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Il primo sciopero generale della storia avvenne giusto 170 anni fa.
Fu uno sciopero di proporzioni insurrezionali guidato da un movimento di
massa rivoluzionario
–
i
Cartisti.
Coinvolgendo milioni di lavoratori, lo sciopero dilagò nelle
regioni industriali dell'Inghilterra mentre dei picchetti di massa
marciavano di città in città chiudendo fabbrica dopo fabbrica. Si sparse
presto in Galles e Scozia, mentre in Irlanda i Cartisti formarono
un'alleanza con i nazionalisti rivoluzionari irlandesi che avevano sotto
le armi migliaia di combattenti.
La richiesta centrale di questo movimento rivoluzionario era il
diritto di voto. Era una richiesta che i rivoluzionari pensavano avrebbe
trasformato drammaticamente l'ordine sociale ed introdotto la classe
lavoratrice al potere ed alla prosperità.
Karl Marx
condivideva l'entusiasmo dei Cartisti, mentre
la classe capitalista era terrificata, scatenando una massiccia forza
militare per schiacciare brutalmente il movimento.
Appena più di un decennio dopo, nel 1854, alcuni degli ex Cartisti
ed i loro alleati rivoluzionari irlandesi giocarono nuovamente un ruolo
di comando in una sollevazione armata, questa volta nei giacimenti
auriferi dell'Australia. anche l'Eureka Stockade
di Ballarat fu soppressa militarmente.
Tuttavia, in questa occasione i rivoluzionari riuscirono ad ottenere le
loro principali richieste. La colonia di
Victoria divenne la prima parte dell'Impero Britannico ad
ottenere il suffragio universale maschile.
Nel corso dei decenni successivi il diritto di voto venne esteso
gradualmente ed a malincuore attraverso gran parte dell'Impero Britannico ed in altri paesi, tuttavia né le
speranze dei rivoluzionari degli anni 1840 né i timori dei capitalisti
furono realizzati. Mentre i lavoratori ottennero alcune limitate
riforme, l'ordine sociale capitalista rimase trincerato ed i
profitti e la ricchezza dei datori di lavoro crebbero enormemente.
La democrazia parlamentare
– la "frode democratica" come giunse a riferirvisi
Karl Marx
– non trasforma fondamentalmente la relazione tra
lavoratori e padroni. Non ha consegnato una autentica democrazia.
Piuttosto, ha fornito alla massa delle persone l'illusione di
partecipare agli affari dello stato
– presumibilmente prendendo delle decisioni su come il
paese veniva diretto. In realtà, dietro la maschera della
sciarada parlamentare, i capitalisti, i giudici, i generali, i capi
della polizia ed i massimi burocrati del servizio pubblico continuano a
fare il loro lavoro di usare la loro ricchezza, la loro forza economica,
i loro poteri statali e la potenza militare per determinare
fondamentalmente la direzione della società
– licenziare lavoratori, fomentare il razzismo,
inquinare l'ambiente, incarcerare gli scioperanti e fare le guerre.
Ma perché il diritto di voto non ha mantenuto le promesse? Perché
il parlamento non può garantire un'autentica democrazia? Per rispondere
alla domanda abbiamo bisogno di cominciare a cercare di definire la
democrazia stessa. Deve essere il termine più abusato nella lingua
inglese.
Ogni tiranno, opportunista politico e ciarlatano cerca di posare da
"democratico". Il partito dei proprietari di schiavi del Sud degli USA
si chiamava il Partito Democratico, mentre i brutali regimi stalinisti
della vecchia Europa Orientale di chiamavano "Democrazie Popolari". Nel
corso degli ultimi due decenni, gli USA e l'Australia hanno fatto delle
guerre devastanti in Medio Oriente presumibilmente per "portare la
democrazia".
L'originale termine greco per democrazia viene solitamente tradotto
come significante "governo del popolo". Questo è ingannevole. In realtà
esso significa "governo dei poveri" in confronto a "oligarchia", il
governo dei ricchi.
Misurato contro questa definizione, un sistema politico nel quale
andate a votare ogni tre anni per dei rappresentanti parlamentari, chi
nel mezzo è a disposizione dei grandi affari, chi infrange tutte le sue
promesse e chi gli elettori non possono in nessun modo punire o
rimuovere dalla carica fino ad anni più tardi, non è per nulla
democratico. In un simile impianto non vi è nessun governo dei poveri.
