsi alla
simonia e alla corruzione del clero (J., 4963).
Nel 1075 Gregorio esprimeva tutto il suo dolore scrivendo
all'abate Ugone di Cluny, per i grandi mali della Chiesa, e desiderava la morte
perchè non riusciva a mettere riparo sufficiente; i vescovi badavano a star
bene, i principi non riconoscevano Dio; “ Quegli stessi tra i quali io vivo,
Romani, Longobardi e Normanni, sono da mettere insieme con i Giudei e con i
pagani». Lui stesso è spaventato delle proprie debolezze e spera nella
misericordia di Dio
Lo sconforto passeggero non ne spezza la fibra. Il sinodo
romano del febbraio 1075 aveva citato a sè chiunque, con qualunque titolo,
si fosse messo in contraddizione con la Chiesa di Roma. Dopo Leone IX non si
erano lette tante condanne. Gregorio impegna con decisione tutte le sue forze
per attuare il s'io programma. L'interdetto ai vescovi di ricevere la loro
carica dalle mani di un laico e ai metropoliti di consacrare coloro che
ricevevano «il dono dell'episcopato” m circostanze così contrarie alla
tradizione ecclesiastica, è già l'inizio della famosa lotta delle investiture,
probabilmente lontana dall'essere intesa
Gregorio
in tutta la grave portata e nelle sue conseguenze, nell'atto di emanare una cosi
urgente disposizione (FLICHE, o. c., II, 180).
La
chiesa di Milano.
I torbidi della chiesa milanese tra i zelanti della riforma
ecclesiastica, chiamati patarini, ed il clero corrotto che aveva dalla sua
parte molta nobiltà, erano già conosciuti da Gregorio, sin dalla sua vita di
cardinale, e se ne dovette occupare come legato pontificio. Appena salito al
pontificato sperò di poter metter fine alle discordie. Due arcivescovi si
contende vano la sede: Attone, eletto dalla parte migliore, e Goffredo, protetto
dalla corte tedesca e favorito dai simoniaci. Enrico W voleva imporre la
consacrazione di costui ai vescovi suffraganei della chiesa milanese. Questi si
radunarono a Novara sul principio del 1073, ed obbedirono al comando imperiale.
Ma i cittadini di Milano respinsero l'intruso arcivescovo. In questo mentre fu
eletto Gregorio. VII, e Attone si recò dal papa, che lo ricevette benevolmente,
dichiarandosi contrario a Goffredo ed ai suoi consacratori; come appare dalle
lettere che Gregorio scrisse a Beatrice e a Matilde di Toscana, il 24 giugno,
esortandole ad evitare la comunione con quei prelati. A Guglielmo vescovo di
Pavia, scriveva nello stesso mese l'esortazione a difendere la libertà della
Chiesa e ad evitare Goffredo; invita i Lombardi, con epistola del IO luglio, ad
abbandonare lo scomunicato invasore (J., 4782, 4783, 4786).
Il 27 settembre del 1073, Gregorio aveva già assicurato il
forte campione Erlembaldo, scrivendogli da Capua, delle buone disposizioni di
Enrico IV per far cessare le turbolenze della chiesa milanese.
Nello stesso anno, il 9 ottobre gli scriveva di nuovo da
Capua, dicendosi disposto ad aiutarlo. Lo esortava ad accogliere con bontà i
vescovi pentiti d'aver accolto Goffredo, e a non temere per gli oppositori,
perchè Beatrice e Matilde lavoravano per ottenere la pace col re Enrico (Reg., I, 25-26).
Altre epistole di questo tenore a vescovi italici davano
speranza di vincere le resistenze di Goffredo; ma questo era potente a Milano e
pochi osavano contraddirlo.
Nel gennaio del 1074 Gregorio invitò i vescovi suffraganei
dell'archidiocesi milanese ad intervenire al concilio della quaresima. Dal
cronista Arnolfo sappiamo che ivi tu condannato Goffredo, ed approvato Attone,
il quale era presente. Questo fatto poteva piacere poco ad Enrico IV, ma
per ora la bufera non scoppiò. Certo che il papa mostrava di non
impensierirsene, preoccupato solo della rinascita religiosa (Reg., I, 43; Arnolfo, v).
Erlembaldo continuava a Milano la sua opera vigorosa e
Gregorio lo proteggeva.
Dopo il sinodo romano del 1075, nel marzo dello stesso anno,
scoppiò di nuovo a Milano un terribile incendio, che distrusse parecchie chiese.
I nobili milanesi colpiti dal decreto romano contro le investiture, e sapendo lo
sdegno del re tedesco, presero ardire contro Erlembaldo. Questi aveva comandato
a un fervoroso prete suo seguace, Liprando, di famiglia popolana, di battezzare
in luogo degli scismatici, nella Pasqua del 1075. I nobili, dopo un concilio
tenuto fuori di Milano, entrarono nella città ed assalirono Erlembaldo, che si
difese coi suoi. Nella tremenda mischia del 28 giugno Erlembaldo fu ucciso, e
contro il corpo esamine si sfogò l'ira dei nemici. Fu poi sepolto a S. Celso e
venerato come martire. Liprando ebbe mozzi il naso e le orecchie, e fu consolato
da una lettera di Gregorio VII. Si elesse allora come arcivescovo Tebaldo e
forse Attone fu da Gregorio creato cardinale. Egli morì senza aver ricevuta la
consacrazione episcopale. Il papa impose a Tedaldo di presentarsi a Roma
per il sinodo di dicembre del 1075, e gli proibì di ricevere gli ordini sacri.
Proibì ai suffraganei di consacrarlo. Fu però inutile, perchè Tedaldo potè
essere consacrato, nel febbraio del 1076, o, molt6 probabilmente, nel
settembre del '075 (Arnolfo, V; cfr. SAVIO, o. c.,
438).
Gregorio VII se ne lamentò con Enrico IV, accusandolo di
aver mancato alle sue promesse per la chiesa di Milano; ma era già scoppiata la
guerra del re tedesco contro il papa, che fu dichiarato deposto dalla dieta di
Worms (Reg., III, 8-10).
Solo dopo la riconciliazione di Canossa i Milanesi chiesero
perdono al pontefice; mentre Tedaldo continuava a proteggere lo scisma ed a
seguire l'imperatore nella sua accanita lotta contro Roma, dopo che la
conciliazione sua divenne vana. Tedaldo morì in un suo castello d'Arona, il 25
maggio del 1085. Lo stesso giorno in cui moriva a Salerno Gregorio VII, che egli
aveva tanto odiato.
La lotta
delle investiture.
Il giovane re di Germania Enrico
IV era dotato di intelligenza e di coraggio; crebbe però moralmente vizioso. A
fatica s'indusse nel 1066 a sposare Berta, figlia di Ottone conte di Savoia; ma
non fu un buon marito; anzi nel 1069 tentò pratiche di divorzio, che dovette
abbandonare, quando S. Pier Damiani lo ammonì a nome del papa, che gli
sarebbe stata negata l'incoronazione imperiale (BARON., Ann., IV).
Il suo carattere per natura angoloso e leggero, non fu
corretto dalla debole madre Agnese, nè dall'educazione cedevole del vescovo
Adalberto di Brema, che lo lasciò sbizzarrire a suo talento. Il freno impostogli
dal rigido arcivescovo di Colonia, Annone, lo irritò, e non riuscì a renderlo
migliore. Quando prese le redini del suo governo pensò di restaurare
energicamente i diritti della corona, nè conobbe limiti alla sua autorità.
L'urto con Gregorio VII era inevitabile; non ostante gli sforzi iniziali
del papa per evitarlo, con lettere di lode e dì benevolenza. Erano in giuoco
diritti più alti, per il cui trionfo, una volta aperta la guerra, doveva andarsi
sino in fondo.
