Il tragico fallimento del "postcomunismo" in Europa Orientale

di Dr. Rossen Vassilev

 Global Research, 8 marzo 2011

 

Appena prima di Natale del 2010, un turbato tecnico della televisione pubblica che protestava contro le controverse politiche economiche governative si è gettato da un balcone del parlamento rumeno durante un discorso del primo ministro del paese. L'uomo, che è sopravvissuto al tentativo di suicidio, secondo quanto riferito, prima di saltare ha urlato: "Tu porti via il pane dalla bocca dei nostri figli! Tu hai distrutto il futuro dei nostri figli!" Il contestatore ricoverato in ospedale, vestito con una maglietta che proclamava "Avete distrutto il nostro futuro!", è stato più tardi identificato come il 41enne Adrian Sobaru, il cui figlio minorenne autistico aveva recentemente perduto l'assistenza statale come parte delle ultime iniziative di tagli di bilancio di Bucarest. Il suo tentativo di suicidio è stato trasmesso in diretta dalla TV pubblica della Romania mentre il primo ministro Emil Boc parlava in anticipo di un voto di sfiducia non riuscito contro il suo gabinetto conservatore. Le misure di austerità fiscale e salariale contro le quali protestava Sobaru comprendevano un taglio di stipendio del 25% per tutti gli impiegati statali come lui come pure severe riduzioni dei versamenti dell'assistenza sociale ai genitori con figli disabili, che pure riceveva fino a poco tempo fa. Secondo l'agenzia d'informazioni della Romania Agerpres, le grida disperate dell'uomo nell'aula parlamentare echeggiavano dolorosamente quelle udite durante la rivoluzione anticomunista del 1989 che rovesciò il regime fuori dal branco e generalmente pro occidentale della Romania di Nicolae Ceauşescu.

Disordine economico

Il tragico salto di Sobaru, più tardi teletrasmesso in tutto il mondo, ha colpito un tasto sensibile di molti romeni che l'hanno visto come un simbolo delle selvagge disuguaglianze e ingiustizie del periodo postcomunista. La Romania è impantanata in una grave recessione e si prevede che nel 2010 la sua danneggiata economia declini di almeno il 2%, dopo essersi contratta del 7,1% nell'anno precedente. Invece di cercare di assistere i disoccupati e i socialmente deboli, il governo di Bucarest, che a quel che si dice è pieno di corruzione, clientelismo e nepotismo, ha ridotto drasticamente gli stipendi del settore pubblico di un quarto e spuntato tutte le spese sociali, compresi i sussidi al riscaldamento per i poveri come pure i benefici per la disoccupazione, la maternità e disabilità. Allo stesso tempo, l'imposta nazionale sulle vendite è stata aumentata dal 19% al 24%, mentre le autorità si sforzano per tenere giù il deficit nazionale al 6,8%, allo scopo di soddisfare i severi requisiti fiscali dell'Unione Europea (UE), nella quale la Romania è entrata nel gennaio 2007.

Queste dure politiche di austerità hanno mandato in collera milioni di romeni che a mala pena vivono alla giornata in un paese dove il reddito pro capite medio mensile è di circa $400. Arrabbiate proteste di piazza che hanno messo insieme decine di migliaia di romeni riflettono il profondo malcontento per la povertà di massa e la costante crisi economica, che ha portato la Romania sull'orlo della bancarotta. "Questo non è il capitalismo, nei paesi capitalisti c'è una classe media", ha dichiarato a un reporter dell'Associated Press la gerente di una drogheria di Bucarest. Ma la società romena, si è lamentata, è divisa tra una minuscola minoranza di gente molto ricca e una vasta sottoclasse impoverita.[1]

Mentre la tragedia umana testimoniata nel parlamento romeno in quel giorno prenatalizio è piuttosto sintomatica della miseria pervasiva del paese balcanico e delle speranze deluse per una vita migliore, poteva essere facilmente accaduta in qualunque altro dei paesi in crisi del mondo ex comunista che ugualmente soffrono di alta disoccupazione, massiccia povertà, salari declinanti e severi tagli alla spesa pubblica e agli standard di vita. Quasi nello stesso momento del disperato tentativo di suicidio di Sobaru, molti dei 20.000 medici d'ospedale della Repubblica Ceca abbandonavano il lavoro in massa per protestare contro la decisione del gabinetto del primo ministro Petr Necas di tagliare tutta la spesa pubblica, inclusa la spesa per l'assistenza sanitaria, di almeno il 10% allo scopo di tenere a galla le afflitte finanze del paese. Queste dimissioni in massa erano parte della campagna "Grazie, ce ne andiamo" lanciata da medici contrariati per tutto il paese che mira a mettere pressione sulle autorità di Praga per aumentare i loro bassi salari e fornire migliori condizioni di lavoro per tutti i lavoratori della sanità. Di fronte alla peggiore crisi dell'assistenza sanitaria nella storia del paese ex comunista che stava mettendo in pericolo la vita di molti pazienti, il governo ceco ha minacciato uno stato di emergenza che costringerebbe i medici a tornare al lavoro o a esporsi a dure pene legali e finanziarie.

