Cream

 

 

IL FUOCO E L'ACQUA

Other Voices

cream1.BMP (2917302 byte) Cream: l. to r. Eric Clapton, Ginger Baker, Jack Bruce

FRESH CREAM (Reaction 593/594 001, dicembre 1966)

N.S.U. / Sleepy Time Time / Dreaming / Sweet Wine / Spoonful / Cat's Squirrel / Four Until Late / Rollin' And Tumblin' / I'm So Glad / Toad

Eric Clapton: chs.v. / Jack Bruce: bs.ar.v. / Ginger Baker: bt.v. - Prod. Robert Stigwood

Pur non essendo esente da pecche, il primo album dei Cream ha il merito di mostrare gli elementi portanti essenziali dello stile del gruppo. Il disco contiene numerose versioni di classici blues, reinterpretati con grande potenza e dinamismo: nelle varie Spoonful (Dixon), Rollin' And Tumblin' (Waters), Cat's Squirrel la chitarra di Clapton, pur mantenendo una lirica classicità, indurisce notevolmente il suono, sostenuta da un'eccellente sezione ritmica capace di andare ben oltre a un mero ruolo d'accompagnamento. La produzione originale dei Cream appare ancora piuttosto incerta, anche se i timidi frammenti di N.S.U. e Sweet Wine diventano dal vivo solide basi per lunghe, incandescenti improvvisazioni strumentali, e il micidiale riff di Toad introduce un gustoso saggio dello sciolto e originale stile percussivo di Ginger Baker, che si conferma tra i più preparati e qualitativi batteristi rock. valutazione: 7,5

creamraeli.BMP (5002038 byte) Disraeli Gears

DISRAELI GEARS (Reaction 593/594 003, novembre 1967)

Strange Brew / Sunshine Of Your Love / World Of Pain / Dance The Night Away / Blue Condition / Tales Of Brave Ulysses / S.W.L.A.B.R. / We're Going Wrong / Outside Woman Blues / Take It Back / Mother's Lament

Eric Clapton: chs.v. / Jack Bruce: bs.ar.v. / Ginger Baker: bt.v. - Tds. Tom Dowd - Prod. Felix Pappalardi

L'adesione dei Cream alla cultura psichedelica del 1967 si sostanzia con la realizzazione del secondo ellepì Disraeli Gears, che in parte ripropone il caratteristico power blues e in parte si espone al contagio del morbo lisergico. La produzione del disco è affidata da Stigwood a Felix Pappalardi (futuro bassista dei Mountain), capace di fornire anche un prezioso contributo come sessionman; allo stesso tempo, Disraeli Gears determina il consolidamento della proficua collaborazione tra Jack Bruce e il paroliere (nonchè compositore, cantante e musicista) Pete Brown, che proseguirà nei successivi lavori dei Cream e dello stesso bassista. Tra i brani spicca prepotente la sagoma di Sunshine Of Your Love, un rock blues scolpito nella roccia da un riff epocale di chitarra; è il pezzo più ricordato dell'intero repertorio (si dice dedicato a Jimi Hendrix) e fissa definitivamente i tratti salienti della musica del gruppo. L'ottima Tales Of Brave Ulysses si ricollega al suono tradizionale del complesso, come pure l'aggressiva S.W.L.A.B.R. e le meno appariscenti Outside Woman Blues e Take It Back. Al versante flower power appartiene l'iniziale Strange Brew, che propone cadenze meno sostenute e un suono più colorito, oltre alle melodiche e sognanti World Of Pain (un bel brano di Pappalardi dove appare l'effetto wah-wah alla chitarra), Dance The Night Away (con graziose soluzioni armoniche) e la rarefatta We're Going Wrong. valutazione: 8

cream2.BMP (4009206 byte) psychocream

WHEELS OF FIRE (Polydor 582/583 031-2, agosto 1968)

In The Studio: White Room / Sitting On Top Of The World / Passing The Time / As You Said / Pressed Rat And Warthog / Politician / Those Were The Days / Born Under A Bad Sign / Deserted Cities Of The Heart - Live At The Fillmore: Crossroads / Spoonful / Traintime / Toad

Eric Clapton: chs.v. / Jack Bruce: bs.cha.ar.vc.ca.v. / Ginger Baker: bt.pr.v. + Felix Pappalardi: vl.or.tr.pr. - Tds. Tom Dowd, Adrian Barber, Bill Halverson - Co. Martin Sharp, Stanislaw Zagorski - Prod. Felix Pappalardi

