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Il reddito universale di base [reddito di cittadinanza, n.d.r.] (o UBI), un pagamento incondizionato
a tutti i cittadini, in tempi recenti è diventato parte di uno
zeitgeist
economico, abbracciato da sostenitori di entrambe la sinistra e la
destra come soluzione ai
sintomi ed alle ferite del sistema capitalista dominato dalle
crisi.
John McDonnell, il veterano della sinistra laburista
e Cancelliere Ombra,
recentemente ha annunciato
che lui e la sua squadra stanno esplorando l'idea come
pezzo centrale del programma economico del
Labour.
Oltremanica,
Benoît Hamon,
il cosiddetto "Corbyn francese" e candidato presidenziale del partito
socialista, se eletto ha
promesso un UBI.
Nel frattempo, la possibilità di un UBI ha
guadagnato trazione persino in India,
dove la politica è stata seriamente suggerita come una
semplice alternativa alla complessa ragnatela di provvedimenti sul
welfare attualmente in offerta.
Ma quale sarebbe il reale impatto dell'UBI? Perché è
improvvisamente salito in rilievo come una richiesta nei pochi anni
passati? E, in maniera più importante, chi sta realmente sollevando la
proposta
–
e nell'interesse di chi?
La corsa
contro la macchina
Su
Henry Ford
II viene raccontata una storia apocrifa che mostra
Walter Reuther,
il leader veterano della
United Automobile Workers,
attorno ad uno stabilimento automobilistico da poco automatizzato.
"Walter, come farai a far pagare i tuoi contributi sindacali a quei
robot", lo punzecchiò il capo della
Ford Motor Company.
Senza saltare un battito,
Reuther
replicò: "Henry, come farai a far comprare loro le tue automobili"?
(The Economist, 4
novembre 2011)
Probabilmente la storia sopra raccontata è romanzata. Nondimeno,
oggi attinge
–ed
evidenzia
– da
una preoccupazione molto reale e grave tra i
commentatori borghesi più sagaci la minaccia della "disoccupazione
tecnologica"
–
la cosiddetta "corsa contro la macchina”.
Lungi dall'accogliere gli avanzamenti nella moderna tecnologia ed
il vasto potenziale per liberare l'umanità che l'automazione offre, oggi
il passo rapido dello sviluppo tecnologico viene visto come una forza
pericolosa ed incontrollabile che potrebbe rendere obsolete in un futuro
non troppo distante vaste fasce della classe operaia
–
e persino della classe media.
Chi, in questo scenario, si chiede l'aneddoto di cui sopra,
acquisterà tutta la pletora di merci che le immense forze produttive
dell'economia mondiale continuano a produrre a getto continuo?
Sopra tutto, questa questione dell'automazione e del macchinario ha
iniziato a far risplendere una luce sulle contraddizioni del sistema
capitalista, rivelando l'assoluta ipocrisia di quei politici che
domandano austerità ed attaccano la gente comune, mentre nello stesso
respiro venerano gli "imprenditori" miliardari che,
tra soltanto otto di loro, controllano tanta ricchezza quanto metà
della popolazione mondiale messa assieme.
A coloro che hanno occhi per vedere sta diventando sempre più
chiaro che un esercito di robot ha contribuito a creare un "esercito di
riserva di lavoratori", come lo ha descritto Marx: una massa di
disoccupati la cui presenza mette una pressione verso il basso ai salari
di quelli al lavoro. Quelli rimpiazzati dalla nuova tecnologia non
vengono riqualificati o rieducati per dare loro le abilità richieste per
tenersi al passo con questo routine di lavoro in continua accelerazione
del capitalismo; invece, vengono gettati nel mucchio dei rifiuti e
costretti in una
“gig economy” che si espande rapidamente
–
un inferno indistinto di auto-occupazione fasulla, lavoro insicuro
e contratti a zero ore.
Il risultato è che, nonostante l'assortimento di automazione e di
tecnologia schierate nella produzione, la
crescita della produttività attraverso l'economia è
realmente andata in stallo;
è più a buon
mercato, dal punto di vista del capitalista parassita profittatore,
reclutare dalle fila del "precariato" che cerca disperatamente un posto
di lavoro che investire in macchinario che davvero riduce il bisogno di
lavoratori. Quindi, dalla prospettiva del capitalismo, vi sono entrambe
"troppa" automazione
–
in termini di "disoccupazione tecnologica"
–
e, simultaneamente, "troppo poca", con la stagnazione della
produttività.
