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Non vi è nessun dubbio che i lavoratori abbiano bisogno di un
aumento di paga. Se la ripresa economica significa cambiamento in
meglio, allora la classe lavoratrice dovrebbe almeno recuperare le
perdite degli ultimi anni. Secondo le supposizioni, gli accordi sulla
paga ora sono sopra l'inflazione, ma in termini reali i guadagni della
maggior parte della gente stanno calando. Per i lavoratori del settore
pubblico dalla parte disgraziata del programma di 'riduzione del
deficit' del governo questa non è affatto una sorpresa. La paga reale
dei lavoratori del settore pubblico in generale dal 2010 è caduta
del 15-20% e, come tutti gli altri, questo è come le pensioni si
sono abbassate mentre i contributi sono aumentati ed alla gente (come i
vigili del fuoco) viene detto che dovranno proprio continuale a lavorare
più a lungo.
Già in luglio di quest'anno migliaia si sono uniti ad una giornata
di azione a Londra sponsorizzata dalla TUC per protestare contro il
congelamento biennale dello stipendio che è stato seguito da un
irrisorio 'aumento' della paga dell'1%. Per aggiungere il danno alla
beffa, il governo è retrocesso persino
sull'aumento nominale dell'1% per molti lavoratori dell'NHS,
compresi alcuni dei meno pagati. Questo fa arrabbiare molta gente che
chiaramente non è contenta della marcia di sabato con le sue bandiere
del sindacato nelle strade di Londra,
Glasgow o Belfast. Nella
settimana che va alla manifestazione del 18 ottobre decine di migliaia
di lavoratori del settore pubblico sono decisi a dimostrare la loro
rabbia e ad entrare in sciopero ... in tre giorni diversi. I lavoratori
dei consigli il 13, una "giornata di azione industriale" degli impiegati
statali
(PCS) il 14, seguita da un'altra "giornata
d'azione" di migliaia del personale NHS che comprende uno sciopero
improvviso dei lavoratori di quattro separati sindacati.
Perché non uno sciopero generale?
Subito è evidente la forza e la debolezza della moderna
macchina sindacale. Da una parte, gli organizzatori professionali
(salari pagati con le quote associative) sono stati in grado di
inculcare a rappresentanti sindacali e lavoratori militanti che le
'giornate d'azione' che culminano in una manifestazione nazionale sono
il modo per riacquistare una vita migliore. Sono impegnati in
queste campagne dei lavoratori arrabbiati e disperati che
vogliono fare di più che pagare le quote associative con trattenuta
diretta. Tuttavia, non abbiamo avuto neppure uno sciopero generale.
Dobbiamo chiederci: Dove porta questo genere di attività? Quale è la
strategia della TUC? E' adeguata o appropriata per la situazione che la
classe lavoratrice ha di fronte?
Dall'evidenza degli ultimi quattro anni ---- da quando Osborne ha
adoperato per la prima volta la sua accetta nell'ottobre 2010 . la
risposta alla prima domanda è che le giornate d'azione della TUC hanno
portato i lavoratori attorno in cerchi senza nessun effetto.
Originariamente Osborne ha annunciato che per il 2014-15 dovevano essere
tagliati 500.000 posti di lavoro del settore pubblico. Secondo uno
studio commissionato lo scorso anno dal sindacato GMB, per la fine di
marzo 2013 erano già stati perduti 631.000
posti di lavoro del settore pubblico. Non soltanto i sindacati
hanno completamente fallito nel fermare il programma di tagli dei posti
di lavoro, ma ora il governo è ancora più fiducioso di potere
confrontare l'occasionale giornata di azione della TUC e ha accelerato
il programma di tagli. Secondo lo stesso rapporto GMB, l'Office for Budget Responsibility ora mira ad avere tagliati ulteriori
400.000 posti di lavoro per le elezioni generali, in qualche momento nel
2015.
Per quanto riguarda gli implacabili attacchi ai servizi sociali ed
ai diritti dello stato sociale nei quattro anni passati, ora è molto
chiaro che lo scopo della partita è smantellare ciò che rimane del
sistema di welfare universale che è stato introdotto dopo la II G.M.
Innumerevoli campagne e lotte locali si sono dimostrate incapaci di
porre resistenza all'attacco multiforme. Ha portato fastidio ed ansia
generale, miseria ed impoverimento, come pure morte prematura e non
necessaria ad una gamma in espansione di persone vulnerabili. Date le
chiusure, tagli e perdite di posti di lavoro che ospedali e servizi
ambulane stanno già sopportando, nessuno può credere seriamente che alle
assicurazioni di
Labour o Tory che l'NHS sia
'blindato' contro tutto questo.
La vera minaccia
Questo ci porta alla più ampia situazione che dobbiamo affrontare.
