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Un lungo commento pubblicato il 7 agosto nella sezione Rassegna
Domenicale del
New York Times compone molte critiche delle politiche del
presidente
Barack Obama, ma crolla in presenza della questione più vitale ed
impegnativa: quali interessi di classe serve l'amministrazione
Obama.
Sotto il titolo "Cosa è accaduto a Obama?",
Drew Westen, docente di psicologia alla
Emory University, esprime la disillusione di molti sostenitori
liberal di Obama, che credevano che l'elezione del primo presidente
afroamericano rappresentasse uno spartiacque ed una opportunità per
rianimare le politiche di riforme liberal associate
con il New Deal di
Roosevelt e le misure della Grande
Società degli anni '60.
Mentre reclina nel linguaggio del post-modernismo—Westen
si lamenta dell'insuccesso di Obama di "raccontare una storia" o di
fornire
una "contronarrativa" convincente all'ultra-destra repubblicana—le
critiche sono più taglienti di qualsiasi cosa che sia apparsa di
recente sul Times. specialmente dopo
la partenza di due degli editorialisti più liberal del giornale,
Bob Herbert e Frank Rich.
Westen concentra la sua critica specialmente sul rifiuto di Obama di
denunciare coloro responsabili del crollo finanziario del 2008—i
banchieri e gli speculatori miliardari—e di promuovere
un'alternativa aggressivamente liberal al salvataggio bancario
cominciato nei mesi finali dell'amministrazione Bush e poi esteso
dopo che ha assunto la direzione l'amministrazione democratica.
Sostiene che appuntare la colpa della crisi all'elite
finanziaria "avrebbe chiarito che il presidente comprendeva che il
popolo americano aveva dato la presidenza e la maggioranza in
entrambe le camere del Congresso
ai democratici
per sistemare il caos che i repubblicani e
Wall Street avevano prodotto nel paese e che questo non sarebbe
stata un'intesa per la divisione del potere".
"Ciò avrebbe chiarito che il problema non era il liberismo
imposte e spese o il deficit--un deficit che non esisteva finché
George W. Bush non ha assegnato quasi $2 trilioni di tagli fiscali
in gran parte agli americani più ricchi e ha dissipato $1 trilione
in due guerre. E, forse più importante, avrebbe offerto
un'alternativa chiara, convincente alla narrativa dominante della
destra che il nostro problema non è a causa della spesa su cose come
le pensioni o i vigili del fuoco, ma per il fatto di coloro che
possono permettersi di acquisire influenza e riscrivere le regole
di modo che possono tagliarsi fette progressivamente più grandi
della torta americana mentre per essa pagano meno della loro giusta
parte".
Westen compara il fallimento di Obama rispetto alle azioni ed alle
parole del presidente
Franklin D. Roosevelt,
le cui politiche del
New Deal utilizzarono risorse statali per "mettere direttamente al
lavoro gli americani" e che produssero un'esposizione regolare di
ostilità verso i grandi banchieri e vice versa. Egli cita il famoso
discorso del 1936 al
Madison Square Garden, quando Roosevelt dichiarò "Mai prima nella
nostra storia queste forze sono state così unite contro un candidato
come lo sono oggi. Sono unanimi nella loro avversione per me--ed io
gradisco il loro odio".
Mentre
Roosevelt era lui stesso dedicato al sistema capitalista esattamente
come i suoi nemici di
Wall Street, comprese chiaramente che per salvare il capitalismo era
necessario criticare aspramente i capitalisti pubblicamente per
placare la rabbia popolare e porre alcuni vincoli alle loro
operazioni allo scopo di impedire il ricorso alle manipolazioni
finanziarie che avevano provocato il crollo borsistico del 1929.
Westen lamenta il rifiuto di Obama di seguire il suo esempio. Egli
Scrive: "In contrasto, quando esposto alla più grande crisi
economica, i livelli più grandi di disuguaglianza economica ed i
livelli più grandi di influenza delle grandi aziende sulla politica
dalla Depressione,
Barack Obama ha guardato fissamente negli occhi della storia e ha
scelto di evitare il suo sguardo. Invece di incriminare la gente la
cui avventatezza ha rovinato l'economia, l'ha messa al suo comando.
Non ha mai spiegato al pubblico questa decisione—un fallimento nella
narrativa tanto straordinario quanto il fallimento nel giudizio
dietro a questo".
