WORKERS WORLD


L'imperialismo, il mercato del lavoro globale e la prospettiva rivoluzionaria

11 novembre 2010

 

Di seguito alcuni estratti dalla Parte 2 del documento "Il capitalismo in crisi" di Fred Goldstein, scritto per la discussione alla Conferenza Nazionale del Workers World Party che avrà luogo il 13-14 novembre a New York. Goldstein è anche l'autore del libro “Low-Wage Capitalism”.

Quando Lenin scrisse il suo libro ["L'imperialismo: la fase suprema del capitalismo"], le classi dominanti stavano utilizzando una piccola parte dei loro superprofitti rubati dalle colonie per corrompere la leadership sindacale all'interno e creare un ampio, privilegiato strato superiore della classe lavoratrice.

Comunque, ora, con la competizione salariale globale sotto il regime dell'imperialismo contemporaneo, la classe capitalista ha orchestrato una "corsa verso il fondo" tra i diversi settori della classe lavoratrice globale. Posare lavoratore contro lavoratore e mettere i lavoratori nei paesi imperialisti in competizione con i lavoratori a basso salario per il mondo sulla base posto di lavoro-per-posto di lavoro è distruggere i privilegi di settori della classe lavoratrice, principalmente maschi bianchi, che dominavano il movimento sindacale.

La distruzione complessiva del privilegio è un nuovo aspetto dell'imperialismo nell'era della rivoluzione scientifico-tecnologica e del periodo post-sovietico e deve essere intesa come un nuovo sviluppo da quando Lenin scrisse la sua brillante analisi. La sua opera resta ancora alle fondamenta per comprendere l'imperialismo come il dominio del capitale finanziario monopolistico. Ma lo sviluppo delle forze produttive e i progressi nella globalizzazione capitalista hanno trasformato la struttura di classe della classe lavoratrice mondiale e l'hanno livellata verso il basso. Questo in definitiva rinforzerà la prospettiva rivoluzionaria.

Le leggi del marxismo sono ancora valide

Il modo per comprendere la causa fondamentale della presente crisi è di capire il ruolo dello sviluppo della tecnologia sotto il capitalismo e i suoi effetti sulla classe lavoratrice.

Lo scomparso Sam Marcy, presidente e fondatore del Workers World Party, in un libro molto importante intitolato “High Tech, Low Pay: A Marxist Analysis of the Changing Character of the Working Class”, pubblicato nel 1986, ha analizzato le fasi iniziali della rivoluzione high-tech e i suoi effetti sulla classe lavoratrice negli Stati Uniti.

In una parte dedicata al suo impatto sui sindacati, ha tracciato le fasi dello sviluppo delle forze produttive sotto il capitalismo dalla fase manifatturiera di semplice cooperazione alla rivoluzione industriale e al macchinario su grande scala per la produzione di massa principalmente produzione su linea assemblata agli inizi del 20° secolo. Quindi ha descritto la fase high-tech: "Questo stadio [produzione di massa] ora ha ceduto il passo a un'altra fase dello sviluppo tecnologico. Il periodo della produzione di massa che è iniziato con Ford ed è continuato per un periodo di tempo dopo la II Guerra Mondiale è stato caratterizzato dall'espansione. Ma la fase attuale, la fase scientifico tecnologica, mentre continua alcune delle iniziali tendenze dello sviluppo, contrae la forza lavoro.

"Come tutti gli stadi precedenti dello sviluppo capitalistico, la fase attuale è basata sull'utilizzazione di lavoratori come forza lavorativa. Ma la sua tendenza totale è di diminuire la forza lavoro mentre tenta di incrementare la produzione. La rivoluzione tecnologica è perciò un salto i cui effetti devastanti richiedono una strategia rivoluzionaria per superarli".

Queste sono due tendenze irresistibili e contraddittorie radicate nel sistema del profitto capitalista che esistono fianco a fianco e derivano dalla stessa fonte: la sete per il valore di surplus, per il profitto. Una è la tendenza del capitale ad espandere la produzione al limite assoluto di capacità, data la tecnologia disponibile, allo scopo di massimizzare la quota di mercato e i profitti. L'altra è l'impulso del capitale a liberarsi dei lavoratori e a ridurre i salari, anche allo scopo di massimizzare i profitti. Queste due tendenze, che sono fondate nel sistema , devono finire inevitabilmente in una crisi di sovrapproduzione una crisi nella quale il volume sempre crescente di merci prodotte dai lavoratori non può essere acquistato da loro a un prezzo che renderà un profitto per il capitalista.

Il tasso di profitto in declino

Come la tecnologia diventa sempre più costosa, tende a portare giù il tasso di profitto dei capitalisti. I padroni spendono somme sempre più grandi di denaro per utilizzare macchine e attrezzatura più efficienti e più materie prime per ottenere sempre più produzione da pochi lavoratori. Di conseguenza, utilizzano meno forza lavoro relativa agli strumenti della produzione. Il tasso di profitto è calcolato sull'ammontare del valore di surplus estratto dai lavoratori relativo al totale investimento del capitalista in mezzi di produzione e materie prime (capitale costante) più i salari (capitale variabile).

Quando il tasso di profitto cade, ciascun capitalista cerca di introdurre nuova tecnologia per ottenere un vantaggio sui suoi rivali. Il primo a introdurre la nuova tecnologia ottiene un vantaggio sui suoi rivali che ancora utilizzano la tecnologia più vecchia, meno produttiva. Ma presto, la nuova tecnologia si sparge. Il vantaggio originale del primo gruppo di capitalisti è perduto. Il nuovo, più alto livello di produttività diventa la norma. L'intera industria o gruppo di industrie influenzate dalla nuova tecnologia è ora più produttiva, sfornando sempre più merci con sempre meno lavoratori. Quindi il ciclo nella corsa per nuova tecnologia comincia di nuovo.

Quando i lavoratori producono più merci in un dato tempo a causa della nuova tecnologia o soltanto del semplice aumento del ritmo di produzione, perdono meno tempo su ciascuna merce o su ciascuna operazione che arriva a creare una merce. Il tempo di lavoro dei lavoratori è esteso su sempre più merci. Il tempo totale di lavoro rimane lo stesso ma vi è meno lavoro incorporato in ciascuna particolare merce. Dal momento che vi è meno tempo di lavoro incorporato in ciascuna singola merce utilizzando la nuova, più costosa tecnologia, vi è meno valore di surplus in ciascuna, dal momento che il valore di surplus deriva soltanto dal lavoro umano.

Così il capitalista deve vendere più merci allo scopo di raccogliere lo stesso valore di surplus e fare un profitto. Diventa sempre più difficile per i padroni riottenere il loro denaro per coprire il costo dell'attrezzatura e mantenere un robusto profitto dal lavoro non pagato dei lavoratori. I capitalisti devono perciò espandere costantemente le vendite per ottenere una massa accresciuta di profitto per compensare il declino del tasso di profitto. Questo è l'unico modo per sostenere la loro redditività e per sopravvivere alla guerra all'ultimo sangue della competizione capitalista.

Questo spinge inevitabilmente la classe capitalista a creare le condizioni che portano alla sovrapproduzione e alla crisi.

Leggete il testo completo a workersworld.net.