Il diario di 

RENZO PAGLIANI 

Bersagliere nel battaglione "Zara" 

(Diario raccolto da Walter Amici. Le note in corsivo sono dell’autore o tratte dal volume del Gen. Elio Ricciardi edito da Anvgd Gorizia - I Bersaglieri in Dalmazia e lo Zara)

Di leva (Classe del 1920- 11 aprile) all'età di 20 anni, arrivai a Zara via mare (da Ancona unica strada possibile). Benché la guerra in Europa fosse già dichiarata il clima non era ancora teso. I rapporti con il Regno di Jugoslavia, anche dopo l'inizio del conflitto (giugno 1940) e della campagna d'Albania (ottobre 1940), rimasero distesi. grazie alla sua neutralità. A dissipare le illusioni, venne la sera del 27 marzo 41, il colpo di stato attuato in seno alla casa regnante che ribaltò le posizioni neutrali. Lo svantaggio numerico delle nostre forze a Zara ci fece propendere per un'azione di difesa. Dal 31 marzo al 6 aprile, tutto il naviglio disponibile traghettò verso l'Italia donne e bambini sfollati non in grado di sostenere un assedio riportando al ritorno uomini, mezzi e materiali. Una nave cisterna (acqua) stazionava in porto. Alle 23,5° del 5 aprile giungeva dallo S.M. l’ordine di movimento e il mattino dopo si lasciava la caserma per un luogo all’aperto (Parco Regina Elena - fuori Porta Terraferma). Il giorno 9 (aprile) tre caccia Jugoslavi piombavano sulla città per una rapida e imprecisa incursione. (L’aviazione jugoslava era dotata anche di aerei tedeschi e italiani e subito si creò una certa incertezza negli addetti all’antiaerea). Venerdì Santo (11 aprile 1941) nella notte in assenza di loro mosse i nostri comandi decisero per una uscita in esplorazione. Sabato mattina (ore 12) le nostre avanguardie giunsero in vista di Bencovac a 27 Km verso l’interno. Si sentiva sparare dal paese e qualche pallottola ci sibilava sopra. Quando il Colonnello Morra comandante la colonna che comprendeva lo Zara diede l’ordine di attacco dal paese uscirono con bandiera bianca Sindaco e parroci (cattolico e ortodosso). Ai bersaglieri, partiti senza biciclette, furono di nuovo distribuite per l'ulteriore distanza da superare di 57 km fino a Knin (Tenin all'italiana). La mattina di Pasqua il primo obiettivo profondo in territorio nemico era quasi raggiunto. Mentre un’altra colonna procedeva verso Biograd (Zaravecchia) ex capitale della Dalmazia il nostro percorso saliva a Chistagne, Stara Straza e Tenin. Il comandante della gendarmeria a Bencovac aveva messo a disposizione la sua Auto Union al Colonnello Morra che lungo la salita di Chistagne ebbe modo di sfruttarla quando scambiato per lo Jugoslavo arrivò nella piazzola di una batteria allarmata solo in quel momento. Dopo due giorni di movimento anche la salita di Chistagne da dura divenne pesante per il reparto che dovette a tratti scendere di sella. Il nodo ferroviario era difeso e non restava altro che occupare le migliori posizioni e attendere l'arrivo di rinforzi. Il lunedì di Pasqua questi arrivarono con le divisioni Celeri e Autotrasportate che dall'Italia in 4 giorni avevano percorso oltre 400 chilometri. Mentre l’82° alle 21 riprendeva l’azione i bersaglieri, biciclette alla mano appoggiandosi al manubrio per la stanchezza e per il sonno stavano percorrendo gli ultimi chilometri. Giunti al ponte che aveva le rampe saltate, messe in spalla le biciclette lo superarono utilizzando pali di legno buttati tra i pilastri. In testa il primo plotone della 10° cp del ten. Steinbach si vide venire incontro alcuni notabili che gli offrivano la resa. A Knin, sul ponte interrotto, passarono quindi gli uomini dello Zara il 15 aprile. La Torino non impegnata proseguiva da Stara Straza su Zaravecchia (Biograd) e Sebenico che cadeva il 15. L'armistizio entrò in vigore il 18. Ci assegnava altre 4 province costiere con le isole, Sebenico, Trau (Trogir), Spalato (raggiunta il 25), ma non Ragusa ed una fascia smilitarizzata confinante, facente parte del nuovo Regno Croato Ustascia di Pavelic, da controllare. Ironia della sorte, il Re nominato era un Italiano, Ajmone di Savoia Aosta Duca di Spoleto che assumeva il nome di Tomislav II. Non avrebbe mai messo piede in Croazia. Questa fascia all’atto pratico si dimostrò utile perché in tali zone la popolazione di origine Morlacca e ortodossa e quindi identificata coi Serbi veniva perseguitata dai Croati Ustascia. La presunta affinità politica fra il regime e Pavelic aveva giocato a favore di quest’ultimo agli occhi di Hitler. Tutto il resto della Jugoslavia era diviso eccetto una parte della provincia di LUBIANA ma non la Capitale, a