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Fumo e specchi
Due settimane dopo le proteste al G20 di Toronto
diventa sempre più evidente che quello che molti di noi sospettavano
è proprio vero: la 'violenza' del 26 giugno (cioè danni patrimoniali
ed auto della polizia incendiate) è stata molto probabilmente
perpetrata da agenti provocatori della polizia. Ricordo che
ritornavo a piedi in fondo a
Yonge Street
dopo la manifestazione del 26 giugno e vedevo le vetrine frantumate
e più tardi sui notiziari mainstream osservavo lo spettacolo di auto
della polizia che bruciavano; sembrava tutto surreale e piuttosto
organizzato. Sembrava un poco come essere in un universo parallelo.
La trasmissione della dimostrazione alla TV non era la demo dalla
quale ero appena venuta. Nessuna delle persone con le quali ero
durante la dimostrazione ha visto vetrine che venivano frantumate o
automobili che venivano incendiate e quando abbiamo visto lo
spettacolo recitato sui media abbiamo capito immediatamente che il
vandalismo era messo in scena o provocato, o entrambe. Ora
cominciano a venire alla superficie le prove che dimostrano che
queste azioni sono state almeno in parte eseguite da agenti sotto
copertura. Come è stato il caso per le proteste alla riunione della
'Associazione per la sicurezza e la prosperità' il 20 agosto 2007 a
Montebello
Quebec,
sono stati gli stivali degli agenti a svelarlo. In un recente
articolo,
Terry Burrows
ricorre alle fotografie del
Globe and Mail
per dimostrare che a
Toronto (come
a
Montebello)
i provocatori
‘black bloc’
ed i poliziotti blindati in uniforme
indossavano gli stessi stivali da combattimento forniti dallo stato”
[1].
E' probabile che gli agenti provocatori siano siano usciti via
con altri
‘black block’
dalla grande marcia per allestire la scenografia di quella
che
Burrows
chiama in modo appropriato una "enorme truffa della propaganda
governo/media". Questo spettacolo orchestrato di violenza e
distruzione ha almeno tre principali funzioni o effetti: distoglie
lontano l'attenzione dal
G8/G20
e da qualsiasi discussione su come servano a saccheggiare e
sfruttare le risorse mondiali, i popoli e le economie (proprio le
questioni sollevate dai contestatori; serve a demonizzare i
dimostranti ed a delegittimare l'indispensabile dissenso e la
protesta contro il capitalismo globale e la sua summenzionata
devastazione e serve a giustificare il conto sulla sicurezza di un
miliardo di dollari che Harper ha imposto al popolo
canadese. Dopo settimane ad insistere che i motivi per una presenza
della polizia da un miliardo di dollari era specificamente per
fermare le cosiddette tattiche black block ed i 'gruppi violenti',
quando è arrivato il momento la polizia non si è vista e/o sono
stati dati ordini chiari dal centro di comando che recitavano "Non
ingaggiate", che significa ritirarsi e non fare nulla
[2].
Piuttosto che 'proteggere' il distretto del centro dalla
violenza e dai danni patrimoniali, in realtà la polizia ha
utilizzato le sue risorse e la sua enormemente sproporzionata
presenza per demonizzare, intimidire e rinchiudere i contestatori. A
Toronto la polizia ha adoperato quello che
Catherine Porter
del
Toronto Star
chiama il Modello Miami
[3].
Questo modello viene utilizzato dalle agenzie di polizia alle
manifestazioni da una parte all'altra del globo, da
Genova
a
Pittsburgh.
Come spiega la Porter, la formula comprende un numero non
comune di tattiche della polizia: la prima è la guerra
dell'informazione. Nel periodo che precede le dimostrazioni, i
contestatori vengono criminalizzati e disumanizzati, presentati come
'terroristi' e 'minacce' contro i quali occorre che la città si
difenda. Quindi vi è l'intimidazione, nella quale la polizia conduce
perquisizioni causali di percepiti attivisti, assalti notturni alle
case degli organizzatori prima delle manifestazioni ecc. Un'altra
tattica è la base razionale dell'autodifesa da parte della polizia
che "tiravano pietre" così abbiamo dovuto usare gas lacrimogeno,
proiettili di gomma ed effettuare arresti. A Toronto, "teppisti"
(come li ha chiamati Harper) che gettano pietre, frantumano vetrine,
incendiano automobili e più di 1.000 persone arrestate—delle
quali soltanto 263 sono state accusate di qualcosa di diverso da
violazione dell'ordine pubblico
[4]—sono
parte di una diversione attentamente orchestrata e servono come
capri espiatori che permettono allo stato della sicurezza nazionale
canadese di giustificare il folle costo della sicurezza per il
vertice come pure le sue tattiche da stato di polizia e l'aumentata
militarizzazione dell'impegno pubblico. L'ultimo ingrediente del
modello è la polizia che si congratula con se stessa per il "lavoro
ben fatto" noncurante di quante persone siano state
inutilmente arrestate (la maggior parte delle quali mai accusate) o
maltrattate nel processo.
