La verità sul ‘Peak Oil’ 

Il futuro rivisitato da un

passato che non c'è mai stato

William Bowles • 6 dicembre 2004

 

'Controllate l'energia e controllerete le nazioni' - Henry Kissinger

Strano come le cose si colleghino, ma ero nel mezzo della stesura di questo pezzo sulla truffa del ‘Peak Oil’ (il picco della produzione petrolifera) quando la Pluto Books mi ha mandato un libro da recensire, una nuova edizione di 'Un secolo di guerra', sottotitolato 'La politica petrolifera angloamericana ed ol nuovo ordine mondiale' di William Engdahl, che fortuitamente prepara il palcoscenico per scaricare quell'illusione che è il ‘Peak Oil’. Ho l'intenzione di scrivere una rassegna completa del libro a breve ma appena ci si tuffa dentro esso rivela la centralità assoluta del petrolio per l'impero angloamericano nel secolo passato ed oltre, il che a sua volta va molto lontano spiegando perché la stampa corporativa mette un mattone tutte le volte che le materie del petrolio e della politica USA-UK in Medio Oriente vengono fuori e perché essi releghino la materia nell''angolo delle cospirazioni' con una fretta indecente.

Per la maggior parte di noi il problema è come sbrogliare le fesserie dal vero affare perché, come il libro di Engdahl rende perfettamente chiaro, sin dagli ultimi giorni del 19° secolo, una manciata di corporations assieme a letteralmente una manciata di individui in posizioni chiave nei governi USA e UK hanno giocato il pianeta e le sue risorse, per usare le loro parole, come parte di del 'Grande gioco' ed hanno giocato lo stesso 'Gioco' per quattro successive generazioni! Inoltre, in gran parte se la sono cavata perché, con la complicità dei media, le macchinazioni di persone immensamente ricche e potenti sono rimaste nascoste alla vista del pubblico e le loro azioni oscurate da un sofisticato processo di disinformazione, essendo il ‘Peak Oil’ l'ultima di una lunga serie di menzogne sulle ragioni dietro alle politiche degli USA e del Regno Unito.[1]

Mi si lasci dire che è impossibile enfatizzare troppo il ruolo del petrolio nel 'Grande gioco' non di per se stesso ma come il singolo indispensabile prodotto che rende possibile tutto il resto. Esso letteralmente e metaforicamente aziona il motore del capitalismo.

Un secolo di petrolio - Un secolo di cartelli

Il periodo nel quale viviamo è il culmine di oltre cento anni di espansione economica e della creazione di un cartello energetico mondiale dal quale dipende interamente il futuro del capitalismo. E' semplicemente inconcepibile e nemmeno ha alcun senso economico che le grandi oilcos, che possiedono anche le reti di distribuzione, proprio fino alle imprese al dettaglio, non siano in possesso di dati sulla future forniture di petrolio.

Nel secolo passato, una ininterrotta catena di individui strettamente collegati tra loro e le risorse che controllavano è stata in grado di regolare gli eventi ai più alti livelli della politica statale nell'interesse di una manciata di corporations le cui operazioni determinarono collettivamente il destino delle nazioni e letteralmente di decine di milioni di persone.

L'altro giorno ho ricevuto l'email di un lettore che per caso si è imbattuto in un mio articolo a Global Research nel quale avevo commentato del superamento dell'illusione del ‘Peak Oil’ e voleva sapere su cosa fondavo la mia opinione, e così lo diressi a pochi siti web nei quali gli autori svolgono un encomiabile lavoro nello smantellamento dell'idea.

Brevemente, l'idea del 'Peak Oil' poggia su una valutazione delle riserve recuperabili note di petrolio e, come fanno notare i critici, i due principali difensori del ‘Peak Oil’ nei decenni sono stati costretti su base regolare a rivedere le loro stime verso l'alto ed a spingere in avanti la data alla quale si avrebbe il 'Peak' o, effettivamente, la data alla quale la produzione di petrolio raggiungerà il picco e da lì scenderà. Specificamente, è il punto al quale raggiungiamo il vertice della curva o mediana, oltre la quale il recupero comincia a ridursi, la cosiddetta curva di Hubbert.[2]