Si potrebbero anche ricordare le sommosse alimentari in gran parte non riferite del 2009 in Lettonia, il tanto celebrato "miracolo del Baltico" prediletto dei media mainstream occidentali, dove il profondamente impopolare primo ministro in carica Valdis Dombrovskis è stato rieletto nel 2010 nonostante avere tagliato duramente la spesa pubblica e i già miseri livelli di vita dei lettoni (la campagna elettorale è stata invece concentrata sul disgustoso scontro tra i nazionalisti lettoni e la piuttosto grande e inquieta minoranza russofona del paese). Secondo il professor Michael Hudson, ricercatore emerito di economia all'Università del Missouri, mentre marcati tagli governativi alla spesa sociale, all'istruzione, all'assistenza sanitaria, ai trasporti pubblici e alla spesa in altre infrastrutture sociali fondamentali minacciano di indebolire la sicurezza economica, lo sviluppo a lungo termine e la stabilità economica attraverso i paesi dell'ex blocco sovietico, i giovani emigrano in branco per migliorare la loro vita piuttosto che soffrire in un'economia senza nessuna opportunità di impiego. Per esempio, più del 12% della popolazione totale della Lettonia (ed una percentuale molto maggiore della sua forza lavoro) ora lavora all'estero.

Quando nel 2008 è scoppiata la "bolla neoliberista", scrive il professor Hudson, il governo conservatore della Lettonia ha preso in prestito pesantemente dalla UE e dal FMI con condizioni di rimborso penalizzanti che hanno imposto tali dure politiche di austerità che l'economia lettone si è contratta del 25% (le confinanti Estonia e Lituania hanno sperimentato un declino economico ugualmente ripido) e la disoccupazione, che attualmente viaggia al 22%, sta ancora salendo. Con ben più di un decimo della sua popolazione che ora lavora all'estero, i lavoratori stranieri della Lettonia mandano a casa qualsiasi cosa possono risparmiare per aiutare a sopravvivere le loro famiglie bisognose. I bambini lettoni (quanto pochi di loro ve ne sono dal momento che i tassi dei matrimoni e delle nascite del paese baltico affondano) sono stati così "lasciati indietro resi orfani", spingendo gli scienziati sociali a chiedersi come possa sopravvivere demograficamente questo piccolo paese di 2,3 milioni di persone.[2] Questi sono i risultati dei bilanci di austerità postcomunisti che hanno messo in ginocchio la gente comune mentre i creditori internazionali e i banchieri locali vengono salvati.

L'ascesa del populismo di destra

La pesante crisi economica e la crescente disoccupazione per tutto il mondo ex comunista ha portato al potere alcuni partiti politici e uomini politici radicali che abbracciano il populismo nazionalista di destra. Il Fidesz (Unione Civica Ungherese) dell'Ungheria, un partito sfacciatamente nazionalista di destra, ha ottenuto il 52,73% dei voti alle elezioni parlamentari dell'aprile 2010. Il Jobbik (Movimento per Ungheria Migliore), un partito xenofobo di estrema destra, è arrivato terzo con il 16,67% dei voti. Nel mezzo di una disastrosa recessione economica, la destra nazionalista ha ottenuto la maggior parte del voto popolare risuscitando i tradizionali capri espiatori ungheresi delle minoranze etniche e accusando in particolare ebrei e zingari per la disoccupazione e la povertà generali del paese. Quando Oszkár Molnár, il membro di guida del Fidesz eletto al nuovo parlamento ha proclamato: "Amo l'Ungheria, amo gli ungheresi e preferisco gli interessi ungheresi a quelli del capitale finanziario globale, o del capitale ebraico che vuole divorare il mondo intero, ma specialmente l'Ungheria", non è stato nemmeno rimproverato pubblicamente da nessuno dei suoi colleghi di partito.

Nel dicembre 2010, la maggioranza dei due terzi del Fidesz in parlamento gli ha permesso di riuscire a far votare una legge sui media draconiana, che ha dato al governo più libertà di esercitare un rigido controllo sui media privati. Questa controversa nuova legge ha dato l'avvio a dimostrazioni nelle strade di Budapest con molti ungheresi che portavano cartelli vuoti per protestare contro la censura proposta dal governo. Si è anche attirata critiche nel Parlamento Europeo (nel maggio 2004 l'Ungheria è diventata un membro della UE) per essere una "minaccia alla libertà di stampa" e "un serio pericolo per la democrazia" stabilendo enormi multe e altre pene legali per le organizzazioni dei media e Internet che osano pubblicare o trasmettere informazioni "sbilanciate" o "immorali", specialmente quelle critiche del governo, in un paese dove uno su tre vive sotto il livello di povertà. I critici si sono lamentati che la legge sui media più restrittiva d'Europa soffocherà il pluralismo e porterà indietro l'orologio della democrazia in questo paese ex comunista.

