THE INTERNATIONALISTS

Internationalist Communist Tendency

 

 

Abbiamo fatto scioperi di un giorno e manifestazioni simboliche. Ora che?

Articolo principale di Aurora 32 per la settimana di scioperi e manifestazioni che termina il 18 ottobre 2014

 

Non vi è nessun dubbio che i lavoratori abbiano bisogno di un aumento di paga. Se la ripresa economica significa cambiamento in meglio, allora la classe lavoratrice dovrebbe almeno recuperare le perdite degli ultimi anni. Secondo le supposizioni, gli accordi sulla paga ora sono sopra l'inflazione, ma in termini reali i guadagni della maggior parte della gente stanno calando. Per i lavoratori del settore pubblico dalla parte disgraziata del programma di 'riduzione del deficit' del governo questa non è affatto una sorpresa. La paga reale dei lavoratori del settore pubblico in generale dal 2010 è caduta del 15-20% e, come tutti gli altri, questo è come le pensioni si sono abbassate mentre i contributi sono aumentati ed alla gente (come i vigili del fuoco) viene detto che dovranno proprio continuale a lavorare più a lungo.

Già in luglio di quest'anno migliaia si sono uniti ad una giornata di azione a Londra sponsorizzata dalla TUC per protestare contro il congelamento biennale dello stipendio che è stato seguito da un irrisorio 'aumento' della paga dell'1%. Per aggiungere il danno alla beffa, il governo è retrocesso persino sull'aumento nominale dell'1% per molti lavoratori dell'NHS, compresi alcuni dei meno pagati. Questo fa arrabbiare molta gente che chiaramente non è contenta della marcia di sabato con le sue bandiere del sindacato nelle strade di Londra, Glasgow o Belfast. Nella settimana che va alla manifestazione del 18 ottobre decine di migliaia di lavoratori del settore pubblico sono decisi a dimostrare la loro rabbia e ad entrare in sciopero ... in tre giorni diversi. I lavoratori dei consigli il 13, una "giornata di azione industriale" degli impiegati statali (PCS) il 14, seguita da un'altra "giornata d'azione" di migliaia del personale NHS che comprende uno sciopero improvviso dei lavoratori di quattro separati sindacati.

Perché non uno sciopero generale?

Subito è evidente la forza e la debolezza della moderna macchina sindacale. Da una parte, gli organizzatori professionali (salari pagati con le quote associative) sono stati in grado di inculcare a rappresentanti sindacali e lavoratori militanti che le 'giornate d'azione' che culminano in una manifestazione nazionale sono il modo per riacquistare una vita migliore. Sono impegnati in queste campagne dei lavoratori arrabbiati e disperati che vogliono fare di più che pagare le quote associative con trattenuta diretta. Tuttavia, non abbiamo avuto neppure uno sciopero generale. Dobbiamo chiederci: Dove porta questo genere di attività? Quale è la strategia della TUC? E' adeguata o appropriata per la situazione che la classe lavoratrice ha di fronte?

Dall'evidenza degli ultimi quattro anni ---- da quando Osborne ha adoperato per la prima volta la sua accetta nell'ottobre 2010 . la risposta alla prima domanda è che le giornate d'azione della TUC hanno portato i lavoratori attorno in cerchi senza nessun effetto. Originariamente Osborne ha annunciato che per il 2014-15 dovevano essere tagliati 500.000 posti di lavoro del settore pubblico. Secondo uno studio commissionato lo scorso anno dal sindacato GMB, per la fine di marzo 2013 erano già stati perduti 631.000 posti di lavoro del settore pubblico. Non soltanto i sindacati hanno completamente fallito nel fermare il programma di tagli dei posti di lavoro, ma ora il governo è ancora più fiducioso di potere confrontare l'occasionale giornata di azione della TUC e ha accelerato il programma di tagli. Secondo lo stesso rapporto GMB, l'Office for Budget Responsibility ora mira ad avere tagliati ulteriori 400.000 posti di lavoro per le elezioni generali, in qualche momento nel 2015.

Per quanto riguarda gli implacabili attacchi ai servizi sociali ed ai diritti dello stato sociale nei quattro anni passati, ora è molto chiaro che lo scopo della partita è smantellare ciò che rimane del sistema di welfare universale che è stato introdotto dopo la II G.M. Innumerevoli campagne e lotte locali si sono dimostrate incapaci di porre resistenza all'attacco multiforme. Ha portato fastidio ed ansia generale, miseria ed impoverimento, come pure morte prematura e non necessaria ad una gamma in espansione di persone vulnerabili. Date le chiusure, tagli e perdite di posti di lavoro che ospedali e servizi ambulane stanno già sopportando, nessuno può credere seriamente che alle assicurazioni di Labour o Tory che l'NHS sia 'blindato' contro tutto questo.

