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Un recente articolo del
New York Times, “Curious
Grade For Teachers: Nearly All Pass”,
trova incredula l'idea che "In Florida, nelle valutazioni più
recenti il 97% degli insegnanti sono ritenuti efficaci o altamente
efficaci". L'autrice continua citando percentuali simili in altri
stati e conclude: "Gli insegnanti possono essere tutti stimati sopra
la media, come gli studenti di
Lake Wobegon,
per lo stesso motivo per cui i metodi di valutazione più vecchi
erano considerati difettosi". In altre parole, gli insegnanti
conseguono un buon punteggio perché gli standard di valutazione sono
imperfetti. E questa conclusione è rafforzata dall'osservazione che
gli alti punti degli insegnanti sono stati raggiunti "anche quando
gli studenti rimanevano indietro".
Sfortunatamente, a quanto pare i giornalisti del quotidiano non
sono tenuti affatto ad alcuno standard perché l'articolo omette
tutte le informazioni cruciali che collocano queste statistiche in
un contesto significativo.
Tipicamente gli insegnanti devono possedere una laurea e tra
uno o due anni, se non di più, di lavoro di corso universitario
aggiuntivo per ottenere un titolo per l'insegnamento, per non
parlare delle ore passate nelle classi dove possono fare pratica di
insegnamento e ricevere guida e sostegno di insegnanti esperti.
Davvero è sorprendente che dopo un simile intenso addestramento
quasi tutti gli insegnanti ottengano competenza?
Immaginate un corso di saldatura elementare dove gli studenti
frequentino le lezioni per diversi mesi. Alla fine del corso viene
richiesto agli studenti di sostenere un esame. Sarebbe sorprendente
che il 98% di quelli che hanno completato il corso abbiano superato
l'esame? Se lo hanno superato pochi, si potrebbero ragionevolmente
sollevare dei dubbi sulla qualità del corso di saldatura.
In modo più importante, nell'articolo del
The New York Times
non vi è nessuna menzione dello studio autorevole sul
rendimento degli studenti condotto negli anni '60, come riportato
dall'editorialista del
New York Times Joe Nocera in un articolo del 25 aprile
2011
(“The
Limits of School Reform”): “
Ritornando al famoso rapporto
Coleman
degli anni '60, gli studiosi di scienze sociali hanno
discusso
–
ed incontestabilmente
provato
–
che l'ambiente socioeconomico degli studenti
prevale ampiamente su quello che succede a scuola come fattore
per determinare quanto apprendono".
Analogamente, l'articolo trascura di sottolineare la crescente
povertà tra i bambini negli USA. Attualmente più di un bambino su
cinque vive in povertà. Tra il 2009 e il 2010, la povertà infantile
è cresciuta di più di un milione. Dato l'impatto debilitante della
povertà sullo sviluppo infantile, c'è poco da meravigliarsi che più
studenti stiano "rimanendo indietro", nonostante i coraggiosi sforzi
degli insegnanti. E quando le statistiche della povertà sono
associate al declino drammatico del finanziamento statale
all'istruzione pubblica, ci si può soltanto meravigliare che le
nostre scuole pubbliche abbiano affatto successo.
L'attuale narrativa neoliberista che ha pervaso la mentalità
dei politici e dei media mainstream rovescia la logica. Il
fallimento studentesco non è un risultato della povertà o di scuole
sottofinanziate. La colpa sta interamente con gli insegnanti ed i
sindacati che li difendono
–
un classico esempio di colpevolizzazione della vittima.
Naturalmente, i politici trovano molto più conveniente incolpare gli
insegnanti ed i loro sindacati per il fallimento studentesco
piuttosto che indirizzare le vere cause dello stesso poiché i
politici stessi sono colpevoli. Hanno scelto di tagliare la rete di
sicurezza sociale e finanziare le scuole in modo che i ricchi
possano continuare a godere
dei loro tassi d'imposta assurdamente bassi e di enormi
scappatoie fiscali.
Mentre cresce la
disuguaglianza nella ricchezza, la disuguaglianza al potere cresce
proporzionalmente. Le corporation ed i ricchi vogliono sventrare i
sindacati degli insegnanti, imporre relazioni di mercato
all'istruzione pubblica ed aprire la porta ad alternative private,
che rendano profitti. Mentre le corporation incanalano altro denaro
nei gruppi di pressione e nei contributi alle campagne elettorali, i
politici sono diventati dei capi tifoseria per l'agenda delle grandi
imprese. Sottofinanziando le scuole e permettendo alla povertà di
crescere, stanno provocando il genere di fallimento che può essere
utilizzato come scusa per aprire le porte ai profittatori privati.
Ciò che è veramente curioso è perché l'autrice del
New York Times
è stata così veloce ad adottare acriticamente la prospettiva
neoliberista e a saltare sul carro dell'attacco agli insegnanti.
Forse è stata uno dei pochi studenti che sono stati bocciati al loro
corso di pensiero critico.
Ann Robertson
e Bill Leumer
Lunedì, 1°
aprile
2013
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