Specialmente la stampa tedesca ha denigrato il primo ministro dell'Ungheria Viktor Orbán, non soltanto per provare a imbavagliare i media locali, ma anche per cercare il governo del partito unico Fidesz e trasformare l'Ungheria in uno “Führerstaat” totalitario (similmente i commentatori ungheresi si sono lamentati della strisciante “Orbánizzazione del loro paese). Károly Vörös, redattore capo del quotidiano ungherese Népszabadság, ha protestato che la nuova legge sui media vuole "accendere un senso di paura nell'anima dei giornalisti" e che "l'intero stato costituzionale dell'Ungheria si sta dissolvendo sistematicamente".[3] Ma, avvertendo un forte appoggio del pubblico all'interno, dato il preoccupante stato d'animo anticapitalista, anti-UE e antiamericano degli ungheresi comuni presi in trappola nel vortice della globalizzazione, il populista stile Berlusconi Orbán ha, come in passato, assunto una posizione provocatoria, avvertendo la UE di smettere di intromettersi negli affari interni dell'Ungheria: "E' la UE che dovrebbe adeguarsi all'Ungheria, non l'Ungheria alla UE..."(Ufficialmente l'Ungheria ha assunto la direzione di sei mesi di avvicendamento della presidenza UE il 1° gennaio 2011). Ma ciò che molti ungheresi sospettano è che la nuova legge sui media sia stata soltanto un'abile manovra per distrarre l'attenzione del pubblico dai terribili problemi economici del paese.

Un altro personaggio autocratico, Boyko Borisov, ex comandante della polizia nazionale con un ambiguo passato comunista e riferiti legami alla malavita, governa la Bulgaria, che è diventata membro della UE nel gennaio 2007, nonostante l'essere lo stato più corrotto e criminalizzato dell'ex blocco orientale oltre al Kosovo notoriamente governato dalla mafia (un altro scandaloso candidato per la futura appartenenza alla UE che spera di entrarvi agli inizi del 2015). Il successo elettorale dell'uomo forte simile a Mussolini Borisov e il suo GERB (Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria) di destra nelle elezioni del luglio 2009 non è stato per nulla sorprendente in un paese la cui condizione è diventata la più emblematica dell'aberrante traiettoria postcomunista della regione e dell'attuale malattia di malcontento. Per quasi tutti gli indicatori macroeconomici, la Bulgaria è ora in forma peggiore che nel passato comunista.

Le statistiche ufficiali dimostrano che entrambe il prodotto nazionale lordo (PIL) e il reddito pro capite della popolazione annui sono precipitati, la rete di sicurezza sociale si è disintegrata e persino la sopravvivenza fisica di molti bulgari impoveriti è in pericolo. Gli effetti immediati delle "riforme" orientate al mercato sono stati la distruzione dell'industria e dell'agricoltura della Bulgaria, disoccupazione, inflazione, scandalosa disuguaglianza di redditi, povertà schiacciante e anche malnutrizione. Il crimine organizzato e la corruzione endemica nella forma di nepotismo e di clientelismo, illecito sul posto di lavoro, malversazione, bustarelle, diffusione di influenza, contrabbando, racket della protezione, gioco d'azzardo illegale, bande di prostituzione e pornografia hanno preteso un pesante dazio sugli standard di vita e di sostentamento postcomunisti. Un altro effetto sfortunato è l'incuria generale dei diritti economici e sociali dei bulgari comuni, per molti dei quali ora la giornata lavorativa di 8 ore è soltanto un ricordo.

Il disastroso ambiente economico ha a sua volta generato un clima politico volatile e imprevedibile. Nessun governo eletto durante il burrascoso periodo postcomunista è sopravvissuto in carica per più di un mandato (e spesso anche meno di questo). Questa volatilità illustra la natura instabile e imprevedibile della politica in Bulgaria dovuta alla catastrofica situazione economica e dalla evidente incapacità delle elite di partito di offrirvi una soluzione credibile. Stufi del declino economico, dell'incuria governativa, del ladrocinio avanzato, del crimine e della corruzione sfrenati, i bulgari hanno espresso ripetutamente un voto di protesta contro la stretta mortale sul potere da parte di politici di cricche di partito incompetenti, egoisti, corrotti e criminali che perseguono il guadagno personale. Ma la fine della loro miseria pare lontana dalla vista, specialmente dal momento che ora il gabinetto di Borisov ha imposto un draconiano bilancio di austerità, tagliando nientemeno che il 20% di tutta la spesa pubblica.

