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In Italia i sindacati giocano un ruolo cruciale

nell'abolizione dei diritti dei lavoratori

di Marianne Arens
30
marzo 2012

 

Il primo ministro italiano Mario Monti sa di non avere nulla da temere dai sindacati e dalle organizzazioni di pseudo-sinistra dell'Italia mentre introduce la sua nuova riforma del lavoro. Il disegno di legge presentato dal governo rovescia l'Articolo 18, che in precedenza garantiva ai lavoratori italiani protezione relativamente estesa contro il licenziamento. Permetteva ai lavoratori nelle imprese con più di 15 dipendenti di citare in giudizio per il reintegro nel caso di "licenziamento ingiusto".

L'Articolo 18 fu introdotto nel maggio 1970 come parte dello Statuto dei Lavoratori assieme al diritto di libertà di assemblea, al diritto di libera scelta della rappresentanza sindacale, alla protezione contro i rischi alla salute e ad azioni arbitrarie dei datori di lavoro. Queste conquiste sono state una diretta conseguenza dell'"autunno caldo" del 1969, quando attraverso l'Italia settentrionale si svolse un'ondata di scioperi che coinvolse 2 milioni di lavoratori, con epicentro nelle fabbriche della Fiat.

Negli ultimi anni all'atto pratico l'Articolo 18 è stato completamente indebolito. Sebbene i lavoratori non possano essere licenziati così facilmente, i datori di lavoro sono invece ricorsi ad introdurre per molti lavoratori lavoro ad orario ridotto che quindi hanno tratto grandemente salari ridotti dalla Cassa Integrazione del paese. Allo stesso tempo, i datori di lavoro sono andati avanti con i loro piani di chiusura di fabbriche e di esuberanze di massa (più di recente la fabbrica della Fiat in Sicilia nel 2011). Come nel caso di altri paese, i datori di lavoro hanno sempre più rimpiazzato lavoratori a tempo pieno con lavoratori con contratti temporanei a salari molto più bassi.

L'ultima stesura della riforma del lavoro rende più facile per le imprese implementare licenziamenti per "motivi economici". La bozza contempla un appello ed un processo accorciato e stabilisce che i pagamenti di distacco ai lavoratori licenziati non possano eccedere una somma tra 5 e 27 salari mensilisenza tener conto di quanto abbiano lavorato per l'impresa.

Quando il parlamento accetterà la "riforma", in seguito la conseguenza sarà inevitabilmente una nuova ondata di licenziamenti. Molte imprese italiane come la Fiat hanno già sviluppato i piani per esuberanze di massa per "motivi economici".

L'economia italiana è ufficialmente balzata nella recessione. Le statistiche economiche del paese per la fine del 2011 pubblicate a metà marzo hanno mostrato che il prodotto interno lordo nel quarto trimestre del 2011 è declinato dello 0,7% paragonato al trimestre precedente.

A causa della depressione nella domanda europea, la situazione alla Fiat è particolarmente critica. Recentemente il capo della Fiat Sergio Marchionne ha minacciato di chiudere due stabilimenti in Italia ed il trasferimento della sede della società da Torino a Detroit, casa del suo socio americano Chrysler. L'unico modo per restare in Italia, ha sostenuto Marchionne, è di "creare un ambiente di lavoro flessibile per trattare con offerta e domanda". Marchionne ha specificamente gradito la nuova misura del governo per sbarazzarsi della protezione contro il licenziamento.

Quando Mario Monti è arrivato venerdì scorso alla riunione di gabinetto nella quale è stato capovolto il Paragrafo 18, ha arrogantemente dichiarato alla stampa che la questione era sistemata. Non intendeva ritornare al tipo di culture della riconciliazione (“consociativismo”) che ha prevalso negli anni '70. "Nessuno ha un diritto di veto", ha affermato Monti. Ha parlato il 23 marzo, il giorno in cui 10 anni prima 3 milioni di persone hanno dimostrato a Roma contro il governo Berlusconi per difendere l'Articolo 18.

L'arroganza e le dichiarazioni provocatorie di Monti sono basate sul fatto che sa di non affrontare nessuna opposizione dai sindacati del paese (inclusa la CGIL di "sinistra") o dalle organizzazioni della sinistra fasulla come Rifondazione Comunista (RC) e dai vari partiti successori del Partito Comunista Italiano (PCI). Hanno tutti gettato uno stoino di benvenuto per il primo ministro non eletto nominato dalle banche europee per amministrare una drastica cura di austerità per la classe lavoratrice italiana. La recente "riforma" è un elemento importante di questo programma.

Soltanto alcuni giorni prima della cruciale riunione di gabinetto, Monti aveva invitato la scintillante bianca speranza della "sinistra"il presidente regionale pugliese Nichi Vendola (in passato RC, oggi SEL)a Palazzo Chigi per assicurarsi l'appoggio di Vendola per la riforma del mercato del lavoro.

