GLI OCCHI DEL CAIMANO

(Amazzonia 1988)


Ho dato appuntamento a Cristina all'aeroporto di San Paolo.
Il mio aereo è giunto da Roma solo mezz'ora prima del suo.
E' partita da Los Angeles dove sta frequentando un corso di Inglese.
Viviamo le spiagge di Rio e respiriamo il sole di Baja.
La mente, tuttavia, si proietta a nord, oltre la macchia compatta del verde e l'arida, geometrica architettura di Brasilia.
La prima spontanea impressione è quella di immergerci in un bagno di sauna all'arrivo a Manaus.
L'umidità dell'aria è assurda e il caldo cola l'asfalto della pista.
Una corsa in taxi e il rifugio in un alberghetto del centro.
La prima cosa che si nota alla prima doccia è l'acqua scura che massaggia la pelle.
Un colore da "Coca Cola" che, dapprima, ti fa pensare ai più strani fattori inquinati, poi ti rendi conto che l'unica fonte idrica è il Rio delle Amazzoni che le alghe nere colorano di catrame.
La grande piazza dell'Opera brulica di gente e di piccoli ristoranti all'aperto.
Ci sediamo e ci portano grossi pesci fritti e frutta tropicale.
Sono lunghi tavoli dove ognuno prende posto dove vuole.

am-canoa.jpg (6831 byte)


Chiacchieriamo felici, Kris e io, nella stupenda convinzione di calpestare terre da sempre sognate, di vivere esperienze non comuni, di respirare realtà apprese solo da libri d'avventure.
Libertà è mangiare ad un tavolo di legno senza tovaglie che sanno di bucato.
Libertà è gettare a terra gli avanzi del desco imitando la gente del luogo.
Libertà è bere in tazze scolpite da mani di rozzo artigiano in legno di eucalipto.
Libertà è sedersi su panche vecchie e cigolanti dove il tempo ha lasciato le crepe.
Noto che dietro i commensali si forma una fila di ragazzini.
Portano calzoncini sdruciti e magliette bucate.
Il motivo lo capisco solo quando l'avventore si alza e, come uno sciame d'api si getta sul cespuglio di fiori, assalgono gli avanzi dei piatti.
Questa è vera fame, Dio mio! Il pensiero torna al paese, torna allo studio pediatrico che, ogni mattina, apro ai bambini della zona.
Penso con fastidio alle mamme che si disperano per l'anoressia dei figli, come se il fatto di non mangiare più delle aspettative dei genitori fosse un evento tragico e degno di urgenti e irrinunciabili cure.
Chiamo il gestore del ristorante e gli chiedo di preparare i piatti per i ragazzi.
Mi risponde (il portoghese è facile da interpretare) che non può essere fattibile perché i turisti (quattro gatti) non lo gradirebbero.
Ci carichiamo, allora, panche e tavoli sulle spalle e, fra le proteste del cameriere che non considero affatto, ci spostiamo di una cinquantina di metri.
Con una gran manata che fa sobbalzare il banco del cassiere poso una manciata di crusados che hanno l'efficacia di calmare il padrone e di convincerlo a portare i cibi.
Mi commuovo alla vista dei ragazzi che siedono allegri e vocianti ai tavoli di legno e che s'abbuffano di pane e di pesce, gettandoci furtivamente sguardi di approvazione e di riconoscenza sopratutto all'arrivo del dolce.
Nel successivo vagabondare conosciamo una coppia di sposi attorno ai quarant'anni e un ragazzo americano che, solo solo, sta terminando il giro del mondo.
Ci accomuniamo per entrare in foresta.

am-casa.jpg (6141 byte)


Noleggiamo un barcone a motore e un indios che ci farà da guida.
Fondo piatto, lungo sette-otto metri, una cabina con posto di guida, alcune amache appese.
Si pilota a turno prendendo il largo sul Rio Negro navigando in favore di corrente fino alla confluenza del Rio delle Amazzoni.
Le acque di colore diverso, giallastra l'una, nera l'altra, prima di fondersi e mischiarsi, percorreranno diversi chilometri.
Deviamo a sud e ci addentriamo nella foresta che il fiume ricopre abbondantemente per la piena della piogge dell'ovest.
Dingo, l'aborigeno, taglia un pollo a pezzi e lo getta sul fornelletto a gas.
Le birre finiscono ben presto e si deve passare all'acqua.
Il sole picchia furibondo e irrispettoso; improvvisi acquazzoni leniscono la pelle abbrustolita.
Da bere c'è solo l'acqua del fiume.
Fa una strana impressione portarsi alle labbra il liquido nerastro.
Poi ci si ricorda che non è altro che l'effetto di microscopiche alghe e ci si fa coraggio.
Tutto sembra filare per il verso giusto quando, dopo due ore di navigazione, il motore si rifiuta di proseguire il suo monotono brontolio, la barca s'arresta di colpo e il timone rimane inceppato.
Attraverso i riflessi che danzano sullo specchio brunito s'intravvede l'elica ricoperta e aggrovigliata dalle erbe alte e lanceolate del fondo.
Un bel pasticcio che comporta, ovviamente, il fatto che qualcuno vada là sotto a districare il maledetto imbroglio.
La cosa non sarebbe difficile, poiché un metro e mezzo di profondità non rappresenta certamente un problema, ma si da il fatto che l'acqua pulluli di piranha.
Sono pesci d'una ventina di centimetri d'una voracità assurda.
Si narra che sarebbero capaci di spolpare un bue in pochi minuti.
L'iniziativa la prende, come dev'esser ovvio, la nostra guida, non prima di mostrarci la mano sinistra monca di tre dita andate in pasto ai predatori affamati.
Ci si organizza ben presto: mentre a turno ci immergiamo per l'operazione che si rivela più complicata del previsto, gli altri battono furiosamente l'acqua con i remi in dotazione.
L'impresa comporta una buona ora di lavoro.
Poi, finalmente, il motore riprende a cantare sputando nell'aria il suo fumo puzzolente e l'elica frulla veloce le acque quiete che giocano fra i tronchi alti della foresta.
Sembra di navigare in un labirinto verde.

