I tumulti al G20 di Toronto commessi da agenti provocatori della polizia

di Ghada Chehade

Global Research, 13 luglio 2010

 

Fumo e specchi

Due settimane dopo le proteste al G20 di Toronto diventa sempre più evidente che quello che molti di noi sospettavano è proprio vero: la 'violenza' del 26 giugno (cioè danni patrimoniali ed auto della polizia incendiate) è stata molto probabilmente perpetrata da agenti provocatori della polizia. Ricordo che ritornavo a piedi in fondo a Yonge Street dopo la manifestazione del 26 giugno e vedevo le vetrine frantumate e più tardi sui notiziari mainstream osservavo lo spettacolo di auto della polizia che bruciavano; sembrava tutto surreale e piuttosto organizzato. Sembrava un poco come essere in un universo parallelo. La trasmissione della dimostrazione alla TV non era la demo dalla quale ero appena venuta. Nessuna delle persone con le quali ero durante la dimostrazione ha visto vetrine che venivano frantumate o automobili che venivano incendiate e quando abbiamo visto lo spettacolo recitato sui media abbiamo capito immediatamente che il vandalismo era messo in scena o provocato, o entrambe. Ora cominciano a venire alla superficie le prove che dimostrano che queste azioni sono state almeno in parte eseguite da agenti sotto copertura. Come è stato il caso per le proteste alla riunione della 'Associazione per la sicurezza e la prosperità' il 20 agosto 2007 a Montebello Quebec, sono stati gli stivali degli agenti a svelarlo. In un recente articolo, Terry Burrows ricorre alle fotografie del Globe and Mail per dimostrare che a Toronto (come a Montebello) i provocatori ‘black bloc’ ed i poliziotti blindati in uniforme indossavano gli stessi stivali da combattimento forniti dallo stato” [1].

E' probabile che gli agenti provocatori siano siano usciti via con altri ‘black block’ dalla grande marcia per allestire la scenografia di quella che Burrows chiama in modo appropriato una "enorme truffa della propaganda governo/media". Questo spettacolo orchestrato di violenza e distruzione ha almeno tre principali funzioni o effetti: distoglie lontano l'attenzione dal G8/G20 e da qualsiasi discussione su come servano a saccheggiare e sfruttare le risorse mondiali, i popoli e le economie (proprio le questioni sollevate dai contestatori; serve a demonizzare i dimostranti ed a delegittimare l'indispensabile dissenso e la protesta contro il capitalismo globale e la sua summenzionata devastazione e serve a giustificare il conto sulla sicurezza di un miliardo di dollari che Harper ha imposto al popolo canadese. Dopo settimane ad insistere che i motivi per una presenza della polizia da un miliardo di dollari era specificamente per fermare le cosiddette tattiche black block ed i 'gruppi violenti', quando è arrivato il momento la polizia non si è vista e/o sono stati dati ordini chiari dal centro di comando che recitavano "Non ingaggiate", che significa ritirarsi e non fare nulla [2].

Piuttosto che 'proteggere' il distretto del centro dalla violenza e dai danni patrimoniali, in realtà la polizia ha utilizzato le sue risorse e la sua enormemente sproporzionata presenza per demonizzare, intimidire e rinchiudere i contestatori. A Toronto la polizia ha adoperato quello che Catherine Porter del Toronto Star chiama il Modello Miami [3]. Questo modello viene utilizzato dalle agenzie di polizia alle manifestazioni da una parte all'altra del globo, da Genova a Pittsburgh. Come spiega la Porter, la formula comprende un numero non comune di tattiche della polizia: la prima è la guerra dell'informazione. Nel periodo che precede le dimostrazioni, i contestatori vengono criminalizzati e disumanizzati, presentati come 'terroristi' e 'minacce' contro i quali occorre che la città si difenda. Quindi vi è l'intimidazione, nella quale la polizia conduce perquisizioni causali di percepiti attivisti, assalti notturni alle case degli organizzatori prima delle manifestazioni ecc. Un'altra tattica è la base razionale dell'autodifesa da parte della polizia che "tiravano pietre" così abbiamo dovuto usare gas lacrimogeno, proiettili di gomma ed effettuare arresti. A Toronto, "teppisti" (come li ha chiamati Harper) che gettano pietre, frantumano vetrine, incendiano automobili e più di 1.000 persone arrestatedelle quali soltanto 263 sono state accusate di qualcosa di diverso da violazione dell'ordine pubblico [4]—sono parte di una diversione attentamente orchestrata e servono come capri espiatori che permettono allo stato della sicurezza nazionale canadese di giustificare il folle costo della sicurezza per il vertice come pure le sue tattiche da stato di polizia e l'aumentata militarizzazione dell'impegno pubblico. L'ultimo ingrediente del modello è la polizia che si congratula con se stessa per il "lavoro ben fatto" noncurante di quante persone siano state inutilmente arrestate (la maggior parte delle quali mai accusate) o maltrattate nel processo.

