Piccole storie della grande guerra

I diari che pubblichiamo sono spesso opere compiute che hanno trovato un editore, mentre altri sono rimasti come testimonianza locale inseriti in un percorso storico in rete. Di tanti la brevità del racconto e la collocazione storica incerta non permette l’edizione. Di qualcuno, come il seguente Mellini, si giunge per vie diverse a ricrearne le vicende. Sulla Domenica del Corriere, stampata negli anni della grande guerra, molti articoli a differenza della seconda erano dedicati a vicende e luoghi della lotta. Una pagina fissa era poi sempre dedicata ai decorati con nome, cognome e foto, nomi che in alcuni casi diventeranno famosi. La coincidenza fra la foto e le notizie biografiche desunte dallo stradario di Forlì ci permette ora di tracciarne una piccola scheda. Questo ci permette di aprire una appendice sui nomi assegnati alla toponomastica. Chi abita in Via Mellini a Forlì non ne conosce certamente le vicende, ma tanti altri abitano in vie di cui ignorano l’origine. Se qualcuno chiedesse a molti comuni notizie sulla toponomastica si troverebbe come il sottoscritto, col comune di Milano, di fronte al vuoto più assoluto. Tanto valeva dare alle strade un numero come fanno a New York. 


BERSAGLIERE MELLINI ARCHIMEDE 1882-1917
Originario di Forli, si arruolò volontario nei bersaglieri non ancora diciottenne  prendendo parte alle spedizioni in Cina del 1901, spedizioni che avevano il compito di sedare le stragi di europei e cristiani ad opera della società segreta dei Boxers. Ufficiale dello stesso corpo nella I guerra mondiale (1915-18) conseguì una medaglia di bronzo perché "Volontariamente offertosi, faceva costruire, in zona molto esposta al tiro e all'insidia del nemico, una trincea che, a lavoro ultimato, agevolò al battaglione l'occupazione del ciglio tattico senza alcuna perdita". Nello stesso anno fu insignito, per un'altra azione di valore, della croce di Cavaliere O.M.S. Il 1° febbraio del 1917 assumeva il comando della Ia compagnia del suo reggimento (15°) conducendola in pericolose ricognizioni, in una delle quali perse la vita. La sua memoria fu onorata con la concessione della medaglia d'argento con la seguente motivazione: "Assunto il comando dell'azione, guidò i suoi uomini con mirabile valore all'assalto. Si distinse anche per la posa di tubi esplosivi nei reticolati nemici. Mortalmente ferito, cadeva nelle mani dell'avversario mentre tentava di portare a compimento una delicata e difficile ricognizione alla quale si era volontariamente offerto" Val Saisera 22 febbraio 1917.