Contro le antiche disposizioni della Chiesa rispetto alla
libertà d'elezione, da Leone IX rinnovate l'anno 1049, e contro la proibizione
di ricevere le chiese dalle mani di laici, rinnovata da Alessandro II il 1063,
continuava l'abuso di potere da parte dei re di Germania e di Francia. Non solo
alla elezione del vescovo o dell'abate era succeduta la nomina del re, e in
cambio della consacrazione erasi dato il primo luogo 41a investitura solita a
farsi con l'anello e il bastone pastorale; ma, ciò che è peggio, uomini
simoniaci e cortigiani indegni riuscivano per vie illecite a ottenere
cariche ecclesiastiche di grande importanza. I principi laici così conferivano
l'investitura spirituale e temporale ai vescovi, ed esercitavano sull'episcopato
poteri che erano vere usurpazioni dei diritti della Chiesa. Simili abusi non
potevano assolutamente assicurare alla Chiesa un buon clero e dei santi
vescovi.
Enrico IV prendeva d'ordinario i suoi vescovi dal capitolo
di Goslar, dove egli era solito a dimorare dando poco buon esempio coi suoi
vizi. Di tutti questi eletti, solo Bennone di Misnia perseverò fedele alla
Chiesa. Quando una nomina non garbava alla corte, non si riusciva ad imporla.
Spesso il miglior offerente aveva la sede più ricca. Tali vescovi poi spremevano
dal loro clero la somma sborsata, e il clero a sua volta si rifaceva a modo suo,
andando contro le cose più sacre. Questo clima non era propizio alla riforma e
vi trovava accaniti avversari (P. L., CLVII,
222).
Gli onesti aspettavano da Gregorio la rinascita. E venne in
buon punto il famoso decreto del sinodo romano del 1075
I re opponevano gli antichi diritti di fondazione e di
nomina, che il decreto papale mostrava di voler sopprimere. La rinunzia da
parte della Chiesa dei beni del tempo, per liberare i diritti spirituali dalle
pastoie delle ricchezze vane, è sembrata a qualche studioso l'unico mezzo per
evitare la lotta. Ma evidentemente qui si lavora di idealismo, contro
necessità fatali nelle quali la Chiesa era costretta a vivere. Il rimedio doveva
ricercarsi nella soggezione dei diritti puramente umani all'autorità della
Chiesa. Gregorio del resto era disposto a concedere, di buona intelligenza
coi principi, convenienti restrizioni al suo decreto. Scrisse perciò ad Enrico
benevolmente, chiedendogli persone sagge e religiose per trattar con lui un
temperamento delle disposizioni del sinodo romano, senza macchiare la sua
coscienza (Reg., III, 10).
La lettera del resto non manca di una soave fermezza pér
richiamare il re a maggiore obbedienza. Ma Enrico non era disposto ad obbedire,
e già quando il papa gli scriveva, nel dicembre del
1075, egli si era reso odioso, richiamando vescovi simoniaci, e sollevando ad
alcune sedi vescovili uomini indegni, come Roberto prevosto di Goslar, compagno
suo di vizi, alla cattedrale di Bamberga, e l'indegno canonico Idulfo alla
collegiata di Colonia (Reg., III, 5, 7, 15).
Il re trattò male i legati pontifici, arrivati a Goslar il
Natale del 1075, accusò il papa, rigettò ogni accomodamento, e siccome i
rappresentanti romani avevano istruzioni segrete con minacce di scomunica, le
divulgò per eccitare la nazione contro Gregorio. Infatti molti si commossero a
tali notizie e sembrò esagerato lo zelo pontificio contro il re, in favore del
quale si schierarono senz'altro i vescovi aulici.
La resistenza di Enrico era favorita da un movimento romano
contro il papa. Anche a Roma il partito contrario alla riforma gregoriana
tentava opporsi. Laici ammogliati, sotto il nome di mansionari, abusavano del
loro stato e dell'abito clericale per ingannare il popolo, angariare i
pellegrini e commettere altri delitti contro le cose sacre. Gregorio li
scacciò dal tempio, arditamente. Di più vi erano gli antichi seguaci di
Cadalo, l'antipapa Onorio II, gli ecclesiastici sospesi dal papa e molti nobili,
ai quali sorrideva l'indipendenza delle antiche case patrizie dal papa. La
corte tedesca soffiava nel fuoco,
Il nemico più operoso di Gregorio era Cencio, capo di tutti
i malcontenti di Roma.
La vigilia di Natale il papa si era recato, secondo l'uso, a
celebrare la Messa in S. Maria Maggiore, sull'Esquilino. Cencio s'era introdotto
segretamente nella Città coi suoi complici, ed aveva preso accordi coi suoi
amici. Il maltempo agevolò la sua triste impresa perché furono pochi quelli che
intervennero alla cerimonia. Gregorio aveva incominciato la Messa della
mezzanotte, e dopo un po', grandi urla e un fragore d'armi si levarono
nella chiesa.
Tutto era stato preparato dai congiurati, i quali si fecero
largo fino all'altare e quivi si gettarono armati contro il pontefice,
buttandolo a terra e cercando di trascinarlo fuori della chiesa. Gregorio ferito
alla fronte e grondante sangue non tentò di reagire; levò gli occhi al cielo e
restò mansueto tra gli sgherri. La folla, presa da panico, fuggì, ed il papa fu
svestito del pallio e della tunica e portato via. Fu una notte d'incubo per
Roma, quando la notizia si seppe. Cessato il temporale, il popolo si raccolse in
Campidoglio, sollecitato dall'ansia di sapere la sorte del pontefice.
Quando lo si seppe vivo in una torre, si recò sdegnato alla
liberazione di lui. Il piccolo gruppo di Cencio non potè resistere all'urto di
tutto il popolo. Gregorio trovava nella torre qualche pio che lo curò, mentre
Cencio e la sorella lo ingiuriavano e gli minacciavano la morte. La torre stava
però per cadere in mano dei liberatori, e Cencio cambiò tono. Si gettò ai piedi
del papa e chiese perdono. Il magnanimo Gregorio perdonò, imponendogli una
penitenza per l'offesa fatta alla Chiesa. Dopo cercò di calmare la folla e
di salvare dalla vendetta degli sdegnati popolani i colpevoli. Ritornò in S.
Maria Maggiore per tèrminare la Messa, tragicamente interrotta, mentre
Cencio tentò di salvarsi con la fuga. Non mancarono però le vendette del popolo
contro i congiurati. Cencio, appena libero, continuò a fare il predone
nelle terre di S. Pietro e, scomunicato dal vescovo di Preneste per ordine del
papa, finì per rifugiarsi da Enrico IV, il quale, aiutandolo, alimentava i
sospetti della sua complicità nell'attentato romano. Con lui si riparava in
Germania il cardinale Ugo, deposto (J., 24 die. 1075).
Il 24 gennaio del 1076 Enrico dichiarò guerra aperta al
papa, invitando vescovi ed abati a Worms, per giudicare la condotta di Gregorio
VII. Ivi si radunarono molti vescovi di Germania. Vi mancavano, oltre i Sassoni,
prigionieri, ed oltre Bennone di Misnia che erasi condotto al sinodo di
Roma, anche Gebardo di Salisburgo e Altmanno di Passavia. Il cardinale Ugo
Candido accusò il papa con invettiva riboccante delle più grossolane
calunnie. L'assemblea ne fu lieta e prese pretesto per negare obbedienza al
pontefice e per dichiararlo deposto. Ci fu qualche vescovo che protestò contro
una violazione così grave del diritto ecclesiastico, ma l'opera infausta di
Guglielmo vescovo di Utrecht, amico di Enrico, fece sì che quasi tutti i vescovi
sottoscrivessero un atto di fedeltà giurata al re, come suoi vassalli, Si mandò
il decreto al papa con lettera ingiuriosa, chiamandolo intruso e prepotente. Il
vescovo di Spira e quello di Basilea con qualche vescovo d'Italia recarono al
papa il decreto a nome del re (Mansi, XX, 463, 47r).
Anche. i vescovi simoniaci lombardi ubbidirono alle
disposizioni di Worms, lieti di negare obbedienza al papa. Enrico cercava di
corrompere con l'oro i Romani e scrivendo a Gregorio con violenza lo chiamava
“Ildebrando falso monaco “ (l. c.).
