La storia è racconto attraverso i libri

I testi che accompagnano la presentazione sono in genere quelli diffusi dall'editore, dalla libreria o da critici che vengono indicati

 

LUIGI E MARIO IUS
nel racconto del figlio di Mario, Luigi Jus

I DIARI DI GUERRA DI DUE FRATELLI BERSAGLIERI

Gaspari Paolo Editore (CDA), Udine 2003, Diari e memorie della Grande Guerra.

Dal diario di Luigi Jus in caserma a Sacile: Sono giunti qui innumerevoli carretti siciliani adibiti al trasporto. Li conducono soldati della milizia territoriale (anziani) e ufficiali siciliani. I cocetti sono così belli, tutti scolpiti e intarsiati, decorati con pitture a bellissimi colori ...molti di quei soldati, di quelli con cui ho parlato, non avevano alcuna cognizione della guerra. sapevano che andavano verso il nemico, ch'era l'Austria, che essi, beati loro, poco o niente conoscevano e che molti sentivano nominare per la prima volta. Non sapevano chi erano i nostri amici e gli amici del nemico, non sapevano per quale ragione andavano verso la guerra e per quale motivo questa era scoppiata. C'era la guerra contro un nemico che voleva devastare l'Italia e  allora la guerra è più che giustificata.  Andiamo a rompere il muso a quei tali, noi dobbiamo obbedire. -

 

Vivere e morire da volontari


Se c'è un interrogativo ancora aperto tra i tanti che la Grande Guerra ci pone, questo è costituito dalla partecipazione al conflitto dei volontari affluiti nelle file dell'esercito italiano. Per questo, alla luce di un quadro di rinnovamento scientifico assai vivace, è forse giunto il tempo di ritornare o meglio di cominciare a preoccuparsi dei volontari italiani nella Grande Guerra. Si devono ricordare le migliaia di italiani che nel 1914 formarono in Francia la Legione Garibaldina di Peppino Garibaldi, ma soprattutto le migliaia di italiani "irredenti" che con grande rischio personale scelsero di combattere volontari nelle file dell'esercito italiano e, molto spesso, di partecipare alle azioni più pericolose. Partendo proprio dalle pagine scritte dai fratelli Ius (BERSAGLIERI) è forse possibile enucleare alcuni problemi relativi alla condizione dei volontari, alle loro aspettative, ai loro rapporti con i commilitoni nonché alle difficoltà anche di ordine materiale da loro incontrate. Sono molti gli spunti di interesse presenti nelle memorie di Luigi e di Mario Ius, volontari poco più che adolescenti, dalla colorita e appassionata descrizione della partenza dei "regnicoli" da Trieste, e dalle idealità patriottiche: "Credo che nessuno sarà di animo così cattivo da gridare ai quattro venti che mi arruolai unicamente per sistemare il mio stato miserando. [...] Il mio fu un gesto, che fin dall'infanzia agognavo, appunto perché nacqui e vissi sotto il giogo straniero, perché conoscevo la nostra storia, perché amavo la Madre Patria". http://www.campedel.it/schede/157466.HTM  

(Ndr. I Fratelli Jus cittadini di nazionalità italiani residenti a Trieste, territorio Austriaco (in pratica emigranti), non rientrano nella classificazione di irredenti come molti altri che ottennero in tempi di non belligeranza il passaporto per rientrare in Italia (nel solo territorio di Trieste ve ne vivevano 30.000). Luigi Jus classe 1895, viene quindi subito arruolato e morirà a Nova Vas il 2 novembre 1916 alla testa del suo reparto del 15° reggimento, quello di De Bono. Il 15° o 1° Bis era il reggimento di assalto per definizione. Lascerà sul campo a fine conflitto circa 8.000 uomini, 1/4 di tutti i bersaglieri caduti. Il fratello Mario, classe 1898, non potendo arruolarsi si rivolse al comitato degli irredenti di Padova e fece carte false dichiarandosi della classe 1896. Entra quindi in guerra nel 1915 all'età di 17 anni non ancora compiuti. Viene arruolato nel  42° battaglione di Milizia Mobile alle dipendenze del 4° reggimento di Torino (nel febbraio 1917 i battaglioni autonomi mobili bersaglieri 41/42/45 diverranno il 19° reggimento bersaglieri). Mario viene ferito più volte l'ultima delle quali sullo Zugna nei giorni della Strafexpedition e della resistenza sul Buole. Mario Jus muore nel 1988 dopo aver prestato servizio anche nella seconda guerra mondiale

 in un crocchio di questi conducenti ho spiegato io le ragioni morali e materiali della guerra, ed ho faticato non poco a rispondere alle loro domande fatte in "saracena favella" (dialetto). Poiché quasi tutti capivano l'italiano con le mie risposte molte difficoltà si appianarono e mi resi comprensibile

