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Il progetto coloniale del sionismo

Lance Selfa, direttore di The Struggle for Palestine, descrive le radici del movimento sionista

e la campagna per creare lo stato sionista. Questo è un estratto dal libro.

10 giugno 2010

 

NEL MAGGIO 1948, il primo primo ministro di Israele, David Ben-Gurion, proclamò la fondazione dello stato di Israele. Immediatamente, i commando ebraici in Palestina lanciarono quella che Israele chiamò la sua "guerra d'indipendenza". Quando nel 1949 Israele concluse un armistizio con gli eserciti di Egitto, Transgiordania e Siria, più di 750.000 palestinesi erano stati costretti a fuggire dalle loro case. Diventarono profughi dal loro paese, che i sionisti ebrei ora controllavano

In questo modo, la fondazione di Israele segnò il culmine di una campagna lunga 50 anni, condotta dai sionisti politici, per costituire uno stato ebraico.

I sionisti pretendevano di esprimere l'intenso desiderio di "liberazione nazionale" dell'ebraismo mondiale. Tuttavia se il sionismo era un movimento di liberazione nazionale, lo era come nessun altro.

Piuttosto che cercare di liberarsi dall'imperialismo, andò attivamente in cerca della protezione delle potenze imperialiste. Piuttosto che promettere l'autodeterminazione al popolo della Palestina--la vasta maggioranza del quale era arabo--lo espulse. E piuttosto che rappresentare un'espressione ampiamente popolare della lotta contro l'oppressione nazionale, il sionismo contò come poco più che una setta per la maggior parte della sua esistenza prima della II Guerra Mondiale.

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IL SIONISMO politico, con le parole di Nathan Weinstock, autore di Zionism: False Messiah, è "una dottrina che, partendo dal postulato della incompatibilità tra gli ebrei ed i gentili, sosteneva la causa dell'emigrazione massiccia in un paese sottosviluppato con lo scopo di costituire uno stato ebraico".

Si sviluppò come risposta ad un'ondata di antisemitismo in Europa alla fine del 19° secolo. Questa atmosfera di disperazione e di oppressione provocò diverse risposte nella popolazione ebraica, tra loro un crescente nazionalismo. Nathan enfatizza che "il nazionalismo ebraico, in particolare, la sua variante sionista, era una concezione assolutamente nuova nata dal contesto sociopolitico dell'Europa orientale nel 19° secolo".

Il sionismo politico ha ricevuto la sua più potente espressione in The Jewish State, un opuscolo del 1896 del giornalista austriaco ebreo Theodore Herzl, considerato il "padre" del sionismo politico.

Herzl, un uomo che aveva viaggiato molto, nel 1894 seguì a Parigi il processo al Col. Albert Dreyfus, un ufficiale ebreo che le autorità militari francesi incastrarono come spia. Si sarebbe potuto leggere il caso Dreyfus come un esempio del potenziale per unirsi per ebrei e non ebrei per combattere l'antisemitismo. Herzl non lo fece. Come più tardi scrisse nel suo diario: "A Parigi...ho conseguito un atteggiamento più libero verso gli antisemiti, che ora inizio a comprendere storicamente ed a perdonare. Sopra tutto, ho riconosciuto la vacuità e la futilità di cercare di combattere l'antisemitismo".

Herzl riunì il primo Congresso Sionista a Basilea, Svizzera, nel 1897. Duecento delegati da 17 paesi autorizzarono la creazione dell'Organizzazione Sionista Mondiale per condurre una campagna per una "patria pubblicamente riconosciuta e legalmente sicura in Palestina".

Diversamente da Herzl, i socialisti difendevano gli ebrei minacciati di persecuzione. I socialisti combattevano anche il razzismo antiebraico come un veleno per il movimento dei lavoratori. In questo periodo, August Bebel, un leader del Partito Socialdemocratico tedesco (SPD), denunciò l'antisemitismo come "il socialismo degli sciocchi" per deviare i lavoratori dal loro vero nemico, la classe dominante, sui capri espiatori ebrei. Karl Kautsky, un altro leader della SPD tedesca, sostenne che la differenziazione della popolazione ebraica in classi significava che la condizione degli ebrei sarebbe stata legata inestricabilmente al movimento globale della classe lavoratrice.