BERSAGLIERE GIUSEPPE SABATINI 
L'ufficiale italiano Giuseppe Gabbin così racconta della morte del suo attendendente, il soldato Giuseppe Sabatini, caduto nella notte tra il 25 e il 26 agosto, in uno scontro con gli avamposti austriaci avvenuto sulle montagne a nord di Cimego.
Sono partito con tre bersaglieri, compreso il mio ottimo attendente. Alle due passavo l'ultimo dei nostri posti avanzati e bisognava dunque incominciare a muoversi con molta circospezione... C'era il pericolo delle mine, quindi bisognava tastare bene il terreno prima di mettere un piede. Sono rimasto un po' ad osservare col binocolo, ma per vedere tutto il paese dovevo fare altri trenta metri avanti. Ne avevo fatti venti, quando scorsi un piccolo casottino fatto di rami. Ho subito fatto segno ai miei d'appiattirsi e stavo per fare un passo indietro, quando partì un primo colpo ma così vicino ch'io credevo l'avesse sparato il mio attendente, ch'era in coda; poi un secondo, un terzo, quindi una salve di squadra. Erano non meno di 15 nemici che ci sparavano dall'alto, al nostro lato destro e quasi alle spalle, ben piazzati in un bosco fittissimo d'arbusti e protetti da un muricciolo. Una pallottola portò via il cappello al Cremonese (un certo Bernabè); un terzo colpo mi fece saltare il piumetto e mi son sentito bruciar la tempia... Abbiamo subito risposto, abbiamo cercato di resistere (ero armato di fucile anch'io e t'assicuro che qualcuno dei miei colpi dev'essere andato a segno), ma visto che avanzavano ai lati per prenderci, bisognava ripiegare. Si ripiegò passando da un albero all'altro e continuando a sparare, ma fatti così 10 metri al coperto, eravamo giunti al limite del bosco e bisognava attraversare un prato lungo 300 metri. Era una follia! Ma posto il dilemma: o il tentativo pazzo, o una morte certa abbiamo scelto il primo ed io voltomi, dopo aver sparato un ultimo colpo segui i miei tre bersaglieri che volavano. In mezzo al prato c'è una casa e ne approfittammo per fare un'altra scarica. Avanzammo sparando continuamente; bisognava quindi fare l'altra metà del prato per raggiungere l'altra parte del bosco e aspettarli lì... Da quella parte il prato era limitato da una siepe a gelosia, una mulattiera ed un'altra siepe; saltammo tutto (le siepi erano alte più di un metro), ma siamo andati a precipitare in un burrone. Chiusi gli occhi e feci così un centinaio di metri ruzzolando con la testa in giù, sbattuto da un cespuglio all'altro. Sabatini però (il mio attendente) non riuscì d'un salto a passar tutte e due le siepi e la strada; rimase un attimo a cavalcioni della seconda siepe ed un proiettile gli perforò l'addome, entrando dal fianco destro, uscendo due centimetri sotto l'ombelico.
(S. R. Franceschetti - D. Vecchiato - G. Zanon, L'epistolario di Giuseppe Gabbin. Una testimonianza della Grande Guerra dal fronte delle Giudicarie, a cura di M. Zulberti, ricerca presentata alla sesta edizione del "Premio Giuseppe Papaleoni", manoscritto depositato presso il Centro Studi Judicaria di Tione, pag. 29 ss.)
http://www.comune.cimego.tn.it/testimonianza http://digilander.libero.it/freetime1836/libri/libri10.htm

BERSAGLIERE GATTU REMIGIO DI GIOVANNI 
Nato a Orune Sassari il 1°ottobre 1893: decorato di tre medaglie d'argento al valor militare, tenente di complemento nel XXVI reparto d'assalto, morto il 18 giugno 1918 nell'ambulanza chirurgica d'armata n°4 per le ferite riportate in combattimento (foto Francesco Zagone).

"Gattu Remigio da tenente al IV reparto d'assalto con indomito coraggio e sprezzo del pericolo trascinava i suoi soldati all'assalto di forti ed estese posizioni nemiche, conquistandole e catturando numerosi prigionieri ed abbondante bottino. Ferito continuava a combattere incitando i suoi bersaglieri alla lotta. Monte Val Bella, gennaio 1918”

Ma dove s'apprezza maggiormente il suo spirito di sacrificio, e il suo carattere puro e saldo come diamante, dove la sua anima di guerriero sembra scolpita sul granito e sull'acciaio, e nella lettera scritta dopo essere stato ferito in sette aspri combattimenti al fratello Camillo,tenente di fanteria al fronte: “Sono finalmente tornato alle mie schiere combattenti e l'animo rinnovellato di vigor novello, intende e spera. Sempre forte e coraggioso, fra i pericoli alto fra le asprezze terribili”. Remigio Gattu, il più bello assaltatore d'Italia cadeva poi sul Montello il 16 giugno 1918 scrivendo col sangue vermiglio la pagina più gloriosa della sua giovinezza gagliarda. Tenente Luigi Debernardi di Nuoro, morto anch'egli a soli 18 anni sul campo della gloria. “Remigio Gattu ha trovato morte gloriosa, ferito da pallotola esplosiva il 16 giugno, alla testa della sua compagnia; il 18 ci lasciava per sempre in un ospedaletto da campo. Eroico giovane ardito fra gli assalitori arditi è spirato, nel nome sacro d'Italia sulle labbra e sul cuore. In una visione radiosa l'eroe agonizzante vedeva il nemico in fuga disordinata inseguito dal bel soldato d'Italia. Ai piedi del Montello, sul fiume riconsacrato in un cimitero d'eroi dorme il sonno eterno. Ed io ed i miei superiori e colleghi, ammirati, giuriamo la vendetta a qualunque costo,vendetta santa,vendetta da assalitori”