Il sistema è guasto
E' in questo contesto di una macchina economica guasta che vediamo
l'emergere della richiesta di un "reddito universale di base", o UBI: un
pagamento uniforme dato a tutti nella società, senza riguardo per la
ricchezza o i bisogni.
In teoria, l'idea dietro all'UBI è che romperebbe il collegamento
tra il lavoro e la retribuzione, fornendo
– da una parte
– ai lavoratori che sono
stati dichiarati in soprannumero dai robot una rete di sicurezza che
impedisca loro di essere bloccati in posti di lavoro malpagati e
precari, mentre permetterebbe anche loro il passaggio da industrie
obsolete in nuovi e più produttivi settori. E
– dall'altra parte
– consentirebbe ai capitalisti di
investire in automazione e nuova tecnologia senza l'ansia morale (o, in
modo più importante, la preoccupazione pratica) di aggiungere alla
legione
di disoccupati della società.
Et voilà!
Le ruote del capitalismo sono bene ed
accuratamente ingrassate: gli investimenti salgono, la produttività
aumenta, l'economia cresce
– e nel frattempo i lavoratori sono in
grado di trasferirsi agevolmente da un posto di lavoro ad un
altro per il resto della loro vita.
Fosse così semplice. La realtà è che oggi gli investimenti
produttivi sono al minimo storico, non a causa di nessuna inquietudine
di principio sul destino dei lavoratori licenziati, ma a causa
dell'enorme livello di sovrapproduzione
–
o "capacità in eccesso" come
eufemisticamente la descrivono i borghesi
–
che è sospesa come un albatros
attorno al collo dell'economia globale. I capitalisti
investono, non per procurare posti di lavoro, per soddisfare bisogni o
per sviluppare le forze produttive, ma per fare profitti. Se i beni non
possono essere venduti perché le famiglie comuni non hanno il denaro per
acquistarle, allora l'industria sarà messa in naftalina. E se i padroni
possono ottenere più profitto da dieci lavoratori sfruttati che da una
lucente nuova macchina, allora i lavoratori resteranno al posto e la
produttività rimarrà stagnante.
Effettivamente, la relazione tra lavoro e retribuzione è già stata
rotta
–
ma non in nessun senso positivo. In
tutti i paesi - sia nei paesi capitalisti avanzati che nelle cosiddette
economie "emergenti"
–
la
quota di ricchezza che va al lavoro è
diminuita,
con i salari reali che rimangono stagnanti
nonostante un incremento del PIL. La
settimana lavorativa diventa più lunga
e tuttavia
la retribuzione netta rimane la stessa.
Nell'interesse di chi?
Nonostante essere stata lanciata sulla base di premesse
fondamentalmente false, la richiesta di un UBI ha tuttavia trovato
un'eco in quest'epoca di scioccante disuguaglianza. Degli esperimenti
sociali ed economici coinvolgenti gli UBI sono già in moto in una
varietà di paesi, compresi
Canada,
Finlandia,
ed
Olanda. In
Svizzera, la proposta di un UBI di
SFr30.000 l'anno (circa £24.000 annue) è stata
respinta in un referendum il 5 giugno 2016 dal 77% contro
il 23%.
Nel frattempo, in Gran Bretagna la domanda
di un UBI è stata sollevata dalla leadership di entrambe il Partito
Laburista ed i Verdi.
Pero coloro a sinistra, l'UBI viene proposto come una richiesta
progressista: una rete di sicurezza rinforzata, oltre la fasciatura
dell'attuale stato sociale, finanziato attraverso un'aumentata
tassazione sulle grandi imprese e sui ricchi. Lanciata in questa
maniera, è chiaramente una richiesta
– come ogni genuina riforma
– che dovrebbe essere sostenuta e per
la quale lottare.
Tuttavia, l'UBI non è una misura intrinsecamente di sinistra o
progressista. Infatti, l'idea di un pagamento universale, ha molti
sostenitori nella destra libertaria. Effettivamente, anche prominenti
economisti borghesi come
Milton Friedman hanno fatto proposte simili in passato, con la sua idea di una "“imposta negativa sul reddito”.
