La miniera di Libiola fu intensamente coltivata nel secolo scorso
e fino agli anni cinquanta di questo, ma la mineralizzazione era certamente
nota nell'antichità.
Il minerale utile era la calcopirite, la manodopera femminile effettuava la
cernita del tout venant estratto.
Il rame venne anche estratto col metodo della cementazione: facendo passare
le acque provenienti dalle gallerie su trucioli di ferro si otteneva la precipitazione
del rame metallico.
Libiola è stata la più grande miniera di rame italiana. Le gallerie si spingevano
in profondità giungendo al livello della strada di fondovalle; dietro al gruppo
di edifici abbandonati che si incontrano sulla strada asfaltata, prima di iniziare
la salita a Villa Libiola, si trova ancora lo sbocco della galleria di ribasso.
L'esplorazione attuale di quesa miniera è paricolarmente pericolosa a causa
della natura franosa della roccia e delle travature ormai completamente crollate.
Inoltre l'ossidazione dei solfuri toglie ossigeno alle gallerie più profonde
e crea acido solforico che avvelena le acque e corrode le strutture.
Non è neppure da escludersi la presenza di sacche di velenoso acido solfidrico.
Un testimone mi raccontava di aver assistito alla improvvisa e violenta fuoriuscita
di un torrente d'acqua dalla galleria di ribasso, probabilmente a causa del
crollo di una ostruzione in qualche galleria allagata.
Curioso è assistere alla formazione di una fumata di vapore in uscita da uno
degli ingressi alti, particolarmente visibile nelle giornate fredde, testimonianza
di collegamenti ancora esistenti tra i livelli superiori e quelli bassi.
Un giorno mi sono inoltrato in una discenderia arrivando ad una grande sala.
Mossi pochi passi mi sono reso conto di camminare su un tetto di travature marce,
ma quando mi sono voltato per andarmene mi sono trovato di fronte una decina
di gallerie che si dipartivano dalla sala e non avevo posato un filo di Arianna!
E' stato un brutto quarto d'ora.