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Ancora una volta: perchè Obama non sarà—e non può—essere Roosevelt

di Patrick Martin
13 agosto 2011

 

Un lungo commento pubblicato il 7 agosto nella sezione Rassegna Domenicale del New York Times compone molte critiche delle politiche del presidente Barack Obama, ma crolla in presenza della questione più vitale ed impegnativa: quali interessi di classe serve l'amministrazione Obama.

Sotto il titolo "Cosa è accaduto a Obama?", Drew Westen, docente di psicologia alla Emory University, esprime la disillusione di molti sostenitori liberal di Obama, che credevano che l'elezione del primo presidente afroamericano rappresentasse uno spartiacque ed una opportunità per rianimare le politiche di riforme liberal associate con il New Deal di Roosevelt e le misure della Grande Società degli anni '60.

Mentre reclina nel linguaggio del post-modernismo—Westen si lamenta dell'insuccesso di Obama di "raccontare una storia" o di fornire una "contronarrativa" convincente all'ultra-destra repubblicana—le critiche sono più taglienti di qualsiasi cosa che sia apparsa di recente sul Times. specialmente dopo la partenza di due degli editorialisti più liberal del giornale, Bob Herbert e Frank Rich.

Westen concentra la sua critica specialmente sul rifiuto di Obama di denunciare coloro responsabili del crollo finanziario del 2008—i banchieri e gli speculatori miliardari—e di promuovere un'alternativa aggressivamente liberal al salvataggio bancario cominciato nei mesi finali dell'amministrazione Bush e poi esteso dopo che ha assunto la direzione l'amministrazione democratica.

Sostiene che appuntare la colpa della crisi all'elite finanziaria "avrebbe chiarito che il presidente comprendeva che il popolo americano aveva dato la presidenza e la maggioranza in entrambe le camere del Congresso ai democratici per sistemare il caos che i repubblicani e Wall Street avevano prodotto nel paese e che questo non sarebbe stata un'intesa per la divisione del potere".

"Ciò avrebbe chiarito che il problema non era il liberismo imposte e spese o il deficit--un deficit che non esisteva finché George W. Bush non ha assegnato quasi $2 trilioni di tagli fiscali in gran parte agli americani più ricchi e ha dissipato $1 trilione in due guerre. E, forse più importante, avrebbe offerto un'alternativa chiara, convincente alla narrativa dominante della destra che il nostro problema non è a causa della spesa su cose come le pensioni o i vigili del fuoco, ma per il fatto di coloro che possono permettersi di acquisire influenza e riscrivere le regole di modo che possono tagliarsi fette progressivamente più grandi della torta americana mentre per essa pagano meno della loro giusta parte".

Westen compara il fallimento di Obama rispetto alle azioni ed alle parole del presidente Franklin D. Roosevelt, le cui politiche del New Deal utilizzarono risorse statali per "mettere direttamente al lavoro gli americani" e che produssero un'esposizione regolare di ostilità verso i grandi banchieri e vice versa. Egli cita il famoso discorso del 1936 al Madison Square Garden, quando Roosevelt dichiarò "Mai prima nella nostra storia queste forze sono state così unite contro un candidato come lo sono oggi. Sono unanimi nella loro avversione per me--ed io gradisco il loro odio".

Mentre Roosevelt era lui stesso dedicato al sistema capitalista esattamente come i suoi nemici di Wall Street, comprese chiaramente che per salvare il capitalismo era necessario criticare aspramente i capitalisti pubblicamente per placare la rabbia popolare e porre alcuni vincoli alle loro operazioni allo scopo di impedire il ricorso alle manipolazioni finanziarie che avevano provocato il crollo borsistico del 1929.

Westen lamenta il rifiuto di Obama di seguire il suo esempio. Egli Scrive: "In contrasto, quando esposto alla più grande crisi economica, i livelli più grandi di disuguaglianza economica ed i livelli più grandi di influenza delle grandi aziende sulla politica dalla Depressione, Barack Obama ha guardato fissamente negli occhi della storia e ha scelto di evitare il suo sguardo. Invece di incriminare la gente la cui avventatezza ha rovinato l'economia, l'ha messa al suo comando. Non ha mai spiegato al pubblico questa decisione—un fallimento nella narrativa tanto straordinario quanto il fallimento nel giudizio dietro a questo".