Allo stesso tempo, la politica è diventata di gran lunga l'affare più proficuopiù redditizio e anche molto meno rischioso di qualsiasi attività economica per il profitto. Ciò ha trasformato i partiti politici in qualcosa di simile a corporation d'affari simili a squaliconsorterie organizzate di cercatori di utili privi di scrupoli e predatori che aspirano a rilevare le redini del potere allo scopo di arricchirsi sfruttando la popolazione apatica, come il bestiame e saccheggiando le risorse della Bulgaria, specialmente ora che il paese può contare sul ricevimento di consistenti importi di aiuti esteri e di investimenti dalla UE. Potenti interessi economici spesso di origine criminale si sono allineati dietro e hanno finanziato ciascuno dei principali partiti politici, aggiungendo forti elementi plutocratici a quella che è essenzialmente un'oligarchia cleptocratica simile alla mafia. E' per questo che la gente comune non vede nessuna differenza tra il suo governo infiltrato dalla corruzione e i ben organizzati sindacati criminali della Bulgaria. In modo non sorprendente, i bulgari tendono a riferirsi al loro paese come a uno "stato mafia", una "repubblica delle banane", un "circo" e un "Assurd-istan". Sta ancora aspettando l'arrivo a lungo promesso di capitalismo "normale" e di democrazia "normale" dove la sicurezza economica personale, salari vivibili e standard di vita decenti rimpiazzeranno l'alta disoccupazione, la miseria nera, la mancanza di abitazioni e lo scoraggiamento sociale di oggi. Circa 1,2 milioni di bulgari (il 16% della popolazione), principalmente giovani, hanno già votato con le loro gambe cercando verdi pascoli all'estero (l'emigrazione spinta dalla povertà ha contribuito a ridurre la popolazione della Bulgaria postcomunista da vicino ai 9 milioni del 1989 ai circa 7 milioni di oggi).

Crollo del sostegno popolare

Subito dopo la caduta del comunismo, i paesi dell'ex blocco sovietico e di altri stati regionali ex comunisti sono stati neoliberalizzati economicamente (non pochi di loro sono stati smembrati territorialmente) e, eccetto che per piccole elite locali pro occidentali che si sono distinte come dei banditi, le loro popolazioni sono diventate povere da Terzo Mondo. Quasi tutti questi ventotto paesi eurasiatici hanno sperimentato un declino economico a lungo termine di proporzioni catastrofiche (soltanto la Polonia ha fin qui superato il suo PIL dell'era comunista). Gravi recessioni economiche, corruzione radicata e frustrazione popolare assai diffusa con gli stenti e le privazioni dell'apparentemente infinita transizione post comunista stanno minando il prestigio delle nuove autorità e persino la fiducia della popolazione nella democrazia in stile occidentale e il capitalismo con base di mercato. Una nuova stirpe di plutocrati avidi e crudeli con appetito insaziabile per la ricchezza e il potere ha saccheggiatoattraverso un iniquo e corrotto processo di privatizzazionele risorse dell'economia in precedenza statali e ha ricreato all'interno i peggiori eccessi del capitalismo di Dickens del 19° secolo, come se il progresso sociale del 20° secolo non fosse mai esistito. Nel mezzo di generale disoccupazione, indigenza, malnutrizione e persino fame, sono spuntate in tutte le principali città magioni private multimilionarie come simboli simili a palazzi di guadagni ottenuti disonestamente e di ricchezza inaccessibile per la gente comune che lotta soltanto per trovare il posto di lavoro, pagare i conti giornalieri e trovare alloggio alla portata. Questa "nuova classe" di nuovi ricchi politicamente collegati stili di vita fastosi da La Dolce vita pare essere disposta a commettere qualsiasi crimini nell'interesse del profitto e del rapido auto-arricchimento, operando secondo il principio di Luigi XV “Après moi, le déluge” e facendo svanire dovunque le speranze della gente di migliorare il proprio destino e di modernizzare il proprio paese lungo le linee di un paese "civile". L'unica impresa che prospera in molte delle "economie emergenti" della regione sembra essere il crimine organizzato che solitamente viene diretto da cleptocrati all'interno dei circoli dominanti.

Mentre questo strato parassita di oligarchi "nuovi ricchi" diventa ogni giorno più riccoin parte evadendo la tassazione in base al sistema appena adottato di leggi di "imposta secca" altamente regressivai cittadini dei paesi ex comunisti ora devono pagare con il proprio denaro per tutti i servizi medici in precedenza gratuiti, forniti dallo stato anche se devono anche pagare imposte sul reddito, sulla proprietà immobiliare e sulle venditequalcosa che non dovevano fare sotto i regimi comunisti. Vi è anche la monetizzazione e/o privatizzazione dei precedentemente gratuiti servizi educativi, specialmente nell'istruzione superiore e delle nuove scuole, istituti e università private dove gli studenti devono pagare per la loro preparazione, comprese molte tasse che ciascuno studente deve pagare per tenere gli esami di ammissione e altre prove obbligatorie richieste a tutti i livelli di istruzione. I sussidi statali per tutto dall'assistenza sanitaria, istruzione e rappresentanza legale ad alloggi, energia e trasporti pubblici stanno scomparendo nell'agitazione per tagliare la spesa sociale e potare i deficit di bilancio, rendendo ancora più duro sopravvivere per la gente comune nella sua lotta quotidiana per l'esistenza. La regione è diventata un terreno di prova per vedere fino a che punto i lavoratori possono essere spogliati dei loro diritti sociali ed economici, come un salario minimo stabilito legalmente, vacanze pagate, accesso gratuito e universale all'assistenza sanitaria, all'istruzione e ai servizi legali, pensionamento all'età di 60 per gli uomini e di 55 per le donne o persino sindacalizzazione. Ma nonostante crescenti tassi di disoccupazione e di sottoccupazione, la disciplina di ferro del mercato e la mancanza di benessere sociale o anche della più rudimentale solidarietà sociale, il vecchio scherzo dell'era comunista "Loro (i datori di lavoro) fingono di pagarci, noi (i dipendenti) fingiamo di lavorare" sembra essere molto più vero oggi di quanto lo sia mai stato sotto il comunismo. Perché alla gente non va di lavorare più duramente ora per i nuovi privati (e spesso stranieri) proprietari di imprese che paiono essere interessati soltanto a spremere da loro tanto profitto quanto possibile per poca paga e pochi benefici. Allo stesso tempo, la pubblica istruzione e le scienze, come pure le arti e le istituzioni culturali vengono tutte ad essere sventrate nel nome di risparmiare il "denaro dei contribuenti" (per esempio, l'accademia nazionale delle scienze è stata chiusa o sta per essere chiusa in numerosi paesi della transizione).