Allo stesso tempo, si può chiaramente vedere l'attrazione dell'UBI
per i liberali schumpeteriani che predicano le virtù della mano
invisibile e delle potenti forze trasformative di "distruzione
creativa". Fornire una rete di sicurezza primitiva, sradicare "barriere"
alla creazione di posti di lavoro come il salario minimo e dare mano
libera all'anarchia del mercato per distruggere industrie e posti di
lavoro, senza nessuna pianificazione o provvedere all'istruzione ed alla
riqualificazione. E' un sogno libertario
– ed un incubo per la classe
lavoratrice.
Nel frattempo, alcuni fanatici del libero mercato hanno persino
sostenuto l'idea di un pagamento UBI relativamente grande, ma (e qui sta
l'inganno) soltanto a condizione che dei fastidiosi servizi pubblici
– come l'assistenza sanitaria e l'istruzione
– siano demoliti, cioè privatizzati ed
aperti al profitto.
Lungi dal rafforzare le conquiste compiute dalle precedenti
generazioni, si può vedere come la richiesta di un UBI può essere allo
stesso modo sollevata da coloro che cercano di ridurre e di distruggere
queste conquiste. Piuttosto che incrementare lo stato sociale in maniera
progressista ridistribuendo la colossale ricchezza della società, l'UBI
potrebbe invece diventare una foglia di fico profondamente regressiva
per un attacco in blocco
–e privatizzazione
– ai servizi pubblici, sostenendo il
mercato capitalista invece di indebolirlo.
I marxisti lotteranno per ogni riforma che genuinamente migliori il
livello di vita dei lavoratori e dei poveri. Ma, allo scopo di
accertarci se possiamo appoggiare questa o quella richiesta, dobbiamo
prima chiederci: è veramente una riforma quella che viene
proposta oppure
– di fatto
– una controriforma?
Sotto questo aspetto, la richiesta in astratto di un UBI è senza
senso. Il diavolo sta nei dettagli. Soprattutto, è necessario analizzare
la questione da un punto di vista di classe e guardare chi sta
sollevando la richiesta e
– in maniera più importante
– nell'interesse (di classe) di chi.
Chi paga?
Come con tutte queste riforme, la domanda più pertinente è: Da
dove, ci si deve chiedere, viene il denaro? Effettivamente, è questo
punto chiave che gli oppositori di destra dell'UBI evidenziano.
Lo scorso anno nel caso del referendum svizzero, il governo si oppose
alle £24.000 annue che furono proposte, sulla base che questo ammontare
non fosse possibile (tuttavia, per porre in prospettiva il livello
proposto, tenete presente che in Svizzera il costo della vita è
dolorosamente alto e che i salari medi sono attorno a due volte questo
ammontare suggerito dell'UBI). In posti come la Finlandia, l'UBI "più
ragionevole" suggerito è la miserabile somma di approssimativamente
£5.700 annue
– un valore che sarebbero spiccioli
per i milionari che lo ricevono (non dimenticate che, dopo tutto, è un
pagamento universale incondizionato) ma questo in realtà
lascerebbe peggio di prima i più poveri che attualmente contano sulle
norme per indennità per verificate condizioni economiche.
Allo scopo di fornire un pagamento dell'UBI migliore di quello che
in offerta attualmente attraverso lo stato sociale, sarebbero richiesti
aumenti di imposte abbastanza significativi, come
evidenzia
l'Economist
con alcune
stime ipotetiche:
"Istituire un reddito di base non sarebbe una faccenda facile. Per
pagare ad ogni adulto e ragazzo un reddito di circa £10.000 l'anno, un
paese ricco come l'America avrebbe bisogno di alzare la quota di PIL
raccolta con le tasse di quasi 10 punti percentuali e di cannibalizzare
la maggior parte dei programmi di spesa non sanitari. I programmi più
generosi richiederebbero ancora dei maggiori incrementi fiscali".
Prima di continuare, rendiamo cristallina una cosa: chiaramente il
denaro per procurare un decente pagamento UBI per tutti esiste
– ed a livelli molto superiori a
£10.000. Come è stato già osservato, secondo il recente rapporto Oxfam
sulla disuguaglianza globale, appena otto miliardari possiedono tanta
ricchezza quanto la metà più povera della
popolazione mondiale. Nel frattempo, negli USA le grandi imprese
siedono su un cumulo di contante inattivo di $1,9 trilioni.