Questo fatto fu ben compreso 2.500 anni fa nell'antica Atene, la prima
democrazia. Lì i poveri imposero dei controlli democratici molto
maggiori di qualsiasi cosa che abbiamo sotto il capitalismo moderno.
Nell'antica Atene non c'era nessun parlamento. C'era invece la
democrazia diretta
– le leggi venivano fatte da assemblee di massa dei
cittadini. I poveri erano pagati per partecipare alle assemblee di modo
che potessero permettersi di smettere di lavorare.
Mentre alcuni funzionari pubblici erano eletti, le masse ateniesi
riconoscevano le limitazioni delle elezioni. I ricchi potevano sempre
utilizzare la loro ricchezza per influenzare i risultati elettorali, per
corrompere gli elettori e così via. Per aggirare ciò, i poveri
insistevano che la maggior parte degli uffici pubblici fossero riempiti
secondo il destino
– il tiro dei dadi.
Questo avvicendava le posizioni di potere, assicurando che anche i
cittadini più poveri potessero detenere un'alta carica ed indeboliva il
potere dei ricchi.
Questa vibrante, democratica società portò nel mondo greco ad una
fioritura culturale e ad un avanzamento sociale enormemente rapido. E'
per questo che l'arte e la letteratura dell'antica Atene hanno ancora
risonanza.
Naturalmente, l'antica Atene non era affatto una società socialista
ideale. Il potere dei ricchi veniva ridotto dagli avanzamenti
democratici per i quali i poveri avevano combattuto, non abolito. Una
minoranza della popolazione rimaneva in schiavitù ed alle donne era
negata la cittadinanza. Nondimeno, stabilì degli standard di controllo
democratico ai quali non si è mai neppure arrivati vicino ad essere
eguagliati nel mondo capitalista moderno. E' per questo che i ricchi
sono odiavano tanto la democrazia ateniese ed alla fine appoggiarono
degli invasori stranieri per distruggerla.
Un gran numero di persone può riconoscere alcune delle limitazioni
del sistema parlamentare attuale ma ancora resta fedele all'idea che se
noi soltanto eleggiamo alla carica delle persone migliori, dei politici
meno corrotti o più di sinistra o sviluppiamo un'alternativa
indipendente ai partiti della corrente principale potremo allora far
funzionare il parlamento per la gente comune.
Queste opinioni tralasciano di comprendere le reali relazioni di
potere nella società. I pochi minuti di democrazia che voi ed io
riceviamo ogni tre anni nella cabina elettorale
–
al massimo un paio d'ore nella vita
–
non sono in nessun modo paragonabili al costante
potere, pressione ed influenza che il grande capitale esercita sul
governo ogni giorno della settimana.
Non è il voto di
Gina Reinhart, ma la sua capacità di mobilitare enormi
risorse finanziarie che le da influenza.
In pratica, il parlamento viene aggirato continuamente e la maggior
parte delle decisioni più importanti che impattano la nostra vita
– licenziamenti, tagli salariali, affitti e prezzi degli
alloggi
– sono prese al di fuori di esso.
Inoltre, il potere è riflesso scorrettamente nel sistema
parlamentare. Secondo le norme elettorali, la rappresentanza è
determinata geograficamente: andiamo a votare nel nostro elettorato
locale. ma il vero potere, per entrambe capitalisti e lavoratori, non
risiede nelle aree suburbane con la votazione individuale. Esso risiede
nei luoghi di lavoro e nei centri della ricchezza finanziaria. E' nei
luoghi di lavoro che i capitalisti generano profitti
– la fonte del loro potere
– ed è nei luoghi di lavoro che i lavoratori
collettivamente possono esercitare
un potere controbilanciante chiudendo il flusso dei profitti
tramite azioni di sciopero.
Questa separazione del potere politico dalle sue fonti reali rende
il sistema parlamentare una falsità ed una farsa. Combinata con
l'incredibile elitarismo del parlamento, questo serve a privare il
popolo lavoratore di ogni reale e continuo intervento nella democrazia e
significa che è confinato ad un ruolo passivo in politica.
