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THE END OF THE GAME (Reprise RSLP 9006, novembre 1970) Bottoms Up / Timeless Time / Descending Scale / Burnt Foot / Hidden Depth / The End Of The Game Peter Green: ch. / Zoot Money: pn. / Alex Dmochowski: bs. / Nick Buck: pn.or. / Godfrey Maclean: bt.pr. - Prod. Peter Green Registrato nel maggio 1970 con l'aiuto di musicisti di notevoli capacità quali il pianista Zoot Money e il bassista Alex Dmochowski (membro della Retaliation di Aynsley Dunbar), senza l'ausilio di produzioni esterne, il disco vede la luce nel novembre 1970 provocando costernazione tra gli appassionati, che si aspettano qualcosa di simile a Bluesbreakers e Fleetwood Mac, e spiazzando gli stessi addetti ai lavori, portati a reagire per lo più negativamente di fronte a una musica senza inizio né fine, ben lontana dal consolidato concetto di canzone blues e rock'n'roll.
In effetti, più che un disco tradizionalmente rock, The End Of The Game appare come un estremo tentativo, privo di compromessi, di rendere comprensibile la grande passionalità dell'anima di Green, di cogliere l'attimo fuggente della propria arte tramite una musica in libertà, disinibita, aperta a contaminazioni di ogni genere, dotata di estatiche vibrazioni e d'improvvisi cambi d'umore. La materia trattata è completamente strumentale e le parti liriche spettano di diritto alla chitarra che canta d'amore e sofferenza, di splendori e disillusione. Naturalmente un'opera siffatta non vende, ma questa è di certo l'ultima preoccupazione di Peter Green, ormai destinato a una dolorosa, autonoma emarginazione dal music business.
L'apertura spetta al vortice senza vie d'uscita di Bottoms Up, un'informale jam funky blues dove Green mette a frutto la lezione di Hendrix, cavalcando con autorità le potenti ondate ritmiche (notevole il lavoro al basso di Dmochowski) e insinuandosi tra le pieghe del suono, quando la cadenza rallenta e prende respiro. L'introduzione di Descending Scale mette in luce il piano di Zoot Money, fino all'impatto con la chitarra che geme disperatamente trasformando il brano in un'ostica improvvisazione a forma libera. Burnt Foot si affida a modi jazzati che evolvono in un'enfasi ritmica liberatoria; Hidden Depth è rarefatta e rilassata (come pure il breve frammento di Timeless Time), illuminata dalla chitarra languida ed espressiva. La conclusiva The End Of The Game esplode nel turbine impetuoso della chitarra di Green, per poi navigare verso l'ignoto in una sensazione di pace irreale. valutazione: 9
- Gary Moore (Mucchio Selvaggio n. 210-211, luglio-agosto 1995, pagg. 27-28, intervista da Guitarist, trad. di Stefano Mongardini) - D: Come hai incontrato Peter? Gary Moore: A 14 anni l'ho visto suonare con John Mayall subito dopo che Eric (Clapton - ndr.) aveva lasciato la band. Aveva un amplificatore Selmer che era affittato perché nessuno poteva permettersi di portare la propria attrezzatura e doveva suonare All Your Love. Pensavo che il suono avrebbe fatto schifo ma nel momento in cui ha infilato il jack è partito con quel lick iniziale e ricordo che tutta la sala vibrava! Il solo fatto di vedere un chitarrista salire sul palco, collegarsi ad un amplificatore che ritenevo fosse una merda e ottenere quel magnifico sound, è stata un'esperienza incredibile. Non avevo mai ascoltato nulla del genere e dissi tra me, "Dio, se potessi solo ottenere un suono del genere, o meglio, se potessi avere quella chitarra!". E' stato assolutamente fantastico, tutto in lui aveva una tale grazia. In ogni modo, più tardi, quando gli Skid Row aprivano per i Fleetwood Mac al National Stadium di Dublino intorno al 1969-70, io avevo solo 16-17 anni e Peter aveva espresso, a questo dj che conduceva una trasmissione, il desiderio d'incontrarmi. Ero estasiato perché Peter era uno dei miei grandi eroi, così andai da lui. Lui disse che gli piaceva molto come suonavo e mi