I media controllati sono complici in questo modello e come ci
si aspetta il risultato della sua attuazione è che i contestatori
vengono demonizzati sui mainstream e perciò il legittimo dissenso
viene delegittimato. Sfortunatamente le vere questioni e le lagnanze
dei contestatori non fanno mai notizia ed invece diventa punto
focale l'atto di dimostrare. Lo spettacolo di 'proteste violente'
e/o 'tumulti' domina i titoli ed è il sotterfugio per qualsiasi
discussione su o per la critica del
G8/G20
e del capitalismo globale.
La verità verrà fuori
E' da sperare che nei giorni, settimane e mesi a venire il
governo e la polizia siano costretti ad ammettere (in base a
circostanze simili a
Montebello, Quebec
nel
2007)
che gran parte del vandalismo e degli incendi è stato
intrapreso da coloro incoraggiati, direttamente o indirettamente, da
agenti provocatori. E' anche da sperare che la polizia debba
rispondere per le sue vergognose tattiche—sostenute
dalla regolamentazione—durante
le manifestazioni del G20 (infatti è stato fatto il 9 giugno
l'annuncio che il difensore civico dell'Ontario avvierà un'indagine
sulla controversa regolamentazione della sicurezza approvata dalla
provincia prima del vertice del G20 del 26-27 giugno)
[5].
Queste tattiche, oltre agli arresti indiscriminati di massa,
includono l'arresto e le percosse ad un uomo sordo;
l'arresto senza motivo e la rimozione violenta della gamba protesica
di un amputato; la perquisizione personale di giovani donne
spogliate nel centro di detenzione improvvisato e la minaccia di
"stupro di massa" contro una giornalista dell'Independent
Media Centre (IMC)
ed anche l'utilizzo di un congegno Tase elettrico su un altro
reporter dell'IMC con un pacemaker nonostante avesse informato della
sua condizione e detto di non usare su di lui il congegno
[6].
E' anche emerso di recente che la molto temuta regola dei
cinque metri non è mai nemmeno esistita. Come risulta, una norma
temporanea che incide sulla
Public Works Protection Act,
che è stata approvata in segreto dal gabinetto di
Dalton McGuinty
il 2 giugno su richiesta del comandante della polizia di Toronto
Bill Blair,
non è mai esistita nella maniera nella quale i dimostranti ed il
consiglio legale sono stati portati a credere. I media sono stati
complici nel sottoriportare inizialmente il 2 giugno l'approvazione
della norma
finché infine hanno fatto cadere la notizia bomba soltanto
giorni prima delle manifestazioni, non consentendo ai dimostranti ed
al loro gruppo legale di esaminare propriamente ed in modo
esauriente il regolamento. Come risultato la regolamentazione è
stata male interpretata dai contestatori ed applicata malamente
dalla polizia ad una zona oltre il recinto di sicurezza, quando in
realtà era dall'inizio riguardo ad un'area all'interno della zona di
sicurezza
[7].
Il
comandante della polizia di Toronto
Bill Blair
ha ammesso che ha permesso che la regola dei cinque metri venisse
"male interpretata" dai cittadini per "tenere fuori i criminali". In
definitiva, era poco più che una trappola—che
ha portato entrambe la polizia sul terreno ed i contestatori ad
esagerare i poteri che la polizia legalmente aveva di perquisire gli
individui e di chiedere l'identificazione.
Smascherare le manovre regolamentari ingannevoli e gli agenti
‘black block’
con abbigliamento fornito dallo stato è senza dubbio una necessità
ed una cosa positiva per i nostri movimenti. Così lo sono anche le
richieste per un'inchiesta pubblica nelle tattiche nefande ed
illegali della polizia contro la gente in strada. E' critico che
smascheriamo lo stato come corrotto e dimostriamo che infrangerà la
legge e calpesterà su tutta la nostra carta costituzionale ed i
diritti umani nell'atto di proteggere il capitale globale.
Se a queste questioni viene data più che un'attenzione
frettolosa sui media mainstream servirà a mostrare la mano dispotica
dello stato ed a delegittimare le pretese e le azioni della polizia
contro i dimostranti. Tuttavia le immagini di auto che bruciano e di
vetrine rotte vivranno per sempre nell'immaginazione del pubblico ed
è probabile che molti pensino ai contestatori come a dei teppisti,
anche dopo che la polizia ammetta di avere piazzato tra di noi degli
agenti provocatori.