BERSAGLIERE ENRICO DAGNA

Noi della 3B (Sc. M. S. di S. Pietro al Natisone - anno scolastico 1997-98) abbiamo voluto arricchire le conoscenze della storia del '900, intervistando conoscenti e parenti. Siamo consapevoli dei limiti e difetti del nostro lavoro, riteniamo comunque sia utile raccogliere e conservare tali testimonianze nel maggior numero possibile.
Nostra traccia

La Grande Guerra era iniziata per il Friuli in un certo senso giá nel 1914, prima dell'entrata in guerra dell'Italia a fianco dell'Intesa: su 80 mila persone che ogni anno si recavano dalla provincia di Udine a lavorare in Austria, Ungheria, Germania, Svizzera, Francia e Paesi balcanici, circa 53 mila avevano infatti giá fatto ritorno agli ultimi di agosto del 1914. La gran massa della popolazione, in Friuli come in Italia, non voleva la guerra. Ma prevalsero gli interventisti ed essa si abbatté sulla terra friulana travolgendo uomini e paesi. 
Conferimento di una medaglia d'argento

Abbiamo trovato, tra vecchie carte gelosamente custodite dalla nonna materna di Luca, il documento che attesta il conferimento della medaglia d'argento al valor militare, con la relativa motivazione, al capitano del 17° reggimento bersaglieri Enrico Dagna, che di Luca é il bisnonno. Insieme al documento riportiamo un resoconto piú articolato dell'episodio, che riteniamo opportuno riportare in quanto ne emergono con una certa vivezza e drammaticitá le le caratteristiche della durissima guerra di trincea. La sera del 18 agosto 1917, la 3° Brigata Bersaglieri aveva ricevuto l'ordine di attaccare e di occupare le posizioni nemiche di Castagnevizza. Alle ore 4 del giorno dopo, 19 agosto, si scatenó violentissimo e intensissimo il fuoco delle nostre artiglierie. Vivace fu la reazione del nemico che si difendeva e ci ostacolava, replicando alle artiglierie e investendo le posizioni nostre anche con gas asfissianti. La 3° Compagnia del 17° Bersaglieri attendeva l'ordine di uscire all'attacco, sostando in una caverna scavata a ridosso di una dolina. Alle ore 5 l'ordine dell'attacco fu dato e la compagnia, attraversando il camminamento che portava alla trincea estrema, sotto il fuoco insistente e il fumo delle artiglierie e delle bombarde, sfiló per uno innanzi alla figura del comandante del reggimento, colonnello Martinenzo di Villuguno , che si profilava sul ciglio della dolina maestoso, imponente, impavido. Prima di sboccare dal camminamento nell'ultima trincea completamento sconvolta, una granata di grosso calibro scoppia vicinissima alla 3° compagnia ed al comandante di questa, capitano Enrico Dagna, che, rapidamente buttatosi a terra, scompare in un cumulo di sassi e di terriccio, avvolto in un fumo acre, denso, nero. I bersaglieri della 3° peró continuano ad avanzare occupando l'ultima trincea, credendo morto il loro capitano, come ebbe a dire al Dagna stesso il comandante del battaglione, cap. Vozzi, che sopravveniva per impartire nuovi ordini per l'attacco. Il cap. Dagna allora, ben conscio che i suoi bersagliere dovevano abbandonare la trincea sulla quale si abbattevano le raffiche violentissime delle artiglierie nemiche, che dal Faiti la prendevano d'infilata, raggiunge la trincea stessa e ordina l'uscita fuor di questa e l'attacco, buttandosi all'aperto per primo. I soldati, rinfrancati e rinvigoriti per la presenza dell'ufficiale che credevano morto, sono all'attacco, mentre il cap. Dagna, fatti pochi passi, é colpito al gomito sinistro e al ginocchio destro e cade. Poco dopo é aiutato da un caporale di sanitá che lo medica e vorrebbe trasportarlo al posto di medicazione, ma, parendo al cap. Dagna che le ferite siano di ben lieve entitá, specie quella al ginocchio, pur perdendo sangue, raggiunge i suoi bersaglieri e riprende l'attacco. Ma quando é per giungere alla prima trincea nemica, cade un'altra volta, sviene e riprende i sensi solo al posto di medicazione. Su proposta del comandante del Reggimento, gli fu conferita la medaglia d'argento al valor militare.
http://www.lintver.it/index.php?act=view&r=storia-dueguerre-dueguerre&f=main 

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