Questo non è proprio sul deficit di bilancio; è sulla crescente minaccia
che la crisi di redditività del capitalismo pone alle possibilità di
esistenza civilizzata della classe lavoratrice. Effettivamente, il
debito pubblico del Regno Unito negli anni '50 era una percentuale molto
maggiore di oggi del PIL. La differenza chiave tra ora ed allora è che
il tasso complessivo di profitto era molto maggiore e con esso il tasso
di crescita del PIL. Così il tasso debito/PIL calò gradualmente anche se
la spesa pubblica saliva e per lo stato era facile finanziare il
pagamento degli interessi. Tutto questo cambiò con l'inizio della crisi
mondiale del capitalismo già nei lontani anni '70. Di fronte ad almeno
un'inflazione al 17% fu il primo ministro laburista,
James Callaghan,
che notoriamente ammise:
Eravamo abituati a pensare che si potesse amministrare
la via d'uscita dalla recessione ed aumentare l'occupazione tagliando le
tasse ed incrementando la spesa pubblica. Vi dico in tutta franchezza
che quella opzione non esiste più...
Il fallito governo laburista fu obbligato ad elemosinare un prestito dal
FMI che a sua volta richiese tagli alla spesa pubblica e la riduzione
del deficit di bilancio. La disoccupazione salì a razzo. Il
keynesianesimo era fuori dalla finestra. Arrivarono il
‘thatcherismo’ and ‘reaganismo’ dedicati a tagliare la spesa pubblica e ad
aprire le economie nazionali al capitale monopolistico sotto la bandiera
del 'libero mercato'. Allo stesso tempo, la classe lavoratrice
industriale fu devastata mentre le industrie venivano privatizzate. La
nuova tecnologia rimpiazzò decine di migliaia di lavoratori e la
globalizzazione accelerò mentre il capitale si spostava in aree con
forza lavoro più a buon mercato per incrementare i tassi di profitto
calanti. Decenni avanti e diverse bolle finanziarie più tardi, il
capitalismo sta ancora lottando con la stessa crisi, soltanto che ora le
sue opzioni si sono ristrette e la situazione è molto più pericolosa. Il
crollo finanziario mondiale del
2007/8
ha segnato una svolta. Ha rilevato la
portata alla quale il capitalismo contava su profitti di carta
accumulati dalla speculazione finanziaria. Le banche centrali sono state
costrette ad assumere le perdite del settore finanziario, incettando
attività senza valore in conformità a programmi di
‘quantitative easing’ allo scopo di mantenere la fiducia in
valute altrimenti totalmente svalutate. Ma anche se le banche centrali e
le autorità monetarie hanno cercato di spazzare il debito sotto il
tappeto, resta, o piuttosto cresce, la minaccia di un altro crollo. In
settembre un rapporto del Centro Internazionale di Studi Bancari e
Monetari osserva che "Contrariamente ad opinioni ampiamente
sostenute, il mondo non ha ancora iniziato a ridurre il debito ed il
rapporto globale debito/PIL sta ancora crescendo, infrangendo nuove
punte". In altre parole, è soltanto questione di tempo prima del
prossimo crollo finanziario globale.
Nel frattempo, continua la spietata competizione a spingere in
basso i salari ed il costo generale della forza lavoro. Lungi dal
recuperare qualcosa che abbiamo perduto, l'attuale 'ripresa' è basata
sulla crescita di posti di lavoro malpagati, insicuri, sempre più
part-time spesso basati su contratti a zero ore. La
disoccupazione è ancora ben sopra il 6% della forza lavoro, mentre
quest'anno i salari dei "britannici" sono diminuiti in termini di
cassa per la prima volta dal 2009..." [Financial Times 13.8.14]
L'oscena crisi del capitalismo
Questo non è soltanto riguardo ai lavoratori della Gran Bretagna.
Da quando la crisi è iniziata negli anni 70, i lavoratori di tutti gli
stati presumibilmente avanzati ricevono una quota sempre più piccola
della torta mentre deteriorano stabilmente la prospettiva di trovare un
lavoro ed i salari e le condizioni di lavoro. Il capitalismo sta
perdendo la sua apparenza civilizzata come impattano sulla società le
conseguenze della crescente disuguaglianza. Da una parte vediamo 3,8
milioni di bambini che vivono in estrema povertà, un numero crescente di
banche del cibo, la rinascita di malattie vittoriane che derivano dalla
malnutrizione, comprese rachitismo, TB e scarlattina. Dall'altra
leggiamo che i ricchi continuano a diventare più ricchi. Vi è ora nel
mondo un numero record di 2.325 miliardari con la ricchezza combinata di
$7,3 trilioni. Questo è 4,5 volte il reddito combinato dei 3,5 miliardi
di persone che formano la metà più povera della popolazione mondiale!
