La storia è racconto attraverso i libri 

I testi che accompagnano la presentazione sono in genere quelli diffusi dall'editore, dalla libreria o da critici che vengono indicati
 

L' ultima retroguardia 

Errore tipografico: immagine stampata alla rovescia

  Giuseppe Boriani
Gaspari Ed. 2001 Pagine: 166
 
Collana: Le battaglie della ritirata

 Gli avvenimenti narrati in questo libro con stile asciutto consentono al lettore di penetrare l'epica vicenda della Divisione Speciale Bersaglieri nei primi giorni successivi alla rotta di Caporetto sul Globocak, sul Korada e, nucleo ormai isolato e distaccato dall'armata, a Castelmonte, a Pradamano e Mortegliano. La descrizione degli scontri sui monti della Slavia veneta, e il generale Giuseppe Boriani che entra a Udine a mezzogiorno del 28 ottobre in macchina per andare al Comando Supremo a chiedere notizie e non c'è più nessuno, rappresentano, nello stile secco e scevro di enfasi del generale, le pagine più "moderne" della diaristica di guerra. Fonte: catalogo dell'editore

I bersaglieri dall'Isonzo al Piave

Il generale Giuseppe Boriani, militare di carriera, sei ferite, cinque decorazioni al valore (3 argenti) due promozioni per merito di guerra: un personaggio... unico, perché, ad un certo punto, da giovane, aveva chiesto due anni d’aspettativa e se n’era avvalso per completare gli studi e conseguire la laurea in medicina e chirurgia. Un suo memoriale molto dettagliato, rinvenuto dal nipote, riguarda le vicende della Divisione Speciale Bersaglieri (messa al suo comando) dal 24 ottobre al 7 novembre 1917. L’unità fu impiegata, quale estrema, retroguardia, in funzione di copertura del ripiegamento dell’ala destra della II Armata: si trovò così ad operare talvolta... controcorrente rispetto ai reparti in ritirata, in una situazione quasi sempre caotica; combattè sul Globocak e sul Korada; allo scopo di guadagnare tempo, talvolta isolata sui fianchi, resistette con successo, ordinata e compatta, posizione dopo posizione, ritirandosi fino fino al Piave. «Molti miserevoli fatti vidi in quei giorni d’angoscia - scrive Boriani - ma non mi soffermerò a tracciare il quadro». Dal memoriale emergono anche circostanze poco note: l’apertura del nostro fuoco su un gruppo di prigionieri italiani; soldati in ritirata che passano il Tagliamento scortando capi di bestiame, frutto evidente di rapina: Boriani ne ordina il sequestro e se ne avvale per alimentare le sue truppe. Gli viene segnalato che presso il ponte di Buttrio un soldato grida ai Bersaglieri di gettare in acqua le armi, perché si deve farla finita con la guerra: e lui ordina che sia subito fucilato. Ricorda un autista assassinato presso il suo automezzo, assicura di non aver visto quasi mai ufficiali superiori adoperarsi almeno per sciogliere i nodi del traffico; cita il cappellano che ha raccolto alcuni reparti rimasti senza ufficiali e li ha guidati all’assalto. All’Intendenza, chiede viveri, bombe a mano, filo di ferro, materiale sanitario; non munizioni, perché di quelle se ne possono raccogliere a volontà. Raccomanda di non incendiare, nelle retrovie, i magazzini con troppo anticipo: il nemico se ne imbaldanzisce e i soldati si scoraggiano. Sa che sono stati trovati soldati senza fucile; ma afferma d’aver saputo che talvolta vi furono indotti da ufficiali in uniforme (nemici travestiti?) che, con il pretesto di riordinarli, li disarmavano. Assicura tuttavia di non aver mai incontrato un solo uomo privo dell’arma. In appendice, le relazioni dei comandi dipendenti e il diario storico della 7ª Compagnia Mitragliatrici Fiat del 21° Bersaglieri. Numerose le carte con indicate le posizioni, ottime e interessanti le fotografie. Significativo: quando, dopo l’armistizio, fu istituita la commissione per l’inchiesta su Caporetto, Boriani fu mandato in Cecoslovacchia a comandare la VII divisione della forza di interposizione italiana; così non potè testimoniare (ma la commissione lavorò 40 anni al caso). Vittorio Martinelli dal Giornale di Brescia 

