Jonathan Cook: the View from Nazareth

reporting, commentary and analysis on the Israel-Palestine conflict

 

 

 

Le radici del sionismo ci aiutano oggi ad interpretare Israele

9 maggio 2016

The National – 9 maggio 2016

 

E' stato un giudizio che nessuno si aspettava dal vicecapo delle forze armate israeliane. La settimana scorsa, nel suo discorso della Giornata dell'Olocausto, Yair Golan ha paragonato le attuali tendenze in Israele con la Germania dei primi anni '30. Nell'Israele di oggi, ha  dichiarato, potrebbe riconoscersi "il disgustoso processo che è avvenuto in Europa ... Non vi nulla di più facile che odiare lo straniero, nulla di più facile che provocare paure ed intimidire".

Il furore per le osservazioni del gen. Golan è seguito ad un clamore simile in Gran Bretagna alle dichiarazioni dell'ex  sindaco di Londra Ken Livingstone.. Ha osservato che Hitler nel 1933 "sosteneva il sionismo" quando il nazisti firmarono un accordo per il trasferimento, permettendo ad alcuni ebrei tedeschi di emigrare in Palestina.

Nelle loro differenti maniere entrambe i commenti rinviano indietro ad una lite accesa tra gli ebrei sul fatto se il sionismo sia una benedizione oppure una sventura. Sebbene oggi in gran parte trascurata, la disputa getta molta luce sul conflitto israelo-palestinese.

Queste differenze maturarono nel 1917, quando il governo britannico emise la Dichiarazione di Balfour, un documento che per la prima volta prometteva di realizzare l'obiettivo sionista di una "patria nazionale" per gli ebrei in Palestina. Soltanto un ministro, Edwin Montagu, dissentì. Straordinariamente, era l'unico ebreo del gabinetto britannico. I due fatti non erano incoerenti. In un promemoria, avvertì che la politica del suo governo sarebbe stata un "terreno di raduno per gli antisemiti di ogni paese".

In questa opinione era lungi dall'essere solo. Dei 4 milioni di ebrei che tra il 1880 ed il 1020 lasciarono l'Europa, soltanto 100.000 andarono in Palestina in linea con le aspettative dei sionisti. Come osservò una volta il romanziere israeliano A B Yehoshua "Se il partito sionista avesse partecipato alle elezioni agli inizi del 20° secolo avrebbe ricevuto soltanto il 6 o7% dei voti del popolo ebraico".

Ciò che Montagu temeva era la creazione di uno stato ebraico in un territorio esteso collegato troppo poco accuratamente con le aspirazioni degli antisemiti europei, quindi molto in evidenza, compreso il governo britannico.

Secondo le assunzioni dominanti dei nazionalismi etnici del tempo in Europa, la regione doveva essere divisa in popoli o "razze" biologiche e ciascuna doveva controllare un territorio in cui avrebbe potuto prosperare. Gli ebrei erano considerati come un "problema" perché in aggiunta al persistente antisemitismo cristiano venivano considerati dei sovversivi di questo modello nazionale.

Gli ebrei erano visti come una razza a parte, una a cui non si poteva o non si doveva essere permesso di assimilarsi. Secondo questa opinione, meglio incoraggiare la loro emigrazione dall'Europa. Per le elite britanniche, la Dichiarazione di Balfour era un mezzo per realizzare questo fine.

Theodor Herzl, il padre del sionismo politico, comprese molto bene questo tagliente antisemitismo. La sua idea per uno stato ebraico era ispirata in parte dall'infame affair Dreyfus, nel quale un ufficiale ebreo dell'esercito francese fu incastrato per tradimento dai suoi comandanti. Herzl era convinto che l'antisemitismo avrebbe sempre escluso gli ebrei da una vera accettazione in Europa.

E' per questa ragione che i commenti di Mr Livingstone espressi tuttavia goffamente indicavano un'importante verità. Herzl ed altri iniziali sionisti accettavano implicitamente la sgradevole intelaiatura del fanatismo europeo.

Gli ebrei, concluse Herzl, devono accettare la loro diversità e considerarsi come una razza separata. Una volta che scoprivano un benefattore che desse loro un territorio presto la Gran Bretagna si sarebbe obbligata con la Palestina avrebbero potuto emulare da lontano gli altri popoli europei.

Per un momento, alcuni leader nazisti furono comprensivi. Adolf Eichmann, uno dei posteriori tecnici dell'Olocausto, nel 1937 visitò la Palestina per promuovere l'"emigrazione sionista" degli ebrei.

Hannah Arendt, l' 'ebrea tedesca studiosa del totalitarismo, sostenne anche nel 1944 molto tempo dopo che i nazisti avevano abbandonato le idee di emigrazione ed abbracciato invece il genocidio che l'ideologia sottostante al sionismo "non era altro che l'accettazione acritica del nazionalismo ispirato dai tedeschi".

Israele ed i suoi sostenitori preferirebbero che dimenticassimo che, prima dell'ascesa dei nazisti, la maggior parte degli ebrei era profondamente contraria ad un futuro nel quale erano consegnati in Palestina.

Coloro che cercano di ricordarci questa storia dimenticata è probabile che vengano demonizzati, come Livingstone, come antisemiti. Sono accusati di compiere un paragone semplicistico tra sionismo e nazismo.

Ma vi è una buona ragione per esaminare questo scomodo periodo.

I moderni politici israeliani, compreso Benjamin Netanyahu, dichiarano ancora regolarmente che gli ebrei hanno soltanto una patria – in Israele. Dopo ogni attacco terroristico in Europa, esortano gli ebrei ad affrettarsi verso Israele, raccontando loro che dove sono non saranno mai salvi.

Ci avvisa inoltre che il fatto che persino oggi il movimento sionista non può fare a meno di rispecchiare molti dei difetti di quel nazionalismo etnico europeo ora screditato, come pare si renda conto il gen. Golan.

Tali caratteristiche in Israele fin troppo evidenti  includono una definizione esclusiva di popolo; il bisogno di fomentare paura e odio dell'altro come un modo per mantenere saldamente legata il paese; l'ossessione della fame di territorio ed una cultura estremamente militarizzata.

Riconoscere le radici ideologiche del sionismo, ispirate da teorie razziali di popolo che in parte alimentarono la Seconda Guerra Mondiale, potrebbe permetterci di comprendere un poco meglio il moderno Israele. E perché sembra incapace di stendere una mano di pace ai palestinesi.