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Il capitalismo mondiale “corre in toboga verso la catastrofe”

19 agosto 2015

 

Sette anni dopo il crollo di Wall Street del settembre 2008, all'interno dei circoli dominanti a livello internazionale crescono i timori che l'economia capitalista mondiale, lungi dal riprendersi, stia discendendo nella depressione. Vi sono crescenti speculazioni per quanto riguarda dove avverrà la prossima crisi finanziaria che da l'avvio ad un crollo nel commercio e nella produzione.

Riguardo a come impedire un simile corso degli eventi vi è generale perplessità.

Proprio i paesi in precedenza propagandati come i "motori" della crescita economica mondiale successivamente alla recessione del 2008, la Cina e le cosiddette economie dei "mercati emergenti", ora sono visti come i luoghi più probabili per scatenare una nuova depressione economica globale.

La svalutazione a sorpresa della valuta cinese, che arriva tra un notevole raffreddamento della sua economia ed una continua agitazione della borsa valori, ha intensificato i timori che la sua crisi sia molto più profonda di quanto pensato in precedenza. Le economie emergenti dell'America Latina, dell'Europa orientale, dell'Asia e dell'Africa stanno affrontando massicci efflussi di capitale mentre i loro mercati azionari, obbligazionari e valutari precipitano ed il peso dei loro debiti è aumentato dal rialzo del dollaro USA.

A spingere tutti questi sviluppi è la crescita globale delle pressioni deflazionistiche, riflesse nella caduta in corso dei prezzi delle merci di base, dal petrolio e gas naturale al rame, ferro ed altri metalli.

Con l'Europa ed il Giappone impantanati nella recessione e la "ripresa" USA che si dimostra essere sia fragile che vuota, non vi è nessun evidente paese o gruppo di paesi in posizione di salvare il capitalismo mondiale dal disastro.

"L'economia mondiale è come un transatlantico senza scialuppe di salvataggio", scrive Stephen King, capo economista alla HSBC, la terza maggiore banca mondiale, in una recente nota di ricerca. Indica tre pericoli incombenti: il rischio di un crollo di borsa, la mancanza di fondi pensione e di assicuratori di soddisfare le obbligazioni e la prospettiva di una recessione cinese che trascini gli USA nella recessione o nella depressione.

King approfondisce, chiamando la Cina "l'ammortizzatore dell'economia globale, un sacco da boxe apparentemente in grado di assorbire i colpi recessivi che altrimenti avrebbero fatto deragliare completamente la crescita globale". Aggiunge che "Ora per la Cina ha indubbiamente senso affrontare i suoi squilibri interni. Tuttavia, nel farlo, il resto del mondo ha bisogno di trovare un nuovo ammortizzatore. Non è affatto ovvio che ogni economia sia realmente capace di sopportare il compito".

King osserva che dalla Grande Recessione, il debito globale è salito del 40% a $200 trilioni, quasi tre volte la dimensione dell'economia globale. Questo massiccio sbalzo del debito limita severamente la capacità dei governi e delle banche centrali di occuparsi di una nuova crisi.

Martedì il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo di prima pagina intitolato "Gli USA difettano di munizioni per la prossima crisi". Osservando che la Federal Reserve Board non può ridurre significativamente i tassi d'interesse nel caso di un'altra crisi, avendoli mantenuti da dicembre 2008 vicino allo zero e che è già carica di debiti, avendo quadruplicato il bilancio di più di $4 trilioni, il Journal si preoccupa che non vi sarà nessuna barriera quando la prossima recessione colpirà.

Lo stato d'animo di presentimento è stato intensificato dagli eventi degli ultimi giorni. La svalutazione cinese della scorsa settimana ha acceso i timori di svalutazioni competitive della valuta e di guerra commerciale, spingendo giù i mercati globali. Più tardi nella settimana i mercati finanziari si sono stabilizzati dopo che Beijing ha emesso assicurazioni che cercava soltanto una modesta correzione del suo tasso di cambio.

Quindi martedì gli indici azionari cinesi sono crollati, con l'indice Shanghai Composite che è calato del 6,2%. E' stata la maggiore svendita dal declino dell'8,5% del 27 luglio, che ha fatto esplodere nuove preoccupazioni che la massiccia infusione di fondi del regime nelle borse del paese non sarebbe riuscita ad allontanare un crollo.

Le preoccupazioni erano combinate con le dimensioni politiche della crisi in Cina. Come conseguenza dell'orribile esplosione al magazzino di Tianjin e tra una marea crescente di proteste e scioperi dei lavoratori (quasi venti volte il tasso di quattro anni fa), governi capitalisti e banchieri temono il disfacimento del regime stalinista che ha presieduto alla trasformazione della Cina nel principale centro manifatturiero mondiale di lavoro a buon mercato.

La crisi in Cina è essa stessa un'espressione della generale traiettoria verso il basso dell'economia mondiale. Nel secondo trimestre di quest'anno, il Giappone si è contratto e l'Europa è affondata persino oltre nella stagnazione.