LE TRUPPE SPECIALI DELLA RITIRATA

Soldato cecoslovacco in divisa italiana

..... il generale Giuseppe Boriani, allora Presidente della Croce Rossa, chiese udienza a Kappler....

Questo eterogeneo raggruppamento (il Corpo d'Armata Speciale (C.A.S.) del generale Di Giorgio) dall'inizio alla fine, quattordici giorni in tutto dal 26 ottobre al 10 novembre, contò una forza attiva media di poco più di 8.000 uomini (resti di divisioni) e la Divisione Boriani (pure incompleta). Il C.A.S. fece quanto era in suo potere, attestandosi sul lunghissimo fronte assegnato, dal ponte di Trasaghis a quello di Pinzano, improvvisando posizioni che non ebbe il tempo di consolidare. La difesa era sempre a contatto del nemico per tenerne saggiata la forza ed operare in modo elastico in retroguardia. Al ponte di Pinzano accadde la dolorosa perdita dell'esigua e valorosa Brigata Bologna (Monte Ragogna), sacrificata da una tragica serie di ordini e contrordini dei comandi superiori che si sforzavano di coordinare i movimenti della ritirata e contro i quali Di Giorgio protestò invano. Il C.A.S. sempre spostandosi sulla pedemontana, fra Tagliamento e Meduna, cercava di mantenere i contatti col XII Cda di Carnia di cui doveva agevolare il deflusso. L'operazione riuscì solo in parte per il contemporaneo irrompere verso Clauzzeto degli jaeger tedeschi di Rommel (Sturmtruppen passate a Cornino) lanciati verso il Cadore per tagliare la strada alla IV armata. L'irrompere delle numerose ed ancora agguerrite divisioni nemiche, che in quella particolare fase intermedia non era ancora possibile arrestare, fu contenuto ed il minuscolo corpo speciale di Di Giorgio diede al nemico la sensazione di avere dinnanzi a sé forze ben più numerose e potenti. Gli austro-tedeschi dovettero, quindi, procedere con cautela, perdendo lo slancio iniziale e cominciando sia a logorarsi che a subire le prime perdite consistenti. Il C.A.S. riuscì, in tal modo, a sottrarsi alla pressione nemica, evitando il proprio annientamento, e preservando la sua forza di deterrente fino alla sera dell'8 novembre quando , dietro ordine superiore espressamente diramato dall'alto comando, il Corpo d'Armata Speciale iniziava l'arretramento verso il Piave, nuova ed ultima linea generale di resistenza dell'intero esercito; armati ed inquadrati, i reparti del Di Giorgio furono gli ultimi ad attraversare il fiume, la mattina del 9 novembre 1917. L'indomani il C.A.S., assolto il suo compito, venne sciolto per essere rifuso con altre unità ed il Di Giorgio passò a comandare i resti del XXVII Corpo d'Armata (già del gen. Badoglio) che erano riusciti a salvarsi nella ritirata da Caporetto. Il C.A.S. aveva dato il meglio di sé e neppure una più robusta unità avrebbe potuto fare di più. Nei frangenti della ritirata, lo stesso fatto che le sue colonne in armi marciassero contro il nemico, in direzione opposta dei reparti in ripiegamento, risalendo, su strade ingombre ed in mezzo a gravi disagi sia materiali che logistici, le fiumane di sbandati, di profughi e di disertori, costituì un titolo di merito particolare che si deve ascrivere a quanti fecero parte di quel Corpo. Sebbene né il Di Giorgio, né il C.A.S. abbiano poi ottenuto alcun specifico riconoscimento ufficiale di citazione al valore per la loro azione, essi furono sempre considerati quali esempio di fermezza e di ardimento dinanzi alla sconfitta, segno della volontà popolare di riscossa. Di Giorgio, che aveva emanato in quei giorni ordini di eccezionale severità nei confronti degli sbandati e dei disertori (disponendo di passare immediatamente per le armi quanti ostacolassero la resistenza), riconobbe costantemente durante l'azione il valore dei suoi soldati e, nel congedarsi da loro, li additò alla propria ed altrui ammirazione.