Tuttavia, il problema non è economico, ma politico. Implementare un
UBI genuinamente progressista costituirebbe il più ambizioso e radicale
sconvolgimento del sistema redistributivo della tassazione da quando nel
periodo post bellico è stato introdotto lo stato sociale dalla culla
alla tomba. E, tuttavia, in un'epoca in cui tutte queste conquiste del
passato sono sotto attacco dell'austerità, vediamo svariati ben
intenzionati di sinistra che domandano l'UBI e propongono una sfida
titanica al capitale, con enormi incrementi di imposte sui ricchi e le
corporation.
Dovunque guardiamo, la socialdemocrazia ed il riformismo sono in
ritirata come risultato della crisi del capitalismo. I governi di
"sinistra" eletti, come Syriza in Grecia ed i "socialisti" di Hollande
in Francia, lungi dall'attuare programmi di tasse e spesa progressisti,
sono stati costretti dalla dittatura delle banche ad implementare tagli
e controriforme. Ma non importa tutto ciò: il doppio o niente!
Utopia
Sotto questo aspetto, la richiesta di un UBI è soltanto l'ultima
proposta utopistica da uno strato ingenuo della sinistra che immagina
che l'austerità sia ideologica e che possiamo
– in qualche modo, certamente
– persuadere i ricchi
e gli agiati a passare gentilmente e tranquillamente il denaro per
il bene della società. Questo, alla radice, è ciò su cui contano e
sperano i fautori dell'UBI: la benevolenza e la filantropia dei
capitalisti e dei politici dell'establishment
che li rappresentano.
Mentre sporadici multimilardari come
Bill Gates possono bene
concedere una piccola parte della loro vasta fortuna volontariamente per
ragioni di beneficenza (e, persino allora, spesso soltanto come cinica
bravata di PR), la classe capitalista nell'insieme
– in ultima analisi
– è in affari per fare un profitto. E
non apprezza
– e mai lo ha fatto
–
che la sua ricchezza privata le venga presa violentemente per
finanziare il resto della società, di qui
gli schemi quasi farseschi di
elusione fiscale
nei quali sono scandalosamente coinvolte
le più grandi imprese mondiali. come
ha dichiarato enfaticamente Warren Buffett, il famoso investitore miliardario, dopo
avere notato che paga meno imposte della
sua
receptionist: “d'accordo, c'è
la guerra di classe, ma è la mia classe, la classe dei ricchi, che sta
facendo la guerra e stiamo vincendo"!
Nuovamente, dovremmo sottolineare che la ricchezza nella società
per finanziare un sistema UBI genuinamente progressista si trova
certamente lì. Ma l'unico modo nel quale una simile riforma sarebbe mai
introdotta in qualche maniera significativa è se i capitalisti si
sentano minacciati al punto da temere di perdere tutto; vale a dire, se
la lotta di classe raggiungesse tali intensi ed accresciuti livelli che
le elite dominanti offrirebbero riforme dall'alto per impedire la
rivoluzione dal basso. E, persino allora, in una simile situazione, la
domanda non dovrebbe essere per l'UBI, ma per la rivoluzione socialista!
Se la richiesta di un UBI si deve porre e per la quale la sinistra
deve combattere, allora così non può farsi in una maniera separata dalla
questione della lotta di classe. Non possiamo fare affidamento
sull'altruismo dei ricchi e sulla compassione dello stato capitalista,
l'essenza del quale
–
come ha spiegato Engels ed ha
sottolineato Lenin
–
consiste di "corpi speciali di uomini armati" a difesa della
proprietà e degli interessi della classe dominante.
Perciò, particolarmente in un'epoca in cui dovunque i governi si
prostrano davanti alla "mano invisibile" del mercato, è puro utopismo
suggerire che i capitalisti saranno d'accordo nel consegnare lietamente
e con calma la loro ricchezza per finanziare un UBI decente o che lo
stato borghese sarebbe mai disposto ad iniziare ad intraprendere un
simile compito.
Distribuzione vs produzione
Il principale limite della richiesta per un UBI progressista, come
per tutte le richieste riformiste, è che trascura di porre la questione
da una prospettiva di classe
– vale a dire, chi effettivamente
possiede e controlla la ricchezza e la tecnologia della società e, in
modo più importante, come è arrivato in primo luogo ad avere tale
controllo.