I media controllati sono complici in questo modello e come ci si aspetta il risultato della sua attuazione è che i contestatori vengono demonizzati sui mainstream e perciò il legittimo dissenso viene delegittimato. Sfortunatamente le vere questioni e le lagnanze dei contestatori non fanno mai notizia ed invece diventa punto focale l'atto di dimostrare. Lo spettacolo di 'proteste violente' e/o 'tumulti' domina i titoli ed è il sotterfugio per qualsiasi discussione su o per la critica del G8/G20 e del capitalismo globale.

La verità verrà fuori

E' da sperare che nei giorni, settimane e mesi a venire il governo e la polizia siano costretti ad ammettere (in base a circostanze simili a Montebello, Quebec nel 2007) che gran parte del vandalismo e degli incendi è stato intrapreso da coloro incoraggiati, direttamente o indirettamente, da agenti provocatori. E' anche da sperare che la polizia debba rispondere per le sue vergognose tattichesostenute dalla regolamentazionedurante le manifestazioni del G20 (infatti è stato fatto il 9 giugno l'annuncio che il difensore civico dell'Ontario avvierà un'indagine sulla controversa regolamentazione della sicurezza approvata dalla provincia prima del vertice del G20 del 26-27 giugno) [5]. Queste tattiche, oltre agli arresti indiscriminati di massa, includono l'arresto e le percosse ad un uomo sordo; l'arresto senza motivo e la rimozione violenta della gamba protesica di un amputato; la perquisizione personale di giovani donne spogliate nel centro di detenzione improvvisato e la minaccia di "stupro di massa" contro una giornalista dell'Independent Media Centre (IMC) ed anche l'utilizzo di un congegno Tase elettrico su un altro reporter dell'IMC con un pacemaker nonostante avesse informato della sua condizione e detto di non usare su di lui il congegno [6].

E' anche emerso di recente che la molto temuta regola dei cinque metri non è mai nemmeno esistita. Come risulta, una norma temporanea che incide sulla Public Works Protection Act, che è stata approvata in segreto dal gabinetto di Dalton McGuinty il 2 giugno su richiesta del comandante della polizia di Toronto Bill Blair, non è mai esistita nella maniera nella quale i dimostranti ed il consiglio legale sono stati portati a credere. I media sono stati complici nel sottoriportare inizialmente il 2 giugno l'approvazione della norma finché infine hanno fatto cadere la notizia bomba soltanto giorni prima delle manifestazioni, non consentendo ai dimostranti ed al loro gruppo legale di esaminare propriamente ed in modo esauriente il regolamento. Come risultato la regolamentazione è stata male interpretata dai contestatori ed applicata malamente dalla polizia ad una zona oltre il recinto di sicurezza, quando in realtà era dall'inizio riguardo ad un'area all'interno della zona di sicurezza [7]. Il comandante della polizia di Toronto Bill Blair ha ammesso che ha permesso che la regola dei cinque metri venisse "male interpretata" dai cittadini per "tenere fuori i criminali". In definitiva, era poco più che una trappolache ha portato entrambe la polizia sul terreno ed i contestatori ad esagerare i poteri che la polizia legalmente aveva di perquisire gli individui e di chiedere l'identificazione.

Smascherare le manovre regolamentari ingannevoli e gli agenti ‘black block’ con abbigliamento fornito dallo stato è senza dubbio una necessità ed una cosa positiva per i nostri movimenti. Così lo sono anche le richieste per un'inchiesta pubblica nelle tattiche nefande ed illegali della polizia contro la gente in strada. E' critico che smascheriamo lo stato come corrotto e dimostriamo che infrangerà la legge e calpesterà su tutta la nostra carta costituzionale ed i diritti umani nell'atto di proteggere il capitale globale. Se a queste questioni viene data più che un'attenzione frettolosa sui media mainstream servirà a mostrare la mano dispotica dello stato ed a delegittimare le pretese e le azioni della polizia contro i dimostranti. Tuttavia le immagini di auto che bruciano e di vetrine rotte vivranno per sempre nell'immaginazione del pubblico ed è probabile che molti pensino ai contestatori come a dei teppisti, anche dopo che la polizia ammetta di avere piazzato tra di noi degli agenti provocatori.