Naturalmente, questa critica presuppone che Obama poteva avere fornito una spiegazione credibile per la sua decisione di mettere dei folli al comando del sistema capitalista—compresa, assai ovviamente, la sua scelta di Timothy Geithner, capo della Federal Reserve di New York durante il crollo del 2008 ed uno dei tre principali organizzatori del salvataggio bancario, come suo segretario del tesoro. Similmente, ha scelto di rinominare presidente della Federal Reserve Board Ben Bernanke, un altro architetto chiave del salvataggio, per un nuovo periodo di quattro anni.

In modo ancora più importante, Obama ha scelto di continuare il salvataggio delle banche iniziato da Geithner, da Bernanke e dal segretario del tesoro di Bush, Henry Paulson, e quindi di estenderlo grandemente. Ogni aspetto della politica finanziaria ed economica della nuova amministrazione è stato guidato dalla determinazione di ristabilire solvibilità delle banche d'investimento, degli scambisti azionari e degli hedge funds a spese della classe lavoratrice.

Obama ha proposto una politica di stimolo economico confezionata su misura per accrescere la redditività delle aziende, non i posti di lavoro, e ha respinto qualunque diretta creazione di posti di lavoro da parte del governo federale. Dopo avere bloccato i tentativi per limitare il compenso degli alti dirigenti delle banche salvate, il presidente ha richiesto un taglio salariale del 50% per i lavoratori del settore auto assunti di recente come prezzo per salvare General Motors e Chrysler. E la sua "riforma" dell'assistenza sanitaria è stata guidata dal taglio dei costi, non dall'estensione della copertura ai non assicurati.

Westen ammette che queste politiche hanno portato alla confusione generale e quindi alla disillusione tra quegli elettori che si aspettavano da Obama un'alternativa progressista e ha aperto la strada al movimento del Tea Party dell'ultra-destra a deviare lo scontento popolare ed ottenere influenza. Ma egli attribuisce questo all'insuccesso di Obama nel motivare le sue politiche, non al contenuto oggettivo delle politiche stesse. Così scrive che nessun funzionario dell'amministrazione "ha spiegato perché salvare le banche era una tale priorità, quando salvare le case che le banche sequestravano non pareva esserlo".

Questa formulazione lascia intendere che una simile spiegazione fosse possibile; in altre parole, che Obama stava perseguendo una politica che era in definitiva negli interessi della gente che lavora, ma che non è riuscito a comunicarla correttamente. La verità è molto diversa: le politiche di Obama sono state determinate solamente dagli interessi delle banche e delle corporations e si è dimostrato per lui impossibile nasconderlo alla classe lavoratrice. Le tecniche di Madison Avenue e la retorica di "speranza" e "cambiamento" impiegate durante la campagna presidenziale del 2008 si sono provate inadeguate per imbrogliare indefinitamente le masse di fronte alla continua disoccupazione a due cifre ed ai declinanti livelli di vita.

Westen conclude gettando completamente in alto le mani sul recente confronto tra la Camera dei Rappresentanti controllata dai repubblicani e l'amministrazione Obama sull'innalzamento del limite massimo del debito federale e la riduzione del deficit federale. Descrive il dibattito sul deficit come separato dalle preoccupazioni reali del popolo americano per i posti di lavoro e la crisi economica in corso, ma esprime perplessità sul ruolo di Obama.

"Come la maggior parte degli americani, a questo punto", egli conclude, "non ho nessuna idea di cosa Barack Obama—e per estensione il partito che guida—creda su praticamente qualsiasi questione. Ciò è soltanto perché si rifiuta di prendere seriamente quello che lo stesso Obama ha dichiarato nel corso dei colloqui sul deficit: che appoggia tagli massicci nei programmi sui diritti acquisiti, compresa la Sicurezza Sociale, e che appoggia il maggior modesto degli incrementi fiscali sui ricchi allo scopo di fornire una patina di "equità" e di "sacrifici condivisi", senza toccare materialmente i super ricchi.