Il problema dell'UBI (ed in generale di tutte le politiche
riformiste), in altre parole, risulta dalla sua focalizzazione quasi
esclusiva sulla questione della distribuzione, piuttosto che
della produzione. Come commenta Marx nel suo
Critica
del programma di Gotha (un programma similarmente riformista ed
utopistico proposto dai pari socialisti di Marx, i lassalliani):
"Completamente a parte dell'analisi finora data, in
generale è stato un errore fare storie sulla cosiddetta distribuzione e
mettere su di essa l'accento principale.
"Ogni distribuzione qualunque siano i mezzi di consumo è
soltanto una conseguenza della distribuzione delle condizioni di
produzione stesse. Tuttavia, l'ultima distribuzione è una
caratteristica del modo di produzione stesso. Per esempio, il modo di
produzione capitalista poggia sul fatto che le condizioni materiali di
produzione sono nelle mani di non lavoratori sotto forma di proprietà
del capitale e della terra, mentre le masse sono proprietari soltanto
della condizione personale di produzione, ovvero forza lavoro. Se gli
elementi della produzione sono così distribuiti, allora la distribuzione
attuale dei mezzi di consumo risulta automaticamente. Se le
condizioni materiali di produzione sono la proprietà cooperativa o dei
lavoratori stessi, allora allo stesso modo lì risulta una distribuzione
dei mezzi di consumo differente da quella attuale.
"Il socialismo volgare (e da esso a sua volta un settore dei
democratici) ha rilevato dagli economisti borghesi la considerazione ed
il trattamento della distribuzione come indipendente dal modo di
produzione e di qui la presentazione del socialismo come rivolto
principalmente alla distribuzione. Dopo che la vera relazione è stata da
lungo tempo chiarita, perché regredire di nuovo"? (nostra enfasi)
Queste parole oggi risonano ancora più vere. Concentrandosi sulla
questione della tassazione e delle ridistribuzione, i moderni leader del
movimento laburista finiscono in realtà per mirare alla gente sbagliata,
alienandosi la classe media con discorsi di imposte sui redditi e sulla
proprietà personale, piuttosto che attaccare i super ricchi della classe
capitalista, la cui ricchezza è legata a profitti e capitale
–spesso ben oltre la portata degli
esattori delle imposte dello stato.
Quindi, l'enfasi per i socialisti, come sottolinea Marx, non
dovrebbe essere su ridistribuire la ricchezza che è già stata creata
nella società (attraverso tassazione e welfare ecc.), ma piuttosto
sull'avere il controllo collettivo e democratico dei mezzi con i quali
viene creata nuova ricchezza
– vale a dire, i mezzi di produzione.
Se fosse implementato un simile piano razionale
di produzione, allora le questioni di tassazione, eredità,
ridistribuzione, welfare e così via scomparirebbero rapidamente.
Per i marxisti, la questione della disuguaglianza, mentre
importante, è secondaria. Alla radice, la nostra critica del capitalismo
si trova principalmente non in questi sintomi di un sistema senile, ma
con la sua malattia fondamentale: le leggi del capitalismo stesso; le
barriere della proprietà privata, la competizione e la produzione per
profitto, che si trovano sulla strada dello sviluppo delle forze
produttive
– dell'industria e della scienza,
della tecnologia e della tecnica e dell'arte e della cultura. Come ha
commentato
Leon Trotsky,il grande
rivoluzionario e teorico russo, nel suo capolavoro marxista La
rivoluzione tradita,
"Il male fondamentale del sistema capitalista non è la stravaganza
delle classi possidenti, comunque disgustosa possa essere di per se
stessa, ma il fatto che allo scopo di garantire il suo diritto alla
stravaganza la borghesia mantenga la sua proprietà privata dei mezzi di
produzione, condannando così il sistema economico all'anarchia ed alla
decomposizione".
(Leon Trotsky,
La
rivoluzione tradita, capitolo 1 )
Oggi vediamo questo "male fondamentale
" di "anarchia e decomposizione" vividamente esibito
dalla contraddizione di enormi cumuli di contante nelle mani della
grande impresa accanto a livelli storicamente bassi di investimenti e di
crescita stagnante della produttività; dall'assurdità del potenziale per
l'automazione di massa accanto a timori di disoccupazione tecnologica;
dalle preoccupazioni per l'inattività per milioni di persone, invece
dello svago volontario per tutti.