LA SCUOLA BOMBARDIERI

Firenze pag 105 e segg
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dopo la seconda decade di settembre del 1916, da Villa Ginori (Fi), il bersagliere Mario Ius è in partenza per la licenza di convalescenza in famiglia. In quel tempo si stavano preparando reparti di tutte le armi, per formare unità di mitraglieri e bombardieri.

   

... segue da destra

Il Trasferimento
Si riposava forse per l’ultima volta quando vedemmo in fondo valle un uomo a cavallo che ci veniva incontro. Era un ufficiale che portava l’ordine che io ed altri due bombardieri dovevamo raggiungere subito il comando di batteria. Sarà destino o ché... dovevo per l’ennesima volta abbandonare la lotta. Congedatomi dai compagni di sventura, e seguito l’ufficiale giunsi alla presenza del capitano, che mi consegnò un telegramma del Comando di Tappa di Castelfranco Veneto, nel quale mi si ordinava di raggiungere il mio reparto a Padova. Uscito dalla stazione di Padova pensai di arrivare a casa prima di cercare il reparto. Quale fu la mia sorpresa quando mi dissero che la mia famiglia era partita per Genova. Trovai il tenente Usseglio, fidanzato di mia sorella Antonia, il quale mi assicurò che la famiglia era partita quasi subito, dopo la ritirata, per sicurezza e costretta dal Comitato per gli Irredenti di Padova. Si camminava parlando appunto della famiglia, quando un colonnello ci avvicinò alquanto incalzante, si rivolse al tenente che disse di essere addetto al “parco buoi”, poco distante, poi a me con cipiglio: “Bombardiere, che fai qui e perché passeggi tranquillamente, mentre la Patria abbisogna di soldati”? Mostrai il telegramma e risposi che appunto andavo in cerca del mio reparto. “Va bene!” disse, “il tuo reparto sarà il mio Gruppo bombardieri, che troverai stasera alle 18 in stazione di Campo di Marte, come ti chiami?” Diedi tutti i miei dati e reparto di provenienza e la sera mi presentai. Il Gruppo al completo, imbarcato con i suoi pezzi sul treno raggiunse Veggia di Castellarano di Reggio Emilia, in attesa di essere inquadrato presso qualche Unità
(dipendente dalla nuova sede di Sassuolo alloggiata al Palazzo Ducale a pochi chilometri. La zona era ricca di piccoli poligoni e servitù militari dell'Accademia Militare di Modena che qui aveva i propri campi addestrativi per gli allievi ufficiali). Il 31° Gruppo alla cui 72’ batteria fui assegnato nel marzo del 1918, si mosse da Castellarano destinato sul fronte trentino, nelle Valli Giudicarie, Tiarno e Condino. Eravamo a 4 chilometri dalla linea, perché tale era la gittata dei nostri pezzi. Ogni qualvolta la fanteria era in azione, spesso a dire la verità, noi dovevamo abbattere gli ostacoli, reticolati, cavalli di Frisia ecc. prima dell’azione ed allungare il tiro sul nemico durante l’azione.
La bombarda ha la bocca da fuoco con pareti sottili e l’anima liscia, non rigata come tutte le artiglierie con pareti grosse e rigatura elicoidale per la gittata e stabilità in traiettoria. Sicché basta un po’ di vento per far spostare la pesante bomba di 80 Kg ed eliminare così tutti i calcoli fatti dall’osservatorio. Fu un brutto giorno quello in cui durante un’azione le bombe scoppiarono sulle nostre fanterie e si ebbero delle perdite di uomini che non potevano ritirarsi perché sbarrato, da noi stessi, il passo. La 72’ batteria che si trovava a Cappella dei Morti, a Condino, ebbe l’ordine dal Gruppo di riunirsi, nel settembre 1918, perché destinata a Spresiano nei pressi del Montello. Non fu facile avvicinarsi a Spresiano, poiché il terreno era battuto palmo, palmo con proietti a tempo e anche perforanti. Ci accantonammo in una casa mezza diroccata ed il giorno dopo si fece la postazione sul Montello, con due batterie che subito si misero in funzione…