favore dei tedeschi e da questi controllato militarmente, Croazia compresa. Passavamo ora alle dipendenze della divisione Bergamo di stanza a Traù a Sud, per il controllo di strade e ponti. Il 2 giugno, festa dello statuto, grande sfilata sul lungomare di Spalato. L'intenzione di Pavelic di creare uno stato di soli croati, come d’altronde oggi, dava inizio ad una pulizia etnica col solo fine di espellere con qualsiasi mezzo, serbi (cetnici e non) ortodossi e mussulmani dai territori sui quali questi vivevano da secoli, con l'aggiunta d'Ebrei e Zingari in osservanza delle nuove direttive tedesche. Nella zona smilitarizzata assegnata all'Italia, dopo i primi massacri perpetrati da bande croate ustascia, ci fu una netta presa di posizione del nostro alto comando. A fine agosto eravamo già schierati a Gracac interposti fra croati e ortodossi. L'incontro in aperta campagna con impiccagioni e carneficine sommarie era la regola. I cetnici che avevano preso le armi, erano partigiani monarchici che si opponevano sia ai tedeschi sia ai nuovi partigiani (comunisti) di Tito. Con gli italiani per vecchie ragioni storiche (Nel 1915 l'esercito del regno di Serbia, dopo l'attentato di Sarajevo e lo scoppio del conflitto, era stato messo in salvo in Italia) mantennero sempre ottimi rapporti, anche di collaborazione militare. Una di queste bande era comandata da una donna; non faceva prigionieri secondo la regola in essere fra le loro bande. Nonostante i rapporti, una legione croata ha militato aggregata all'esercito italiano in Russia nel 1942 a fianco del 3° e 6° reggimento bersaglieri. Una divisione di Croati e una di mussulmani bosniaci invece in organico all'esercito tedesco. Qui su queste impervie montagne in mezzo a sterminati boschi ci trovammo a fianco anche i bersaglieri di Bologna del 6°. Era ottobre ed anche per me era giunto il momento di una licenza (10+2). Il rispetto dei tempi di rientro dalle licenze, via mare e terra su linee intasate di convogli, fece sì che arrivassi con 3 giorni di ritardo, col battaglione che era già stato trasferito a Sanski Most, punto più avanzato in Bosnia oltre la fascia di controllo in quella che veniva chiamata 3 zona. Un giorno di camion su strade impercorribili e il tenente che minaccia di mandarmi a Gaeta, cosa che avrei anche accettato se non avesse subito ritrattato. La zona era al momento calma (abitata in maggioranza da mussulmani) e stava per iniziare un inverno lungo con nevicate di quasi 2 metri. Noi eravamo isolati e bloccati, ma anche gli avversari lo erano. Questi avversari ormai erano indistinguibili fra bande etniche e partigiani comunisti alle prime mosse. Gli scarsi rifornimenti arrivavano dal cielo o in slitta. I partigiani di Tito, passato l'inverno, iniziarono operazioni a largo raggio cui l'esercito regolare dei domobranci croati non sapeva porre freno. La ferrovia Knin-Gracac, con le sue gallerie, fu spesso inutilizzabile e bersaglio di continui attentati. Passati sotto il comando della divisione Sassari ci fu ordinato di ripiegare di nuovo su Knin. A noi si era aggiunto il 31° battaglione del 4° bersaglieri. Dal 5 al 19 maggio 1942 si protrasse il ripiegamento con le retroguardie continuamente impiegate in scontri. Lo stillicidio dei morti e feriti era quotidiano, con un avversario che colpiva e spariva. Alla fine di giugno del 42 eravamo di nuovo sulla costa a Sebenico e Vodice. Unica azione di rilievo il rastrellamento del monte Sopalj, dove si diceva si fosse asserragliata un'intera brigata partigiana. Il ciclo operativo prevedeva una sosta, per ricostituire i reparti, ma il riposo non durò a lungo dovendo rastrellare in Agosto le isole antistanti la costa. Al nostro fianco sempre più spesso operavano bande anti partigiani, costituite paese per paese da cetnici ortodossi, cattolici croati, armati dal Regio Esercito e comandati da Ufficiali Dalmati, alcuni ex bersaglieri, e da elementi appartenuti alle forze di polizia ex Jugoslave. Il 5 dicembre ci si trasferisce da Sebenico a Sternizza nelle immediate vicinanze di Knin.  La divisione Sassari ancora a Gracac doveva rientrare in Italia ed aveva bisogno per il suo arretramento della nostra copertura. Preoccupati del rafforzamento di Tito, i tedeschi chiesero agli Italiani di appoggiare il Piano "Weiss" che si proponeva di accerchiare e concentrare i Titini in zone nelle quali fosse poi stato possibile scatenare una battaglia campale. L'operazione partì il 20 gennaio 1943 da Sternizza per Bruvno e qui il 28 fui ferito alla gamba e alle articolazioni.