 

am-fiume.jpg (6093 byte)


Qualcuno si è già addormentato sulle amache che dondolano lente e cantano un ritmico cigolio ad ogni rullio della barca.
Solo dopo un'ora ci incanaliamo in un corso largo e tranquillo.
Milioni di farfalle bianche volano a sciami da un margine all'altro nella stessa direzione verso un misterioso appuntamento.
Finalmente avvistiamo la chiatta e approdiamo.
Una base di tronchi che galleggiano sul fiume trattenuta da grosse corde metalliche agli alberi della riva su cui si elevano, su due piani, rudimentali stanzette dalle pareti di legno.
Kris e io scegliamo quale occupare e depositiamo il sacco degli indumenti.
Ho un bel daffare a far sloggiare due scimmie pettegole che si stanno spulciando sulle brande che dovremo occupare.
Sulle reti nude distendiamo le coperte prelevate dal barcone.
Dovremo, poi, pensare alla cena; gli occhi si son riempiti di sole e di quadri insperati, ma lo stomaco rimane volgarmente vuoto.
Attacchiamo uno spago ad un'estremità di un ramo e saldiamo all'altro capo un filo di ferro piegato ad uncino.
Dingo ha riservato una parte del pollo da usare come esca e iniziamo la pesca.
Penso alle arborelle che sul lago d'Iseo tentavo di catturare con quei maledetti ami microscopici che mi bucavano spesso le dita nell'attaccare il Piranha cagnotto.
Non si decidevano mai ad abboccare, anzi, probabilmente astute e maliziose dal continuo esercizio, riuscivano a mangiucchiarsi il vermiciattolo a più riprese lasciando, alla fine, l'uncino nudo e crudo.
Qui, tuttavia, è ben diverso.
I piranha azzannano con violenza il boccone e ingoiano il ferro sin nello stomaco.
In pochi minuti il sacco di juta si riempie di pesci.
Son duri a morire: dopo mezz'ora Kris avvicina un bicchiere di plastica al muso d'una preda che lo sbriciola sotto i morsi feroci dei denti aguzzi e assassini.
Il padellone sfrigola sul fuoco acceso coi rami più secchi e la cena non è mai stata più saporita e gradita.
La sera scende quasi improvvisa.
Accendiamo le candele e le infiliamo nelle scatole vuote della birra.
Poi ci ritiriamo nelle stanze.
Mi affaccio al balcone di legno e ascolto i rumori della notte.
L'acqua si agita a tratti e rompe in mille lumi il riflesso
della luna piena.
Dal folto della foresta buia s'ode distinto lo squittio di una scimmia e il richiamo degli animali notturni.
Un ramo si spezza con uno schiocco secco e lo scricchiolio della chiatta trattenuta dalle corde che si tendono alla corrente pigra ora si sente distinto e lamentoso.
Passiamo i giorni in lunghe esplorazioni posando i passi nel terreno umido e morbido che abbraccia i tronchi alti che elevano altissime chiome rigogliose che non permettono d'intravvedere il cielo.
I passaggi più difficili si superano aggrappandoci alle liane che penzolano numerose che, in voli radenti, ci portano a superare l'ostacolo imprevisto.
Queste propaggini servono anche a dissetarci: un colpo netto del machete (Dingo lo rotea a larghe bracciate per aprirci il percorso nella vegetazione intricata) ne stacca un'estremità e la linfa cola abbondante, limpida e fresca.
Si assaporano frutti sconosciuti, si raccolgono gli ananas dai bassi cespugli, bacche d'ogni colore dai rami più accessibili.
Kris, l'americano e io questa notte vogliamo
gustare un brivido nuovo.
Verso l'una, quando la luna s'è nascosta dietro le cime degli eucalipti più alti, pagaiamo la canoa allontanandoci dalla chiatta.         
Remiamo in silenzio per non sfregiare il silenzio dell'ora.
I bordi sfiorano l'acqua e la chiglia la taglia leggera.
I raggi stretti e violenti delle nostre torce elettriche sciabolano il buio per cercare e trovare due piccoli punti lucenti sulla superficie del fiume.
Siamo alla ricerca dei caimani che pullulano le acque della foresta.
All'impatto della luce delle pile i loro occhi si accendono come fari d'argento.
Due perle di fuoco brillano immobili a pochi metri dalla canoa.
Puntiamo le torce verso il bersaglio e pagaiamo in quella direzione con bracciate lente e silenziose.
Scivoliamo d'un poco a lato sempre mantenendo col braccio disteso la luce negli occhi.
E diamo inizio al gioco.
Il più vicino alza la mano e la batte con forza sul muso del rettile.
Il caimano scompare sott'acqua con un guizzo improvviso e violento.
Ora le mani si stringono ai bordi della canoa nella spasmodica attesa che ricompaia in superficie, augurandoci che emerga più lontano e che il colpo di coda non colpisca e rovesci il nostro guscio.
Risaliamo le onde del ritorno dopo due ore.
Ci salutano i mugugni delle scimmie, i balzi dei piranha sulla tavola piatta del fiume, il volo radente e silenzioso dei pipistrelli che cacciano le falene della notte.
Questa notte ripartiamo con la stessa canoa per scoprire i rumori e le voci più recondite della foresta. Risaliamo il fiume pagaiando piano per non ferire il silenzio. Ci accompagna e ci rischiara il cammino la luce fredda della luna mentre il caldo umido appiccica ai corpi le camicie. Il ronzare degli insetti è ossessivo e le falene sfiorano e feriscono i visi.
Il corso principale si biforca spesso in rami secondari che imbocchiamo senza una meta sicura e dove l'istinto ci conduce. Smetto di remare e restiamo immobili sulle onde. Il silenzio ore è totale e a poco a poco respiriamo l'ambiente che non è certo   addormentato.