L'11/9 ci ha insegnato che qualunque cosa che buchi la 'versione ufficiale' sfortunatamente fa poco per sollevare il sospetto o lo scrutinio di massa. Posto semplicemente, concentrarsi sul rivelare la frode, le menzogne e gli abusi della polizia e del governo è molto importante ma ci mette anche in una posizione reazionaria rispetto allo stato. Mentre l'epicentro sugli abusi dei diritti civili e dei diritti umani che sono avvenuti durante le manifestazioni del G20 a Toronto è enormemente importante, simultaneamente serve come ancora un'altra deviazione dalle questioni per le quali siamo da principio usciti per protestare (la devastazione globale sistematica del popolo e dell'ambiente apportata dalle politiche del G8 e del G20 e del capitalismo globale in generale).

Tempo di riconsiderare le nostre tattiche

Ciò che è sempre più evidente e frustrante è che i nostri movimenti sembrano essere sempre più delle pedine riluttanti in una strategia sistematica più grande progettata per distrarre la gente da qualsiasi critica della struttura bancaria internazionale e del capitalismo globale mentre indebolisce le tattiche ed ostacola il potenziale trasformativo dei movimenti di resistenza. A marce autorizzate ed anche non autorizzate i movimenti fisici dei dimostranti sono sempre più limitati e dettati dalla polizia e dallo stato. Durante le manifestazioni del G20 la polizia ci ha spinti dentro recinti e raggruppati, tenendoci dove ci voleva, fermando la marcia abbastanza a lungo perché la polizia antisommossa entrasse in posizione davanti a noi, bloccando incroci chiave e tentando di intuire alcune forme di risposta 'violenta'. Come spiega la Porter, una diffusa tattica della polizia è "bollire". Qui, "Gli agenti su moto o cavalli raggruppano i contestatori in uno spazio chiuso, di modo che non possano andarsene senza cercare di sfondare la linea della polizia. Prendi l'esca: provochi le legnate o l'arresto". Alla fine, la marcia del 26 giugno a Toronto non è riuscita ad arrivare da nessuna parte vicino al tanto esagerato recinto di sicurezza. Ed anche se lo avesse fatto, concentrandosi su "arrivare al recinto" non è l'obiettivo o lo scopo del movimento per la giustizia globale (si dovrebbe sperare). E' stata dura non sentirsi raggruppati durante la dimostrazione, quasi come camminare verso una trappola. In definitiva hanno utilizzato la nostra marcia per creare distrazioni/spettacoli dei media e rappresentarci come essere dei "violenti". Come è accaduto prima, il nostro messaggio non è uscito; non ha raggiunto il pubblico. In altre parole, la polizia, lo stato ed i media hanno utilizzato le nostre manifestazioni per creare e/o perpetuare un'immagine negativa della protesta agli occhi del pubblico.

Forse occorre che cambiamo le nostre tattiche, forse tenendo le nostre manifestazioni lontano dal centro o dai luoghi del vertice di modo che lo stato non avrà nessuno da incastrare o da usare come capro espiatorio per il suo vandalismo, incendi ecc. organizzati e nessun modo per giustificare questi enormi bilanci della sicurezza [8]. Posto con semplicità, forse è ora di cambiare i nosti modelli organizzativi, di mobilitazione ed agitazione dal momento che lo stato di polizia sembra mettere ripetutamente trappole per gli attivisti ed i dimostranti e ci usanocon l'aiuto dei media controllaticome una diversione da ogni vera discussione sulle questioni della giustizia sociale globale che stiamo tentando di sollevare e promuovere. Può essere necessario considerare se le esistenti forme di resistenza e di agitazione servono ad aiutare i nostri movimenti e le nostre cause oppure le minano e ci mettono su un sentiero pericoloso. Può valere la pena esaminare delle strategie alternative che potrebbero comportare organizzarsi in una maniera più coperta di modo che lo stato non sappia esattamente quando e dove aspettarci. Potremmo anche utilizzare il fatto che infiltrano le nostre assemblee e campagne di mobilitazione contro di loro. Qui potremmo diffondere di proposito disinformazione alle assemblee ed online sugli eventi e sulle dimostrazioni proposte, portando lo stato e la polizia a schierare risorse e gli agenti provocatori della sicurezza a delle proteste che non si materializzano mai. Nel caso delle manifestazioni al G20 di Toronto, se non eravamo lì per essere arrestati a centinaia ed incastrati per aver frantumato vetrine ed incendiato automobili, lo stato della sicurezza canadese non sarebbe stato in grado di giustificare il suo bilancio della sicurezza da un miliardo di dollari. E se invece di protestare in centro nelle aree indicate nelle quali si aspettano ci troviamo, accanto ai vertici, teniamo del tutto le nostre azioni di resistenza e di opposizione al di fuori della città [9]? Allora cosa? Potrebbero incolparci o incastrarci per le loro azioni preparate di violenza se se lì non vi fosse nessuno a 'presidiare' eccetto per una manciata di agenti sotto copertura che posano da ‘black bloc’? Se ci rifiutiamo di giocare la nostra parte nel "Modello Miami" potrebbe contribuire a scoprire il loro gioco.

