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Secondo un'intervista pubblicata questa settimana sul
New York Times, il presidente
Barack Obama
è "frustrato" che gli americani non siano convinti delle dichiarazioni
della sua amministrazione su una "ripresa economica".
Secondo l'articolo del Times,
Obama si sente "ampiamente sottostimato" dalla popolazione
degli USA per tutto il lavoro che ha compiuto per essa.
Dubito che il presidente sia così ingenuo, ma nel caso che abbia
bisogno di un promemoria sulla fonte del malcontento sociale, potrebbe
voltarsi verso qualsiasi numero di recenti rapporti che documentano i
livelli estremi di disuguaglianza, povertà e generale sofferenza
economica e sociale che affliggono la vasta maggioranza della
popolazione americana.
Potrebbe cominciare dirigendo la sua attenzione ad un recente
rapporto della
Brookings Institution che espone dettagliatamente la crescita del numero di persone che vive in
quartieri estremamente poveri. Tra l'anno 2000 ed il periodo che
abbraccia il 2010-2014, il numero di persone che vive in quartieri con
un tasso di povertà più alto del 40% è cresciuto di quasi il 110%, da
6,5 milioni a quasi 14 milioni.
Dei 45 milioni di americani che vivono in povertà,
approssimativamente il 14%, ovvero 6,3 milioni di persone, ora vivono in
dei quartieri sfigurati dall'estrema povertà. I maggiori
incrementi nella povertà concentrata tra le più grandi aree
metropolitane del paese arrivano dagli stati sudoccidentali della
California
e dell'Arizona e dagli stati della
Rust Belt
deindustrilizzata di
Indiana, Michigan, Ohio
e New York.
Le aree con povertà altamente concentrata si possono trovare per
tutto il paese. L'elenco della
Brookings elenca
ha in cima da
McAllen, Texas, dove più di metà della gente povera vive in
quartieri estremamente poveri, seguita da
Fresno, California; Toledo, Ohio; Syracuse, New York
e Detroit, Michigan.
Documentati in queste cifre sono i processi nei quali porzioni
abbondanti di città sono trasformati in concentrazioni di
disoccupazione, posti di lavoro sottopagati e pignoramenti di case. A
Detroit, questa tendenza è stata enormemente accelerata dal fallimento
della città, appoggiato dall'amministrazione Obama. Una piccola parte
del centro della città è stato praticamente trasformato in una
controllata posseduta interamente da una manciata di miliardari, mentre
le spese per pensioni, salari e pubblica istruzione sono state ridotte
drasticamente.
Comunque, i centri urbani non sono unici. Anche nelle aree
suburbane la povertà è aumentata significativamente nel corso degli
ultimi 15 anni, con più di 1 milione di persone al di fuori delle aree
urbane che ora vive in quartieri di povertà concentrata. I lavoratori di
ogni razza ed etnia sono stati colpiti, neri e bianchi, immigrati e
locali.
Tali fatti, che espongono il completo fallimento del sistema
capitalista nel paese più ricco del mondo, vengono ignorati o spinti
rapidamente sotto il tappeto dai media
mainstream. Mentre le
corporation fanno profitti record
ed accumulano i loro milioni in paradisi fiscali all'estero ed
all'interno, alla classe lavoratrice viene raccontato ripetutamente che
non ci sono affatto soldi per salari, indennità, scuole, strade e
programmi sociali.
Ci si deve meravigliare che tanti lavoratori americani non siano
contenti dell'attuale situazione?
La crescita drammatica della povertà e dei problemi sociali
associati nel corso degli ultimi 15 anni non è semplicemente il
risultato di processi economici astratti, come è solito sostenere Obama.
Piuttosto è il risultato di deliberate decisioni di politica bipartitica
attuate in egual misura dai repubblicani e dai democratici, dal porre
fine al welfare di
Bill Clinton, ai massicci tagli fiscali di
George W. Bush,
attraverso l'Obamacare ed avendo ristrutturato i salari dei lavoratori dell'auto
durante il 2009. Anche mentre milioni sono stati spinti nella
povertà, trilioni di dollari sono stati sprecati in guerre di
aggressione e saccheggio in Medio Oriente ed in Asia Centrale.
Queste politiche hanno spinto la disuguaglianza sociale ai più alti
livelli nella storia. La ricchezza totale dei 20 miliardari in cima
negli USA è uguale a quella dei 150 milioni al fondo. L'aumento della
disuguaglianza sociale è espressa dal crescente divario nell'aspettativa
di vita tra i ricchi ed i poveri, assieme ad un aumento sorprendente nel
numero dei morti per droga e dei suicidi.
La situazione economica è "dannatamente buona", ha proclamato il
mese scorso Obama. Un appropriato epitaffio alla sua presidenza. Tali
osservazioni espongono il grande abisso esistente tra un
establishment politico che serve gli interessi dell'aristocrazia finanziaria,
personificato da Obama, e la classe lavoratrice degli USA e di tutto il
mondo.
Jerry White
ed io siamo i soli candidati che in queste elezioni rappresentano gli
interessi della classe lavoratrice. I democratici si preparano a
nominare
Hillary Clinton, con il "socialista"
Bernie Sanders che garantisce il suo sostegno. La Clinton, una provata ed affidabile
rappresentante di
Wall Street, gestirà una campagna estremamente di destra. Entrambe i candidati si sono
drappeggiati nell'eredità dell'amministrazione Obama. Il candidato
repubblicano, che sia Trump oppure uno dei suoi avversari ugualmente di
destra, è allo stesso modo impegnato a far pagare alla classe
lavoratrice la bancarotta del capitalismo ed la classe dominante folle
per il denaro che vi presiede.
Per abolire la povertà e porre fine alla disuguaglianza sociale, il
Socialist Equality Party domanda la nazionalizzazione delle
banche e la trasformazione di tutte le grandi
corporation che valgono più di $10 miliardi in imprese pubbliche sotto il controllo
democratico della classe lavoratrice. Richiediamo anche un programma di
lavori pubblici nulti-miliardario per procurare a tutti un posto di
lavoro pagato decentemente e la ricostruzione delle decrepite
infrastrutture del paese.
Un simile programma può realizzarsi soltanto attraverso il completo
rovesciamento del capitalismo globale e l'istituzione di un sistema
socialista internazionale nel quale la classe lavoratrice controlli
democraticamente l'economia. Mi rivolgo a tutti coloro che ne hanno
avuto abbastanza dello status quo capitalista di unirsi alla nostra
campagna elettorale e di intraprendere oggi questa lotta.
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