L'11/9 ci ha insegnato che qualunque cosa che buchi la
'versione ufficiale' sfortunatamente fa poco per sollevare il
sospetto o lo scrutinio di massa. Posto semplicemente, concentrarsi
sul rivelare la frode, le menzogne e gli abusi della polizia e del
governo è molto importante ma ci mette anche in una posizione
reazionaria rispetto allo stato. Mentre l'epicentro sugli abusi dei
diritti civili e dei diritti umani che sono avvenuti durante le
manifestazioni del G20 a Toronto è enormemente importante,
simultaneamente serve come ancora un'altra deviazione dalle
questioni per le quali siamo da principio usciti per protestare (la
devastazione globale sistematica del popolo e dell'ambiente
apportata dalle politiche del G8 e del G20 e del capitalismo globale
in generale).
Tempo di riconsiderare le nostre tattiche
Ciò che è sempre più evidente e frustrante è che i nostri
movimenti sembrano essere sempre più delle pedine riluttanti in una
strategia sistematica più grande progettata per distrarre la gente
da qualsiasi critica della struttura bancaria internazionale e del
capitalismo globale mentre indebolisce le tattiche ed ostacola il
potenziale trasformativo dei movimenti di resistenza. A marce
autorizzate ed anche non autorizzate i movimenti fisici dei
dimostranti sono sempre più limitati e dettati dalla polizia e dallo
stato. Durante le manifestazioni del G20 la polizia ci ha spinti
dentro recinti e raggruppati, tenendoci dove ci voleva, fermando la
marcia abbastanza a lungo perché la polizia antisommossa entrasse in
posizione davanti a noi, bloccando incroci chiave e tentando di
intuire alcune forme di risposta 'violenta'. Come spiega la Porter,
una diffusa tattica della polizia è "bollire". Qui, "Gli agenti su
moto o cavalli raggruppano i contestatori in uno spazio chiuso, di
modo che non possano andarsene senza cercare di sfondare la linea
della polizia. Prendi l'esca: provochi le legnate o l'arresto". Alla
fine, la marcia del 26 giugno a Toronto non è riuscita ad arrivare
da nessuna parte vicino al tanto esagerato recinto di sicurezza. Ed
anche se lo avesse fatto, concentrandosi su "arrivare al recinto"
non è l'obiettivo o lo scopo del movimento per la giustizia globale
(si dovrebbe sperare). E' stata dura non sentirsi raggruppati
durante la dimostrazione, quasi come camminare verso una trappola.
In definitiva hanno utilizzato la nostra marcia per creare
distrazioni/spettacoli dei media e rappresentarci come essere dei
"violenti". Come è accaduto prima, il nostro messaggio non è uscito;
non ha raggiunto il pubblico. In altre parole, la polizia, lo stato
ed i media hanno utilizzato le nostre manifestazioni per creare e/o
perpetuare un'immagine negativa della protesta agli occhi del
pubblico.
Forse occorre che cambiamo le nostre tattiche, forse tenendo le
nostre manifestazioni lontano dal centro o dai luoghi del vertice di
modo che lo stato non avrà nessuno da incastrare o da usare come
capro espiatorio per il suo vandalismo, incendi ecc. organizzati e
nessun modo per giustificare questi enormi bilanci della sicurezza
[8].
Posto con semplicità, forse è ora di cambiare i nosti modelli
organizzativi, di mobilitazione ed agitazione dal momento che lo
stato di polizia sembra mettere ripetutamente trappole per gli
attivisti ed i dimostranti e ci usano—con
l'aiuto dei media controllati—come
una diversione da ogni vera discussione sulle questioni della
giustizia sociale globale che stiamo tentando di sollevare e
promuovere. Può essere necessario considerare se le esistenti forme
di resistenza e di agitazione servono ad aiutare i nostri movimenti
e le nostre cause oppure le minano
e ci mettono su un sentiero pericoloso. Può valere la pena
esaminare delle strategie alternative che potrebbero comportare
organizzarsi in una maniera più coperta di modo che lo stato non
sappia esattamente quando e dove aspettarci. Potremmo anche
utilizzare il fatto che infiltrano le nostre assemblee e campagne di
mobilitazione contro di loro. Qui potremmo diffondere di proposito
disinformazione alle assemblee ed online sugli eventi e sulle
dimostrazioni proposte, portando lo stato e la polizia a schierare
risorse e gli agenti provocatori della sicurezza a delle proteste
che non si materializzano mai. Nel caso delle manifestazioni al G20
di Toronto, se non eravamo lì per essere arrestati a centinaia ed
incastrati per aver frantumato vetrine ed incendiato automobili, lo
stato della sicurezza canadese non sarebbe stato in grado di
giustificare il suo bilancio della sicurezza da un miliardo di
dollari. E se invece di protestare in centro nelle aree indicate
nelle quali si aspettano ci troviamo, accanto ai vertici, teniamo
del tutto le nostre azioni di resistenza e di opposizione al di
fuori della città
[9]?