Così nel racconto del Gen. Elio Ricciardi quella notte. La sera del 28 consumiamo il rancio, quindi il solito raduno di tutti gli ufficiali nel fienile del comando battaglione. Ci si intrattiene per le solite quattro chiacchiere, qualche barzelletta per mettere il buonumore e qualche canzone. Verso l’una di notte si scatena improvvisamente un pandemonio: raffiche di mitra, scoppi di bombe a mano…un commando partigiano si è fatto sotto le nostre tende, riuscendo a cogliere di sorpresa le sentinelle e penetrando fin dentro il recinto del campo. Nasce un furibondo corpo a corpo che si dissolve in un attimo quando questi si sganciano e spariscono nella oscurità. (L’attacco non era una novità, ma la riuscita questa volta era stata migliore. Lo stillicidio che da mesi colpiva il battaglione continuava). Due i morti, uno Bordandini di Predappio Vennero feriti Pungetti Pietro, Silingardi, Pietro Ancili da Siena, Agostino Giusti da Bologna, Renzo Pagliani da Modena. Corrado Tussini da Firenze ricoverati a Gracac. All’alba de 29 la colonna muove verso Mazin…. La stagione scelta non era delle migliori. Sulle montagne innevate i termometri scendono a temperature di - 15/20 per diversi giorni. Ai feriti, morti e dispersi si aggiungono spesso anche i congelati.

Fui trasportato all'ospedale di Knin poi per mare via Sebenico ad Abbazia (Fiume) fino alla fine di febbraio. Rientrai in Italia all'ospedale di Sampierdarena (Genova) ma nessuno aveva ancora pensato di murarmi il piede. Poiché la zona (portuale) era giornalmente l'obiettivo di bombardamenti americani chiesi di ritornare a casa. Da qui in seguito ad un peggioramento della ferita passai all'ospedale militare di Bologna per la fine delle cure. Fra il 5 e il 13 febbraio lo Zara, con il 26° btg. del 4° bersaglieri, si sganciava intanto dalle montagne essendosi il fronte spostato più a Sud. Questa era stata la prima fase di quella che gli Jugoslavi chiameranno la quarta offensiva, che si concluderà un mese dopo alla battaglia della NERETVA senza eccessive perdite per Tito. La Sassari e il battaglione bersaglieri Zara, dopo un mese di scontri, avevano lasciato sul campo tra morti e dispersi 215 soldati e 680 feriti e congelati. Pagliani muore il 1° luglio 2011

 