Poiché i socialisti sottolineavano la necessità di combattere l'antisemitismo nei paesi dove viveva la maggior parte degli ebrei, il movimento socialista reclutò ebrei in gran numero.

La Rivoluzione d'Ottobre del 1917 mostrò che cosa significasse in pratica la strategia socialista per l'emancipazione ebraica. In un paese dove lo Zar ed i suoi tirapiedi utilizzavano l'antisemitismo per dividere i lavoratori, i lavoratori russi elessero bolscevichi ebrei come Trotsky, Zinoviev, Kamenev e Sverdlov a ruoli principali nel governo rivoluzionario.

La rivoluzione dichiarò la libertà di religione ed abolì le restrizioni zariste sull'istruzione e la residenza per gli ebrei. Durante la Guerra Civile del 1918-1922 contro gli eserciti controrivoluzionari, che avevano massacrato ebrei a migliaia, l'Armata Rossa rivoluzionaria inflisse severe punizioni--compresa l'esecuzione--a qualunque pogromista nelle proprie file.

Nel governo dei lavoratori, all'yiddish venne dato uno status pari a quello di altre lingue. Un Commissariato degli Affari Ebraici ed una Commissione Ebraica speciale all'interno del Partito Bolscevico lavoravano simultaneamente per coinvolgere gli ebrei negli affari dello stato dei lavoratori e per conquistare le masse ebree al socialismo.

I primi anni della rivoluzione videro una fioritura senza precedenti della vita culturale yiddish ed ebrea. Nel 1926-27, più di metà della popolazione scolastica ebrea frequentava scuole yiddish e 10 teatri statali rappresentavano commedie ebree. Per la fine degli anni '20, quasi il 40% della popolazione lavoratrice ebrea lavorava per il governo.

Quindi, per gli anni '20, i sionisti erano stati marginalizzati da tutti i lati. Una maggioranza degli ebrei del mondo mostrava chiaramente il desiderio di emigrare nei paesi occidentali. E migliaia di ebrei che restavano in Europa orientale combattevano per una vita migliore, ottenendo la solidarietà di molti dei loro fratelli e sorelle gentili. Per il 1927, tante persone lasciavano la Palestina quante vi migravano. L'intera impresa sionista pareva in dubbio.

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QUANDO HANNO intrapreso la loro campagna per una patria ebraica, i sionisti non hanno permesso che si trovasse sulla loro strada alcun legame ideologico alla Palestina.

Infatti, nei primi anni dopo che Herzl aveva formato l'Organizzazione Sionista Mondiale, i sionisti discutevano di molti bersagli alternativi per la colonizzazione, Uganda, Angola, Nord Africa. Nel 1903, Herzl accettò una proposta del governo britannico per colonizzare gli ebrei in Uganda, una decisione che si rivelò controversa nelle file sioniste.

La morte di Herzl nel 1904 mise fine ai progetti di colonizzazione al di fuori della Palestina. Tuttavia il dibattito su siti alternativi per lo stato ebraico smascherarono l'impresa sionista sotto due aspetti. Primo, mostrava che il sionismo politico poneva il progetto di colonizzazione davanti a qualunque ardente desiderio lungo 2.000 anni del popolo ebraico di "ritornare" in Palestina. Secondo, dimostrava che, dal principio, il sionismo dipendeva dalla sponsorizzazione delle potenze europee per i propri scopi di insediamento coloniale.

I primi sionisti non facevano un segreto di sperare che lo stato ebraico fosse ciò che Herzl chiamava "una parte del bastione dell'Europa contro l'Asia, un avamposto della civiltà rispetto alla barbarie". I fondatori del sionismo stillavano razzismo pro-imperialista contro quelli che consideravano i "popoli arretrati" dell'Asia e dell'Africa.

