La resistenza è il primo passo verso

l'indipendenza dell'Iraq

di Tariq Ali 

 

11/03/03: (The Guardian. UK)  Qualche settimana fa, alcuni interni del Pentagono vennero invitati ad una speciale proiezione privata di un vecchio film. Era il classico anticolonialista di Gillo Pontecorvo "La Battaglia di Algeri", inizialmente bandito in Francia. Si ritiene che lo scopo della proiezione fosse puramente educativo. I francesi vinsero quella battaglia, ma persero la guerra. Almeno il Pentagono comprende che la resistenza in Iraq segue un familiare schema anticoloniale. Nel film avrebbero visto azioni eseguite dai maquis algerini quasi mezzo secolo fa che avrebbero potuto essere state filmate a Fallujah o Baghdad la scorsa settimana. Allora, come oggi, la potenza occupante descriveva tutte quelle attività come "terroriste". Allora, come oggi, prigionieri venivano presi e torturati, le case che davano rifugio a loro od ai loro familiari venivano distrutte e la repressione si moltiplicava. Alla fine i francesi dovettero ritirarsi.

Mentre le perdite "postbelliche" americane ora superano quelle sostenute durante l'invasione (che agli iracheni è costata almeno 15.000 morti), è iniziato negli USA una specie di dibattito. Pochi possono negare che l'Iraq sotto l'occupazione USA sia in una condizione molto peggiore di quando era sotto Saddam Hussein. Non c'è ricostruzione. C'è disoccupazione di massa. La vita quotidiana è una sofferenza e gli occupanti ed i loro fantocci non possono fornire nemmeno le amenità di base dell'esistenza. Gli USA non si fidano degli iracheni nemmeno per la pulizia delle loro caserme, e così vengono utilizzati immigrati dell'Asia meridionale e filippini. Questo è colonialismo nell'epoca del capitalismo neoliberale, e dunque viene data la precedenza alle società USA e "amiche". Persino sotto le migliori circostanze un Iraq occupato diverrebbe un'oligarchia del capitalismo degli amici, il nuovo cosmopolitismo della Bechtel e della Halliburton. 

E' la combinazione di tutto questo che alimenta la resistenza ed incoraggia molti giovani a combattere. Pochi sono pronti a tradire coloro che combattono. Ciò è particolarmente importante, perché senza il tacito sostegno della popolazione una resistenza prolungata è virtualmente impossibile.

I maquis iracheni hanno indebolito la posizione di George Bush negli USA ed hanno permesso ai politici democratici di criticare la Casa Bianca, con Howard Dean che osa suggerire un totale ritiro USA entro due anni. Persino i bempensanti che si sono opposti alla guerra ma sostengono l'occupazione e biasimano la resistenza sanno che senza di essa sarebbero stati a fronteggiare un coro trionfalistico dei guerrafondai. Molto più importante, il disastro in Iraq ha indefinitamente ritardato ulteriori avventure in Iran e Siria.

Uno degli spettacoli più comici degli ultimi mesi è stato Paul Wolfowitz durante una delle sue molte visite informare ad una conferenza stampa a Baghdad che il "problema principale era che in Iraq vi erano troppi stranieri". La maggior parte degli iracheni vede gli eserciti di occupazione come i veri "terroristi stranieri". Perché? Perché, una volta che si occupa un paese, ci si deve comportare in stile coloniale. Questo accade persino dove non vi è nessuna resistenza, come nei protettorati della Bosnia e del Kosovo. Dove c'è resistenza, come in Iraq, l'unico modello disponibile è una mistura di Gaza e Guantanamo. 

Né è giusto ciò che fanno i commentatori occidentali i cui paesi occupano l'Iraq dettare le condizioni per coloro che li oppongono. E' un'occupazione ignobile, e questo determina la risposta. Secondo fonti dell'opposizione irachena, vi sono più di 40 differenti organizzazioni della resistenza. Sono composte da ba'athisti, da dissidenti comunisti disgustati del tradimento del partito comunista iracheno che sostiene l'occupazione, da nazionalisti, da gruppi di soldati ed ufficiali iracheni sbandati dopo l'occupazione e da gruppi religiosi sunniti e sciiti.

