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La realtà della povertà in America

Una replica alla "frustrazione" di Obama per il malcontento sociale

di Niles Niemuth
30
aprile 2016

 

Secondo un'intervista pubblicata questa settimana sul New York Times, il presidente Barack Obama è "frustrato" che gli americani non siano convinti delle dichiarazioni della sua amministrazione su una "ripresa economica". Secondo l'articolo del Times, Obama si sente "ampiamente sottostimato" dalla popolazione degli USA per tutto il lavoro che ha compiuto per essa.

Dubito che il presidente sia così ingenuo, ma nel caso che abbia bisogno di un promemoria sulla fonte del malcontento sociale, potrebbe voltarsi verso qualsiasi numero di recenti rapporti che documentano i livelli estremi di disuguaglianza, povertà e generale sofferenza economica e sociale che affliggono la vasta maggioranza della popolazione americana.

Potrebbe cominciare dirigendo la sua attenzione ad un recente rapporto della Brookings Institution che espone dettagliatamente la crescita del numero di persone che vive in quartieri estremamente poveri. Tra l'anno 2000 ed il periodo che abbraccia il 2010-2014, il numero di persone che vive in quartieri con un tasso di povertà più alto del 40% è cresciuto di quasi il 110%, da 6,5 milioni a quasi 14 milioni.

Dei 45 milioni di americani che vivono in povertà, approssimativamente il 14%, ovvero 6,3 milioni di persone, ora vivono in dei  quartieri sfigurati dall'estrema povertà. I maggiori incrementi nella povertà concentrata tra le più grandi aree metropolitane del paese arrivano dagli stati sudoccidentali della California e dell'Arizona e dagli stati della Rust Belt deindustrilizzata di Indiana, Michigan, Ohio e New York.

Le aree con povertà altamente concentrata si possono trovare per tutto il paese. L'elenco della Brookings elenca ha in cima da McAllen, Texas, dove più di metà della gente povera vive in quartieri estremamente poveri, seguita da Fresno, California; Toledo, Ohio; Syracuse, New York e Detroit, Michigan.

Documentati in queste cifre sono i processi nei quali porzioni abbondanti di città sono trasformati in concentrazioni di disoccupazione, posti di lavoro sottopagati e pignoramenti di case. A Detroit, questa tendenza è stata enormemente accelerata dal fallimento della città, appoggiato dall'amministrazione Obama. Una piccola parte del centro della città è stato praticamente trasformato in una controllata posseduta interamente da una manciata di miliardari, mentre le spese per pensioni, salari e pubblica istruzione sono state ridotte drasticamente.

Comunque, i centri urbani non sono unici. Anche nelle aree suburbane la povertà è aumentata significativamente nel corso degli ultimi 15 anni, con più di 1 milione di persone al di fuori delle aree urbane che ora vive in quartieri di povertà concentrata. I lavoratori di ogni razza ed etnia sono stati colpiti, neri e bianchi, immigrati e locali.

Tali fatti, che espongono il completo fallimento del sistema capitalista nel paese più ricco del mondo, vengono ignorati o spinti rapidamente sotto il tappeto dai media mainstream. Mentre le corporation fanno profitti record ed accumulano i loro milioni in paradisi fiscali all'estero ed all'interno, alla classe lavoratrice viene raccontato ripetutamente che non ci sono affatto soldi per salari, indennità, scuole, strade e programmi sociali.

Ci si deve meravigliare che tanti lavoratori americani non siano contenti dell'attuale situazione?

La crescita drammatica della povertà e dei problemi sociali associati nel corso degli ultimi 15 anni non è semplicemente il risultato di processi economici astratti, come è solito sostenere Obama. Piuttosto è il risultato di deliberate decisioni di politica bipartitica attuate in egual misura dai repubblicani e dai democratici, dal porre fine al welfare di Bill Clinton, ai massicci tagli fiscali di George W. Bush, attraverso l'Obamacare ed avendo ristrutturato i salari dei lavoratori dell'auto durante il 2009. Anche mentre milioni sono stati spinti nella povertà, trilioni di dollari sono stati sprecati in guerre di aggressione e saccheggio in Medio Oriente ed in Asia Centrale.

Queste politiche hanno spinto la disuguaglianza sociale ai più alti livelli nella storia. La ricchezza totale dei 20 miliardari in cima negli USA è uguale a quella dei 150 milioni al fondo. L'aumento della disuguaglianza sociale è espressa dal crescente divario nell'aspettativa di vita tra i ricchi ed i poveri, assieme ad un aumento sorprendente nel numero dei morti per droga e dei suicidi.

La situazione economica è "dannatamente buona", ha proclamato il mese scorso Obama. Un appropriato epitaffio alla sua presidenza. Tali osservazioni espongono il grande abisso esistente tra un establishment politico che serve gli interessi dell'aristocrazia finanziaria, personificato da Obama, e la classe lavoratrice degli USA e di tutto il mondo.

Jerry White ed io siamo i soli candidati che in queste elezioni rappresentano gli interessi della classe lavoratrice. I democratici si preparano a nominare Hillary Clinton, con il "socialista" Bernie Sanders che garantisce il suo sostegno. La Clinton, una provata ed affidabile rappresentante di Wall Street, gestirà una campagna estremamente di destra. Entrambe i candidati si sono drappeggiati nell'eredità dell'amministrazione Obama. Il candidato repubblicano, che sia Trump oppure uno dei suoi avversari ugualmente di destra, è allo stesso modo impegnato a far pagare alla classe lavoratrice la bancarotta del capitalismo ed la classe dominante folle per il denaro che vi presiede.

Per abolire la povertà e porre fine alla disuguaglianza sociale, il Socialist Equality Party domanda la nazionalizzazione delle banche e la trasformazione di tutte le grandi corporation che valgono più di $10 miliardi in imprese pubbliche sotto il controllo democratico della classe lavoratrice. Richiediamo anche un programma di lavori pubblici nulti-miliardario per procurare a tutti un posto di lavoro pagato decentemente e la ricostruzione delle decrepite infrastrutture del paese.

Un simile programma può realizzarsi soltanto attraverso il completo rovesciamento del capitalismo globale e l'istituzione di un sistema socialista internazionale nel quale la classe lavoratrice controlli democraticamente l'economia. Mi rivolgo a tutti coloro che ne hanno avuto abbastanza dello status quo capitalista di unirsi alla nostra campagna elettorale e di intraprendere oggi questa lotta.