L'UBI, per tutti i suoi tentativi di tappezzare le incrinature, non
fa nulla per impedire questa anarchia del mercato e risolvere la crisi
di sovrapproduzione che ha portato la società in questo vicolo cieco. In
realtà, come hanno sempre enfatizzato i marxisti, nessun ammontare di
riforme può districare queste fondamentali contraddizioni del
capitalismo. Soltanto la trasformazione rivoluzionaria della società
può tagliare attraverso questo nodo gordiano.
"Salari per il lavoro domestico"
Particolarmente, vi sono inoltre delle femministe fautrici dell'UBI che
sostengono la richiesta sulla base che un pagamento di questa natura
sfiderebbe i concetti attuali sul lavoro, dimostrando il valore del
lavoro attualmente non pagato, ma socialmente necessario, come il lavoro
domestico. Ma la richiesta associata di "salari per il lavoro domestico"
non è una richiesta socialista. I marxisti non desiderano che le donne
(o gli uomini) siano compensati monetariamente per il loro lavoro
domestico
–
vale a dire, creare lavoratori
salariati a casa accanto a lavoratori salariati sul posto di lavoro.
Invece, i marxisti desiderano eliminare completamente il concetto
di lavoro domestico: portare questi compiti generalmente eseguiti
privatamente fuori dalle mani delle famiglie individuali
–
fuori dalle mura delle
case isolate
–
ed organizzare questi compiti
socialmente necessari in maniera sociale, come parte di un razionale
piano di produzione. Soltanto socializzando la questione dell'assistenza
all'infanzia e dei lavori domestici e rimuovendo questo carico di lavoro
dalle spalle delle donne della classe lavoratrice possiamo aspettarci di
realizzare nella società una genuina uguaglianza di genere.
Come osserva
Engels in Le origini della famiglia,
della proprietà privata e dello stato:
"L'emancipazione della donna sarà possibile soltanto quando la
donna prenderà parte alla produzione su una grande scala sociale ed il
lavoro domestico non richiederà nell'altro che un ammontare
insignificante del suo tempo. E soltanto ora questo è diventato
possibile attraverso l'industria moderna su vasta scala, che non
permette semplicemente l'impiego del lavoro femminile su ampia scala, ma
lo domanda positivamente, mentre tende inoltre verso porre fine al
lavoro domestico privato cambiandolo sempre più in un'industria
pubblica".
(Frederick Engels,
Le origini della
famiglia, della
proprietà privata e dello stato, capitolo 9)
L'unica maniera per istigare il vero, permanente cambiamento nella
società è quindi non di pagare le donne per il loro lavoro domestico ma
di portare il lavoro domestico non salariato completamente al di fuori
della casa individuale, per rendere questo lavoro un compito sociale che
sia la responsabilità della società nel complesso ed in definitiva
investire in nuovo macchinario ed in tecnologia che permetta a tutti noi
di abolire del tutto questo lavoro.
L'invenzione delle macchine domestiche come il microonde, la
lavastoviglie e la lavatrice ha contribuito a ridurre massicciamente i
tempo necessario per i lavori domestici. Ora la sfida è di prendere
questa tecnologia e metterla sotto controllo pubblico e democratico, di
socializzare questi compiti come parte di un piano di produzione
socialista e così liberare sia le donne che hli uomini che lavorano dal
flagello del lavoro domestico.
Salari, reddito e UBI
Entro il capitalismo moderno, nel quale la classe lavoratrice è riuscita
ad assicurarsi
– attraverso la lotta
– servizi finanziati pubblicamente,
come l'NHS, ed uno stato del welfare, il "reddito" che un lavoratore
riceve è effettivamente diviso in due parti: un salario pagato dal
datore di lavoro in cambio della forza lavoro ed un "salario sociale" di
indennità e servizi forniti pubblicamente che sono gratuiti al punto
dell'utilizzo e forniti sulla base del bisogno senza che venga
consegnata alcuna somma di denaro.
Sotto il socialismo, il rapporto tra queste due componenti
muterebbe drammaticamente verso il secondo. Il "salario sociale"
invisibile aumenterebbe ampiamente, mentre il salario pagato in cambio
della forza lavoro sarebbe diminuito (in forme relative
– naturalmente il totale aumenterebbe
come cresce la ricchezza della società). Invece di ricevere soltanto
l'assistenza sanitaria senza che sia richiesta alcuna transazione
monetari, trasporto, alloggio, elettricità, cibo, vestiario, ecc.: tutti
questi e persino delle cose
che attualmente sono considerate "articoli di lusso" potrebbero
essere forniti senza nessuno scambio come parte di un piano di
produzione socialista. Il concetto di valore diventerebbe gradualmente
insignificante ed il sistema monetario svanirebbe.