Nella stessa lettera lo invita a scendere dalla cattedra di
S. Pietro, e lo chiama “seminatore di zizzania», uomo pronto a maledire più che
a benedire, deciso a far schiavi vescovi e preti, sempre con la minaccia in
bocca per togliere ai re la signoria che essi han ricevuto da Dio. « Cristo
chiamò noi all'impero, non te al papato» continua - giacchè Gregorio avrebbe con
arti e con danari e con armi guadagnato le somme chiavi. “ Poichè armasti i
sudditi contro i signori, predicasti lo sprezzo contro i vescovi ordinati da
Dio, e desti facoltà perfino agli uomini secolari di deporli e di condannarli. E
tu vuoi deporre me, re incolpevole, cui Dio solo giudica, se i vescovi
dichiararono che a Dio solo spettava di pronunziare sentenza sopra un Giuliano
apostata? » E continua ancora con qualche altra citazione biblica in suo favore,
per concludere con l'invito al papa di lasciare il suo trono usurpato. La
lettera che annunzia tempi molto lontani, nella sua decisa negazione del
primato romano e della sua autorità sui re, è in antitesi stridente col pensiero
gregoriano.
Il Dictatus papae
affermava infatti che “ al papa era lecito deporre gli imperatori». Gregorio
VII ritornò sull'argomento in una lettera al vescovo Ermanno di Metz, scritta da
Roma il 25 agosto del 1076 (Reg., IV, 2).
Egli richiama i precedenti storici che erano d'appoggio alla
sua condotta, la dottrina evangelica del potere universale concesso a Pietro di
legare e di sciogliere, e accusa i principi temporali « membra dell'anticristo
», i quali vorrebbero rendersene indipendenti per orgoglio ingiustificato.
Se vengono condannati i religiosi perchè non lo sarebbero i secolari, se
rei di qualche delitto? Eppure le due dignità differiscono di molto.
In un'altra lettera al medesimo Ermanno del 15 marzo 1081,
Gregorio sviluppa la sua tesi, sforzandosi di fissare la preminenza del
sacerdozio con argomenti biblici e patristici. In virtù di questo primato, il
papa ha il diritto di scomunicare e di deporre i re per i loro peccati. I re
hanno il dovere di proteggere la Chiesa, perchè essi devono condurre i sudditi
al ciclo, attraverso l'onesto uso dei beni terrestri. La loro missione è dunque
parallela a quella dei sacerdoti, i quali per le vie della fede e della morale
devono guidare gli uomini a Dio. Se i re si oppongono a questa alta missione
sacerdotale, devono e possono essere scomunicati e deposti (Reg., VIII, 21).
Questa limitazione del potere regio ebbe vaste ripercussioni
negli scritti del tempo, agitando una controversia in molti libelli favorevoli a
contrari al papa, alcuni dei quali sono giunti fino a noi e costituiscono una
fonte interessantissima per lo studio del pensiero medioevale (v. Font:).
I messi che dovevano portare a Roma il decreto di Worms, fra
cui segnalavasi il prete Rolando di Parma, recarono le loro lettere al
sinodo della quaresima che si celebrava nel 1076. Gregorio vi aveva riunito
cento e dieci vescovi, i quali ascoltarono col papa le richieste tedesche, la
deposizione del pontefice e la sollecitazione ai cardinali di recarsi in
Germania per avere dal re un papa più degno.
Rolando stava per cadere vittima del furore del clero e del
popolo, se il papa non lo avesse difeso. Gregorio nel di seguente parlò al
sinodo spiegando la sua condotta col re, ed i vescovi chiesero che si facesse
giustizia contro l'attentato. Furono quindi scomunicati l'arcivescovo di Magonza
e i vescovi di Utrecht e di Bamberga, sospesi gli altri che avevano acconsentito
al decreto di Worms; quelli che vi erano stati forzati, vennero chiamati a dare
subita soddisfazione. Anche i vescovi colpevoli dell'alta Italia furono
scomunicati. Similmente, di consenso Col sinodo, e davanti alla
desolatissima imperatrice Agnese, il papa lanciò la sentenza di scomunica contro
il re Enrico, perchè aveva calpestato la fede umana e divina, disprezzato i
paterni ammonimenti di Gregorio aperto uno scisma nella Chiesa. Gli fu
interdetto il governo di Germania e d'Italia, proibita ogni comunicazione con
lui e sciolto il vincolo del giuramento a lui fatto. La sentenza era revocabile,
dopo una soddisfazione, e sospendeva solamente i diritti reali, Era però di un
peso gravissimo, date le condizioni politiche della Germania (Reg., III, 10).
L'impressione prodotta in Italia e in Germania fu ben
profonda. Mentre si andava disegnando il violento contrasto che doveva prendere
proporzioni gigantesche, mentre la pace nel mondo appariva bruscamente
spezzata, nell'impero si Incominciavano a notare segni di reazione e di
resipiscenza nel clero e nei laici. Nei giorni poi del sinodo quaresimale veniva
assassinato per cause oscure, probabilmente connesse ai torbidi religiosi, il
duca più fedele al re Enrico, Goffredo il giovane, della Lorena superiore,
marito della contessa Matilde. Il suo erede Goffredo di Buglione, futuro
capo della Crociata, non poteva per ragioni politiche
e per sentimenti personali concedere al re di Germania l'appoggio del suo
predecessore. L'esercito regio si trovava così senza il capo valoroso che
avrebbe potuto forse aiutarlo nella sua resistenza italica.
Il
papa d'altra pane non perdeva tempo. Scrivendo all'arcivescovo di
Acerenza, alla metà di marzo del 1076, gli da' incarico di recarsi presso
il conte Ruggero di Puglia, per promettergli ogni perdono qualora volesse
riconciliarsi con la Chiesa. Gli dà istruzioni nello stesso senso per Roberto il
Guiscardo.
Ma questo avvicinamento ai Normanni riesce per ora
difficile, per la loro politica interessata che mirava a sfruttare le attuali
difficoltà del papa, in loro assoluto favore.
Enrico intanto era ritornato da Worms a Goslar, e quivi
continuò a prendere severi provvedimenti contro i Sassoni già inaspriti.
Per la Pasqua fu a Utrecht, dove apprese la condanna lanciatigli dal papa.
Siccome a Pavia, alquanti vescovi e abati lombardi,
presieduti da Guiberto di Ravenna, uomo intrigante, pronunciarono l'anatema
contro il papa, così il vescovo Guglielmo d'Utrecht, di concerto con Enrico,
dopo aver scomunicato Gregorio, pronunziò in chiesa un velenoso discorso contro
di lui. Enrico da parte sua, con lettera piena di furore, indisse un concilio a
Worms per la Pentecoste, nel quale si sarebbe eletto un altro papa.
La morte improvvisa di molti partigiani di Enrico, quali i
vescovi Guglielmo di Utrecht, Enrico di Spira, Eppone di Zeiz, il prefetto
Burcardo di Misnia, spaventò. il popolo, come fosse un segno delle vendette
celesti. Molti principi e vescovi incominciavano a lamentarsi del pessimo
governo del re, delle sue dissolutezze e della barbarie contro i Sassoni. I
duchi di Svevia, di Baviera, di Carinzia, i vescovi di Metz e di Wùrzburg erano
fra i malcontenti. L'arcivescovo Udone di Treviri cd altri che furono presenti a
Worms chiesero perdono al papa, ottenendolo (J., 4986).
Udone, al suo ritorno da Roma, trattò con Enrico a nome di
Gregorio, senza però accettare la comunione coi vescovi interdetti e con
Sigefredo di Magonza. Ciò fu causa di profonda impressione. La Sassonia
intanto minacciava un'altra ribellione, e il nuovo sinodo indetto dal re svanì.
I pochi riunitisi a Magonza rinunziarono ad eleggere l'antipapa. Mentre Enrico
tentava di salvarsi, anche l'arcivescovo di Magonza lo abbandonava.
Papa Gregorio richiamava i dissidenti alla pace, eccitandoli
alla penitenza prima di assolverli, ed incoraggiando i suoi fedeli difensori a
perseverare (I., 49~5oo2).
Intanto ad Ulma si erano riuniti i capi della rivolta della
Sassonia e della Turingia, più Guelfo di Baviera e gli altri principi e vescovi
malcontenti di Enrico.
Già prima, quando Gregorio intese che i principi di Germania
designavano di venire alla elezione di un nuovo re, egli scrisse loro, il 3
settembre del i076, ammonendoli che anche dopo la sentenza di scomunica,
pronunziata per suo obbligo gravissimo davanti a Dio, essi dovevano trattare il
re Enrico con misericordia, in vista dei meriti del padre e della madre sua.