Quando si trattava di cercare sostenitori imperialisti, i sionisti non avevano nessuno scrupolo nel trattare con qualunque regime, non importa quanto depravato o antisemita.

Durante la I Guerra Mondiale, i principali sionisti si ingraziarono con l'imperialismo britannico. Speravano che la Gran Bretagna li avrebbe ricompensati dopo avere sconfitto l'impero Ottomano. che controllava la Palestina. Raggiunsero il loro obiettivo con la dichiarazione del 1917 del politico conservatore Lord Balfour. La Dichiarazione Balfour proclamò l'appoggio britannico per "la costituzione in Palestina di una patria nazionale per il popolo ebreo" sotto la protezione britannica.

Sia la Gran Bretagna che i sionisti vedevano lo stato ebraico come un bastione dell'imperialismo contro la diffusione del bolscevismo. Winston Churchill, allora un ministro del gabinetto conservatore, spiegò più tardi le motivazioni della Gran Bretagna nell'incontrare le aspirazioni dei sionisti: "uno stato ebraico sotto la protezione della corona britannica...sarebbe vantaggioso sotto ogni punto di vista e sarebbe particolarmente in armonia con i più autentici interessi dell'impero britannico".

Il più importante tra questi interessi era fermare i progetti del rivoluzionario russo Leon Trotsky "di uno stato comunista mondiale sotto la dominazione ebraica". In questo modo, Churchill si dimostrava essere sia un ardente sionista che un accanito antisemita!

In base alla dichiarazione Balfour, la Gran Bretagna promise ai sionisti entrambe la Palestina e la Transgiordania (l'odierna Giordania). Le pressioni dei paesi arabi nel 1922 costrinsero la Gran Bretagna a rinnegare la promessa della Transgiordania. La corrente principale del movimento sionista, guidata da David Ben-Gurion e Chaim Weizman, accettò la decisione britannica. Più tardi, concordarono di accettare le decisioni britanniche di limitare l'immigrazione ebraica in Palestina.

Questo provocò una considerevole spaccatura nel movimento sionista, poiché una minoranza, guidata dallo scrittore polacco  Vladimir Jabotinsky, protestò contro la realpolitik di Ben-Gurion e Weizman. Jabotinsky sosteneva che i sionisti dovevano insistere sull'impadronirsi di "entrambe le sponde del Giordano" e rifiutarsi di conformarsi a qualsiasi limitazione imposta dai britannici.

Pera placare l'opinione pubblica araba, l'Organizzazione Sionista Mondiale chiamò la sua colonia in Palestina "una patria". Ma Jabotinsky insisteva perché i sionisti parlassero apertamente del loro obiettivo di costruire uno stato ebraico in Palestina. Il programma di Jabotinsky ammontava ad una richiesta di rivedere la strategia dell'Organizzazione Sionista Mondiale, guadagnando perciò ai suoi seguaci nel movimento sionista la descrizione di "Revisionisti".

Jabotinsky scrisse senza mezzi termini nel suo saggio del 1923 "Il muro di ferro":

Non possiamo offrire nessuna compensazione per la Palestina, né ai palestinesi né agli altri arabi. Perciò, un accordo volontario è inconcepibile. Tutta la colonizzazione, anche la più limitata, deve continuare senza tener conto della volontà della popolazione nativa. Quindi, può continuare a svilupparsi soltanto sotto lo scudo della forza, che comprende un Muro di Ferro che la popolazione locale non possa mai sfondare. Questa è la nostra politica araba. Formularla in qualsiasi altro modo sarebbe ipocrisia.

Jabotinsky pose la prima grande sfida al predominio nella corrente principale del sionismo dell'ideologia del "Sionismo Laburista". Il Sionismo Laburista, che tracciava le proprie radici al movimento Poale Zion dell'Europa orientale degli inizi del novecento, dominava tutte le principali istituzioni del sionismo e dell'yishuv, la comunità di coloni ebrei in Palestina. Se il Bund rappresentava i socialisti che cedettero al nazionalismo, i sionisti laburisti rappresentavano i nazionalisti che utilizzavano della retorica che sembrava socialista per portare via sostenitori dai partiti genuinamente socialisti.