am-fore.jpg (7119 byte)

Si muovono a tratti le cime degli alberi più alti e i mugugni delle scimmie si alternano ai toni gutturali degli uccelli notturni. A tratti si odono rumori a pelo d'acqua e lo specchio s'increspa rompendo la luna in mille scaglie d'argento. L'evenienza peggiore che ci potrebbe capitare sarebbe d'incontrare l'anaconda, l'enorme rettile assassino che potrebbe avvolgere fra le spire corpi d'uomini e d'animali. Occhi curiosi e fosforescenti punteggiano la riva e ci fan sapere di non essere soli. Riprendiamo a remare verso un ramo secondario che s'insinua fra cespugli alti e tronchi riversi sulla riva. Frattanto la luna continua la sua strada nel cielo e scompare verso est celandosi dapprima fra le cime alte degli alberi della gomma saettando a tratti i raggi bianchi e scomparendo, poi, oltre le chiome scure degli eucalipti.
E' trascorso un paio d'ore e ci accorgiamo che il dedalo dei canali ci impedisce il ritorno. Approdiamo su un tratto libero dalla sterpaglia e traiamo a secco la canoa. Ci accucciamo sull'erba alta della riva e attendiamo l'alba che non dovrebbe farsi attendere a lungo. La torcia elettrica sferza l'area della stretta radura inseguendo i rumori che sempre più frequentemente rompono il silenzio stagnante. Il fruscio fra i rami si fa più intenso e una tribù di scimmie curiose si avvicina e ci circonda.
Non so se farle fuggire o lasciare che continuino indisturbate i loro vivaci commenti sugli ospiti occasionali del palcoscenico delle loro scorribande e della loro più sfrenata libertà. Non sarò io a fare la prima mossa. Una di loro, forse la più intraprendente, si avvicina a Cristina e allunga una zampa infilandola fra i capelli. I miei occhi sono ormai assuefatti al buio e notano la sua espressione attonita e tesa. Le sussurro di lasciar fare. La scimmia le sfila con delicatezza il cerchietto che le ferma e incornicia la chioma bionda e si ritira con movimenti lenti verso l'interno della foresta. Non succede, per fortuna, null'altro.
Frattanto il bagliore chiaro che tinge il cielo di rosa rischiara lentamente questo piccolo scampolo del mondo infinito dell'Amazzonia. Sentiamo richiami lontani. Sicuramente Dingo e gli altri si son messi alla nostra ricerca ancor prima dell'alba. Con l'accendino diamo fuoco ad alcuni sterpi e rametti che raccogliamo e disponiamo per un estemporaneo falò. Il fumo, favorito dall'umidità dei legni, si leva alto e si diffonde tutt'intorno segnalando la nostra posizione. La teoria delle canoe ora ridiscende il fiume riempiendo le rive di voci e di richiami allegri e sereni.