Mentre due maggiori sindacati, la CSIL e la UIL, hanno apertamente accettato la riforma, la CGIL e la sua sezione dei metalmeccanici, la FIOM, hanno minacciato in risposta uno sciopero generale di due giorni. Di fatto, questa divisione del sindacato ha uno scopo: l'azione della CGIL/FIOM è mirata a permettere ai lavoratori arrabbiati di sfogarsi, permettendo poi il passaggio della nuova riforma.

Tutti i sindacati, inclusa la CGIL, nel 2009 hanno già firmato un accordo con l'associazione delle imprese italiane Confindustria inteso a "accelerare" le relazioni sindacali. Questo accordo ha disdegnato l'esistente contratto nazionale di lavoro.

La leader della CGIL Susanna Camusso ha lavorato per tre mesi in stretta associazione con il ministro del lavoro Elsa Fornero alla nuova legge sul lavoro. Ora, il sindacato sta avvisando il governo contro implementarla in modo troppo frettoloso. Ha raccontato la Camusso alla stampa: "Naturalmente il rischio è che aumenti la tensione perché si continua a cercare di dividere il paese. Abbiamo sempre posto molta enfasi sul nostro scopo di un accordo uniforme ed ora vediamo che riguardo a ciò il governo non gioca la sua parte".

Difficilmente questo è il linguaggio di una sfida al governo.

La CGIL non ha ancora dichiarato se proclamerà uno sciopero e a quanto pare sta aspettando il dibattito parlamentare sulla riforma. Lì, il governo può contare non soltanto sull'appoggio del partito PdL di Berlusconi e del Terzo Polo guidato dal neofascista Gianfranco Fini,  ma anche del Partito Democratico (PD), che ha le sue radici nel PCI.

Martedì il PD ha discusso il suo approccio alla riforma. Il leader del PD Pierluigi Bersani ha quindi dichiarato al quotidiano l'Unità che l'appoggio del partito a Monti è saldo. Il governo, ha promesso, rimarrà in carica fino al 2013 come programmato.

Il non eletto Monti può fare affidamento su una vasta coalizione che si stende dalla destra alla sinistra nominale. Questo gli permette di attuare misure dittatoriali nell'interesse delle banche senza sopprimere ufficialmente gli ornamenti democratici dello stato.

Lunedì scorso il Corriere della Sera ha descritto la scena ai margini della Conferenza Economica del 24 marzo a Cernobbio. Durante il pasto, Mario Monti ha chiesto al capo del sindacato Camusso di sedere a fianco a lui mentre attorno alla coppia si sono riuniti altri politici. I giornalisti hanno seguito ardentemente il seguente scambio.

Qui vi è un breve estratto. Monti alla Camusso: "Mi sembra che quando te ne vai dobbiamo ancora fare pace". Quindi interviene Gianfranco Fini: "Il governo ha deciso che ora è la volta del parlamento. Ed i partner sociali (cioè i sindacati) hanno l'opportunità di...guardare".

Camusso: "Guardare? esercitare pressione"!

La scena dimostra la complicità dei leader dei sindacati con il governo ed i partiti politicii quali si chiamano tutti per nome. Sono tutti completamente rimossi dalle preoccupazioni della gente comune, la cui vita sta diventando sempre più intollerabile.

Ciò viene riflesso nelle cifre dei sondaggi per Monti. Secondo un'indagine commissionata dal Corriere della Sera, il numero di coloro che appoggiano le politiche di Monti in appena due settimane è precipitato dal 62% al 44%.

In Italia la situazione sociale, che è stata esacerbata dai primi due pacchetti di austerità di Monti ("Salva Italia", "Cresci Italia"), sta deteriorando significativamente. I giovani e gli anziani sono stati colpiti più duramente. I prezzi stanno esplodendo ed i posti di lavoro sono difficili da trovare. Il prezzo della benzina è salito velocemente a €2 al litro (US$2,65), secondo condizioni in base alle quali il governo applica un'imposta di più del 57%uno dei tassi più alti in Europa.

Centinaia di migliaia di persone anziane stanno già soffrendo per la riforma delle pensioni inclusa nel primo pacchetto di austerità di Monti. Secondo il programma “Report” su Rai 3 domenica sera, 350.000 lavoratori più anziani sono stati trascurati. In base alle precedenti norme sulle pensioni, avevano concordato un semi-ritiro o un prepensionamento dal loro posto di lavoro. Hanno abbandonato i loro posti di lavoro, ma secondo le nuove norme di Monti non riceveranno nessuna pensione ed ora non hanno nessuna possibilità di trovare un nuovo posto di lavoro.