Paul D'Amato
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L'analisi di Marx dell'economia di libero mercato è pertinente come non mai, ma implicita in ogni parola che ha scritto è l'idea che il capitalismo "mette al mondo i mezzi materiali della propria distruzione" |
11 maggio 2009 | Issue 696
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CON IL crollo del Muro di Berlino 20 anni fa e durante la crescita economica neoliberista da allora, divenne molto alla moda dichiarare morto il marxismo. Ma ora è arrivata la più profonda crisi economica dagli anni '30, improvvisamente Karl Marx è ancora vivo. Le vendite del primo volume di grande successo economico di Marx Il Capitale, un libro lungo e piuttosto difficile, in Germania sono aumentate vertiginosamente. "Generalmente, dobbiamo ammettere che delle parti della teoria di Marx non sono così male", ha osservato il Ministro delle Finanze della Germania, Peer Steinbrück. Il Papa Benedetto XVI--ben noto radicale--ha lodato la "grande abilità analitica" di Marx. Perfino negli Stati Uniti--il posto dove una volta ci veniva raccontato che il socialismo era stato buttato sul banco del manzo arrostito e del succo di mele e dove fino a poco tempo fa anche "liberal" era considerata una parolaccia--un sondaggio Rasmussen ha mostrato che il 33% delle persone sotto i 30 anni considerano il socialismo sia meglio del capitalismo. Evidentemente, il frastuono della crisi capitalista ha sommerso il dissolvente mantra delle meraviglie del libero mercato. L'analisi di Marx della crisi economica è giustamente elogiata, specialmente quando la sua analisi viene confrontata con quella di economisti che sono essenzialmente degli apologeti del capitalismo e sono perciò incapaci di fornire una onesta valutazione del sistema. Mentre questi preparano delle formule che pretendono di provare che la crisi è stata superata o che l'instabilità economica è semplicemente accidentale, Marx ha compreso la natura della crisi in una maniera nella quale anche oggi pochi economisti la comprendono. "In queste crisi, una gran parte non soltanto del prodotto esistente, ma anche delle forze produttive create precedentemente, sono periodicamente distrutte", hanno scritto Marx ed il suo collaboratore Frederick Engels nel Manifesto del Partito Comunista. "In queste crisi, vi esplode un'epidemia che, in tutte le epoche precedenti, sarebbe sembrata un'assurdità--l'epidemia di sovrapproduzione". Marx asseriva che ciascuna crisi veniva superata dalla "distruzione imposta di una massa di forze produttive; o altrimenti dalla conquista di nuovi mercati e dal più completo sfruttamento di quelli vecchi". Di conseguenza, sosteneva, la soluzione a ciascuna crisi semplicemente "apriva la strada a crisi più estese e distruttive". Marx ha anche avuto alcuni allettanti discernimenti nella natura del credito, osservando che "Il sistema del credito appare come la leva principale della sovrapproduzione e dell'eccessiva speculazione nel commercio". L'espansione del credito prolunga la crescita, ma nel fare ciò alla fine espande la produzione oltre quella che il mercato può assorbire con profitto. Al picco di una ripresa economica, la speculazione creditizia assume un carattere più pronunciato e prende la forma di autentico gioco d'azzardo. Come l'economia si espande ed i profitti sono sullo stesso piano, pare come se il denaro possa magicamente dilatare se stesso. Tuttavia alla fine, vi deve essere qualche legame tra la produzione di ricchezza reale e la speculazione finanziaria. Gran parte della ricchezza incrementata attraverso la speculazione si rivela essere, quando la crisi colpisce, "ricchezza di denaro immaginaria". - - - - - - - - - - - - - - - - COMUNQUE, dobbiamo qualificare ciò che intendiamo quando affermiamo che Marx è di moda. E'così soltanto fino ad un certo punto; la sua "abilità analitica" viene lodata", soltanto per censurare le sue conclusioni rivoluzionarie. Un recente articolo di Time online intitolato "Ripensare Marx" riassume questo metodo. "Sospeso là fuori nella nebbia, inevitabilmente, vi è lo spettro elevato di Karl Marx, il nonno degli economisti politici", scrive Peter Gumbel. "Se lasciate da parte le parti profetiche prescrittive degli scritti di Marx, vi è una diagnosi tagliente dei problemi sottostanti ad una economia di mercato che è anche oggi rilevante in modo sorprendente". Non è chiaro, comunque, cosa rende sospesa là fuori nella nebbia così elevata questa figura di Marx se tutto ciò che ha da offrirci è una descrizione di come i mercati ci portano periodicamente nella crisi. Soltanto gli economisti che più fanno la politica dello struzzo a questo punto lo negherebbero. Non si può fare a meno di pensare che Marx sia maledetto con una debole lode. La verità è che la "diagnosi tagliente" di Marx sui fallimenti del capitalismo non può essere separata dalle "parti prescrittive" della sua analisi--le due sono indissolubilmente collegate. Potrebbe essere in altro modo? E' possibile lodare un medico di avere una "diagnosi tagliente" della malattia del paziente, ma che poi offre una cura inutile od affatto nessuna cura? Ma questa