“Nel 1997 e nel 1998, C. J. Campbell pubblicò un libro e due articoli sul Oil and Gas Journal che dicevano che il prezzo del petrolio stava per aumentare, dal momento che la maggior parte delle nazioni produttrici di petrolio al di fuori del Medio Oriente stavano raggiungendo i loro punti mediani di sfruttamento, dopo i quali la produzione sarebbe declinata, e declinata nettamente. Essenzialmente, questo è lo stesso argomento del suoi lavori del 1989 e del 1991, cioè che la produzione petrolifera arriverà tra breve al massimo in tutti i principali paesi ad di fuori del Medio Oriente e la produzione globale non può andare molto più in alto del presente ammontare. Dal momento che egli sta chiaramente utilizzando precisamente la stessa metodologia e non spiega il fallimento delle sue precedenti profezie, pare che tutto ciò che ha fatto è stato aggiornare i suoi dati, incrementare le sue stime delle risorse e le previsioni sulla produzione, e spostare più in alto i suoi picchi produttivi e più lontano, esattamente come Lynch (1996) disputava sarebbe stato necessario con questo metodo".[3]

Comunque, i creatori dell'idea utilizzano solamente una piccola percentuale del mondo che è stata realmente valutata per il petrolio sulla quale basare la loro teoria e non hanno neppure reso pubbliche le fonti sulle quali sono fondate le loro valutazioni (bene, questo non è completamente vero; potete leggere le loro previsioni se sganciate 32.000 dollari per il rapporto e promettete di non condividerne il contenuto).[4]

Dunque, chi sono questi due 'futurologi' del petrolio dai quali dipende il destino del capitalismo e del mondo 'libero'? I loro nomi sono Colin Campbell e Jean Laherrere.[5]

Questo non è dire che a qualche punto nel futuro (circa 100 anni o giù di lì) non potremo usarlo tutto ma per allora si riterrebbe che per allora saranno sviluppate fonti alternative di energia (una presunzione ragionevole se si guarda alla storia delle fonti energetiche: legno>carbone>petrolio). Più urgente è il problema del clima che è definitivamente più collegato alla nostra economia fondata sul carbone, ma questo non è un problema al quale si rivolgono i sostenitori del Peak Oil. In realtà, il migliore consiglio che gli 'esperti' possano offrire ai loro clienti delle corporations sul cambiamento del clima è pregare![6]

Sembra perciò che l'illusione del Peak Oil sia estremamente persistente, specialmente ed così in maniera deludente su una parte di un settore della 'sinistra'. Dunque, cosa induce a dare accettare l'idea del ‘Peak Oil’ ad una parte della sinistra? Penso che derivi parzialmente dall'illusione in un tentativo fuorviante di attaccare la follia di una crescita capitalistica sfrenata (della quale non vi è dubbio). E' anche una risposta estremamente semplicistica ad un problema complesso e, forse più deprimente di tutto, fa il gioco di quelli nel mondo sviluppato che pensano che lo sviluppo sia qualcosa riservato soltanto a coloro che già lo hanno, di qui le idee associate di 'sovrappopolazione' e del 'razionamento' nell'utilizzo dell'energia. Quante volte sentiamo il proclama su 'cosa accadrà quando i cinesi avranno tutti automobili e frigoriferi'? come se queste fossero cose che solamente noi in occidente abbiamo il diritto di possedere (almeno in grandi quantità).

Prima regoliamo la nozione di 'sovrappopolazione', un'idea che è stata screditata già negli anni '60 non molto dopo che era stata promossa in occidente (ricordate ‘Soylent Green’?) ma le cui radici risalgono alla totalmente falsa matematica di Malthus della fine del 18° secolo, che proponeva che la crescita della popolazione avrebbe superato la nostra capacità di produrre generi alimentari. E naturalmente non è sorprendente che l'idea di sovrappopolazione si trovi in compagnia del 'Peak Oil' per una 'soluzione' alle presunte crisi energetiche che riduca la popolazione mondiale riducendo così la domanda e naturalmente il consumo (lasciando di più per 'noi'). Ma quale è la misura 'ideale' della popolazione? Chiedete e non vi sarà risposto. E notate che coloro che difendono quella che è una opinione profondamente razzista non comprendono mai loro stessi, poiché convenientemente sono sempre i poveri del pianeta ad essere un 'surplus al fabbisogno'. Se i sostenitori del 'troppa gente' dovessero per primi presentarsi volontari per il taglio, si potrebbe essere più indulgenti, almeno per la loro sincerità ed impegno se non per la loro ipotesi.