Fino al 1977, quando l'autodefinitosi terrorista Menachem Begin divenne il primo primo ministro revisionista di Israele, i sionisti laburisti rappresentavano efficacemente il "sionismo" nella mente della maggior parte della gente. Ma i laburisti (la "sinistra" sionista) ed i revisionisti (la "destra"sionista) differivano sui mezzi piuttosto che sui fini.

Entrambe sostenevano uno stato esclusivamente ebraico. Come l'apartheid dei governanti del Sud Africa, i revisionisti erano disposti ad impiegare la popolazione palestinese nativa. I laburisti cercavano di sostituire i lavoratori palestinesi con lavoratori ebrei. Entrambe cercarono l'appoggio dell'imperialismo. I sionisti laburisti erano orientati verso l'imperialismo britannico ed USA. I revisionisti fecero delle aperture al fascismo italiano e tedesco.

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I SIONISTI cercarono di convincere se stessi che la Palestina era una terra vuota. Tuttavia, per più di 1.300 anni, una maggioranza araba musulmana--che viveva fianco a fianco con ebrei e cristiani--aveva vissuto lì nella provincia dell'impero ottomano.

Nel 1882, la Palestina conteneva una popolazione di 24.000 ebrei e di 500.000 arabi. Per il 1922, dopo più di due decenni di immigrazione sponsorizzata dai sionisti, il paese aveva una popolazione di quasi 760.000 abitanti, l'89% dei quali arabi palestinesi.

Negli anni '20 i sionisti acquistarono della terra--ed un appiglio in Palestina-- da proprietari terrieri arabi assenti. Più tardi, negli anni '30, dei palestinesi ricchi vendettero la loro terra si sionisti. Dei "pionieri" ebrei individuali non acquistarono la terra. Le organizzazioni sioniste come il Fondo Nazionale Ebraico acquistarono della terra per fornire un fondamento per l'insediamento di coloni ebrei nel paese. I sionisti spinsero fuori dalla loro terra i contadini palestinesi, obbligandoli all'indigenza. Le autorità britanniche assicurarono ai sionisti l'accesso privilegiato all'acqua e ad altre risorse essenziali.

Dopo stabilitisi in Palestina, i sionisti procedettero ad avviare un'economia ed un governo separati sotto il naso delle autorità del mandato britannico. Chiamarono la loro politica economica "la conquista della terra e del lavoro ebreo", una descrizione infiorettata per l'espulsione dei palestinesi dalla vita economica del paese.

I palestinesi contrattaccarono alla loro spoliazione. Nel 1936, le organizzazioni palestinesi lanciarono uno sciopero generale contro la crescente povertà, i sionisti e gli sponsor britannici dei sionisti. Lo sciopero e successive insurrezioni armate durarono per tre anni prima di crollare sotto il peso della repressione sionista e britannica. Il ruolo dei sionisti nella rivolta palestinese dimostrò chiaramente che il Sionismo Laburista non aveva nulla in comune con l'autentica solidarietà dei lavoratori.

L'intensità della rivolta derivava dal fatto che negli anni '30 la minaccia sionista alla Palestina stava diventando chiara. Per tutto il decennio, la popolazione ebrea in Palestina esplose. Migliaia di ebrei che fuggivano dalla persecuzione in Europa centrale ed orientale--e negati di ammissione in Gran Bretagna, negli USA e negli altri paesi occidentali--andarono in Palestina. Tra il 1931 ed il 1945, la popolazione ebraica in Palestina aumentò da 174.000 a 608.000.

Mentre alla vigilia della dichiarazione dello stato nel 1948 gli ebrei rappresentavano soltanto un terzo della popolazione della Palestina, erano una minoranza bene armata e potente. Come la popolazione ebraica aumentava, così aumentavano le provocazioni sioniste contro i palestinesi.