analogia arriva soltanto a questo punto. Marx non era interessato nel ricucire insieme le ferite del sistema, ma nel dimostrare come le sue contraddizioni possano portare ad una nuova forma di società. Marx una volta scrisse che "i filosofi avevano semplicemente interpretato il mondo", mentre il "punto è cambiarlo". Tutte queste intuizioni nelle attività della storia e del capitalismo furono realizzati con in mente questo approccio. Quando, per esempio, descrive le crisi, dimostra come il capitalismo accumula ricchezza da una parte e miseria dall'altra; come la "centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto dove diventano incompatibili con il loro rivestimento capitalista"--cioè, con la forma capitalista di organizzazione sociale che li racchiude. Per esempio, prendete questo passaggio de Il Capitale: Il macchinario in se stesso non abbrevia le ore di lavoro, ma quando impiegato dal capitale le allunga;...in se stesso alleggerisce il lavoro, ma quando impiegato dal capitale aumenta la sua intensità;...in se stesso è una vittoria dell'uomo sulle forze della natura ma nelle mani del capitale rende l'uomo schiavo di quelle forze;...in se stesso incrementa la ricchezza dei produttori, ma nelle mani del capitale li trasforma in poveri. Questa non è semplicemente un'analisi di come funziona il capitalismo: è un atto d'accusa contro di esso. Il capitalismo produce grande ricchezza e quindi nega i suoi benefici a coloro che la producono. Di conseguenza, Marx non soltanto ha analizzato e criticato gli eccessi del capitalismo. Voleva dimostrare come il capitalismo non era un sistema eterno; che aveva delle origini e che avrebbe avuto un termine, proprio come i precedenti sistemi economici; che la spinta del capitalismo verso la potenza produttiva sempre maggiore creava le condizioni che rendono possibile una nuova società libera dal bisogno e dallo sfruttamento e che le sue inerenti contraddizioni avrebbero prodotto crisi e sollevamenti che avrebbero aperto la strada per un nuovo sistema sociale--a condizione che la classe sfruttata, la classe lavoratrice, potesse insorgere collettivamente e prendere il controllo del potere ed iniziare a riorganizzare la società per soddisfare i bisogni di tutti. - - - - - - - - - - - - - - - - IMPLICITA IN tutta l'analisi economica di Marx è l'idea che il capitalismo crei le condizioni per la sua dissoluzione; con le sue parole, "mette al mondo i mezzi materiali della propria distruzione". Nel Manifesto del Partito Comunista, Marx ed Engels elogiano il modo nel quale il capitalismo ha scatenato la potenza della produttività umana: La borghesia, durante il suo dominio di cento anni scarsi, ha creato più massicce e più colossali forze produttive di quanto abbiano fatto tutte le precedenti generazioni assieme. L'assoggettamento all'uomo delle forze della natura, il macchinario, l'applicazione della chimica all'industria ed all'agricoltura, la navigazione a vapore, le ferrovie, i telegrafi elettrici, l'apertura di interi continenti per la coltivazione, la canalizzazione dei fiumi, intere popolazioni fatte apparire dal terreno--quale secolo precedente aveva anche un presentimento che simili forze produttive fossero inattive nel grembo del lavoro sociale? Perché lodare il capitalismo in un libello che propone il suo rovesciamento? Perché per Marx ed Engels questo sviluppo delle forze produttive determinato dal capitalismo creava le condizioni materiali per abolire le divisioni di classe e l'ineguaglianza. Non vi è ora assolutamente nessuna ragione perché al mondo vi sia povertà. Secondo Engels: La rivoluzione industriale...ha innalzato il potere produttivo del lavoro umano ad un tale alto livello che--per la prima volta nella storia dell'umanità--esiste la possibilità, data una divisione razionale del lavoro tra tutti, di produrre non soltanto a sufficienza per l'abbondante consumo di tutti i membri della società e per un abbondante fondo di riserva, ma anche per lasciare a ciascun individuo sufficiente tempo libero di modo che quel che vale realmente la pena preservare nella cultura storicamente ereditata--la scienza, l'arte, le relazioni umane siano non soltanto salvaguardati, ma convertiti da un monopolio della classe dominante nella proprietà comune dell'intera società ed ulteriormente sviluppati. Appena il capitalismo crea queste condizioni di abbondanza, scrive Engels: Ogni scusa per l'esistenza di una classe dominante scompare. Non era la ragione finale con la quale le differenze di classe sono state sempre difese: vi deve essere una classe che non deve aver bisogno di assillare se stessa con la produzione della propria quotidiana sussistenza, perché possa avere il tempo di curarsi dell'opera intellettuale della società? Questa diceria, che fino ad ora aveva la sua grande giustificazione storica, è stata recisa alla radice una volta e per tutte dalla rivoluzione industriale degli ultimi cento anni". E' per questo che quelli che sono seri sul cambiare il mondo devono muoversi oltre l'elogio superficiale di Marx e verso una vera comprensione delle sue idee.
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