Bastava che Enrico si liberasse dei perfidi consiglieri, riparasse al male fatto
alla Chiesa e mostrasse vero pentimento. Solo nel caso della sua ostinazione si
poteva procedere ad una nuova elezione; sul nuovo eletto dovevano prender
consiglio da lui e da Agnese (Reg., IV, 3).
Nell'ottobre di questo anno si tenne, come si disse, una
dieta a Tribur, alla quale il patriarca Sigardo di Aquileia e il vescovo
Altmanno di Passavia intervennero come legati del papa. Enrico, venuto coi
suoi ad Oppenheim, si provo con messaggi e promesse a pacificare il malanimo del
principi, e tremava nell'avversa fortuna per la sua corona, promettendo di
governare secondo il consiglio dei principi. Ma per ora la sua sorte venne
messa nelle mani del papa, il quale avrebbe dovuto decidere nella prossima dieta
di Augusta, che doveva celebrarsi alla Can del ora del 1077, dopo aver ascoltato
le due parti. Se però Enrico, per sua colpa, avesse continuato a persistere
nella scomunica, spirato il termine di un anno, scadrebbe, secondo l'antica
legge, da ogni diritto dell'impero. Che se accettava la proposta doveva
promettere in tutto obbedienza al papa, allontanare dal suo seguito gli
scomunicati, vivere da privato a Spira, senza seguito di soldati, senza por
piede in alcuna chiesa, rinunziare a tutti gli atti del governo, ridonare al
vescovo la città di Worms. Se fosse venuto meno ad alcuno di questi punti, i
principi resterebbero sciolti da ogni altro obbligo verso di lui (v. Bibi., Krause, 411).
Canossa.
Le
condizioni imposte ad Enrico erano molto dure, ma egli promise tutto senza
riserve, lieto di una qualunque dilazione. E cominciò subito a licenziare tutti
i vescovi scomunicati ch'erano al suo seguito, nonchè il fedele conte
Everardo ed Ermanno e Ulderico di Cosheim: richiamò anche il presidio della
città di Worms e si ritirò a Spira nelle condizioni che aveva giurate. Ai primi
di novembre del 1076, finita ogni trattativa, si richiese dal re una lettera con
la quale s'impegnasse formalmente davanti al papa di esser pronto a subire la
sua sentenza (v. Fonti in FLICHE, o. e., II, p. 300).
Enrico tentava di eludere quest'ultimo atto di umiliazione,
ma finì per scrivere la sua Promissio, e un Editto indirizzato ai principi (l. c.).
Il re “per consiglio dei suoi fedeli promette di essere
in tutto obbediente alla Santa Sede e al papa Gregorio, nonchè di esser pronto a
dar soddisfazione per aver tentato di offendere i diritti della Chiesa di Roma.
Dichiara di provare, appena gli sarà concesso, la sua innocenza su alcuni
delitti ingiustamente imputati all'opera sua.
I principi, fidandosi poco della sincerità del re, mandarono
a Roma una deputazione per invitare il papa alla dieta di Augusta. Enrico invece
lo supplicava di riceverlo a Roma, per qui riconciliarsi con la Chiesa. Gregorio
che doveva ormai esser sicuro delle false disposizioni del re, lo rimise
all'accordo convenuto a Tribur e alla futura dieta di Augusta, per la quale era
in procinto di mettersi in via. Inviò ai grandi ed ai vescovi tedeschi nel
novembre o dicembre del 1076 una lettera nella quale annunziava di volersi
recare in Germania quanto prima, desiderando di trovarsi a Mantova per il
10 gennaio. Il suo voto ardente era quello “ di affrontare tutti i disagi, e se
era necessario versare anche il sangue per la libertà della Santa Chiesa e la
salvezza dell'impero ». Desiderava quindi una scorta idonea per la sua
sicurezza, e li invitava a prendere accordi in precedenza, che rendessero meno
difficile la sua missione. I latori della lettera avevano l'incarico di
riferire a voce le discussioni del papa coi legati dell'imperatore. Aveva
fiducia nelle promesse fatte dai principi alla Chiesa e pregava tuffi ad
ascoltare con riverenza le informazioni dei suoi rappresentanti.
Gregorio segnava già i suoi trionfi. Trattava la causa di un
re, come quella di un reo che aspettava la sentenza dell'autorità spirituale di
Roma. Il messaggio fu portato a Rodolfo. di Svevia che rappresentava la
dieta; egli s'impegnò a fornire al papa la scorta necessaria per condurlo
ad Augusta. Enrico intanto non rimaneva inerte e pensò che era più facile
umiliarsi davanti al papa che presentarsi alla dieta dei principi. Era
necessario ottener l'assoluzione dalla scomunica prima che trascorresse l'anno
fatale. Gregorio VII lasciò Roma nel dicembre, portandosi negli stati della
contessa Matilde. A Lucca celebrò il Natale. Lo accompagnavano nel viaggio la
contessa e l'abate Ugo di
Cluny, oltre a diversi dignitari e personaggi della Chiesa.
A Mantova il pontefice si fermò nell'attesa delle scorte promesse dai principi
tedeschi, che tardavano ad arrivare. Ciò giovava alla causa di Enrico e
preoccupava il pontefice. Il re infatti, con molta abilità e sveltezza,
lasciò Spira segretamente, e riuscito ad eludere la stretta sorveglianza dei
principi germanici, a travaso Besancon e Ginevra, guadagnò il colle del
Moncenisio. Gli era a fianco la moglie Berta da lui coperta di infamie nei
giorni lieti ed ora pietosa compagna di sventura. Il cronista Lamberto di
Hersfeld ci ha lasciato un racconto drammatico del passaggio delle Alpi
fatto da Enrico freddo intensissimo, nevi che avevano reso impraticabile le
strade seminate di precipizi, ghiacci che avevano una superficie umida e
sdrucciolevole sui quali l'avventurarsi sarebbe parso follia (LAMB., 246).
Gregorio ebbe notizia della discesa del re in Italia, a
Mantova, e certo non lo attendeva. Voci diverse parlavano di un forte esercito e
la corte pontificia ne fu sorpresa. Nella paura di un assalto temerario e
fedifrago, il papa, consigliato da Matilde, riparò a Canossa, la munita rocca
dell'Appennino.
Matilde, allevata alla scuola della madre sua, diventò amica
del pontefice e l'anima protettrice della gerarchia pontificia.
Enrico si portò sollecitamente a Piacenza e quindi a Reggio,
ove ne diede avviso a Matilde, riconfermandole il proposito dì chiedere al
pontefice l'assoluzione spirituale. Donizone ci fa supporre anzi, che egli si
abboccasse a Reggio con Matilde, che considerava come una sua parente.
Matilde rientrando a Canossa aveva con sè
l'abate di Cluny, padrino di Enrico, Adelaide di Susa, col figlio Amedeo, il
marchese Azzone d'Este e diversi personaggi del seguito del re. Essi avrebbero
dovuto patrocinare la causa di Enrico presso il papa. Dopo la sentenza emanata a
Tribur, Gregorio si era impegnato di recarsi ad Augusta per giudicare le accuse
contro il re tedesco. Così si spiega come egli, di fronte alle insistenze del
sovrano, si mostrasse rigidamente deciso a non voler trattare con Enrico,
nell'assenza dei principi accusatori. Una sentenza di assoluzione, in queste
circostanze, avrebbe avuto l'apparenza di voler deludere la fiducia dei principi
che avevano posta in sua mano l'alta controversia, e di abbandonarli alla
vendetta del re. D'altra parte Gregorio temeva assai della sincerità di Enrico,
la cui ipocrisia gli era per tante prove nota.
Dal cronista Lamberto conosciamo le laboriose, inutili
trattative svolte tra il papa e gli inviati del re.
L'intercessione di Matilde avrà probabilmente influito a far
sì che Gregorio portasse la delicata questione dal campo politico e giuridico a
quello puramente religioso. Perciò a stento e di malavoglia concesse che il
sovrano venisse personalmente ad espiare le sue colpe, obbedendo alle
disposizioni che egli avrebbe creduto di imporgli. Il re si presentò al papa
come gli era stato comandato, e ricevuto dentro la seconda cinta del
castello fece per tre giorni da mane a sera la penitenza.