Per lungo tempo della sorte dei 1022 ebrei romani razziati da oltre 300 SS armate di tutto punto, la mattina del 16 ottobre del 1943, in parte a Portico d’Ottavia, il vecchio «ghetto», in parte nelle zone selezionate dal Comando tedesco, non si seppe nulla. (Sebbene il Kappler avesse promesso che col pagamento dell'oro (50 kg) gli ebrei di Roma non sarebbero stati molestati). Tutti gli sforzi fatti dalla Comunità ebraica, dalla Croce Rossa e da varie parti non sortirono nessun risultato. Quando il generale Giuseppe Boriani, allora Presidente della Croce Rossa, chiese udienza a Kappler e non riuscì a nascondere la sua emozione per un evento, disse che aveva colpito drammaticamente l’intera cittadinanza, Kappler lo lasciò parlare e freddamente e sbrigativamente concluse che la deportazione era stata una operazione politica e militare dei tedeschi i quali non dovevano renderne conto a nessuno. 

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Il 21 aprile 1918, il consiglio ceco in esilio, stipula un accordo per la formazione di una divisione (VI) a Foligno in Umbria. La comanderà il Bersagliere Gen. Andrea Graziani e vestirà all'italiana (cappello alpino senza penna) con propri fregi e simboli nazionali. Con i sei reggimenti più i 2 di artiglieria, cavalleria montata e blindata, genio si costituisce dal 17 novembre  un Corpo d'Armata su due divisioni (VI Gen. Gaetano Rossi e VII Bersagliere Gen. Giuseppe Boriani). Comandato da Italiani (136 ufficiali), raggiunsero la Slovacchia asburgica dell'armistizio anche 1.031 nostri soldati di truppa dei servizi logistici e genio. Loro compito era presidiare le linee di confine che saranno poi ufficializzate nella conferenza di pace. Il 29 dicembre 1918 i primi arrivi erano già in linea per la conquista di Kosice, in Slovacchia, e l'8 gennaio 1919 per Bratislava (futura capitale della Slovacchia): la regione era popolata da funzionari tedeschi e da popolazioni magiare minoritarie. Gli attriti non mancarono e si aggravarono quando il 19 aprile 1919 a Budapest venne proclamata la Repubblica Rivoluzionaria. Tema di scontro anche questa volta un bacino carbonifero (Matra). L'offensiva magiara di metà maggio aveva intanto ridimensionato le pretese ceche sui territori confinari. Il velo di truppe del corpo d'armata Italo-ceco era insufficiente per una così estesa linea di confine. I Francesi, già presenti in Rutenia da Febbraio, e di fatto insediati allo Stato Maggiore Generale riuscirono ad ottenere la sostituzione dei due comandanti italiani e lentamente di tutti i sottoposti, esautorandoci di fatto. La nuova politica ceca (antitedesca e francofila) aveva virato su un acceso nazionalismo che faceva dei magiari la causa di tutti i loro mali, con conseguenti rappresaglie mal tollerate dagli italiani. L'aggressività slava dei cechi alimentava anche il fuoco degli Slavi del Sud (o sloveni) che ci fronteggiavano nella Venezia Giulia. I maneggi della Francia avevano per ora distrutto la collaborazione Italo-ceca ma non l'amicizia che legherà i due popoli.