Trieste o morte

- Così anche dal nostro reggimento inviarono ai depositi delle due nuove unità molti bersaglieri, specie quelli non più tanto “idonei” a fare il bersagliere, quindi la mia compagnia di tutti feriti fu sciolta e i componenti inviati chi ai mitraglieri, chi ai bombardieri. A me toccò andare a Nervesa, al Deposito dei Bombardieri, comandato dal maggiore Lambertini. Vi era la scuola e si diventava quasi degli artiglieri. A Susegana, Mandre, vi era pure il Corso Allievi Aspiranti Ufficiali.
Un piccolo passo indietro per non dimenticare la persona che più mi era vicina nell’anima e nel cuore, che comprendeva ogni mio pensiero, che mi guidò nei sentimenti, nei consigli onde formare un uomo che sappia disimpegnarsi nella vita quando è necessario per se e per la famiglia. Intendo parlare di mio fratello Luigi, che nell’ottobre doveva recarsi in licenza, ma purtroppo invano lo attesero, perché in una delle tante azioni che il Carso ha subito cadeva sul campo dell’onore a Nova Vas il 2 novembre 1916. Il Comando a Torino mi fece chiamare e senza comunicarmi alcuna cosa, mi diede una licenza per motivi di famiglia. Compresi subito che qualche cosa di brutto doveva essere avvenuto o a casa o a Luigi. Feci un bruttissimo viaggio e giunsi a casa senza fiato. Vedere la mamma in lutto e cadere svenuto fu un attimo, mi riebbi presto, non piansi, non mi disperai, ma il lutto è rimasto e lo porterò tutta la vita. Al ritorno a Torino, si era in dicembre, fui trasferito a Nervesa alla scuola bombardieri. Ritornai in linea con la 198 Sezione bombarde da 58B, comandata da un sottotenente, di cui mi sfugge il nome, ed eravamo autonomi, ma aggregati agli alpini, una compagnia dell’8° Reggimento, sul fronte del Comelico, Monte Cavallino, di faccia al Monte Peralba, in Cadore, sopra Santo Stefano. Vita da eremiti, inverno rigidissimo, giorni di continua tormenta, in quei paraggi sembrava di essere in Russia, ed era l’autunno avanzato. Si montava di vedetta al pezzo, infilati nel sacco a pelo fino alla cintola per sola mezz’ora, di più non si resisteva. Mai una fucilata, mai un po’ di vita, non si vedeva nemico, eppure si sentiva nell’aria qualche cosa che irritava, troppa pace, troppa tranquillità. Ci eravamo appena postati molto bene in baracca, con stufa e coperte da casermaggio grandi e grosse, l’acqua era distante, ma ci si arrangiava con la neve liquefatta e scaldata nei bidoni e marmitte. La posizione era abbastanza coperta al lato destro della Sella.
La licenza
Certo il mio comportamento non era dei più felici con la fidanzata, alla quale avrei potuto esternare le mie miserie. Il dolore era tutto mio, e non intendevo farlo partecipe ad alcuno, non mi piacevano commiserazioni e mi davo forza, mentre la debolezza, la tenerezza troneggiavano. È nel mio temperamento e nel mio stesso carattere deviare dagli altri quanto più mi sta a cuore. Eugenia lo capiva e nulla chiedeva lasciandomi nel sogno, così si passeggiava in silenzio. Ci separammo da buoni amici quando dovette partire per Maniago, perché il fratello Vittorio rientrato da Venezia era ammalato. Prima di partire per il fronte mi recai a Maniago, per salutarla ancora una volta e conoscere così anche il fratello. Fu a Maniago che mi colse la ritirata di Caporetto, quando le truppe tedesche stavano avanzando dalla riva sinistra del Tagliamento. Assieme a un altro soldato Ottavio Antonini di Maniagolibero, si fece il tragitto fino a Pordenone di Km 28. La mattina all’alba si arrivò a Pordenone, onde prendere l’ultimo treno in partenza per Venezia. Enorme ressa di gente profuga del Friuli, gente sbandata incapace di pensare, senza meta con la famiglia sparsa, affamata e immiserita da fare pietà. Quando l’aviazione nemica volle, perché il treno doveva fermarsi per i continui bombardamenti, si arrivò a Mestre.