Matilde e gli altri presenti accusavano di durezza il pontefice e presume-vano di scorgere nella condotta del re Enrico una prova infallibile della sua conversione. Quindi Gregorio il 28 gennaio del 1077 promise di assolverlo, a patto che egli giurasse di presentarsi a rispondere dinanzi ai principi, alla dieta di Augusta: fino a quel tempo si asterrebbe dal governare e darebbe in tutto la necessaria soddisfazione. Diversi principi ecclesiastici e secolari giurarono in nome di Enrico; e questi allora, con i prelati penitenti, fu sciolto dalla scomunica e nella Messa del papa ammesso alla Comunione.
La scena è stata poi esagerata romanticamente. Non è provato
storicamente che il papa abbia da sè imposta la penitenza al re, e che questi
durasse tre giorni e tre notti, senza cibo, all'aria aperta e in semplice
camicia, davanti alle porte di Canossa; che il papa usasse dell'Eucaristia per
giudizio di Dio. Le fonti che ci tramandarono i fatti non sono facilmente
conciliabili, e si spiega la vasta letteratura che ne derivò per determinare la
verità (Reg., IV, 12).
La vittoria spirituale di Gregorio si è sempre imposta
all'ammirazione del mondo perchè non guadagnata con le armi ma con sovrana
potenza morale.
Dopo la
conciliazione.
Alla fine di gennaio del 1077 Gregorio
scriveva “a tutti gli arcivescovi, vescovi, duchi, conti e agli altri principi
del regno teutonico difendenti la cristiana fede », la relazione di quanto
avvenne a Canossa. Secondo ciò che si era deciso con i legati della Germania il
papa credeva opportuno far sapere come si svolsero le trattative col re. Narra
del suo viaggio, dell'improvvisa comparsa di Enrico in Italia e dell'arrivo a
Canossa, preceduto
da supplichevoli legati per « soddisfare in tutto “ ai suoi torti. Nel.
castello “ per tre giorni, davanti alla porta della rocca, deposto ogni regio
ornamento, miserevolmente, come quello che stette scalzo, e in veste di lana,
non desistette di implorare con molto pianto l'aiuto e la consolazione
dell'apostolica misericordia prima che tutti, che ivi erano, ai quali pervenne
la notizia, movesse a tanta pietà e commiserazione, da intercedere per lui
con molte preghiere e lagrime, meravigliandosi pur tutti dell'insolita durezza
dei nostri intendimenti, gridando alcuni essere in noi non la gravità della
severità apostolica, ma quasi la crudeltà di tirannica fierezza “. Dovette
quindi il pontefice cedere davanti a tanta compunzione e insistenze,
sciogliendo il re dal vincolo della scomunica, dopo le assicurazioni scritte,
che riportava in fondo all'epistola (l. e.).
L'abate di Cluny, Matilde e Adelaide, gli altri principi,
vescovi e laici che piacquero al papa sottoscrissero al giuramento di Enrico.
Gregorio presentiva che la conciliazione di Canossa non sarebbe ritornata
gradita ai grandi del regno di Germania, perchè aveva l'apparenza di una pace
separata. Perciò si affrettava a giustificare subito il suo atteggiamento,
assicurandoli, nella chiusa della stessa lettera, che non aveva in nulla
pregiudicato la questione, giacchè per risolverla era necessaria l'intesa della
loro assemblea.
“Dopo questi fatti, - scriveva ancora - affinchè possiamo
con l'aiuto di Dio, come a lungo abbiamo desiderato, indirizzare tutto alla pace
della Chiesa e del regno, desideriamo tosto, alla prima occasione favorevole,
venire nelle vostre terre ». Li assicura che la causa del re è ancora in
sospeso, sino alla prossima riunione, invitandoli a perseverare nella fede
e nell'amore della giustizia. «Sappiate - aggiungeva - che noi non ci siamo
altrimenti obbligati verso il re se non a parole, come è nostro costume; gli
dicemmo che egli aveva a bene sperare da noi, in quanto lo potevamo aiutare à
salvezza e a suo onore, sia per le vie della giustizia, sia per quelle della
misericordia, senza pericolo della nostra e della sua anima».
L'episodio di Canossa venne commentato diversamente anche da
scrittori contemporanei a Gregorio. Gli avversari vi hanno visto una disonesta
politica del papa ai danni del re. Ma, contro giudizi poco sereni anche di
scrittori moderni, pare più esatto non esagerare quello storico avvenimento nè
in favore di una strepitosa vittoria di Gregorio, nè di un trionfo diplomatico
di Enrico, al quale però, non ostante l'umiliazione, tornò di giovamento.
Al papa non poteva sfuggire che il perdono spirituale
accordato al re di Germania era, in fondo, un giudizio implicito di assoluzione
su tutta l'opera di Enrico e diveniva un responso anticipato della dieta di
Augusta. Il perdono cristiano concesso, e quello politico da concedere, erano
una sottigliezza teoretica ma realmente preoccupante. La lettera di
Gregorio tradisce il presentimento delle gravi conseguenze che potevano
derivare dal perdono di Canossa, ed anche in altre lettere il pontefice insiste
per assicurare i suoi alleati di Germania che l'assoluzione data ad Enrico
non toccava la questione del regno.
Capì Gregorio che la sua bontà, strappatagli dalle preghiere
e dal pianto, fu un
errore politico che giovò all'avversario della Chiesa?
Le assicurazioni date da Enrico al papa non ci sono note nel
testo originai e: ma per altre vie consta essersi il re impegnato di
rimettersi in ogni caso alla sentenza che, con l'intervento dello stesso
pontefice, avrebbe data l'assemblea di Augusta di prossima convocazione.
Intanto egli non doveva prendere alcun provvedimento reale, e doveva
provvedere perchè il papa potesse recarsi in Germania, senza molestie (Reg., Iv, 12a).
Enrico, esaurite le sue arti diplomatiche, in terreno
religioso non potè scegliere altra via che quella dell'aspra penitenza.
Partire dall'Italia con un più grave insuccesso sarebbe stato per lui molto più
umiliante che una penitenza canonica, in quei tempi anche più spiegabile. Anche
il giudizio sul re va quindi mitigato. A lui il papa offriva il modo di
convertirsi, e senza scrutare troppo gli abissi della sincerità umana, si mostrò
padre misericordioso, come era sua grande missione. La storia seguì poi altro
camino; ma l'atto del papa, più che l'apoteosi di Gregorio che vede un re
umiliato davanti a sè, deve giudicarsi come necessaria conseguenza del potere
spirituale del Vicario di Cristo che perdona il penitente.
Enrico, sceso da Canossa, si trovò tosto e in Reggio e
altrove circondato da amici che non volevano sapere di riconciliazione col papa.
I vescovi simoniaci di Lombardia si vedevano perduti, e i signori secolari che
in lui avevano un re quale appunto lo desideravano, avrebbero voluto che Enrico
prendesse di nuovo le redini del governo. Dopo avergli rimproverata
l'umiliazione di Canossa, lo minacciarono di sollevare in suo luogo il
figlio Corrado, ancora pupillo, e con lui muovere contro Roma per
insediarvi un nuovo pontefice. Enrico temè di perdere la Lombardia, ma non
voleva subito romperla col Pontefice.
Intanto l'ambizioso Guiberto di Ravenna e i Lombardi avversi
a Roma lo spingevano alla ribellione. In Piacenza venne fatto prigioniero il
legato Geraldo, vescovo di Ostia, e si tesero insidie al papa e alla
contessa Matilde. La penitenza del re, se era stata sincera, non maturò frutti
duraturi. Chiese al papa di concedergli l'autorizzazione di farsi incoronare Re
d'Italia a Monza, per le mani dell'arcivescovo di Milano o di quello di Pavia, o
di qualche altro delegato da Roma.
Distingueva sottilmente tra il regno di Germania, di cui si
trattò a Canossa, e quello d'Italia; ma Gregorio respinse la domanda, lamentando
che i suoi legati fossero tenuti prigionieri contro ogni promessa. Essi si
recavano a Milano per le controversie dell'arcivescovo Tedaldo.
