La macchina della propaganda sionista

23/01/2009

di James Zogby

Palestine Chronicle

 

Come nei passati conflitti in Medio Oriente, negli USA entrambe la narrativa dei media ed il commento politico negli USA hanno seguito rigidamente le ragioni di Israele sulla guerra. Questa è stata una componente essenziale del primo successo di Israele e della sua capacità di prolungare il conflitto senza l'opposizione degli USA. Poiché riconosce l'importanza della guerra della propaganda, Israele combatte su questo fronte tanto energicamente e sproporzionatamente quanto si impegna sul campo di battaglia.

Ecco come lo hanno fatto.

Definire i termini del dibattito e vincere il dibattito. Al principio, gli israeliani operano per definire il contesto, il punto d'avvio e la narrativa che conformerà la comprensione della guerra. Per esempio, in questo caso, con la costante ripetizione sono riusciti a stabilire l'idea che il momento di inizio del conflitto è stato il 19 dicembre, la fine del cessate il fuoco di sei mesi (che Israele ha descritto come "terminato unilateralmente da Hamas"). Naturalmente, nel fare ciò hanno ignorato le loro prime violazioni di novembre e la mancanza di onorare il loro impegno nel cessate il fuoco di aprire le frontiere di Gaza. Hanno anche ignorato di aver ridotto Gaza ad un possedimento, un processo che è iniziato molto tempo prima ed è continuato dopo il loro ritiro nel 2005. Poiché sanno che la maggior parte degli americani non seguono molto attentamente il conflitto e sono inclini a credere, di regola, "ciò che ascoltano ripetutamente", questa tattica di definizione e ripetizione preventive ha successo.

Riconoscere che gli stereotipi funzionano. Poiché, per generazioni, il conflitto israelo-palestinese è stato definito con immagini culturali positive di Israele e stereotipi negativi dei palestinesi, i propagandisti di Israele hanno qui un vantaggio che è facile da sfruttare. Poiché la storia è stata a lungo vista come "l'umanità di Israele nell'affrontare il problema palestinese", la cronaca dei media di qualsiasi conflitto comincia con come "il problema" incida sul popolo israeliano. Come una volta si espresse Golda Meir, "possiamo perdonare gli arabi per l'uccisione dei nostri bambini, ma non possiamo mai perdonarli per farci uccidere i loro bambini". E così non è stato sorprendente che, nonostante la sofferenza sproporzionata dei palestinesi, la cronaca dei media abbia tentato di "equilibrare" la storia, dando ampio trattamento, con fotografie, ad israeliani angosciati ed impauriti ed all'impatto che su di loro aveva la guerra. Dal principio, quando la cura dei media aveva la massima importanza, i palestinesi erano ridotti, come sempre, a dei semplici numeri oppure oggettivati come "danni collaterali".

Anticipare e contare sulle gaffe dei vostri avversari. La stupidità di Hamas ha giocato nella strategia di Israele. Israele ha potuto contare dall'inizio sul fatto che Hamas avrebbe lanciato razzi ed emesso il tipo di minacce che Israele poteva poi parlamentare in simpatia in occidente. Sapere che queste sarebbero certamente arrivate e potevano essere sfruttate è stato un vantaggio nella sua guerra di propaganda.

Essere ovunque e sostenere la stessa cosa e rendetevi certi che i vostri avversari rimangano il più invisibili possibile. Israele comincia ogni guerra con un gran numero di portavoce che parlano inglese (molti nati in occidente) disponibili in qualsiasi momento per tutti le imprese di media (per esempio, non è un caso che Israele abbia un console generale "arabo" ad Atlanta -- che è dove si trova la CNN). L'opera della sua operazione di propaganda, che dissemina molteplici portavoce in località degli Stati Uniti con corrispondenti punti di discussione, garantisce il successo. Allo stesso tempo, è in grado di negare l'accesso dei media a Gaza, permettendo solamente ai giornalisti occidentali di operare vicino alla zona di guerra sotto la supervisione delle forze d'occupazione, garantendo ad Israele l'opportunità di sagomare ogni aspetto della storia mentre si sopprime la possibilità di accertamento indipendente dell'orrore in corso a Gaza.

Non dare terreno. Dal momento che metà della storia sarà determinata da cosa dicono e fanno i leader politici, viene messo in servizio anche l'apparato politico di Washington, assicurandosi che la leadership della Casa Bianca e del Congresso "righeranno dritto". Perciò, le dichiarazioni emesse dal Congresso riflettono gli argomenti di discussione; insieme, i portavoce israeliani, i commentatori politici e le dichiarazioni del Congresso servono come eco l'uno con l'altro.

Negare, negare, negare. Quando i fatti e la realtà fanno breccia, contraddicendo la narrativa ufficiale, creando storie che vanno contro la narrativa imposta, la macchina della propaganda israeliana lavora oltre il normale per negare, negare, negare (dichiarando piuttosto impudentemente, "Chi credete, me o i vostri occhi bugiardi"?) e/o architettare una contro-narrativa che scarica la colpa ("Non lo abbiamo fatto, l'hanno fatto loro a noi"). In questo caso, che significa sostenere che la morte di civili palestinesi è sempre colpa di qualcun altro, oppure che i giornalisti o i loro avversari inscenano il dolore (come per dire, "Gli arabi non si addolorano veramente come noi").

L'ultimo rifugio di una canaglia: Quando tutto il resto fallisce, dare la colpa alla critica o all'antisemitismo. Ferisce e può essere abusato, ma può ridurre al silenzio o mettere la critica sulla difensiva.

- James Zogby è presidente dell'Arab American Institute. (Originariamente pubblicato da Al Ahram Weekly – www.weekly.ahram.org.eg – il  15-21 gennaio; edizione No. 930)