Naturalmente, questa critica presuppone che Obama poteva avere
fornito una spiegazione credibile per la sua decisione di mettere
dei folli al comando del sistema capitalista—compresa,
assai ovviamente, la sua scelta di
Timothy Geithner, capo della Federal Reserve di New York durante il
crollo del 2008 ed uno dei tre principali organizzatori del
salvataggio bancario, come suo segretario del tesoro. Similmente, ha
scelto di rinominare presidente della Federal Reserve Board Ben
Bernanke, un altro architetto chiave del salvataggio, per un nuovo
periodo di quattro anni.
In modo ancora più importante, Obama ha scelto di continuare il
salvataggio delle banche iniziato da
Geithner, da Bernanke e dal segretario del tesoro di Bush,
Henry Paulson,
e quindi di estenderlo grandemente. Ogni aspetto della politica
finanziaria ed economica della nuova amministrazione è stato guidato
dalla determinazione di ristabilire solvibilità delle banche
d'investimento, degli scambisti azionari e degli
hedge funds a spese della classe lavoratrice.
Obama ha proposto una politica di stimolo economico
confezionata su misura per accrescere la redditività delle aziende,
non i posti di lavoro, e ha respinto qualunque diretta creazione di
posti di lavoro da parte del governo federale. Dopo avere bloccato i
tentativi per limitare il compenso degli alti dirigenti delle banche
salvate, il presidente ha richiesto un taglio salariale del 50% per
i lavoratori del settore auto assunti di recente come prezzo per
salvare
General Motors e Chrysler.
E la sua "riforma" dell'assistenza sanitaria è stata guidata
dal taglio dei costi, non dall'estensione della copertura ai non
assicurati.
Westen ammette che queste politiche hanno portato alla confusione
generale e quindi alla disillusione tra quegli elettori che si
aspettavano da Obama un'alternativa progressista e ha aperto la
strada al movimento del Tea Party dell'ultra-destra a deviare lo
scontento popolare ed ottenere influenza. Ma egli attribuisce questo
all'insuccesso di Obama nel motivare le sue politiche, non al
contenuto oggettivo delle politiche stesse. Così scrive che nessun
funzionario dell'amministrazione "ha spiegato perché salvare le
banche era una tale priorità, quando salvare le case che le banche
sequestravano non pareva esserlo".
Questa formulazione lascia intendere che una simile spiegazione
fosse possibile; in altre parole, che Obama stava perseguendo una
politica che era in definitiva negli interessi della gente che
lavora, ma che non è riuscito a comunicarla correttamente. La verità
è molto diversa: le politiche di Obama sono state determinate
solamente dagli interessi delle banche e delle corporations e si è
dimostrato per lui impossibile nasconderlo alla classe lavoratrice.
Le tecniche di
Madison Avenue e la retorica di "speranza" e "cambiamento" impiegate
durante la campagna presidenziale del 2008 si sono provate
inadeguate per imbrogliare indefinitamente le masse di fronte alla
continua disoccupazione a due cifre ed ai declinanti livelli di
vita.
Westen conclude gettando completamente in alto le mani sul recente
confronto tra la Camera dei Rappresentanti controllata dai
repubblicani e l'amministrazione Obama sull'innalzamento del limite
massimo del debito federale e la riduzione del deficit federale.
Descrive il dibattito sul deficit come separato dalle preoccupazioni
reali del popolo americano per i posti di lavoro e la crisi
economica in corso, ma esprime perplessità sul ruolo di Obama.
"Come la maggior parte degli americani, a questo punto", egli
conclude, "non ho nessuna idea di cosa
Barack Obama—e per estensione il partito che guida—creda
su praticamente qualsiasi questione. Ciò è soltanto perché si
rifiuta di prendere seriamente quello che lo stesso Obama ha
dichiarato nel corso dei colloqui sul deficit: che appoggia tagli
massicci nei programmi sui diritti acquisiti, compresa la Sicurezza
Sociale, e che appoggia il maggior modesto degli incrementi fiscali
sui ricchi allo scopo di fornire una patina di "equità" e di "sacrifici
condivisi", senza toccare materialmente i super ricchi.
Tuttavia, nel
tentare di spiegare perché Obama ha deciso quel che ha deciso,
Westen riduce delle grandi questioni storiche a degli spiccioli di
personalità e temperamento, citando "mancanza di esperienza ed un
difetto di carattere che in qualche altro periodo della storia
potrebbe non essere stato così debilitante".