Erano passati pochi giorni dalla conciliazione di Canossa,
ed Enrico trattava ancora con Gregorio a Bibbianello, per l'ultima volta.
Matilde vigilava per sicurezza del papa, che ritornò a Canossa. Intanto i
principi di Germania, essendo fallita la dieta di Augusta, si erano riuniti a
Forenheim, ove il papa aveva mandato due suoi legati. Quivi sebbene i legati
pontifici dissuadessero da una nuova elezione, fu creato re, nel marzo del 1077,
il duca Rodolfo di Svevia; doppiamente imparentato con Enrico (M. G. H., SS., t. V., p. 262).
Egli, dopo aver riconosciuto per elettivo il regno di
Germania e assicurato la libertà delle elezioni dei vescovi, fu incoronato
solennemente a Magonza, il 26 marzo, dall'arcivescovo Sigefredo. Aveva prima
scritto a Gregorio, giurandogli obbedienza e invitandolo in Germania. Aiutò
i legati nella lotta contro i simoniaci e i concubinari e in ciò si creo molti
nemici. Gregorio non fu contento della elezione, perchè fatta senza suo avviso e
perchè i principi decisero una questione che poco prima avevano riservato
ad una intesa con la Santa Sede (J., 5019; Reg.,
vir, 14a;
Iv, 23, 25).
Enrico intanto ricorse al papa, chiedendo la scomunica
contro il rivale. Gregorio nutriva la speranza di comporre la controversia
proponendo che la causa fosse trattata in un'assemblea universale dei principi
dell'impero. Non avendo avuta una scorta sufficiente per recarvisi, egli ritornò
a Roma.
In Germania intanto si correva alle armi per decidere la
questione. Dopo la Pasqua del 1077, Enrico, fornito di genti e di danaro dai
Lombardi, scendeva per le Alpi Carni e in Baviera; raccoglieva intorno a sè
molti fautori, specialmente tra quelli che osteggiavano la politica
religiosa di Rodolfo. Rodolfo venne sconfitto a Melrichstadt, il 7 agosto del
1078, e poi più gravemente a Flarchheim, il 28 gennaio del roSo. Non riuscì del
resto Enrico a debellarlo del tutto, perchè i legati pontifici e altri personaggi
s'interposero per un accordo e perchè, sotto l'accusa di aver impedito
l'assemblea che avrebbe dovuto esaminare la causa secondo giustizia, Enrico fu
nuovamente scomunicato nel concilio romano del 7 marzo 1080 (J., a. 1080).
Il sinodo romano del febbraio 1078 non giovò a Rodolfo,
perchè i suoi messi non riuscirono a passar le Alpi che a furia di stenti;
mentre quelli di Enrico, provvisti largamente di danaro, i vescovi di Osnabruck
e di Verdun, riuscirono a nascondere gli atti ostili del re, ed esagerandone i
buoni sentimenti guadagnarono i cento vescovi del sinodo ottenendo la condanna
di Rodolfo.
Nel medesimo sinodo furono scomunicati e sospesi Guiberto di
Ravenna e Tedaldo di Milano, e fulminate altre censure ad altri vescovi ribelli.
Enrico accolse in Colonia con benevolenza i messi del papa; cosi ancora fece
Rodolfo, il quale intanto si strinse in segreta alleanza con la Francia e
l'Ungheria. Nel sinodo lateranese del novembre 1078, i
rappresentanti dei due re giurarono di nuovo di non opporsi all 'assemblea
conciliativa di Germania. Vi fu deposto Guiberto di Ravenna. Nel sinodo del
1079, i messi di Rodolfo accusarono Enrico di offese gravi alla religione.
Finalmente si riuscì a far partire i due legati, il cardinale vescovo di Albano
e il vescovo di Padova, con lettere del papa. Il patriarca di Aquileia, amico di
Enrico, ne ritardò l'arrivo in Germania; il re Enrico poi mandò a vuoto il
congresso, rinnovando ancora le sue lotte contro i Sassoni, e cercando occasioni
per offendere il papa (cfr. FLICHE, O
c.,
p. 372 seg.).
Si arrivò così alla deposizione ed alla scomunica
pronunziata dal papa contro Enrico nel 7 marzo del roSo, ed al riconoscimento
del re Rodolfo, il quale ai 27 di gennaio aveva ottenuto una vittoria.
Enrico allora radunò, prima a Magonza, verso la Pentecoste,
un'assemblea di 19 vescovi
suoi, e poi nel giugno a Bressanone un'altra riunione di vescovi e di signori
tedeschi e lombardi, In quest'ultima il cardinale Ugo Candido rinnovò le sue
acerbe calunnie contro Gregorio, aggiungendo che il papa attentava alla vita di
Enrico IV, ed era seguace dell'eretico Berengario, non chè simoniaco, mago e
legato con patti a Satana. L'assemblea decretò Gregorio deposto, e fu eletto, in
presenza del suo cardinale Ugo, l'antipapa Guiberto, arcivescovo di Ravenna,
scomunicato da Gregorio. L'antipapa si chiamò Clemente 111 e
ricevè tosto l'omaggio di Enrico, che gli s'inginocchiò
davanti e gli giurò di condurlo con un esercito a Roma, dove egli verrebbe
incoronato Imperatore (i. c., p. 383, Fonti sull'assemblea di Bressanone).
L'antipapa, dopo aver scomunicato il re Rodolfo e il duca
Guelfo, venne con gran pompa in abiti pontificali a Ravenna, mentre Enrico
disponevasi alla lotta contro Rodolfo e i Sassoni. Il 15 ottobre
io8o si combattè sulle rive dell'Elster, e i Sassoni furono vittoriosi, ma
vi restò ferito a morte Rodolfo. La morte di lui turbò le coscienze
superstiziose del tempo, che l'attribuirono a una vendetta di Dio perchè si era
opposto ad Enrico.
Così tutto sembrava aiutare la fortuna di Enrico.
Dopo la
follia di Bressanone.
Mentre il concilio di Bressanone deponeva Gregorio, questi
si. recava nell'Italia meridionale, per concludere un trattato di alleanza
con Roberto il Guiscardo, che più di una volta era stato scomunicato come
predone dei beni della Chiesa, e con grande abilità non si dichiarava nè per il
papa, nè per l'impero.
Roberto, sulla fine del 1077, assediò
ancora Benevento, e mandò milizie nella Campagna romana, nella marca d'Ancona,
sulle coste della Toscana, nel territorio di Marsi e di Spoleto. Benevento
resistette, e la scomunica del papa turbò la fortuna del conquistatore (J.,
marzo 1078).
Gregorio, in condizioni difficilissime, si rese amico
Roberto, un forte avversario, il quale si avvantaggiava del suo
vassallaggio, che durò per secoli nei re delle due
Sicilie. Alcuni giorni dopo, essendo il papa ancora a Benevento, gli
giungeva la notizia della sua deposizione, decretata a Bressanone. Riceveva
nello stesso tempo una lettera di Enrico, nella quale erano ripetute le accuse
mosse al papa da quel concilio, con l'imposizione di scendere dal soglio
apostolico, ribadendo il delitto principale di Gregorio di aver deposto un re
che poteva esser giudicato solo da Dio.
Gregorio doveva essere preparato a questa nuova battaglia ed
ora l'alleanza con Roberto poteva dargli più conforto a continuare nella
difesa della sua casa.
Da Ceccano egli inviava ai vescovi di Puglia e di Calabria
una lettera, nella quale affermava che l'atto di Enrico era un gesto da
disperato. “ La disperazione li ha spinti a quella follia; perché nè da
preghiere, nè per offerte di omaggi e di presenti sono riusciti ad ottenere
da noi il perdono dei loro delitti, a meno di sottomettersi al nostro giudizio
ecclesiastico, ed alla nostra censura temperata dalla misericordia, come è degno
del nostro ufficio » (Reg., VIII, ).
Intanto il difensore Roberto il Guiscardo mostrava più
avidamente il desiderio ai
arrivare al trono di Costantinopoli. Se ne presentava il
pretesto.
Michele Parapinace, inetto e pusillanime, rinunciò
all'impero e si ritirò in convento. Niceforo Botaniate raccolse l'infausta eredità.