Il doppio Wheels Of Fire si compone di un disco registrato in studio, con l'aiuto del produttore Pappalardi in qualità di musicista aggiunto, e di una parte dedicata al resoconto di un concerto tenuto nel marzo 1968 al Fillmore West di San Francisco. I brani più significativi del disco di studio sono due composizioni di Jack Bruce (sempre coadiuvato dal fido Pete Brown), la stupenda White Room, caratterizzata dalla lirica frase introduttiva, vero miracolo d'equilibrio tra il ruvido rock blues di base e la formidabile linea melodica vocale, e la cadenzata Deserted Cities Of The Heart, che s'avvale di ricercati arrangiamenti per viola (Pappalardi) e violoncello (Bruce). Il blues emerge prepotente nelle notevoli interpretazioni di Sitting On Top Of The World (Howlin' Wolf), Born Under A Bad Sign (Booker T. Jones, William Bell) e Politician, un originale brano composto da Bruce-Brown. La sognante Passing The Time, la bella Those Were The Days e l'atipica Pressed Rat And Warthog, tutte interessanti creazioni di Ginger Baker, sono valorizzate dagli interventi con viola, tromba e percussioni di Pappalardi, e ancora va ricordata l'obliqua melodia di As You Said, che anticipa atmosfere care alla futura produzione solistica di Jack Bruce. In sintesi, le registrazioni di studio di Wheels Of Fire appaiono tanto brillanti e originali, quanto espressione di tre musicisti divisi riguardo la direzione artistica da intraprendere e con Clapton totalmente escluso in fase compositiva. Il disco dal vivo si apre con l'energica, brillante versione del blues di Robert Johnson Crossroads, completamente riscritta per l'occasione; la seguente Spoonful (Willie Dixon) mostra il virtuosismo dei musicisti e risulta un pò prolissa, pur appassionando per la volontà di tirare al massimo gli strumenti, in perenne rincorsa tra loro. Traintime (un brano di Bruce, già nel repertorio della Graham Bond Organization) è una performance per armonica che sfocia nella durissima Toad, introduzione a un ottimo ma interminabile assolo di Baker.valutazione: 9

creamlive.BMP (11829558 byte)live Cream

GOODBYE (Polydor 583 053, marzo 1969)

I'm So Glad / Politician / Sitting On Top Of The World / Badge / Doing That Scrapyard Thing / What A Bringdown

Eric Clapton: chs.v. / Jack Bruce: bs.pn.or.v. / Ginger Baker: bt.pr.v. + Felix Pappalardi: bs.pn.me. - George Harrison: chr. - Tds. Bill Halverson, Adrian Barber, Damon Lyon-Shaw - Co. Alan Aldridge Ink Studios - Prod. Felix Pappalardi

Definire Goodbye "il quarto ellepì dei Cream" mi sembra eccessivo e storicamente scorretto, e certo non solo perchè il disco esce postumo nel marzo del 1969. In realtà l'album è il tentativo, piuttosto raffazzonato, di sfruttare commercialmente il valore di mercato acquisito dal trio, senza poter vantare pretese di organicità del materiale trattato; così il disco racchiude tre brani registrati dal vivo (buone versioni di I'm So Glad, Politician, Sitting On Top Of The World) e altrettanti brani di studio tra i quali emerge la bella melodia di Badge, una canzone di chiaro stampo beatlesiano, composta da Clapton assieme a George Harrison (notevole la sua influenza compositiva) che vede la presenza di quest'ultimo alla seconda chitarra e del solito Pappalardi a piano e mellotron. Per il resto, Doing That Scrapyard Thing è divertente e nulla più, abbastanza sconcertante per essere un brano dei Cream, mentre di maggior interesse è What A Bringdown, una composizione di Baker utilizzata come retro del singolo Badge (aprile 1969) che suona come incalzante afro blues variato da ottime aperture melodiche (Pappalardi al basso). valutazione: 6,5

LIVE CREAM (Polydor 2383 016, giugno 1970)

LIVE CREAM VOL. 2 (Polydor 2383 119, giugno 1972)

cream4.BMP (11178294 byte)goodbye Cream!