In questi paesi oppressi dalla crisi dove i livelli di vita sono gravemente deteriorati mentre la disoccupazione, la povertà, l'indigenza, la criminalità, come pure l'alcool e l'abuso di droga si diffondono, assieme a prezzi che non ci si può permettere per elementi fondamentali come il cibo, l'alloggio e il combustibile, la soddisfazione del pubblico su come il governo stia adempiendo realmente è minima quasi ovunque. E dove vi è una grande discrepanza tra aspettative popolari e azione statale in termini di fornire beni e servizi pubblici necessari, come in quasi tutti i paesi postcomunisti, l'adesione ad atteggiamenti democratici si erode gradualmente nel tempo. I regimi con risultati sotto le aspettative che non soddisfano le aspirazioni del pubblico in lunghi periodi di tempo possono perdere la loro legittimazione, rischiando la crisi sistemica e l'instabilità (per esempio, il paradigmatico caso della Germania di Weimar). Date le loro terrificanti condizioni di vita e di lavoro, molti cittadini postcomunisti stanno perdendo la loro a lungo detenuta fiducia nel capitalismo in stile occidentale e nella democrazia liberale. Molti rifiutano anche proprio l'idea che i loro paesi ex comunisti siano veramente democratici. Le percezioni negative della popolazione sui risultati così non possono che influire sui loro atteggiamenti democratici (come viene percepito il valore della democrazia) e perciò il cosiddetto "deficit democratico" è statisticamente alquanto consistente attraverso l'intera regione. Le elite di governo locali stanno lentamente perdendo la loro legittimazione a governare.

Di conseguenza, le proteste pubbliche e la tensione sociale sono comuni, comprese la dozzina o circa controverse rivoluzioni "colorate"sia riuscite che non riuscite a seconda del grado di appoggio occidentale per lorocontro governi eletti popolarmente ma spesso profondamente impopolari. Per esempio, nel gennaio 2011, diversi dimostranti sono stati uccisi e 150 feriti durante una manifestazione antigovernativa nella capitale albanese Tirana. Il primo ministro conservatore dell'Albania Sali Berisha ha giurato che non avrebbe permesso il rovesciamento del suo governo, ma l'opposizione ha tenuto nuove manifestazioni a Tirana e in altre città albanesi organizzare ancora altre proteste in futuro. I sostenitori del Partito Socialista all'opposizione incolpano le autorità delle assai diffuse trasgressioni finanziarie, del crimine e della corruzione pandemici, dell'economia malandata e della vistosa mancanza di servizi pubblici fondamentali. Chiede anche che si tengano nuove elezioni, accusando il governo di frode elettorale massiccia durante le discutibili elezioni del 2009 che i Democratici di Berisha al governo hanno vinto per un minuscolo margine. Le tensioni si sono ulteriormente intensificate quando Berisha ha accusato pubblicamente i suoi oppositori socialisti di tentare una "rivolta in stile Tunisia", un riferimento al recente sanguinoso rovesciamento del presidente dittatoriale della Tunisia nel quale molte persone sono state uccise. Simili proteste antigovernative vengono tenute regolarmente nella Georgia postsovietica, malgrado i tentativi delle autorità "democratiche" di schiacciare tutto il dissenso. L'opposizione contrariata incolpa l'uomo forte della Georgia Mikheil Saakashvili della disastrosa guerra con la Russia del 2008 e per le fortune del paese che affondano. "La schiacciante maggioranza della popolazione è sull'orlo della povertà. In Georgia non funziona niente eccetto lo stato di polizia", ha dichiarato Lasha Chkhartishvili del partito Conservatore all'opposizione nel febbraio 2011 ai giornalisti stranieri in visita durante le dimostrazioni anti-Saakashvili attorno all'edificio del parlamento nella capitale georgiana Tbilisi. "Il regime dittatoriale di Saakashvili è destinato a crollare perché vi è un limite alla pazienza del popolo".[4]