Contro di lui si levarono altri pretendenti e i Turchi minacciavano l'impero
alle frontiere orientali. Roberto, che aveva dato una figlia in sposa all'imperatore Michele, credette opportuno
tentare l'ardua impresa. Aveva bisogno del papa, il quale, ritornato a Roma,
accolse il messaggio di Roberto e si lasciò persuadere della bontà di una
spedizione a favore di Michele, Gregorio mirava alla sua missione cattolica
in oriente, e la sua vasta mente lo portava ad influire nelle grandi questioni
mondiali (Reg., VIII, 6).
Aiutò quindi l'impresa, lodandola e confortandola in una
lettera ai vescovi di Puglia e Calabria del 25 luglio
1080 (i. c.).
Il papa si privava però di un aiuto necessario, mentre
Enrico IV si preparava ad assalire Roma.
In Lombardia aveva questi tuttavia amici potenti, i quali si
erano dati all'antipapa e avevano costretto Matilde, fedele alla Sede
Apostolica, a ritirarsi nelle sue terre fortificate. Gregorio, sulla fine del
febbraio del 1081, riunì il sinodo di quaresima, dove scomunicò di nuovo Enrico
e i suoi fautori (1., a.
1081; Reg., VIII, 20).
Al vescovo Altmanno di Passavia e all'abate Guglielmo di
Hirsau egli scriveva che non paventava la mossa di Enrico sull'Italia, ma
desiderava che venissero di Germania soccorsi alla forte Matilde. Ammoniva
insieme i Tedeschi di non correre troppo presto ad una nuova elezione,
affine di non pro muovere un inetto. La persona eletta doveva prestare
giuramento di dare alla Chiesa la necessaria sicurezza; ma quanto alla formula
stabilita, era consentito al legato Altmanno di farvi qualche mutazione; i seguaci di Enrico i quali
ritornassero alla Chiesa, dovevano essere accolti con benignità (Reg.IX, 3).
Enrico, nel marzo del 1081, col suo antipapa passava le Alpi
e celebrava la Pasqua in Verona. Il papa scrisse ai Veneziani proibendo ad essi
di comunicare con i colpiti dalla censura (Reg., IX,
8).
Il re aveva un esercito scarso. Sperava di rafforzarlo a
Ravenna e di guadagnare alla sua causa il Guiscardo. Ma l'astuto duca, dopo
la Pasqua del 1081 salpò per Durazzo. Enrico tuttavia si fece incoronare in
Milano re di Lombardia, e fece riconoscere Guiberto per pontefice col nome di
Clemente III.
Non ostante la fiera resistenza di Matilde di Canossa,
Enrico si presentava alla vigilia della Pentecoste, il 22 maggio
del 1081, alle porte di Roma. Ma i Romani tennero fede al papa. Enrico dovette
accontentarsi di farsi incoronare imperatore dal suo antipapa, sotto un
padiglione eretto in faccia alla città, e dato guasto ai dintorni se ne ritornò
in Lombardia (I., I, p. 650).. I suoi tentativi contro Firenze fallirono.
Intanto i suoi avversari di Germania il 9 d'agosto
eleggevano a re il conte Ermanno di Lussemburgo. Questi, dopo l'adesione dei
Sassoni, il 26 dicembre, fu incoronato dall'arcivescovo di Magonza a
Goslar, ma si dimostrò poco adatto all'impero.
Enrico per una seconda volta assediò Roma, senza frutto, per
tre mesi. Andò anche a vuoto il tentativo di allontanare, mediante l'incendio
della chiesa di S. Pietro, i difensori dei terrapieni e dei baluardi. Gregorio
ordinò ai soldati di star fermi alloro posto, mentre egli estinse l'incendio, e
ciò fu attribuito a miracolo (Liber Pone., II, 282;
v. Fonti).
Enrico fece prigionieri due legati del papa ed altri seguaci
di Gregorio, ma nel marzo del 1082 fu costretto di. nuovo a ritirarsi, lasciando
il suo antipapa a Tivoli, e dandosi a guastare i dintorni. Si fermò a Farfa
dove l'abate Berardo lo ricevè solennemente e lo protesse con provvisioni e
danaro.
Trascorsa la Pasqua, Enrico andò in Lombardia. Egli doveva
combattere ancora per vincere Gregorio e Matilde. Questa lo costringeva a
sostenere una guerra minuta e difficile negli Appennini e sul Po, dove ella
possedeva molte fortezze. Ma non si andava oltre gli incendi e le
devastazioni.
Per la terza volta il re tentò l'assalto di Roma, per sette
lunghi mesi. La devozione dei Romani a Gregorio, in questi tempi cosi difficili,
è prova eloquente dell'influenza che il genio del papa esercitava sul suoi
sudditi.
Stanco di aspettare, l'esercito tedesco investi con gran
vigore il Vaticano e la fortezza di S. Paolo, ma gli assalti fallirono. Gregorio
poteva alimentare la resistenza con l'oro del Guiscardo. Alla fine con furore i
Tedeschi si gettarono alla conquista di S. Pietro e il 4 giugno del 1083
entrarono nel tempio, cercando avidamente il papa. Ma Gregorio, sotto la
protezione di Pierleone, si era ricoverato in Castel Sant'Angelo. Enrico entrò
in S. Pietro. Si protestava disposto ad una riconciliazione, quando Gregorio lo
volesse incoronare imperatore; era anche pronto ad abbandonare l'antipapa
Clemente.
I Romani, stanchi dell'assedio e della fame, tempestavano il
papa perchè accettasse un accordo così giusto. Ma
Gregorio stette fermo, chiedendo prima ai re una piena e sincera soddisfazione dei suoi pubblici
delitti.
Enrico veniva invitato intanto da Alessio a recarsi nelle
Puglie per la difesa dei diritti bizantini. Desiderio, abate di
Montecassino, con Giordano di Capua si recarono a Tivoli per trattare col re
scomunicato e indurlo alla pace con Roma. Ma l'impresa falli. Enrico,
imbaldanzito dalla sua fortuna, non sentiva nessun desiderio di ripetere la
scena di Canossa. Si convenne con i -Romani che essi avrebbero spinto il
pontefice a raccogliere in novembre un gran sinodo; e frattanto si fece da loro
promettere che dentro in certo tempo egli avrebbe ottenuto la corona imperiale o
da Gregorio o da un altro papa (i. c.; Hugon. Chr.,
p. 461).
Vicino a S. Pietro edificò un castello, mettendovi
quattrocento cavalieri di presidio, indi mosse verso la Toscana, per costringere anche Matilde ad un
accordo. Matilde aveva con vivo dolore ma con cuore fermo assistito a tanto
disastro, cercando, come meglio le fosse possibile, di attenuarne le
conseguenze. In questo periodo si mostrò veramente di animo invitto, di coraggio
senza limài, di devozione a tutta prova. La coraggiosa donna non volle aver di
che arrossire dinanzi al suo grande amico che, circondato di nemici e traditori,
mirava da Castel Sant'Angelo con occhio impavido il suo destino.
Indisse Gregorio il sinodo, ma Enrico, non ostante il
salvacondotto promesso con giuramento a quanti vi concorressero, fece arrestare
molti prelati che si recavano a Roma, e parte ne fece prigioni, sicchè niun
vescovo dalla Germania e pochi dalla Francia vi poterono convenire. Gregorio
aprì il sinodo in Laterano, ai 20 novembre
1083, e con
ardenti parole infocò gli animi a perseverare costanti nelle aspre lotte della
Chiesa. Anche i Romani gli ritornarono fedeli, sdegnati per le crudeltà del
re e atterriti dall'epidemia che ne aveva distrutto il presidio (J. 20 nov.
1083).
Mentre gli agenti del re tentavano di preparargli la strada
a Roma con l'oro bizantino, egli, nella primavera del 1084, partiva per la
quarta volta all'assalto della città. Ai 21 di marzo entrò da porta S. Giovanni
e adesso con l'antipapa pose residenza nel Laterano; aveva seco la sposa e molti
vescovi e signori tedeschi e italiani. Gregorio era difeso da un manipolo di
uomini generosi e risoluti. Enrico raccolse un parlamento dei Romani, degli
ottimati e dei vescovi del suo campo, ed ingiunse a Gregorio di comparirvi. Il
papa si rifiutò e venne dichiarato deposto, riconoscendosi con tutte le forme
Clemente III (J., I, p. 651).