Probabilmente senza l'Olocausto lo stato di Israele non sarebbe stato fondato. I sionisti reclutarono immigranti verso lo stato di Israele tra le migliaia di sopravvissuti all'Olocausto le cui comunità in Europa erano state distrutte.

In modo forse più importante, l'Olocausto fornì una giustificazione convincente per uno stato ebraico. L'Olocausto dimostrò che i gentili erano intrinsecamente antisemiti, sostenevano i sionisti. Perciò, gli ebrei che vivevano nelle società gentili, erano esposti al costante pericolo di sterminio. Per la fine della guerra, la maggior parte degli ebrei erano d'accordo con i sionisti.

Quel che era di più, l'eliminazione fisica dei nazisti di correnti politiche alternative nella società ebrea incrementò il sostegno al sionismo. Mentre i nazisti mercanteggiavano volentieri con i leader sionisti per tutti gli anni '30 e '40, si assicuravano di uccidere ogni combattente della resistenza comunista, socialista o ebraica sul quale potevano mettere le mani. Mentre i nazisti erano determinati ad uccidere tutti gli ebrei, senza riguardo della loro fede politica, si organizzarono per schiacciare la classe lavoratrice e l'opposizione socialista molto prima di concepire i piani per la "Soluzione finale".

La guerra costrinse i britannici ad evacuare gran parte del loro impero, compresa la Palestina. La Gran Bretagna lasciò alle Nazioni Unite il compito di decidere il destino della Palestina. Nel novembre del 1947, l'ONU si accordò su un piano di partizione. Il piano concedeva ai sionisti il controllo del 55% della Palestina (sebbene rappresentassero soltanto un terzo della popolazione del paese). La maggioranza palestinese venne lasciata con il 45% del suo paese. Gerusalemme doveva essere una "città internazionale", con uguale accesso garantito ad ebrei, cristiani e musulmani.

In pubblico i leader sionisti accettarono il piano di partizione dell'ONU. In privato, progettarono un attacco militare per impadronirsi di quanta terra palestinese possibile. La "destra" e la "sinistra" sioniste si unirono per appropriarsi del paese. Utilizzarono il terrore, la guerra psicologica ed i massacri per instillare la paura tra i palestinesi.

Nel massacro più famoso, il gruppo revisionista Irgun ed i Combattenti per la Libertà delle milizie israeliane--i cui principali capi saranno i futuri primi ministri israeliani Menachem Begin e Yitzhak Shamir--assassinarono l'intero villaggio palestinese di Dir Yassin. I commandos "allinearono uomini, donne e bambini contro il muro e li uccisero", secondo una descrizione del massacro della Croce Rossa. Dopo Dir Yassin, i sionisti utilizzarono la minaccia del massacro per obbligare i palestinesi a fuggire dalle loro case, compreso in città come Haifa e Jaffa.

Per anni, la storia sionista sostenne numerosi "fatti" sulla guerra del 1948: che il piccolo Israele affrontava la schiacciante potenza di fuoco araba; che i leader palestinesi incoraggiavano i palestinesi a lasciare il paese; che non vi era nessun piano sionista per cacciare i palestinesi; che i palestinesi respinsero la partizione ed iniziarono la guerra. Tuttavia la recente ricerca storica--basata su documenti delle Forze di Difesa Israeliane in precedenza top secret--prova che tutte queste affermazioni sono delle menzogne.

Quando la guerra terminò, i sionisti detenevano più del 77% della Palestina, incluso il 95% di tutta la terra agricola buona del paese. Lo stato di Israele rubò l'80% della terra palestinese privatamente posseduta. Più di 750.000 palestinesi furono espulsi dalle loro case, con gli ebrei che vi si trasferirono. La società palestinese fu distrutta.

Su delle fondamenta di guerra e di massacro, fu costruito lo stato di Israele. I sionisti raggiunsero il loro scopo di vecchia data--uno stato ebraico. Ma, come dimostrano la storia centenaria del sionismo politico e la storia dello stato di Israele, non vi è nulla da celebrare.