Ormai pare chiaro che la politica dello stato è quella di inscenare e di incitare alla violenza un giorno (mentre opportunamente non arrestare nessuno durante l'effettivo verificarsi della violenza) e quindi rastrellare centinaia di dimostranti il giorno successivo e gettarli in prigione (nonostante che non siano collegati alla violenza). I media contribuiscono a creare la connessione fabbricata tra gli arresti e la violenza postsincronizzando incessantemente immagini di vetrine frantumate e di auto incendiate un giorno e quindi immagini di arresti di massa e titoli su brevi dichiarazioni sul numero degli arresti ecc. senza nessuna spiegazione e contestualizzazione per suggerire (senza parole) che gli arresti devono essere in qualche modo collegati alle violenze del giorno prima. Potremmo spiegare una controtattica che è fluidacome se le violenze e/o i danni patrimoniali dovessero accadere a causa delle tattiche dei cosiddetti black bloc; non restiamo nell'area ad aspettare di essere arrestati il giorno successivo. Potremmo avere un piano di emergenza che detta quando/se scoppia la violenza (inscenata); ci disperdiamo e ci raggruppiamo di nuovo secondo piani di riserva con procedimenti di buonsenso, forse spostando le nostre azioni completamente al di fuori dell'area del centro. Questo è un modo per inviare al pubblico un messaggio di disconoscere le violenze di modo che non possiamo essere criticati o incolpati per essa. Infine, i nostri programmi pubblicizzati per le dimostrazioni dovrebbero essere utilizzati come esca per sviare ed esporre la polizia ed i media [10]. In cambio guadagniamo politicamente umiliando la polizia e non lasciando ai media nulla da fotografare eccetto legioni di poliziotti antisommossa sovrafinanziate ed i loro agenti sotto copertura.

Voglio suggerire a tutti coloro che sono contrari al capitalismo globale (ed ai suoi sicari prezzolati dello stato di polizia capitalista) ed alla miriade di distruzioni che produce sulla maggioranza del mondo e dell'ambiente, che forse è il momento che i nostri movimenti di resistenza diventino un poco più pratici e creativi; di usare la disinformazione e l'infiltrazione che hanno compiuto su di noi e forse trasferire la nostra organizzazione e le nostre mobilitazioni di nascosto invece che elencare ogni evento o azione programmati nei nostri siti web perché lo stato li legga ed i media li trasmettano. Non essere più pedine in un gioco truccato. Questa non è una ritirata; proprio al contrario è un movimento verso un'evoluzione nella strategia e nelle tattiche che può metterci qualche passo avanti dello stato capitalista ed assicurare entrambe la sopravvivenza dei nostri movimenti e l'avanzamento dei nostri programmi e delle nostre cause. E' il momento per noi di considerare se le proteste/manifestazioni (ed in generale l'organizzazione e la mobilitazione del movimento sociale) nella loro attuale forma favoriscono la nostra causa/e e riguardano un cambiamento tangibile. Basta essere le loro pedine e cominciare a giocare con il sistema. Soltanto qualcosa su cui pensare...

Ghada Chehade è una candidata al dottorato, attivista e poeta che vive a Montreal

Note

[1] http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=19928  

[2] http://m.torontosun.com/14564416.1?fullscreen  

[3] http://www.thestar.com/article/828876--porter-when-police-stick-to-phony-script  

[4] http://www.theglobeandmail.com/news/national/toronto/independent-review-of-toronto-police-g20-conduct-moves-ahead/article1629887/  

[5] http://www.ombudsman.on.ca/en/media/press-releases/2010/ontario-ombudsman-to-investigate-g20-security-regulation.aspx  

[6] http://www.theglobeandmail.com/news/world/g8-g20/toronto/deaf-man-arrested-in-g20-protest-gets-bail/article1619559