chiese se più tardi volevo andare in albergo da lui per una chiacchierata. Dovevo suonare un'altra gig dopo l'incontro, ma lui mi aspettò in albergo. Salii e nella stanza c'erano Mick Fleetwood, Peter e tutte quelle chitarre sul letto. Ci siamo seduti, abbiamo parlato e suonato le chitarre - senza amplificatori - per tutta la notte. E' stato grande. Poi viaggiai con lui fino al concerto successivo e Peter persuase il manager a portare gli Skid Row in Inghilterra. Dopo quel tour restammo in contatto per molto tempo. Di quando in quando andavo a casa sua a passare un pò di tempo e a suonare con lui. Non lo vedo da un bel pò di anni. Lo vidi un paio di volte quando stavo registrando Back On The Streets nei tardi anni '70. Era giù al bar dello studio di registrazione e io gli dissi di venire su per fargli ascoltare un brano. Abbiamo fatto una lenta versione di Don't Believe A Word che era molto nello stile dei Fleetwood Mac. La Les Paul era appoggiata a una sedia nello studio e lui entrò, andò verso di lei e la carezzò con la mano. E' per questo che da allora quella chitarra mi ha regalato vent'anni di magia! Stava perdendo le vibrazioni di un tempo dopo essere stata nelle mie mani per tutti quegli anni, così le ha dato un pò di quella vecchia magia. Poi è andato nella sala di controllo e gli abbiamo suonato Don't Believe A Word. Lui disse "questo suona come una cosa che avrebbero fatto i Fleetwood Mac", e noi eravamo un pò imbarazzati. D: Peter Green si è scavato una sua enigmatica nicchia nella storia del rock, simile forse a quella di Syd Barrett. Gary Moore: In quanto nessuno sa più molto di lui, è una sorta di recluso, qualunque siano le ragioni. Personalmente penso che devi solo ascoltare il modo in cui Peter suonava, non puoi suonare in quel modo e non essere incredibilmente spirituale e sensibile. E questo business non è il posto adatto per questo genere di persone. Lo ha detto lui stesso - disse che non era fatto per il music business - e penso che abbia preso la decisione giusta andandosene. Vorrei che tornasse e continuasse a suonare, vorrei che suonasse oggi e vorrei che non avesse mai smesso. Ma per il modo in cui lo influenzava, il music business non era proprio il posto giusto per lui. Era una persona meravigliosamente profonda. La puoi trovare nella sua musica, non è così? Tutti la possono sentire. - Gary Moore, con dichiarazioni di (Mucchio Selvaggio n. 210-211, luglio-agosto 1995, pagg. 30-31, box "Green Lantern, la Les Paul di Peter Green") - Ci sono poche chitarre che hanno ottenuto una notorietà da Santo Graal proiettandole molto più in alto del solito desiderio di possederle ed assumendo il ruolo di icona del rock'n'roll: una Strato di Hendrix, la Blackie di Clapton, una Kossof Les Paul, forse, ma la chitarra di cui andremo a parlare ha l'alone del mito. Peter Green ha usato il suo strumento in molte delle sue storiche registrazioni e tutti sono d'accordo che possiede una timbrica unica, anche a confronto delle altre Les Paul della stessa annata (1959, numero di serie 9 2308 - ndr.). La storia di come Gary Moore sia arrivato ad acquistare questa chitarra è essa stessa materia di leggenda... "Peter mi chiamato dopo aver lasciato i Fleetwood Mac, abbastanza tempo dopo essersene andato. Lo vedevo qualche volta al Marquee, stava attraversando un momento molto difficile della sua vita. Se qualcuno lo avvicinava per parlargli non sapevi mai come avrebbe reagito, poteva essere molto rude se voleva. Non con me, ma potevo vedere come ne avesse abbastanza di tutto quel trambusto e come si fosse allontanato dalla gente. Una sera mi disse: 'vuoi prendere in prestito la mia chitarra per qualche tempo?' Ed io dissi: 'Cazzo, sì!' Voglio dire, cosa gli avresti detto: 'no, non mi rompere Peter, ho da fare?' Così mi diede il suo indirizzo e io andai a prendere la chitarra a casa dei suoi genitori. Viveva a South London con i suoi genitori