Per il momento, tutti gli occhi sono sul mondo musulmano e sul grado al quale gli sforzi pro democratici dei paesi arabi stanno trasformando la politica per tutto il Medio Oriente. Ma l'esca per queste insurrezioni esiste quasi dovunque, specialmente nelle parti postcomuniste del mondo. La ribollente tensione per protestare contro povertà, disoccupazione ed endemico ladrocinio ufficiale dopo più di 20 anni di incompetente, corrotto e disonesto governo postcomunistacombinato con il disastroso esperimento economico del laissez faire attraverso l'intero ex blocco sovieticoha prodotto un'instabilità di ampiezza regionale, dove la sopravvivenza di alcuni regimi sostenuti dall'occidente appare sempre più a rischio. Questo è confermato da congetture informali senza precedenti reminiscente del periodo prima della caduta del comunismocome molti commenti dei lettori nei forum dei media locali, per esempiosull'instabilità e la reversibilità del nuovo ordine postcomunista e della sua possibile sostituzione con la "democrazia rivoluzionaria" in stile latinoamericano. Questo senso di insicurezza e di fragilità di regime è stato rinforzato dall'ondata di nostalgia comunista che percorre rapidamente molti paesi ex comunisti.

Nostalgia
comunista

Vi è grande disillusione per le promesse mancate delle rivoluzioni del 1989, che hanno portato a un rapido declino negli standard di vita per la maggioranza dei cittadini ex comunisti. L'esasperazione assai diffusa per l'impoverimento, la corruzione, il crimine di strada e il caos sociale generale che hanno accompagnato la transizione al capitalismo orientato al mercato e alla democrazia in stile occidentale ha prodotto una crescente nostalgia per il passato comunista tra molta gente comune (che non fa parte delle nuove elite cosmopolite e pro occidentali dei loro paesi), mentre guarda indietro con crescente tenerezza ai "bei vecchi tempi" del comunismouna tendenza preoccupante attraverso la regione, nota come il “chic sovietico.

Secondo lo Studio di valutazione e strategia romeno di recente pubblicato, il 45% dei romeni crede che avrebbe vissuto meglio se la rivoluzione anticomunista non fosse avvenuta affatto. Dopo ventuno anni di turbolenta vita postcomunista, il 61% dei partecipanti all'indagine ha dichiarato che attualmente vive in condizioni molto peggiori di quanto vivesse sotto Ceauşescu, mentre soltanto il 24% ha dichiarato che ora sta meglio. Se questi risultati dell'indagine devono essere creduti (l'inchiesta è stata tenuta alla fine del 2010 su un campione di 1.476 adulti e ha un margine d'errore di più/meno il 2,7%), Ceauşescu si è trasformato in una figura di martire verso cui la maggior parte dei romeni è molto indulgente. Almeno l'84% di quelli che hanno risposto crede che sia stata una cosa brutta che sia stato giustiziato senza un giusto processo pubblico ed il 60% si duole persino della sua morte.[5] Secondo un'altra indagine recente, il 59% dei romeni considera che il comunismo sia una buona idea. Circa il 44% di quelli che hanno risposto pensa che questa buona idea sia stata applicata male, mentre soltanto il 15% pensa che sia stata applicata correttamente. Soltanto il 29% dei romeni giudica ancora il comunismo come una cattiva idea. Non vi è nessuna differenza significativa tra uomini e donne riguardo a questa questione, ma le opinioni positive sul comunismo sono connesse all'età e al luogo di residenza. Una maggioranza di coloro con più di 40 anni considera il comunismo una buona idea (compreso il 74% di quelli più vecchi di 60 ed il 64% di quelli di 40-59 di età). Ma soltanto una minoranza lo vede così tra la generazione più giovane che nemmeno ricorda il regime di Ceauşescu (il 49% di quelli di età 20-39 e soltanto il 31% di quelli più giovani di 20 anni). Quelli della campagna hanno un'opinione più positivasoltanto il 21% di loro considera il comunismo una cattiva idea, paragonato al 34% di coloro che risiedono in città.[6] E molti romeni ricordano con desiderio intenso i giorni di quando la maggior parte di loro aveva un impiego fisso, alloggio poco costoso fornito dallo stato, assistenza sanitaria gratuita e vacanze sovvenzionate dallo stato sulla costa del Mar Nero. "Rimpiango la fine del comunismonon per me, ma quando vedo quanto si affannano i miei figli e i miei nipoti", ha affermato un meccanico di 68 anni in pensione. "Sotto il comunismo avevamo posti di lavoro sicuri e salari decenti. Avevamo da mangiare a sufficienza e vacanze ogni anno con i nostri figli".[7]