Tuttavia con l'UBI viene introdotta una terza variante reddituale:
a fianco del salario pagato e del "salario sociale", ora abbiamo anche
il pagamento monetario incondizionato dell'UBI. Per coloro della destra
libertaria che sono a favore dell'UBI, l'introduzione di questo
pagamento universale agisce non per rafforzare l'elemento socialista del
"salario sociale", ma per indebolirlo, (come discusso in precedenza)
utilizzando l'UBI come un pretesto per aprire alla privatizzazione i
servizi pubblici.
Similmente, l'introduzione dell'UBI potrebbe anche essere
utilizzata per giustificare l'eliminazione di riforme importanti come il
salario minimo, mettere i lavoratori indietro nella battaglia contro i
padroni. Allora, lungi dall'erodere il potere del denaro e del mercato,
l'UBI potrebbe servire per consolidare e sostenere queste forze.
Coloro a sinistra che più entusiasticamente e senza pensare
domandano un UBI devono quindi stare attenti a ciò che desiderano.
Nuovamente, piuttosto che abbracciare l'ambigue e dubbia richiesta
dell'UBI, i leader del movimento dei lavoratori dovrebbero respingere
avanti alla ribalta la richiesta della nazionalizzazione e del controllo
dei lavoratori.
Per una società socialista
La maggiore ironia riguardante l'UBI è che quelli di sinistra che
lo richiedono apertamente riconoscono tutte le evidenti contraddizioni
presenti nella società capitalista, ma poi scelgono di ribaltare il
problema, suggerendo ogni cosa eccetto che la soluzione stessa. Vedono
l'irrazionalità della disoccupazione di massa accanto all'eccesso di
lavoro, della disuguaglianza che aumenta mentre la tecnologia avanza,
dell'automazione che ci schiavizza piuttosto che liberarci e tuttavia
accettano queste irrazionalità come un fatto stabilito
– ammettendo i difetti
del capitalismo, ma rifiutando di riconoscere il capitalismo come la
radice del problema.
Per quanto riguarda le domande riformiste, i
sostenitori dell'UBI
sono disposti a
proporre le misure più straordinarie ed
utopistiche,
a condizione che queste non mettano in
discussione l'unico diritto che considerano essere il più inviolabile e
sacrosanto di tutti: quello della proprietà privata. Effettivamente, è
stato persino suggerito che l'UBI potrebbe essere una “via capitalista al comunismo” –
vale a dire, al marxismo di Marx, "da
ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni".
Per questi venerabili signore e signori, la competizione ed il
perseguimento del profitto possono essere responsabili del flagello
della disuguaglianza, della disoccupazione e della crisi economica che
rovinano la società
– ma suggerire di abolire l'anarchia
del mercato è pura blasfemia. Dopo tutto, come viene così di frequente
ricordato a noi rivoluzionari
– dobbiamo essere realistici!
Effettivamente, per alcuni, come
sosteneva
Thomas Paine –
il filosofo politico dell'Illuminismo
angloamericano ed uno dei Padri Fondatori degli Stati Uniti
–
una forma di UBI sarebbe un diritto acquisito pan per focaccia per
tutti i cittadini condizionato proprio alla loro accettazione
dell'esistenza della proprietà privata. Come
osserva
l'Economist:
"Thomas Paine
avrebbe gradito una simile prospettiva. Il suo caso per un reddito
di base lo giustificava come un
quid pro quo per l'esistenza
della proprietà privata. Prima dell'avvento della proprietà
privata, credeva, tutti gli uomini erano stati in grado di sostenersi
attraverso la caccia ed il foraggio. Quando questa risorsa viene presa
da loro, dovrebbero essere compensati per mezzo di una 'eredità
naturale' di £15 da pagare a tutti gli uomini ogni anno, finanziata da
una 'rendita del terreno' fatta pagare ai proprietari".
Tuttavia, i limiti definitivi dell'UBI sono succintamente delineati
da
Shannon Ikebe
del Jacobin in
un
articolo
intitolato Il genere sbagliato di UBI:
"Il dilemma fondamentale del reddito di base è che la versione più
realizzabile ["realizzabile"]
—
nella quale i bisogni fondamentali non vengono soddisfatti senza
occupazione pagata supplementare
— omette
in primo luogo ciò che lo rende potenzialmente emancipatorio.