La tanto vantata "ripresa" degli Stati Uniti si sta dimostrando essere vuota. Durante i due giorni passati, la Federal Reserve ha riportato un netto declino dell'attività manifatturiera nella regione di New York e Wal-Mart, il maggior dettagliante al mondo, ha riferito una brusca caduta dei profitti nel secondo trimestre e ha tagliato la previsione dei guadagni annui. Il crollo di Wal-Mart è un riflesso espressivo delle condizioni in peggioramento dei lavoratori americani che sono alla base di profitti aziendali e prezzi delle azioni da record.

Questi sviluppi dimostrano che la cosiddetta "ripresa" dalla recessione del 2007-2009 era basata su fondamenta marce. Per prima cosa è arrivato un salvataggio multi-trilionario dell'aristocrazia finanziaria globale sotto forma di assistenza dei governi, della stampa di denaro delle banche centrali e di credito praticamente gratuito. Questo ha disgelato i mercati finanziari e ha permesso alla Cina di attuare un massiccio programma di stimolo che ha rianimato il commercio mondiale e reso possibile una rinascita limitata della produzione nei paesi avanzati.

Queste misure sono state accompagnate da crudele austerità e tagli salariali rivolti a ridurre drasticamente in maniera permanente i livelli di vita della classe lavoratrice in Europa e negli USA. Sotto il presidente Obama, la spesa totale di stato, locale e federale, aggiustata per l'inflazione, si è contratta del 3,3% da quando nel 2009 è iniziata la ripresa, paragonata ad un incremento medio del 23,5% nel corso di periodi confrontabili nella passate espansioni post belliche.

I profitti delle grandi imprese, i prezzi delle azioni e le fortune di ricchi e super-ricchi sono saliti e la disuguaglianza sociale ha raggiunto livelli senza precedenti come risultato dell'ampio trasferimento di ricchezza dal basso verso l'alto. Ma queste politiche di guerra di classe, lungi dal risolvere la crisi, hanno rafforzato le tendenze verso la crisi, esacerbando le contraddizioni che hanno prodotto la crisi.

Questo processo trova espressione nell'ulteriore crescita del parassitismo finanziario e dell'autentica criminalità all'interno dell'elite industrial-finanziaria. Al cuore della crisi vi è il declino degli investimenti produttivi. Invece di utilizzare i loro vasti profitti per espandere le forze produttive ed eseguire ricerca e sviluppo, tanto meno per procurare posti di lavoro pagati decentemente, banchieri ed amministratori delegati arano miliardi in fusioni ed acquisto di azioni proprie a tassi record. Queste macchinazioni finanziarie accrescono la ricchezza personale degli oligarchi finanziari direttamente a spese dei posti di lavoro e dei livelli di vita dei lavoratori.

L'impasse dell'economia mondiale e la perplessità delle classi dominanti confermano l'analisi al tempo composta dal World Socialist Web Site che il crollo finanziario del settembre 2008 non è stato semplicemente un evento congiunturale, ma piuttosto l'inizio di un collasso fondamentale del sistema capitalista mondiale.

Il crollo capitalista intensifica la spinta dell'imperialismo alla guerra. Sotto condizioni di mercati saturi e di domanda calante, i capitalisti di ciascuna nazione cercano di ampliare la loro quota a spese dei rivali, intensificando i conflitti che infine sono risolti per mezzo della violenza militare. Allo stesso tempo, le classi dominanti cercano di sviare le tensioni sociali crescenti all'interno deviandole verso l'esterno sulla base di sciovinismo nazionale e militarismo.

La crisi non può essere risolta, eccetto che sulla base della barbarie e della guerra, entro la struttura del capitalismo. L'economia globale, più interconnessa che mai prima nella storia, non può essere sviluppata razionalmente entro la struttura di stati nazione rivali e della proprietà privata dei mezzi di produzione.

Nel 1938, in mezzo all'ultima Grande Depressione ed alla vigilia della II Guerra Mondiale, Leon Trotsky, nei passaggi di apertura del documento fondante della Quarta Internazionale, il Programma di transizione, scrisse che la borghesia, non vedendo nessuna via d'uscita dalla crisi, "corre in toboga ad occhi chiusi verso la catastrofe economica e militare". Parlò dei partiti tradizionali del capitalismo che erano "in uno stato di perplessità confinante con la paralisi della volontà".

Quelle parole si applicano con piena forza alla situazione attuale. Così pure si applica il tema fondamentale del programma di fondazione, riassunto nella frase di apertura: "La situazione politica mondiale nel complesso è caratterizzata principalmente da una crisi storica della leadership del proletariato".

La crisi capitalista costringe la classe lavoratrice internazionale alla lotta rivoluzionaria. La questione cruciale è la formazione della leadership rivoluzionaria—il Comitato Internazionale della Quarta Internazionale—per portare in queste lotte la lotta per l'indipendenza politica della classe lavoratrice ed il programma della rivoluzione socialista mondiale.

Barry Grey