Lo “chic sovietico è popolare specialmente tra i residenti della ex Germania Orientale, dove è noto come “Ostalgie”.[8] Secondo un articolo sulla rivista conservatrice tedesca Der Spiegel, "La glorificazione della Repubblica Democratica Tedesca è in crescita due decenni dopo che è caduto il Muro di Berlino. I giovani e quelli che stanno meglio sono tra coloro che rifiutano seccamente le critiche che la Germania Est era uno stato illegittimo". In un recente sondaggio citato da Der Spiegel, più della metà (57%) degli ex tedeschi dell'est ha difeso la ex Repubblica Democratica Tedesca (DDR). "La DDR aveva più aspetti positivi che negativi. Vi erano alcuni problemi, ma lì la vita era buona", ha dichiarato il 49% degli intervistati. L'8% dei tedeschi orientali ha respinto apertamente qualsiasi critica della sua precedente patria o ha concordato con la dichiarazione che "La DDR aveva, per la maggior parte, aspetti positivi. Lì la vita era più felice e migliore di quella di oggi nella Germania riunificata". Questi risultati del sondaggio che sono stati pubblicati nel 20° anniversario dalla caduta del Muro di Berlino rivelano che la nostalgia per l'ex Germania Orientale è arrivata in profondità nel cuore di molti ex tedeschi orientali. Non sono più semplicemente gli anziani nostalgici che compiangono la perdita della DDR. "Ha preso forma una nuova forma di Ostalgie", viene citato affermare lo storico Stefan Wolle. "Il desiderio ardente per il mondo ideale della dittatura va ben oltre gli ex funzionari statali", si rammarica Wolle. "Anche i giovani che non hanno avuto quasi nessuna esperienza della DDR oggi la idealizzano".[9]

"Nemmeno la metà dei giovani in Germania orientale descrive la DDR come una dittatura e la maggioranza crede che la Stasi fosse un normale servizio segreto", ha concluso in uno studio del 2008 sulla gioventù della Germania orientale lo scienziato politico Klaus Schroeder, direttore di un istituto di ricerca all'Università Libera di Berlino che studia l'ex stato comunista. "Questi giovani non possonoe infatti non ne hanno alcun desiderioriconoscere i lati oscuri della DDR". La ricerca di Schroeder offre una stupefacente comprensione dei pensieri di molti scontenti cittadini della ex DDR. "Dalla prospettiva odierna, credo che siamo stati cacciati via dal paradiso quando è crollato il Muro", è stato citato affermare un tedesco dell'est, mentre un altro, un uomo di 38 anni, ha ringraziato Dio per essere vissuto nella DDR, perché non è stato fino a dopo la riunificazione tedesca che ha visto per la prima volta nella sua vita gente senza tetto, mendicanti e persone impoverite che temono per la loro sopravvivenza. La Germania di oggi viene descritta da molti ex tedeschi orientali come uno stato di schiavi" e una "dittatura capitalista", mentre alcuni rifiutano totalmente la Germania riunificata per essere, secondo la loro opinione, troppo capitalista e troppo dittatoriale e certamente non democratica. Schroeder trova allarmanti queste dichiarazioni: "Ho paura che una maggioranza di tedeschi dell'est non si identifichino con l'attuale sistema sociopolitico". Secondo un altro cittadino ex tedesco dell'est citato nello stesso articolo di Der Spiegel, "In passato, un campeggio era un luogo dove la gente si godeva insieme la sua libertà". E ciò che più gli manca oggi è "quella sensazione di compagnia e solidarietà". Il suo verdetto sulla DDR è chiaro: "Per quanto mi riguarda, ciò che avevamo in quei giorni era meno una dittatura di quello che abbiamo oggi". Non soltanto vuole vedere di nuovo salari uguali e pensioni uguali della DDR, ma si lamenta anche che la gente truffa e mente dovunque nella Germania unificata e che le ingiustizie di oggi siano semplicemente perpetrate in un modo più subdolo che nella DDR, dove i salari da fame e il crimine di strada erano totalmente sconosciuti.[10]

In reazione alla diffusione della nostalgia comunista in tutta la regione ed anche ai cambiamenti del clima di opinione interno dove l'ultimo leader comunista polacco, il generale Wojciech Jaruzelski, è molto più popolare della precedentemente riverita ma ora marginalizzata icona anticomunistal'ex capo del sindacato Solidarietà, vincitore del Premio Nobel per la Pace e più tardi presidente Lech Walesa—i ferventi anticomunisti della Polonia hanno cambiato il codice penale per includere il divieto ufficiale per tutti i simboli del comunismo. In base alla nuova legge, degna dell'Inquisizione Cattolica medievale, ora i polacchi possono essere multati e imprigionati se per esempio vengono presi cantando "L'internazionale", o se portano una bandiera rossa, una stella rossa o insegne con falce e martello ed altri simboli dell'era comunista, o anche indossano una maglietta con Che Guevara. In modo analogo, il governo conservatore ceco sta cercando di bandire il Partito Comunista di Boemia e Moravia (anche se l'ultimo ha ottenuto più dell'11% del voto popolare nelle ultime elezioni parlamentari del maggio 2010 ed è rappresentato in entrambe le camere del parlamento nazionale) apparentemente perché la sua leadership si rifiuta di rimuovere la parola sacrilega "comunista" dal nome del partito. Diversi membri della UE ex comunisti di recente hanno esortato Bruxelles a premere per un divieto in tutta la UE di minimizzare o negare i crimini dei vecchi regimi comunisti. "Il principio di giustizia dovrebbe assicurare un giusto trattamento per le vittime di tutti i regimi totalitari", hanno scritto in una lettera al commissario alla giustizia della UE i ministri degli esteri di Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Lituania e Romania, nella quale hanno insistito che "il condono pubblico, la negazione e la trivializzazione grossolana di crimini totalitari" dovrebbero essere criminalizzati in tutti i paesi della UE. Su istigazione di deputati anticomunisti dei paesi postcomunisti, il Parlamento Europeo ha già approvato una controversa risoluzione sul "totalitarismo" che equipara il comunismo al nazismo e al fascismo. Ma tutte queste misure punitive non hanno per nulla frenato l'epidemica nostalgia comunista: la maglietta più popolare oggi tra i berlinesi dell'est è una che dichiara: "Ridatemi il mio Muro. E questa volta fatelo due metri più alto!"