Effettivamente, molti commenti citano degli esperimenti di reddito di
base per sostenere che non riduce significativamente gli incentivi di
lavoro.
"Questa contraddizione è legata direttamente al fatto che un
reddito di base affronta soltanto la questione della distribuzione,
mentre ignora quella della produzione. Il genere di libertà dal lavoro
—
o di libertà attraverso il lavoro, che diventa 'il principale
desiderio della vita'
— che l'UBI
[reddito di base con cui si può vivere] prevede è, con ogni
probabilità, non compatibile con i requisiti di redditività del
capitalismo.
"Il drammatico rafforzamento del potere della classe lavoratrice
sotto un robusto UBI porterebbe prima o poi al disinvestimento ed alla
fuga di capitali, poiché il capitale può profittare soltanto attraverso
lo sfruttamento e non investirà a meno che possa fare un profitto. Ma
rallentare la produzione indebolirebbe le basi materiali di un UBI".
"L'unica via d'uscita è di continuare a produrre anche se non si
può fare un profitto. Così, un UBI prima o poi spingerebbe sulla scena
l'antica questione della proprietà dei mezzi di produzione".
Quindi, nella migliore delle ipotesi, la richiesta di un UBI
sarebbe una domanda transitoria: una riforma proposta per migliorare le
condizioni di vita, ma utilizzata per esporre le irrazionalità, le
assurdità e le contraddizioni del capitalismo; una domanda collegata
alla lotta per la nazionalizzazione delle leve chiave dell'economia e
per la questione del potere dei lavoratori.
Le preoccupazioni per la "disoccupazione tecnologica" ed il
palliativo proposto dell'UBI evidenziano chiaramente un ridicolo
paradosso con cui gli avanzamenti nell'automazione e la capacità della
società di produrre più ricchezza con meno lavoro sono visti persino non
come progresso, ma come pericolo.
Allo stesso tempo, mettere a nudo queste contraddizioni evidenzia
pure il potenziale per una società socialista genuina, dove l'umanità e
la macchina esistano in armonia: una società di sovrabbondanza, di
“comunismo di lusso completamente
automatizzato”,
dove il motto
"da ciascuno secondo le sue capacità, a
ciascuno secondo i suoi bisogni" possa finalmente essere realizzato
nella pratica.
Nel suo discorso
In difesa dell'Ottobre, Leon Trotsky,
spiegando le storiche conquiste della Rivoluzione Russa, il cui
centenario celebreremo quest'anno, indicava la strada in avanti per
l'umanità
"La scienza tecnica ha liberato l'uomo dalla tirannia dei vecchi
elementi
–
terra, acqua,
fuoco ed aria
–
soltanto
per sottometterlo alla sua tirannia. L'uomo ha cessato di essere uno
schiavo della natura per diventare uno schiavo della macchina e, ancora
peggio, uno schiavo della domanda e dell'offerta.
"La crisi del mondo attuale testimonia in maniera specialmente
tragica come gli uomini, che si tuffano al fondo dell'oceano, che si
sollevano alla stratosfera, che conversano su onde invisibili dagli
antipodi, come questo fiero ed audace dominante della natura resti uno
schiavo delle forze cieche della propria economia.
"Il compito storico della nostra epoca consiste nel sostituire il
ruolo incontrollato del mercato con la pianificazione ragionevole, nel
disciplinare le forze della produzione, costringendole a lavorare
insieme in armonia ed a servire obbedientemente i bisogni dell'umanità.
"Soltanto su questa nuova base sociale l'uomo sarà in grado di
distendere i suoi stanchi arti
–
ogni uomo ed
ogni donna, non soltanto pochi selezionati
–
di
diventare un cittadino con pieno potere nel regno del pensiero...
"Una volta che ha finito con le forze anarchiche della sua società
l'uomo si metterò al lavoro su se stesso, nel pestello e rimbecco del
chimico. Per la prima volta l'umanità considererà se stessa come
materiale greggio o, nella migliore delle ipotesi, come un prodotto
fisico e psichico semi-finito. Il socialismo significherà un salto dal
regno della necessità al regno della libertà anche nel senso che l'uomo,
con tutte le sue contraddizioni e la mancanza di armonia, aprirà la
strada per una razza nuova e più felice".
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