Tuttavia, nel tentare di spiegare perché Obama ha deciso quel che ha deciso, Westen riduce delle grandi questioni storiche a degli spiccioli di personalità e temperamento, citando "mancanza di esperienza ed un difetto di carattere che in qualche altro periodo della storia potrebbe non essere stato così debilitante".

Egli scrive: "Quelli di noi che sono stati stregati dalla sua eloquenza nella via della campagna elettorale hanno scelto di ignorare alcuni aspetti inquietanti della sua biografia; che prima di correre per presidente ha compiuto molto poco, non avendo mai gestito un'impresa o uno stato; che ha avuto una carriera eccezionalmente irrilevante come professore di diritto, non pubblicando nulla in 12 anni alla University of Chicago altro che un'autobiografia..."

Questi aspetti della biografia di Obama sono significativi, ma soltanto nel dimostrare che la sua elevazione alla presidenza non è stata il risultato dei suoi risultati personali, ma piuttosto della decisione da parte di settori potenti dell'elite dominante che era necessario un cambiamento nell'immagine e nel personale, assieme a qualche aggiustamento nella politica estera dopo i disastri degli anni di Bush e che un giovane afroamericano con delle lealtà conservatrici e solidamente pro-caputaliste avrebbe soddisfatto i requisiti.  

Mentre Westen critica Obama per il suo fallimento nell'accusare i criminali di Wall Street per avere causato il crollo del 2008, è stato precisamente il suo comportamento durante quelle critiche settimane che ha riassicurato l'elite dominante che gli poteva essere affidata la presidenza. Mentre il repubblicano John McCain improvvisava selvaggiamentesospendendo la sua campagna, tentando di cancellare il primo dibattito, quindi facendo marcia indietroed i repubblicani al Congresso fecero precipitare un crollo della borsa votando inizialmente contro il disegno di legge del salvataggio, Obama si allineò al 100% dietro all'amministrazione Bush ed alla Federal Reserve nel mobilitare ogni possibile risorsa federale per salvare le banche e gli speculatori.

Il settembre 2008 vi fu l'audizione finale di Obama per la Casa Bianca e la superò a pieni voti. Perché qualcuno dovrebbe aspettarsi qualcosa differente dalla sua presidenza?

Westen termina il suo lamento con una litania di rimostranze sulla crescente disuguaglianza economica in America, dove

"400 persone controllano della ricchezza più di 150 milioni dei loro concittadini americani... la famiglia media della classe media negli ultimi 30 anni ha visto ristagnare il suo reddito mentre l'1% più ricco ha visto salire astronomicamente il proprio reddito... noi tagliamo i redditi fissi dei nostri genitori e nonni così i dirigenti di hedge fund possono mantenere i loro tassi fiscali al 15%".

Il fallimento di Obama nello sfidare questa realtà sociale non è personale, o il risultato di scelte politiche individuali. E' piuttosto un'espressione determinata oggettivamente di circostanze molto diverse da quelle che prevalsero quando era alla Casa Bianca Franklin Roosevelt. La differenza principale è il declino storico di lungo termine del capitalismo americano.

Quando Roosevelt assunse la carica, le condizioni economiche erano ancora più terribili di quelle che Obama affrontava nel gennaio 2009, ma anche nella gravità della Grande Depressione gli Stati Uniti erano ancora la più potente nazione capitalista, con enormi riserve economiche e potenza industriale. Ma oggi gli Stati Uniti sono una potenza in declino, con un debito nazionale che si avvicina a $17 trilioni, un enorme bilancia commerciale negativa ed una base industriale che si restringe.

Il fallimento di Obama nell'offrire un New Deal o la reminiscenza della retorica riformista di FDR non è semplicemente il prodotto della sua mancanza di immaginazione. E' l'espressione dell'inapplicabilità di una simile politica oggi e la mancanza di appoggio per essa nell'elite dominante americana.

Negli anni '30, spaventata dall'esempio recente della Rivoluzione Russa, affrontando immensi sollevamenti della classe lavoratrice americana, la classe capitalista USA poteva permettersi di concedere una parte relativamente piccola della sua vasta ricchezza per sfuggire al disastro sociale e politico. Oggi non può né permettersi né concepire una tale politica. Questo rende a maggior ragione necessaria e storicamente inevitabile una resa dei conti rivoluzionaria da parte della classe lavoratrice.