I paesi ex comunisti sono i prossimi?

Con l'attenzione dei governi occidentali e del pubblico ora concentrata su tumultuose tensioni e conflitti nel mondo arabo, la gente tende a ignorare o a dimenticare la crisi che stringe i paesi ex comunisti. Dati la sfrenata disuguaglianza, l'impoverimento, la corruzione governativa e il crimine organizzato che hanno caratterizzato l'ordine postcomunista, la situazione in queste terre in passato comuniste non è meno infiammabile di quella in Nord Africa e Medio oriente e uno di questi giorni potrebbe risultare essere molto più traballante di quanto ora immaginato. La Tunisia, l'Egitto o persino la Libia sono uno scenario futuro probabile per questa afflitta regione?

Per ora, gli a lungo sofferenti ma molto pazienti cittadini di questi paesi in transizione stringono i denti nella speranza che proprio le prossime elezioni porteranno al potere un salvatore messianico su un cavallo bianco cheassieme all'assistenza molto più generosa delle tasche presumibilmente senza fondo dell'occidentelibererà finalmente le soro società fallite e miserabili dall'abisso nel quale sono cadute. Nella parte ex comunista del mondo la gente crede che le sue rivoluzioni democratiche e le sue alte aspettative siano state tradite, dirottate o rubate da svariate "forze oscure", che variano dalle elite ex comuniste che ora hanno sostituito il loro precedente potere politico con il potere del denaro ad un'alleanza corrotta (nella visione di molti nativi di sinistra) tra ambiziosi pseudo-"democratici" locali e avidi capitalisti occidentali e, infine, a un'insidiosa cospirazione che coinvolge l'FMI, la Banca Mondiale, la Fondazione Soros e la "finanza internazionale ebraica" (solitamente agli occhi della destra nazionalista). Come cella Sir Robert Chiltern nella spiritosa commedia di Oscar Wilde "Un marito ideale", "Quando gli dei desiderano castigarci, rispondono alle nostre preghiere".

Soltanto il tempo dirà se le preghiere corrisposte dei paesi ex comunisti si dimostreranno essere in definitiva una punizione dall'alto. D'altra parte, potrebbero aprirsi delle nuove prospettive per questi paesi che si affannano per resistere allo schiacciante potere delle banche internazionali e delle società multinazionali adottando riforme progressiste che mirano a creare un ordine mondiale democratico non controllato dai signori della globalizzazione e dalle elite intermediarie locali che li servono.

Note

[1] George Jahn, “In Romania, Turmoil Fuels Nostalgia for Communism,” Washington Post, 11 gennaio 2011.
[2] Michael Hudson and Jeffrey Sommers, “Latvia Provides No Magic Solution for Indebted Economies,” Guardian.co.uk, 20
dicembre 2010.
[3] “There’s More at Stake than Just Freedom of the Press,” Der Spiegel International, 19
  gennaio 2011.
[4] “Saakashvili Has Turned Georgia into A Police State,” Interfax, 11
febbraio 2011.
[5] “45% of Romanians Say ‘Ceauşescu, Please Forgive Us for Being Drunk in December (1989)’,” Bucharest Herald, 29
dicembre 2010.
[6]
I risultati di questa inchiesta condotta tra un campione rappresentativo di romeni tra il 22 ottobre e il 1° novembre 2010 sono stati pubblicati dall'Istituto per l'investigazione dei crimini comunisti e la memoria degli esuli romeni a http://www.crimelecomunismului.ro/en/about_iiccr.
[7] Jahn, “In Romania, Turmoil Fuels Nostalgia for Communism.”
[8] “Ostalgie”
è derivato dalle parole tedesche Ost (est) e Nostalgie (nostalgia) e si riferisce al generale senso di nostalgia per molti aspetti della vita nella ex Repubblica Democratica Tedesca.
[9] Julia Bonstein, “Majority of East Germans Feel Life Better under Communism,” Der Spiegel International, 3
luglio 2009.
[10] Ibid. Il Guardian britannico ha segnato il 20° anniversario della caduta del Muro di Berlino con un articolo di una accademica ex tedesca orientale che ha similmente compianto la fine della DDR che, ha asserito, offriva "uguaglianza sociale e di genere, pieno impiego e mancanza di paure esistenziali, come pure affitti sovvenzionati". Secondo lei, l'unificazione ha "portato il collasso sociale, disoccupazione generale, proscrizione, grossolano materialismo e una 'società a gomito'...". Vedi Bruni de la Motte, “East Germans Lost Much in 1989: For Many in the GDR the Fall of the Berlin Wall and Unification Meant the Loss of Jobs, Homes, Security and Equality,” Guardian.co.uk, 8 novembre 2009.