E' sufficiente dire che non vi è una cosa come la crescita esponenziale della popolazione e che da lungo tempo gli statistici hanno dimostrato che la popolazione mondiale, per usare il termine nel suo corretto contesto, piccherebbe attorno ai nove miliardi e quindi inizierebbe ad abbassarsi. Ora, nove miliardi sono una grande cifra ma, nuovamente, quale è la cifra giusta e chi la decide? Così dicono che il tema è opinabile e non è in discussione. In ogni caso, il dibattito originale (se può essere chiamato così) sul tema della 'sovrappopolazione' è avvenuto quando il capitalismo occidentale era nel mezzo di una massiccia recessione che colpì attorno al 1873 e che si giudicò che vi era appunto 'troppa gente', naturalmente tutta povera. Se sul pianeta vi saranno nove miliardi di persone, allora è giusto che noi tutti ci assicuriamo che tutte siano propriamente nutrite, vestite, alloggiate ed istruite prorpio come dovremmo fare lo stesso per quattro miliardi, o per quattro milioni per quanto ci riguarda. Uno studio storico rivela che, non importa quale fosse la misura della popolazione, la maggior parte di essa ha sofferto la fame nonostante le risorse disponibili.

Più spesso che no, idee simili alla 'sovrappopolazione' vengono tirate fuori dal magazzino quando il capitalismo fronteggia ancora un'altra crisi di sovrapproduzione, una depressione economica o il fallimento nel guardare alla realtà delle conseguenze delle proprie azioni.

Non sorprende che il movimento ambientalista abbia preso a bordo alla grande il mito del Peak Oil dal momento che bene si adatta all'idea che il problema risieda nella 'sovrappopolazione' nei paesi poveri del mondo e nel sovraconsumo nei paesi ricchi, non che il mondo ricco sovraconsumi ma, come con tutte le campagne monotematiche, l'approccio puramente ambientalista è riduzionista, perché omette tutti i riferimenti all'economia politica ed al bisogno di un approccio alternativo e razionale alla distribuzione ed alla allocazione delle risorse.

La crescita del prezzo del petrolio ed il Peak Oil

L'altro mito del Peak Oil è l'argomento del crescente prezzo del petrolio, poiché i sostenitori del Peak Oil disputano che il prezzo crescente sia in qualche modo collegato all'asserito svuotamento del liquido nero, ma niente potrebbe essere più lontano dalla verità. La continua recessione economica globale che arrivò durante la metà degli anni '90 ha visto uno stabile declino della domanda di petrolio che persino la crescente domanda dalla Cina non ha fondamentalmente alterato. Le carenze sono perciò provocate non dallo svuotamento ma da altri fatti più transitori, che includono la mancanza della capacità di raffinazione e la mancanza di petroliere a doppio scafo (causata da un accordo internazionale per sostituire la stagionata flotta di petroliere a scafo singolo) e naturalmente l'inevitabile manipolazione del mercato da parte delle principali compagnie petrolifere alimentato dal disastro che è l'Iraq. Quindi, le fluttuazioni del prezzo del petrolio sono, come per la maggior parte degli aspetti del mercato capitalista, principalmente il risultato di speculazioni nel mercato dei futures e dei fondi di investimento e carenze deliberate create dalle compagnie petrolifere limitando la distribuzione.[7]

La geopolitica del petrolio

Che il petrolio sia centrale per la geopolitica è ovvio da uno studio dei passati cento anni o giù di lì ma i suoi inizi possono essere rintracciati alla fine del 19° secolo, quando la Marina Reale di Sua Maestà britannica passò dal carbone al petrolio per alimentare la sua flotta. Perché le navi a petrolio estendevano la portata della Royal Navy ad abbracciare l'intero pianeta senza la necessità di dovere rifornirsi così spesso aumentando pure significativamente la velocità delle sue navi. Divenne dunque imperativo che le fonti di petrolio fossero possedute e controllate dall'impero britannico e che le rotte marittime che collegavano il vasto impero fossero sicure, che comportava anche assicurarsi rotte chiave e località, per esempio il Canale di Suez, la scorciatoia per l'India. Ciò spiega l'importanza della Palestina e naturalmente dell'intero Medio Oriente per l'establishment politico britannico del tempo, i risultati della quale viviamo ancora oggi.

Il petrolio divenne realmente importante durante la I Guerra Mondiale, non soltanto dalla prospettiva di combattere la guerra ma, in maniera persino più importante, facendo denaro con il massacro e qui la connessione tra il settore bancario ed i cartelli petroliferi è istruttiva perché una banca con base a New York, la Morgan Guarantee Trust, e strettamente collegata alla Standard Oil maneggiava i miliardi di dollari del petrolio e delle armi spedite dagli USA all'Europa.[8]

E' stato durante questo periodo che l'alleanza 'anglosassone' tra il Regno Unito e gli USA si è cementata quando il settore petrolifero, il settore bancario ed il settore dei servizi finanziari erano controllati da una manciata di corporations con base a Londra e New York, comprese la Morgan Guarantee Trust e la Banca d'Inghilterra, la Standard Oil di Rockefeller, la Shell e la British Petroleum.