Caporetto

Non parlerò della ritirata di Caporetto né delle sue cause, non è compito mio, vi sono stati e ci sono ancora degli storici e non storici che si palleggiano i nomi, i reparti e le colpe che tutti hanno avute meno, naturalmente, loro stessi e chi faceva la guerra nei caffé, con la carta geografica o topografica delle zone più combattute, distesa sul tavolo, matita alla mano per indicare, come il Capo di Stato Maggiore, quello che si doveva, si deve o si dovrebbe fare onde debellare il nemico. I migliori erano in linea di combattimento, i morti avevano già fatto più del loro dovere, i mutilati ed invalidi non potevano certamente ritornare in linea e i feriti, tutti erano ritornati ai loro reparti, per fare quanto meglio potevano. Nell’interno del Paese rimanevano le donne, i bambini, i vecchi, i ragazzi fino ai 17 anni e i fannulloni imboscati, quelli che fomentavano il comunismo sovietico, i traditori della Patria che a guerra finita sputavano in faccia a tutti i militari, decorati e non decorati che incontravano. Caporetto per noi militari era una vergogna, una piaga, una macchia che doveva scomparire, lavandola con il sangue. Siamo stati esauditi, ma rimane un segno indelebile. Il comunismo che fece sorgere il fascismo. A Mestre mi fu facile prendere il treno per Padova e quindi proseguire, onde raggiungere il mio reparto, ma a Castelfranco V. il treno si fermò e si dovette scendere. Un passo indietro, a Padova chiesi la linea per Calalzo, in quanto dovevo andare a Santo Stefano di Cadore e quindi sul Monte Cavallino, ma i treni dopo Mestre verso nord per Treviso, Montebelluna ecc. non viaggiavano più e i Comandi Militari si trovavano a Castelfranco Veneto. Mi diressi al Comando Tappa per sapere all’incirca dove si trovasse il mio reparto (era già stato impartito l'ordine di lasciare il Cadore anche se verrà attuato con ritardo). Nessuno ne sapeva niente, e intanto i militari, chi dalla licenza e chi dispersi, si accumulavano in attesa di sapere l’ubicazione dei reparti e delle unità. I Comandi dovettero trasferire i militari alle singole Armi e Corpi, che si trovavano già schierati in linea di difesa, sulla destra del Piave, a Pederobba e verso nord sul Monte Grappa. Ci presero nome e cognome, Arma e reparto, i bombardieri li mandarono a Pederobba, in una batteria di formazione da 240 LL. Eravamo un gruppetto di 10 o 12 e ci presentammo al comando della batteria e appena ci vide il capitano ci sorrise malinconicamente assegnandoci ad una sezione. La Batteria ebbe ordine di trasferirsi oltre Pederobba, su di una altura in prossimità dell’argine destro del Piave. Gli ufficiali tutti erano assieme al Capitano in cerca di posizioni, per il “postamento” delle batterie. Il nemico intanto aveva raggiunta la riva sinistra del fiume e con calibri medi cercava di impedirci la difesa con tiri di disturbo, qua e là, su reparti che prendevano posizione. Non era facile trovare una posizione adatta per postare le bombarde da 240 LL, in quanto l’altura ripida non dava base per la piazzola dei pezzi e bisognava scavare e scavare, per fare un livello piano di almeno 3 metri quadri per ogni pezzo, per 4 pezzi, per le traverse e la piattaforma. Intanto i pezzi erano piazzati a circa 1 Km ad ovest di Pederobba, dietro muri di cinta, e sparavano a volontà, tanto che la bocca da fuoco si arrossava e bisognava sostare per almeno mezz’ora per ogni pezzo. Per 4 o 5 giorni ci trovavamo in quelle condizioni, quando il capitano dette ordine di trasferirci sull’altura, una sezione alla volta. Il trasporto fu fatto a mano lungo la strada di Pederobba che si trovava nei pressi dell’altura. Era di sera, fredda e scura, due soldati per traversa, per le 4 traverse 4 soldati per la piazzola con altri 4 per il cambio, 4 per la bocca da fuoco ed allungo e 2 per cassette attrezzi e lunga teoria con le bombe. Si camminava lungo i muri di cinta della strada con soste, volontarie e involontarie, per i continui tiri di artiglieria nemica, i cui proietti scoppiavano sulla strada e nei campi ai lati della strada.  segue a sinistra

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