in quel periodo, e io presi la chitarra, potevo averla per alcuni giorni e ancora non potevo crederci di tenerla tra le mie mani. Avevo così paura che potesse succedere qualcosa perché vivevo in questa stanza a Belsize Park e dovevo portarla con me ovunque perché non c'era lucchetto alla mia porta. Così ovunque andavo questa chitarra doveva venire con me. Peter mi chiamò e chiese cosa pensassi della chitarra e io gli dissi che era fantastica. Lui mi chiese se la volevo comprare. Gli dissi che non me la potevo permettere, ma lui replicò che non erano i soldi che voleva, desiderava solo trovarle una buona casa. Così mi disse di prendere la mia chitarra preferita, di venderla e di dargli il ricavato perché così sarebbe stato come scambiarsi le chitarre. Questa fu la forma con cui me la offrì. A quel tempo avevo una SG, così la portai in città vendendola per 160 sterline o qualcosa del genere. Lui venne al mio appartamento per i soldi, ma mi restituì 40-50 sterline dicendo che ai tempi in cui la comprò gli era costata solo 120 sterline. Ma poi ci ripensò ancora una volta e alla fine credo che gli diedi solo 100 sterline. Devi capire che non era una questione di soldi, a quel tempo stava dando via tutte quelle cose e mi aveva preso sotto la sua ala protettrice perché come chitarrista gli piaceva il mio modo di suonare. Al giornalista di una rivista raccontò che io ero il miglior chitarrista con cui avesse mai suonato; detta da lui era una cosa incredibile da sentire, un enorme complimento. Disse che voleva una buona casa per la sua Les Paul e la scelta era tra me e Snowy White, ma Snowy ce l'aveva già, così volle che l'avessi io. Gli dissi che se l'avesse voluta indietro gliel'avrei data in ogni momento, ma lui disse che non me l'avrebbe mai richiesta...". La chitarra ebbe un incontro con la morte un paio d'anni fa. "Fui coinvolto in un brutto incidente automobilistico e la chitarra era nel portabagagli. Fu un'esperienza molto strana, avevo sognato che qualcuno mi rubava la chitarra e a volte, quando hai sogni del genere, si avverano. Dovevo andare in studio per fare alcuni demo e questo tizio mi viene a prendere in macchina e mentre stavamo partendo gli dissi di aspettare perché volevo portare la Les Paul con me a causa di quel sogno che avevo avuto. Lui mi disse che stavo diventando veramente paranoico. Così la mettemmo nel portabagagli e ci avviammo verso lo studio di registrazione. All'incrocio di Chiswick Flyover ci fermammo al semaforo e un grosso, fottuto camion venne da dietro, ci tamponò in pieno proprio mentre stavamo ripartendo. Ho aperto il portabagagli e nonostante la chitarra fosse nella sua custodia rigida aveva il manico frantumato. Così il sogno non si è rivelato proprio errato, qualcuno me l'ha portata via. Ma l'abbiamo fatta riparare incredibilmente bene con un rinforzo di metallo. Tuttavia era in uno stato tremendo. La macchina era distrutta completamente, così ti puoi immaginare. Come manutenzione quotidiana gli ho fatto cambiare i capotasti un bel pò di tempo fa, ma il fatto è che fino al nuovo album (Blues For Greeny - ndr.) non l'ho usata regolarmente. Solo per una o due canzoni, Midnight Blue o cose del genere, ma non è stata la mia chitarra principale da alcuni anni così i capotasti non si sono consumati molto. Ma se inizio ad usarla molto, so che dovrò farle un cambio di capotasti e l'idea mi fa rabbrividire perché penso solo che il suono potrà essere differente. Sai come sono i chitarristi, tutti così nevrotici per cose del genere". - B.B. King, dichiarazione di (Mucchio Selvaggio n. 210-211, luglio-agosto 1995, pag. 26) - "La gente mi diceva che il mio stile aveva influenzato notevolmente Peter nei suoi primi anni di musicista. Questo è indubbiamente un grosso complimento, ma che non riesco a capire. Quando io ascolto Peter Green ... ascolto Peter Green."
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