Egli scrive: "Quelli di noi che sono stati stregati dalla sua
eloquenza nella via della campagna elettorale hanno scelto di
ignorare alcuni aspetti inquietanti della sua biografia; che prima
di correre per presidente ha compiuto molto poco, non avendo mai
gestito un'impresa o uno stato; che ha avuto una carriera
eccezionalmente irrilevante come professore di diritto, non
pubblicando nulla in 12 anni alla
University of Chicago altro che un'autobiografia..."
Questi aspetti della biografia di Obama sono significativi, ma
soltanto nel dimostrare che la sua elevazione alla presidenza non è
stata il risultato dei suoi risultati personali, ma piuttosto della
decisione da parte di settori potenti dell'elite dominante che era
necessario un cambiamento nell'immagine e nel personale, assieme a
qualche aggiustamento nella politica estera dopo i disastri degli
anni di Bush e che un giovane afroamericano con delle lealtà
conservatrici e solidamente pro-caputaliste avrebbe soddisfatto i
requisiti.
Mentre Westen critica Obama per il suo fallimento nell'accusare
i criminali di
Wall Street per avere causato il crollo del 2008, è stato
precisamente il suo comportamento durante quelle critiche settimane
che ha riassicurato l'elite dominante che gli poteva essere affidata
la presidenza. Mentre il repubblicano
John McCain improvvisava
selvaggiamente—sospendendo la sua campagna, tentando
di cancellare il primo dibattito, quindi facendo marcia indietro—ed
i repubblicani al Congresso fecero precipitare un crollo della borsa
votando inizialmente contro il disegno di legge del salvataggio,
Obama si allineò al 100% dietro all'amministrazione Bush ed alla
Federal Reserve nel mobilitare ogni possibile risorsa federale per
salvare le banche e gli speculatori.
Il settembre 2008 vi fu l'audizione finale di Obama per la Casa
Bianca e la superò a pieni voti. Perché qualcuno dovrebbe aspettarsi
qualcosa differente dalla sua presidenza?
Westen termina il suo lamento con una litania di rimostranze sulla
crescente disuguaglianza economica in America, dove
"400 persone controllano della ricchezza più di 150 milioni dei
loro concittadini americani... la famiglia media della classe media
negli ultimi 30 anni ha visto ristagnare il suo reddito mentre l'1%
più ricco ha visto salire astronomicamente il proprio reddito... noi
tagliamo i redditi fissi dei nostri genitori e nonni così i
dirigenti di hedge fund possono mantenere i loro tassi fiscali al
15%".
Il fallimento di Obama nello sfidare questa realtà sociale non
è personale, o il risultato di scelte politiche individuali. E'
piuttosto un'espressione determinata oggettivamente di circostanze
molto diverse da quelle che prevalsero quando era alla Casa Bianca
Franklin Roosevelt. La differenza principale è il declino
storico di lungo termine del capitalismo americano.
Quando
Roosevelt assunse la carica, le condizioni economiche erano ancora
più terribili di quelle che Obama affrontava nel gennaio 2009, ma
anche nella gravità della Grande Depressione gli Stati Uniti erano
ancora la più potente nazione capitalista, con enormi riserve
economiche e potenza industriale. Ma oggi gli Stati Uniti sono una
potenza in declino, con un debito nazionale che si avvicina a $17
trilioni, un enorme bilancia commerciale negativa ed una base
industriale che si restringe.
Il fallimento di Obama nell'offrire un New Deal o la
reminiscenza della retorica riformista di FDR non è semplicemente il
prodotto della sua mancanza di immaginazione. E' l'espressione
dell'inapplicabilità di una simile politica oggi e la mancanza di
appoggio per essa nell'elite dominante americana.
Negli anni '30, spaventata dall'esempio recente della
Rivoluzione Russa, affrontando immensi sollevamenti della classe
lavoratrice americana, la classe capitalista USA poteva permettersi
di concedere una parte relativamente piccola della sua vasta
ricchezza per sfuggire al disastro sociale e politico. Oggi non può
né permettersi né concepire una tale politica. Questo rende a
maggior ragione necessaria e storicamente inevitabile una resa dei
conti rivoluzionaria da parte della classe lavoratrice.
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