LA DISTRUZIONE DI  ZARA

Nel 1920, in seguito al Primo conflitto mondiale, sono annessi i territori costituenti la Venezia Giulia (Gorizia e Gradisca, Carinzia e Carniola (Tarvisiano e Valle dell'Isonzo), Istria e, infine, Zara), in attuazione del trattato di Rapallo del 1920, ad eccezione dei territori del comune di Fiume, che saranno annessi in attuazione del trattato di Roma del 1924, e la Venezia Tridentina (provincia di Trento). Popolazione residente al censimento 1936 da attribuire alla ex-Jugoslavia nel dopoguerra Provincia di Fiume 109.000 ab., Pola 294.500, Zara 22.000. Zara viene occupata dall'Italia il 4 novembre 1918  insieme alle isole curzolane e all'entroterra fino a Sebenico, sulla base dei patti di Londra del 1915. Il trattato di Rapallo del 12 novembre 1920 attribuì però all'Italia solo Zara con un po' di terra intorno (52 km2 in tutto) e più a sud le isolette di Lagosta (Lastovo) e Cazza (Susac). Zara fu annessa all'Italia come provincia a sé, la più piccola, il 2 febbraio 1921, mentre le altre zone furono sgomberate tra l'aprile e il giugno 1921. A seguito dell'occupazione e dello smembramento della Jugoslavia, il 7 giugno 1941 la provincia di Zara, la 76a, fu ampliata di oltre 3600 km2 nell'entroterra fino a Kistanje e Sebenico e con l'arcipelago antistante. Nel settembre 1943 Zara fu occupata dai tedeschi mentre la provincia passava alla Croazia.
Ancor oggi non è stato possibile comprendere la ragione ed i motivi di ordine militare (salvo la rappresaglia di Tito) che indussero gli alleati a distruggere con 54 bombardamenti la città di Zara, un obiettivo di poco più di un kmq., sul quale sganciarono non meno di 584 tonnellate di bombe, pari a 54 chilogrammi di esplosivo per ogni 100 metri quadrati (un appartamento). Zara non era una base di rifornimento per le divisioni tedesche che operavano nell’ interno della Jugoslavia. La città non era collegata con alcuna ferrovia. Il suo porto era più che altro turistico. Sulle sue banchine non potevano attraccare più di due piroscafi alla volta e di stazza non superiore alle 2.500 tonnellate. Il numero dei morti sotto i bombardamenti di Zara non è determinabile. Il primo bombardamento del 2 novembre 1943 causò circa 200 vittime ed altrettante il secondo del 28 novembre. Imprecisato, ma elevato il numero dei feriti. Dopo il secondo bombardamento la popolazione abbandonò la città rifugiandosi nelle campagne, nei paesi vicini. Gli uffici anagrafici cessarono di funzionare, all’ Ospedale Provinciale i morti non vennero più registrati. Le salme quando possibile venivano sepolte in fosse comuni. Ed il Capo della provincia, Vincenzo Serrentino, dopo il terzo bombardamento (16 dicembre 1943) poteva riferire soltanto in via di larga approssimazione che i morti sarebbero stati una sessantina. Tenendo presente che i 54 bombardamenti durarono sino al 31 ottobre del 1944, pensando a quanti sono scomparsi in mare proiettati dalle esplosioni, a quelli che morirono nelle località intorno a Zara, alle imbarcazioni mitragliate, a quelle affondate, a quelli che fuggendo dal rogo della città vennero dilaniati dagli spezzonamenti, si può ragionevolmente ritenere che i morti si siano aggirati sulle 2.000 persone. La pulizia etnica della Dalmazia, iniziata con l’esodo di circa diecimila dalmati dopo la firma del Trattato di Rapallo, era stata sanguinosamente completata. A Zara, fra quelle poche migliaia di sopravvissuti su una popolazione, in origine, di 22.000 abitanti, dopo l’ingresso dei titini (31 ottobre 1944) e cessati i bombardamenti aerei, vennero soppresse 180 persone “nominativamente” fra cui due prefetti. Vincenzo Serrentino, nominato Capo della provincia dalla autorità della Repubblica Sociale Italiana il 2 novembre 1943, resse le disperate sorti fino al 30 ottobre 1944, riparando poi a Trieste. Il 5 maggio del 1945 veniva catturato dai titini che avevano occupato il capoluogo giuliano. Condotto a Sebenico, dopo due anni di carcere, fu condannato a morte. La fucilazione venne eseguita il 15 maggio 1947. 
Storia dalmazia http://www.raixevenete.net/documenti/doc35.asp

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