La vera minaccia

Questo ci porta alla più ampia situazione che dobbiamo affrontare. Questo non è proprio sul deficit di bilancio; è sulla crescente minaccia che la crisi di redditività del capitalismo pone alle possibilità di esistenza civilizzata della classe lavoratrice. Effettivamente, il debito pubblico del Regno Unito negli anni '50 era una percentuale molto maggiore di oggi del PIL. La differenza chiave tra ora ed allora è che il tasso complessivo di profitto era molto maggiore e con esso il tasso di crescita del PIL. Così il tasso debito/PIL calò gradualmente anche se la spesa pubblica saliva e per lo stato era facile finanziare il pagamento degli interessi. Tutto questo cambiò con l'inizio della crisi mondiale del capitalismo già nei lontani anni '70. Di fronte ad almeno un'inflazione al 17% fu il primo ministro laburista, James Callaghan, che notoriamente ammise:

Eravamo abituati a pensare che si potesse amministrare la via d'uscita dalla recessione ed aumentare l'occupazione tagliando le tasse ed incrementando la spesa pubblica. Vi dico in tutta franchezza che quella opzione non esiste più...

Il fallito governo laburista fu obbligato ad elemosinare un prestito dal FMI che a sua volta richiese tagli alla spesa pubblica e la riduzione del deficit di bilancio. La disoccupazione salì a razzo. Il keynesianesimo era fuori dalla finestra. Arrivarono il thatcherismo’ and ‘reaganismo dedicati a tagliare la spesa pubblica e ad aprire le economie nazionali al capitale monopolistico sotto la bandiera del 'libero mercato'. Allo stesso tempo, la classe lavoratrice industriale fu devastata mentre le industrie venivano privatizzate. La nuova tecnologia rimpiazzò decine di migliaia di lavoratori e la globalizzazione accelerò mentre il capitale si spostava in aree con forza lavoro più a buon mercato per incrementare i tassi di profitto calanti. Decenni avanti e diverse bolle finanziarie più tardi, il capitalismo sta ancora lottando con la stessa crisi, soltanto che ora le sue opzioni si sono ristrette e la situazione è molto più pericolosa. Il crollo finanziario mondiale del 2007/8 ha segnato una svolta. Ha rilevato la portata alla quale il capitalismo contava su profitti di carta accumulati dalla speculazione finanziaria. Le banche centrali sono state costrette ad assumere le perdite del settore finanziario, incettando attività senza valore in conformità a programmi di ‘quantitative easing’ allo scopo di mantenere la fiducia in valute altrimenti totalmente svalutate. Ma anche se le banche centrali e le autorità monetarie hanno cercato di spazzare il debito sotto il tappeto, resta, o piuttosto cresce, la minaccia di un altro crollo. In settembre un rapporto del Centro Internazionale di Studi Bancari e Monetari osserva che "Contrariamente ad opinioni ampiamente sostenute, il mondo non ha ancora iniziato a ridurre il debito ed il rapporto globale debito/PIL sta ancora crescendo, infrangendo nuove punte". In altre parole, è soltanto questione di tempo prima del prossimo crollo finanziario globale.

Nel frattempo, continua la spietata competizione a spingere in basso i salari ed il costo generale della forza lavoro. Lungi dal recuperare qualcosa che abbiamo perduto, l'attuale 'ripresa' è basata sulla crescita di posti di lavoro malpagati, insicuri, sempre più part-time spesso basati su contratti a zero ore. La disoccupazione è ancora ben sopra il 6% della forza lavoro, mentre quest'anno i salari dei "britannici" sono diminuiti in termini di cassa per la prima volta dal 2009..." [Financial Times 13.8.14]