Allora cosa? Potrebbero incolparci o incastrarci per le loro azioni
preparate di violenza se se lì non vi fosse nessuno a 'presidiare'
eccetto per una manciata di agenti sotto copertura che posano da
‘black bloc’?
Se ci rifiutiamo di giocare la nostra parte nel "Modello Miami"
potrebbe contribuire a scoprire il loro gioco.
Ormai pare chiaro che la politica dello stato è quella di
inscenare e di incitare alla violenza un giorno (mentre
opportunamente non arrestare nessuno durante l'effettivo verificarsi
della violenza) e quindi rastrellare centinaia di dimostranti il
giorno successivo e gettarli in prigione (nonostante che non siano
collegati alla violenza). I media contribuiscono a creare la
connessione fabbricata tra gli arresti e la violenza
postsincronizzando incessantemente immagini di vetrine frantumate e
di auto incendiate un giorno e quindi immagini di arresti di massa e
titoli su brevi dichiarazioni sul numero degli arresti ecc. senza
nessuna spiegazione e contestualizzazione per suggerire (senza
parole) che gli arresti devono essere in qualche modo collegati alle
violenze del giorno prima. Potremmo spiegare una controtattica che è
fluida—come
se le violenze e/o i danni patrimoniali dovessero accadere a causa
delle tattiche dei cosiddetti
black bloc;
non restiamo nell'area ad aspettare di essere arrestati il giorno
successivo. Potremmo avere un piano di emergenza
che detta quando/se scoppia la violenza (inscenata); ci
disperdiamo e ci raggruppiamo di nuovo secondo piani di riserva con
procedimenti di buonsenso, forse spostando le nostre azioni
completamente al di fuori dell'area del centro. Questo è un modo per
inviare al pubblico un messaggio di disconoscere le violenze di modo
che non possiamo essere criticati o incolpati per essa. Infine, i
nostri programmi pubblicizzati per le dimostrazioni dovrebbero
essere utilizzati come esca per sviare ed esporre la polizia ed i
media
[10].
In cambio guadagniamo politicamente umiliando la polizia e non
lasciando ai media nulla da fotografare eccetto legioni di
poliziotti antisommossa sovrafinanziate ed i loro agenti sotto
copertura.
Voglio suggerire a tutti coloro che sono contrari al
capitalismo globale (ed ai suoi sicari prezzolati dello stato di
polizia capitalista) ed alla miriade di distruzioni che produce
sulla maggioranza del mondo e dell'ambiente, che forse è il momento
che i nostri movimenti di resistenza diventino un poco più pratici e
creativi; di usare la disinformazione e l'infiltrazione che hanno
compiuto su di noi e forse trasferire la nostra organizzazione e le
nostre mobilitazioni di nascosto invece che elencare ogni evento o
azione programmati nei nostri siti web perché lo stato li legga ed i
media li trasmettano. Non essere più pedine in un gioco truccato.
Questa non è una ritirata; proprio al contrario è un movimento verso
un'evoluzione nella strategia e nelle tattiche che può metterci
qualche passo avanti dello stato capitalista ed assicurare entrambe
la sopravvivenza dei nostri movimenti e l'avanzamento dei nostri
programmi e delle nostre cause. E' il momento per noi di considerare
se le proteste/manifestazioni (ed in generale l'organizzazione e la
mobilitazione del movimento sociale) nella loro attuale forma
favoriscono la nostra causa/e e riguardano un cambiamento tangibile.
Basta essere le loro pedine e cominciare a giocare con il sistema.
Soltanto qualcosa su cui pensare...
Ghada Chehade
è una candidata al dottorato, attivista e poeta che vive a
Montreal
Note
[1]
http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=19928
[2]
http://m.torontosun.com/14564416.1?fullscreen
[3]
http://www.thestar.com/article/828876--porter-when-police-stick-to-phony-script
[4]
http://www.theglobeandmail.com/news/national/toronto/independent-review-of-toronto-police-g20-conduct-moves-ahead/article1629887/
[5]
http://www.ombudsman.on.ca/en/media/press-releases/2010/ontario-ombudsman-to-investigate-g20-security-regulation.aspx
[6]
http://www.theglobeandmail.com/news/world/g8-g20/toronto/deaf-man-arrested-in-g20-protest-gets-bail/article1619559
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