La globalizzazione

La globalizzazione è il processo che si sta verificando in questi anni e che sta portando le economie di tutto il mondo ad interagire sempre più fra di loro fino a fondersi, costituendo così un unico grande mercato globale.

Questa definizione inquadra la globalizzazione come un processo essenzialmente economico, ma in verità, soprattutto a partire dagli anni ‘80, il fenomeno è stato anche di tipo sociale, tecnologico e politico. Difatti, si sente parlare sempre più spesso di “globalizzazione dei diritti”, e perciò di emancipazione femminile in tutte le parti del mondo, rispetto dei diritti umani e via dicendo.

Anche sotto l’aspetto dell’informazione viviamo in un mondo sempre più globalizzato, con notizie che ci arrivano praticamente in tempo reale dai più remoti angoli del pianeta.

Il processo di globalizzazione è sostenuto da alcuni e contrastato da altri. Politicamente, i sostenitori della globalizzazione sono i partiti di destra, cultori del libero mercato. Essi asseriscono infatti che lasciando il mercato libero, questo si auto-regola e quindi tutte le nazioni in cui viene attuato traggono benefici. Questi partiti vedono la globalizzazione come l’espansione della libertà e del capitalismo.

Un’altra corrente di pensiero, anch’essa favorevole al processo, pensa che la globalizzazione dovrebbe essere composta da una prima fase di costruzione delle istituzioni democratiche laddove manchino, in modo che possa essere rappresentato il volere dei cittadini, senza che questo debba obbligatoriamente coincidere con idee liberiste.

A sostegno della loro tesi, i favorevoli alla globalizzazione sostengono che le tesi dei no-global sono aneddotiche, mentre portano statistiche che dimostrerebbero la bontà del fenomeno, come l’allungamento della prospettiva di vita anche nei paesi africani rispetto a quella del 1945, l’allargamento del suffragio universale in pressoché tutte le nazioni del mondo, la diminuzione del lavoro minorile dal 24% nel 1960 al 10% del 2000, l’aumento dell’accesso all’acqua pulita, all’auto, all’elettricità da parte della popolazione dei paesi in via di sviluppo.

Il processo di globalizzazione viene duramente contrastato dai c.d. no-global , talvolta anche in modo molto violento; questo movimento è composto prevalentemente da anarchici, socialisti, social-democratici ed eco-socialisti, ma anche alcune ONG per lo sviluppo dei diritti umani sono contrarie alla globalizzazione. Questi chiedono diritti sul lavoro, equiparazione dell’uomo e della donna, attenzione all’ambiente, libertà di migrazione, preservare le culture delle persone indigene, sicurezza nei cibi e una abolizione o riforma del capitalismo. Nonostante i partecipanti al movimento pensino che la realizzazione degli obiettivi sia complementare tra loro, la varietà e la diversità dei propositi fa sembrare il movimento povero di contenuti, di coerenza e di cause realistiche. Il movimento è molto eterogeneo. Al suo interno, si trovano infatti diversi punti di vista sulla globalizzazione, con conseguenti diverse strategie e tattiche. Il movimento è l’eredità dei sessantottini europei e dei manifestanti contro la guerra in Vietnam per quanto riguarda gli USA. Le loro manifestazione sono cominciate a Seattle nel 1999 e a Genova nel 2001.

Alla base della protesta sta il fatto che, secondo loro, i grandi gruppi finanziari influiscono in maniera determinante nelle decisioni prese dai governi locali, deboli rispetto a queste ultime. In particolar modo, le multinazionali sembrano avere certi privilegi che molte persone umane non hanno, come muoversi liberamente attraverso i confini nazionali, estrarre materie prime in qualunque luogo, utilizzare manodopera molto differenziate, talvolta anche minorile. Questo può portare a danni irreparabili nel capitale naturale di un popolo e della sua biodiversità. Essi insistono anche sul fatto che, se i confini sono aperti per i capitali, devono diventare aperti anche per le persone.

Secondo alcuni, i no-global sono la risposta al neoliberismo iniziato da Margaret Thatcher e Donald Reagan, consistente in una politica del laissez-faire su scala globale favorendo la liberalizzazione sui mercati interni, portando così ricchezza nei paesi più poveri a scapito di quelli più ricchi; su questo punto gli attivisti sono in forte disaccordo, anzi aggiungono che questa politica possa mettere in pericolo le istituzioni democratiche più deboli.