Nella migliore delle ipotesi, i lavoratori sono mobilitati ogni tre
anni per votare per qualche leader laburista che promette di
capovolgere alcuni dei peggiori eccessi dei liberali. E' questa
passività della massa dell'elettorato che permette all'ALP di imporre
teli politiche di destra quando è al governo.
Ma supponiamo che, in risposta ad una radicalizzazione di massa
nella società, venga eletto in carica un governo autenticamente di
sinistra. Cosa accadrebbe?
Il fatto che il reale potere economico e politico sia al di fuori
del parlamento significa che qualsiasi governo radicale parlamentare
verrebbe immediatamente sotto tremenda pressione per non sgarrare con la
classe capitalista.
Massicce somme di denaro sarebbero trasferite fuori del paese.
Sarebbero minacciati uno sciopero degli investimenti e licenziamenti su
vasta scala. I giudici asserirebbero la loro preziosa indipendenza e
dichiarerebbero incostituzionale riformare la legislazione. I massimi
burocrati saboterebbero le decisioni. I generali dell'esercito e delle
forze di sicurezza farebbero rumori minacciosi
O il governo radicale capitola a queste pressioni e tradisce i suoi
sostenitori, come ha fatto il governo di Syriza in Grecia, oppure verrà
buttato fuori dalla carica da qualche stratagemma costituzionale come il
colpo di stato Kerr del 1975 che licenziò il governo laburista
Whitlam.
Naturalmente, la massima sanzione della classe dominante è il
genere di sanguinoso colpo di stato militare che rovesciò il governo di
sinistra di Allende in Cile negli anni 1970.
Ma se il parlamento è una tale frode, perché darsi affatto il
fastidio di votare? Perché non adottare l'approccio anarchico, riassunto
nel loro slogan "Per chiunque votiate, vince ancora il governo", e
boicottare le elezioni?
Il cinismo sulle elezioni è comprendibile. La realtà è che chiunque
vinca le attuali elezioni implementerà delle politiche largamente
similari nell'interesse del grande capitale e non della massa del
popolo.
La vera democrazia viene espressa nelle strade e nelle file di
picchetto
– con manifestazioni, scioperi, occupazioni, marce ed
alla fine attraverso la rivoluzione. L'azione di massa dal basso ha
realizzato le poche libertà democratiche che possediamo. Il livello di
democrazia nella società p vitalmente dipendente dal livello di
pressione dal basso sul potere costituito.
Ma se votare è una questione di terz'ordine, è ancora una libertà
limitata che vale la pena preservare. Inoltre, tende ad esserci una
connessione tra le più importanti libertà democratiche
– il diritto a manifestare, il diritto ad appartenere ad
un sindacato o ad un'associazione studentesca, il nostro
limitato diritto di scioperare, il diritto di tenere assemblee e di
pubblicare letteratura di sinistra
– e la democrazia parlamentare.
I colpi di stato militare e le dittature fasciste tendono ad
abolire sia il parlamento che tutte queste libertà democratiche. Così,
mentre la chiave per difendere i nostri diritti è l'azione di massa,
dobbiamo anche combattere per difenderli nella limitata misura possibile
tramite il processo parlamentare.
Il cambiamento fondamentale non può determinarsi attraverso
l'azione parlamentare. Ma poiché la maggior parte dei lavoratori ancora
vede il parlamento come il centro della vita politica, esso sarà una
tribuna importante per l'intervento di ogni reale partito socialista.
Dove ci lascia ciò con le attuali elezioni? Un governo laburista o
di coalizione laburisti-verdi non capovolgerà il ruolo degli attacchi
neo liberali che abbiamo subito nel corso degli ultimi tre decenni.
Tuttavia al momento non esiste nessun dimensionabile partito di sinistra
che possa sfidare seriamente il laburisti ed i verdi sul fronte
elettorale.
Il compito chiave è di costruire un partito di massa della classe
lavoratrice alla sinistra dei laburisti e dei verdi, che difenderà gli
interessi dei lavoratori e degli oppressi in tutte le sfere della vita
– nei luoghi di lavoro, nelle strade, nelle università ed in parlamento.
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