E' pure istruttivo per districarsi nella situazione attuale l'intreccio tra il governo ed il mondo degli affari, perché le stesse persone che hanno formulato il piano di geopolitica per il 20° secolo si muovevano facilmente tra i massimi livelli dello stato e quelli della grande imprenditoria, assicurando così la completa sincronia di pensiero ed azione tra i due. La continuità della politica da generazione a generazione è assicurata dai figli che seguono le orme dei padri ed anche con matrimoni e strette associazioni d'affari con un gruppo selezionato di uomini in posizioni chiave nel governo e nei consigli di amministrazione delle corporations globali in generazioni successive.

Il petrolio è sempre stato il singolo denominatore comune che collega le differenti azioni delle nazioni, sia in opposizione che in collaborazione. Se le grandi compagnie petrolifere (le quali hanno tutte dei think tanks e delle organizzazioni no profit che operano nel campo delle predizioni o 'futurologia') sentivano realmente che il petrolio si stesse esaurendo, a parte dall'assicurarsi che le attuali forniture di petrolio continuino, si starebbero dannando per trovare qualcosa altro o forse anche produrre nuove fonti di energia non basate sul carbone dalle quali poter ricavare denaro.

Vi è, inoltre, il tema su da dove provenga realmente il petrolio. La teoria tradizionale è che il petrolio ha un'origine biologica, un'idea che è vecchia circa duecento anni. Comunque, circa cinquanta anni fa uno scienziato sovietico, Vladimir Porfir’yev, scrisse

"La schiacciante preponderanza di prove geologiche obbliga alla conclusione che il petrolio grezzo ed il gas naturale non hanno nessuna connessione intrinseca con materia biologica che si origina vicino alla superficie della terra. Essi sono materiali primordiali che sono eruttati da grandi profondità".

e da molti anni i russi utilizzano la teoria abiotica per fare con successo ricerche petrolifere. L'importanza di ciò non può essere sopravvalutata poiché altera completamente le basi per le 'predizioni' sul futuro approvvigionamento di petrolio.[9]

Riferimenti

1. ‘A Century of War': Anglo-American Oil Politics and the New World Order’ di William Engdahl Pluto Books 2004.

2. Crying Wolf: warnings about oil supply di Michael C Lynch.

3. ‘The Global Energy Market in the Long Term: The Continuing Dominance of Affordable Non-Renewable Resources’ del Professor Emeritus Peter Odell. Il Prof. Odell fa notare che il carburante del 21° secolo è sempre più il gas, non il petrolio. "Viene indicato così che le disponibilità di gas naturale continueranno ad espandersi fino al 2090, quando l'asserito risultato della produzione globale sarà 5,5 volte il livello del 2000. D'altra parte, mentre si anticipa che la produzione di petrolio inizierà a declinare lentamente dagli anni 2050, il suo contributo all'approvvigionamento totale di idrocarburi cadrà finalmente dal suo contributo annuale del 65% del 2000 al 44% per il 2050 ed a sotto il 29% per il 2100". In altre parole, per approssimativamente i prossimi cento anni, in realtà le disponibilità di energia aumenteranno.

4. V. Nota 2.

V. anche ‘Farce this Time: Renewed Pessimism about Oil Supply’ di Michael C. Lynch

5. V. la descrizione di Jean Laherrére ed anche di  Colin Campbell sul Peak Oil.

6.The Energy ‘Crisis’: Futurology without a future di William Bowles (17/09/03)

7. ‘The New Economics of Oil’ Business Week, Nov 1997. "I progressi già raggiunti con la tecnologia sono strabilianti. Il costo media al barile per trovare e produrre petrolio è calato di circa il 60% in termini reali nei dieci anni trascorsi, mentre le riserve provate sono circa il 60% maggiori che nel 1985 (diagramma, pag. 140). E queste cifre ufficiali minimizzano molto l'ammontare di petrolio accessibile nel terreno. Smith Rea Energy Associates Ltd., una società di ricerche di Londra, calcola che i produttori mondiali di petrolio potrebbero aggiungere 350 miliardi di barili alle loro riserve provate se conteggiassero tutto il petrolio che è divenuto conveniente recuperare a causa delle recenti perforazioni. Tale somma è eguale a quasi 14 anni di consumo mondiale".

8. V. Nota 1.

9. ‘Discovering Oil’ di Bruce Bartlett, 10 giugno 2004. V. pure il documento ‘Recent applications of the modern theory of abiogenic hydrocarbon’

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