 

OTHER VOICES

- Riccardo Bertoncelli (Pop Story, Arcana 1973, pagg. 98-100) - I Cream vengono dal blues, senza deviazioni o sbagli. Hanno girovagato con gli artigiani migliori di quello stile, apprendendo misteri e segreti: Clapton con gli Yardbirds e con Mayall il profeta, Bruce in uno sfolgorante periodo sempre con John, e con Manfred Mann, Baker con la gente pura dell'Incorporated. Si sono poi riuniti, all'alba del 1967, a cercare l'ennesima riversione di quel mondo, con qualcosa di più. Sono in tre, ed è una struttura che già dice molto, che sarà importantissima per lo sviluppo di tutto il sound del complesso. Una batteria implacabile ma abbastanza contenuta come quella di Ginger Baker, un basso venato di implicazioni svariatissime, scoppiettante e fervido, in mano a Jack Bruce, e la chitarra cerbottana di Clapton, piccoli aghi infissi in noi. Sono in pochi, ma il suono è pieno, corposo, ricchissimo: e non c'è la chitarra ritmica, la strega cattiva del beat, l'ennesimo Mito gigantesco e intoccabile, e Clapton deve suonare senza paraventi, uscire dai timidi assoli di prima, liberarsi di ogni struttura. E Bruce deve vagare e riempire, il basso che cambia sesso e si fa chitarra ritmica, solista, accanto agli altri strumenti o fuori, a trainarli e a farsi desiderare, la durezza che è necessità per non morire d'inedia, per non essere sopraffatti e rendere inutili le proprie scelte stesse. I Cream sono un choc, con quella chitarra che ha varcato ormai le colonne d'Ercole e non la smette più di parlare, di ingoiare orizzonti, con quel basso che ha frantumato la storia musicale accettata dal beat, i "giri fissi" e solo quelli, i ricami timidamente intessuti. I Cream insegnano nuove proiezioni del fatto sonoro: l'eccitazione furiosa, continua, senza pause. Con loro e con Hendrix, il suono fisico acquista dimensioni quasi definitive: dopo, saranno solo immagini sbiadite e di contorno, appendici a quelle lezioni immacolate nella notte del pop. Lo stile, dal blues ancora cattedratico di Fresh Cream, l'esordio, si evolve limpidamente; attraverso Disraeli Gears, l'album che li fa conoscere e che in effetti è solo un potpourri di segni sonori calati in disco. Ma è soprattutto Wheels Of Fire, le "ruote infuocate" che ci investono in due album, a dare tono preciso e pieno al suono di quella gente. Stacchi bruschi, attimi mozzafiato, la chitarra distorta dal collo taurino, una quercia che si abbatte su di noi; gli insegnamenti blues violentati e frastagliati, presi a sberle e inceneriti, la deviazione fantasiosa alle dodici battute che ancora cantano nel vento. E poi il basso che prende dal jazz più nuovo, eresie di inchiostri imbrattanti, la batteria che si concede un assolo chilometrico, in Toad, ed è la nascita di un'epoca nuova, occhi sgranati su quelle diavolerie che per la prima volta prendono piede in quel reame. Soprattutto la facciata dal vivo di quel LP, quattro lunghi brani in cui il pop inglese nasce e assurge già a carnevali babilonici, è il segno di una musica completamente diversa: ingenua ancora, fredda a tratti, ma viva, in movimento, sparata da strumenti impazziti e non più docili come un tempo. Un blues rimbastardito con tiepide decalcomanie jazzistiche: già nei suoi primi parti, il pop mette in difficoltà con le etichette. Ma l'entusiasmo dilagante, il desiderio di idolatria, frenano quegli spunti così promettenti; i Cream diventano semidei nell'orgia di una situazione che avrebbe bisogno di uomini e non di stregoni, in un'epoca che vorrebbe calma e lucidità, taumaturghi e non untori. Quella insana follia colpisce anche il complesso: che non riesce più ad espandersi e si divide tra rancori e promesse e giochi di potere, distruggendo d'un sol colpo l'equilibrio esile e bello che si era venuto a creare. Il Sistema Discografico li sfrutta sino in fondo, cospargendo i loro spazi di un paio di altri LPs, la nausea che ormai invade le emozioni, l'esagerazione che macchia le vesti d'origine. La genialità è diventata formula, una volta di più.