L'oscena crisi del capitalismo

Questo non è soltanto riguardo ai lavoratori della Gran Bretagna. Da quando la crisi è iniziata negli anni 70, i lavoratori di tutti gli stati presumibilmente avanzati ricevono una quota sempre più piccola della torta mentre deteriorano stabilmente la prospettiva di trovare un lavoro ed i salari e le condizioni di lavoro. Il capitalismo sta perdendo la sua apparenza civilizzata come impattano sulla società le conseguenze della crescente disuguaglianza. Da una parte vediamo 3,8 milioni di bambini che vivono in estrema povertà, un numero crescente di banche del cibo, la rinascita di malattie vittoriane che derivano dalla malnutrizione, comprese rachitismo, TB e scarlattina. Dall'altra leggiamo che i ricchi continuano a diventare più ricchi. Vi è ora nel mondo un numero record di 2.325 miliardari con la ricchezza combinata di $7,3 trilioni. Questo è 4,5 volte il reddito combinato dei 3,5 miliardi di persone che formano la metà più povera della popolazione mondiale! [Rapporto UBS 18.9.14] Nel frattempo - come segno della profondità della crisi di redditività del capitalismo -- sempre più società non finanziarie trattengono il loro contante. Quest'anno le mille al vertice di esse siedono su $3,5 trilioni perché è "non attraente investire". Vi sono alcune briciole di consolazione per alcune imprese capitaliste. La crescente disuguaglianza di reddito si dimostra un aiuto per quelle che entrano nel mercato globale dei beni di lusso. Uno studio della Deloitte "considera che i mercati più promettenti includeranno Colombia, Messico, Filippine e gran parte dell'Africa sub-sahariana - dove Ermenegildo Zegna, Hugo Boss e MAC sono state all'avanguardia nell'aprire negozi". [Studio Financial Times survey su The Business of Luxury, 12.5.14] Questi non sono esempi isolati. Indicano lo stato degenerato del capitalismo mondiale oggi. Mentre l'ONU richiede $1 miliardo per contenere lo scoppio di Ebola in Africa Occidentale, trilioni di dollari vengono accaparrati dalle imprese mentre altre sono più preoccupate della minaccia ai loro mercati del lusso in luoghi dove la maggior parte della gente è così povera che un'epidemia mortale potrebbe essere contenuta da semplici misure come secchi di candeggina.

Una volta che vediamo il più ampio contesto delle nostre lotte è ovvio che abbiamo di fronte molto più che un governo taglia costi che bersaglia ingiustamente la classe lavoratrice. L'ingiustizia è intrinseca al capitalismo. Non vi è nulla di più ingiusto dei profitti che i capitalisti guadagnano vendendo il prodotto del lavoro dei lavoratori. I sindacati ed i laburisti vorrebbero farci credere che il capitalismo possa essere fatto operare nell'interesse di tutti. L'assurdità fondamentale di ciò non era così evidente durante gli anni della crescita che seguirono la guerra. Il tasso di profitto era alto abbastanza da permettere un incremento stabile dei salari diretti dei lavoratori come pure il compenso indiretto di un sistema sanitario e di previdenza sociale. Oggi, nonostante la rivoluzione elettronica e digitale, la nuova tecnologia non ha bilanciato la caduta del tasso di profitto ed il capitalismo - quando proprio investe nella produzione - ricorre sempre più a spingere in basso i salari per cercare di migliorare la redditività. Dopo decenni di crisi in peggioramento, lo spazio di manovra per i capitalisti si è ristretto e non possono permettersi di rallentare la guerra contro la classe lavoratrice. Non vi è più nessuno spazio per l'illusione che i nostri interessi siano meglio serviti dal rappresentante sindacale che negozia un accordo dietro porte chiuse. Dobbiamo invece riconoscerlo.

La nostra unità è la nostra forza

Naturalmente i sindacati direbbero che loro sono i mezzi perché i lavoratori si unifichino. Ma quando si tratta del luogo di lavoro i lavoratori sono divisi da varie fedeltà sindacali, per non parlare del fatto che molti lavoratori non sono affatto nei sindacati. Ogni seria lotta deve partire dall'incoraggiare la partecipazione di tutti nell'intero luogo di lavoro. Ma questo è soltanto l'inizio. Lo scopo deve essere di allargare la lotta quanto ampiamente possibile: oltre ogni singolo luogo di lavoro, oltre i confini dell'industria e della categoria, dove possibile includere le comunità locali e con la prospettiva che ciascuna lotta locale sia parte di una più ampia lotta internazionale contro la classe capitalista mondiale. Ad ogni passo la chiave deve essere di tenere regolari assemblee di massa gestite sulla base della democrazia diretta --- cioè, dove i delegati devono spiegare le loro azioni e se necessario possano essere revocati immediatamente dall'assemblea nell'insieme. Solamente questa prospettiva assicurerebbe che anche dove i lavoratori siano obbligati a ritirarsi nell'attuale battaglia vi siano delle lezioni preziose apprese su come lottare la vota successiva. Oltre, questo non è il nostro compito di mettere giù un progetto cu come la classe lavoratrice debba lottare. Tuttavia, ciò che è essenziale, una volta che la lotta della classe lavoratrice si metta in moto realmente, è un'organizzazione politica internazionale della classe lavoratrice con un programma che articola le lezioni di una lunga storia di lotta della classe lavoratrice ed indica la strada verso il nostro obiettivo ultimo: Un mondo che si sbarazzi del capitalismo, della schiavitù salariale e delle guerre e sia invece basato sulla libera associazione delle persone che compiono il lavoro, dove "il libero sviluppo di ciascuno sia la condizione per il libero sviluppo di tutti". E' questo il reale significato del comunismo. E' un obiettivo molto più realistico dell'idea utopistica che il marcio capitalismo monopolistico-finanziario possa essere diretto a soddisfare i bisogni della classe lavoratrice mondiale.

Merocledì, 15 ottobre 2014