[Rapporto UBS 18.9.14] Nel frattempo - come segno della profondità della
crisi di redditività del capitalismo -- sempre più società non
finanziarie trattengono il loro contante. Quest'anno le mille al vertice
di esse siedono su $3,5 trilioni perché è "non attraente investire". Vi
sono alcune briciole di consolazione per alcune imprese capitaliste. La
crescente disuguaglianza di reddito si dimostra un aiuto per quelle che
entrano nel mercato globale dei beni di lusso. Uno studio della Deloitte
"considera che i mercati più promettenti includeranno Colombia,
Messico, Filippine e gran parte dell'Africa sub-sahariana - dove
Ermenegildo Zegna, Hugo Boss e MAC sono state
all'avanguardia nell'aprire negozi".
[Studio
Financial Times survey
su The Business of Luxury, 12.5.14]
Questi non sono esempi isolati. Indicano lo stato degenerato del
capitalismo mondiale oggi. Mentre l'ONU richiede $1 miliardo per
contenere lo scoppio di Ebola in Africa Occidentale, trilioni di dollari
vengono accaparrati dalle imprese mentre altre sono più preoccupate
della minaccia ai loro mercati del lusso in luoghi dove la maggior parte
della gente è così povera che un'epidemia mortale potrebbe essere
contenuta da semplici misure come secchi di candeggina.
Una volta che vediamo il più ampio contesto delle nostre lotte è
ovvio che abbiamo di fronte molto più che un governo taglia costi che
bersaglia ingiustamente la classe lavoratrice. L'ingiustizia è
intrinseca al capitalismo. Non vi è nulla di più ingiusto dei profitti
che i capitalisti guadagnano vendendo il prodotto del lavoro dei
lavoratori. I sindacati ed i laburisti vorrebbero farci credere che il
capitalismo possa essere fatto operare nell'interesse di tutti.
L'assurdità fondamentale di ciò non era così evidente durante gli anni
della crescita che seguirono la guerra. Il tasso di profitto era alto
abbastanza da permettere un incremento stabile dei salari diretti dei
lavoratori come pure il compenso indiretto di un sistema sanitario e di
previdenza sociale. Oggi, nonostante la rivoluzione elettronica e
digitale, la nuova tecnologia non ha bilanciato la caduta del tasso di
profitto ed il capitalismo - quando proprio investe nella produzione -
ricorre sempre più a spingere in basso i salari per cercare di
migliorare la redditività. Dopo decenni di crisi in peggioramento, lo
spazio di manovra per i capitalisti si è ristretto e non possono
permettersi di rallentare la guerra contro la classe lavoratrice. Non vi
è più nessuno spazio per l'illusione che i nostri interessi siano meglio
serviti dal rappresentante sindacale che negozia un accordo dietro porte
chiuse. Dobbiamo invece riconoscerlo.
La nostra unità è la nostra forza
Naturalmente i sindacati direbbero che loro sono i mezzi perché i
lavoratori si unifichino. Ma quando si tratta del luogo di lavoro i
lavoratori sono divisi da varie fedeltà sindacali, per non parlare del
fatto che molti lavoratori non sono affatto nei sindacati. Ogni seria
lotta deve partire dall'incoraggiare la partecipazione di tutti
nell'intero luogo di lavoro. Ma questo è soltanto l'inizio. Lo scopo
deve essere di allargare la lotta quanto ampiamente possibile: oltre
ogni singolo luogo di lavoro, oltre i confini dell'industria e della
categoria, dove possibile includere le comunità locali e con la
prospettiva che ciascuna lotta locale sia parte di una più ampia lotta
internazionale contro la classe capitalista mondiale. Ad ogni passo la
chiave deve essere di tenere regolari assemblee di massa gestite sulla
base della democrazia diretta --- cioè, dove i delegati devono spiegare
le loro azioni e se necessario possano essere revocati immediatamente
dall'assemblea nell'insieme. Solamente questa prospettiva assicurerebbe
che anche dove i lavoratori siano obbligati a ritirarsi nell'attuale
battaglia vi siano delle lezioni preziose apprese su come lottare la
vota successiva. Oltre, questo non è il nostro compito di mettere giù un
progetto cu come la classe lavoratrice debba lottare. Tuttavia, ciò che
è essenziale, una volta che la lotta della classe lavoratrice si metta
in moto realmente, è un'organizzazione politica internazionale della
classe lavoratrice con un programma che articola le lezioni di una lunga
storia di lotta della classe lavoratrice ed indica la strada verso il
nostro obiettivo ultimo: Un mondo che si sbarazzi del capitalismo, della
schiavitù salariale e delle guerre e sia invece basato sulla libera
associazione delle persone che compiono il lavoro, dove "il libero
sviluppo di ciascuno sia la condizione per il libero sviluppo di tutti".
E' questo il reale significato del comunismo. E' un obiettivo molto più
realistico dell'idea utopistica che il marcio capitalismo
monopolistico-finanziario possa essere diretto a soddisfare i bisogni
della classe lavoratrice mondiale.
Merocledì, 15 ottobre 2014
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