Costui nella domenica delle Palme fu messo dentro in
Laterano e consacrato da alcuni vescovi lombardi. Nel giorno di Pasqua,
31 di
marzo, dopo una debole resistenza del partito di Gregorio, egli incoronò Enrico
e Berta sua moglie in S. Pietro; i Romani conferirono all'imperatore la podestà
di patrizio. Si deliberò poi intorno all'amministrazione della città. Clemente
si f6rmò una corte ed i suoi atti giudiziari furono segnati con gli anni del suo
pontificato.
Enrico allora deliberò l'ultimo colpo alle fortezze del
partito gregoriano, desiderando la gran preda. Il nipote di Gregorio si arrese
dopo eroica e disperata resistenza. Così le altre rocche vennero
smantellate. Il Castel Sant'Angelo era preso d'assedio, mentre i messi
pontifici correvano a chieder aiuto a Roberto il Guiscardo nella Campania. Come
il re normanno sentì del peri-colo del papa, pensò di liberarlo. Sul principio
di maggio si pose in cammino con seimila cavalli e trentamila fanti. Desiderio
di Montecassino avvisò il papa di questo arrivo, ed anche l'imperatore. Questi
era impreparato a resistere. Fece smantellare le torri del Campidoglio e
della Città Leonina, disse in un parlamento che le cose di Lombardia lo
richiamavano, promise di ritornar presto e partì. Addì 22 maggio
si incontrò con Clemente III per la strada Flaminia e andò a Civita Castellana.
Intanto i cavalieri del Guiscardo giungevano a Roma, il 24 di
maggio. Sull'alba del 28 maggio, le sue milizie salirono da porta S. Lorenzo,
abbatterono Porta Flaminia, lottarono contro i Romani accanitamente, riuscirono
a liberare il papa e, fra le acclamazioni, lo condussero in Laterano.
I Normanni però saccheggiarono la città, ed i Romani che si
difesero furono barbaramente trattati. Incendi e distruzioni ebbe a costare
questa impresa di liberazione e Gregorio ne pianse certamente.
Gregorio lasciò la sua città in mine e si recò con la triste
compagnia a Montecassino presso l'Abate Desiderio, e di qui a Salerno, ove sulla
fine del 1084, rinnovò la scomunica contro Enrico e l’antipapa, e indirizzò una
lettera enciclica ai fedeli intorno allo stato della Chiesa.
Nel gennaio del 1085 sì riunì
un'assemblea per un componimento pontificio in Germania. I rappresentanti
del papa e dell'imperatore non riuscirono però ad una soluzione pacifica. A
Quedlinburg il cardinale Ottone di Ostia, legato del papa, in un concilio
rinnovò la scomunica contro l'antipapa. A Magonza i
seguaci di quest'ultimo confermarono la deposizione di Gregorio (cfr.
HERGENR., o. c., IV,
40).
L'abate Desiderio di Montecassino provvedeva con molta
liberalità ai bisogni del papa esiliato, il quale forse sperava ancora di
poter rientrare a Roma. Ma il Guiscardo era già. ripartito per l'Illiria,
lasciando Gregorio nel più triste isolamento.
Papa Gregorio a Salerno aveva designato alcuni cardinali per
succedergli, fra i quali l'abate Desiderio, il cardinale Ottone di Ostia, Ugo
arcivescovo di Lione, Anselmo vescovo di Lucca. Prima di morire aveva dato
l'assoluzione a tutti gli scomunicati, eccetto Enrico, l'antipapa e i capi della
fazione avversa alla Chiesa (l. c.).
Morì il 25 maggio
1085, ed ebbe umile sepoltura nella chiesa di S. Matteo a Salerno. Giovanni da
Procida, sul semplice avello, fece edificare una sontuosa cappella.
Prima di morire si dice che esclamasse: “ Amai la giustizia
e odiai la colpa, perciò muoio in esilio” (PAOLO DI BERNR., Vita Gr.
VII, 109).
Queste parole rivelano la mestissima verità che gli uomini
veramente grandi non trovano che martirio. In bocca a Gregorio mettevano in
rilievo la sua indole fiera; egli dopo aver combattuto per un alto ideale
spirituale, muore senza vederlo raggiunto, persuaso di aver lottato per il bene
ma anche di aver lasciato dietro a sè gravi rovine materiali e spirituali. La
Chiesa romana lo noverò fra i santi.
La sua opera arrivò alle parti più lontane della Chiesa.
Influì nella Spagna per la disciplina ecclesiastica e per la difesa del
matrimonio cristiano, proibendo al re nozze contrarie alle leggi della
religione (FLICHE, O. C., Il,
350).
Alla chiesa di Cartagine, nel settembre del 1073, scrisse
per confermare l'autorità del vescovo Ciriaco; consacrò Seriando primo re della
Mauritania; mandò legati al re mussulmano Annesir. Nel 1076 diede il titolo di
re a Demetrio duca di Dalmazia e Croazia; nel 1077, a Michele principe. degli
Slavi. Con Boleslao re di Polonia fu in cortesi relazioni, finchè dovette
scomunicarlo, quando l'8 maggio del 1079, assassinò di sua mano Ladislao vescovo di Cracovia. Col re
Salomone di Ungheria mostrò un atteggiamento fiero valendosi di antichi diritti
che Roma vantava su quel regno sin dal tempo di S. Stefano, per obbligarlo a non dare aiuti ad
Enrico IV, nel 1074. Influì nelle questioni vescovili della Boemia e negò a
Vradislao re il permesso di usare la lingua slava in chiesa (o. c., cfr. md.).
Il suo Registro è monumento importante per le sue vaste
relazioni e i suoi grandi disegni. Vi sonO sue lettere ai principi di Danimarca
Svenone, Aroldo, Canuto; ad Olao re di Norvegia, a Guglielmo il Conquistatore,
re d'Inghilterra. Guglielmo si ribella però alle pretese di Gregorio,
scrivendogli tuttavia con molta deferenza; nè il papa potè dirsi fortunato in
questa relazione come con altri principi del tempo (v. Fonti).
Nel 1076, mentre
afferma i suoi diritti sulle terre normanne, cerca d'im-porsi ai giudici che
governano la Sardegna, ed anche sulla Corsica, dove mandò come suo legato il
vescovo di Pisa Landolfo (Reg., VIII, Io; V, 4; VI,
12).
Questa sua sovranità universale con la quale egli tendeva a
trovare vie aperte alla missione della Chiesa, era spesso gradita ai principi
che se ne giovavano per i propri interessi politici, e urtava molte volte
contro invincibili difficoltà.
In una lettera del 1076 ai principi ed ai vescovi della
Germania affermava la sua missione spirituale: “In questi giorni di pericolo, in
cui l'anticristo si agita in tutte le sue membra si troverebbe invano un uomo
che preferisca sinceramente l'interesse di Dio ai suoi propri comodi. Voi mi
siete testimoni che nessuna idea di secolare potenza mi ha spinto contro i
principi cattivi e i sacerdoti empi, ma la comprensione del mio dovere e della
missione della Sede Apostolica. Meglio per noi subire la morte da parte dei
tiranni, che col nostro silenzio renderci complici dell'empietà » (Reg., IV, 1).
E’ pur vero che il suo epistolario risponde a determinate
necessità e impone spesso un contegno ufficiale. Ma abbiamo molte sue lettere
confidenziali che tradiscono i moti più intimi dell'animo. Il Regesto contiene
generalmente I 'espressione più genuina delle sue dottrine, e da questo è
necessario attingere per conoscere profondamente la figura e l'opera del grande
pontefice.
I principi su cui egli fondava la sua resistenza erano
sostenuti da autori ecclesiastici anteriori e furono difesi da altri dopo la
morte di Gregorio. L'opera gregoriana va studiata tenendo conto che questo papa
aveva di mira la riforma del clero e si imponeva quindi una lotta decisa contro
l'investitura laica.
Giudicato diversamente dai suoi stessi contemporanei, anche
la storia ha continuato a scrutarne le azioni e il loro preciso valore. Le
diverse conclusioni, favorevoli o contrarie a lui, sono però sempre
testimonianza della sua grande anima.