I grandi poeti dell'Iraq, Saadi Youssef e Mudhaffar al-Nawab, una volta brutalmente perseguitati da Saddam, ma ancora in esilio, sono le coscienze della loro nazione. Le loro furiose poesie che denunciano l'occupazione e coprono di disprezzo gli scagnozzi, o quisling, aiutano a sostenere lo spirito di resistenza e di ripresa.

Youssef scrive: Sputerò in faccia ai tirapiedi/Sputerò sulle loro liste/dichiarerò che siamo il popolo dell'Iraq/Siamo gli alberi ancestrali di questa terra.

E Nawwab: E non fidatevi mai di un combattente per la libertà/Che si presenta senza nessun'arma/Credimi, arderò in quel crematorio/La verità è, siete grandi solamente quanto i vostri cannoni/Mentre quelli che hanno coltelli e forchette/Hanno occhi semplicemente per i loro stomachi.

In altre parole, la resistenza e in modo predominante irachena, sebbene non sarei sorpreso se altri arabi attraversassero le frontiere per collaborare. Se a Baghdad e Najaf vi sono polacchi ed ucraini, perché gli arabi non dovrebbero aiutarsi gli uni con gli altri? Il fattore chiave della resistenza è che è decentralizzata, il classico primo stadio della guerra di guerriglia contro un esercito occupante. L'abbattimento di ieri di un elicottero Chinook USA segue lo stesso schema. Resta da vedere se questi gruppi si muoveranno al secondo stadio e costituiranno un Fronte Nazionale di Liberazione iracheno.

Dimenticatevi che l'ONU che si comporti come un "onesto mediatore", specialmente in Iraq, dove esso è parte del problema. Tralasciando i suoi precedenti (come amministratore delle sanzioni assassine e spalleggiatore delle sortite settimanali dei bombardamenti anglo-americani per 12 anni), il 16 ottobre il Consiglio di Sicurezza ha nuovamente disonorato se stesso dando il benvenuto "alla positiva risposta della comunità internazionale... alla vasta rappresentanza che governa il consiglio... [e] sostiene gli sforzi del consiglio di governo per mobilitare il popolo iracheno...". Nel frattempo, ad un radioso truffatore, Ahmed Chalabi, è stato dato il seggio dell'Iraq all'ONU. Non si può fare a meno di ricordare come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna insistettero perché Pol Pot, dopo essere stato rovesciato dai vietnamiti, mantenesse per oltre un decennio il suo seggio. L'unica norma riconosciuta dal Consiglio di Sicurezza è la forza bruta, ed oggi vi è solamente una potenza con la capacità di impiegarla. E' per questo che, per molti nell'emisfero sud ed altrove, l'ONU sono gli USA.

L'oriente arabo oggi è luogo di una doppia occupazione: l'occupazione USA-israeliana della Palestina e dell'Iraq. Se inizialmente i palestinesi furono demoralizzati dalla caduta di Baghdad, l'emergere di un movimento di resistenza li ha incoraggiati. Dopo che Baghdad cadde, il leader bellico israeliano, Ariel Sharon, disse ai palestinesi di "usare il buonsenso ora che il vostro protettore è sparito". Come se la lotta dei palestinesi dipendesse da Saddam o da chiunque altro. Questa vecchia concezione coloniale che gli arabi siano perduti senza una guida viene contestata sia a Gaza che a Baghdad. E se Saddam dovesse morire domani la resistenza accrescerebbe invece che svanire.

Presto o tardi, tutte le truppe straniere dovranno lasciare l'Iraq. Se non lo fanno volontariamente, saranno mandate via. La loro continua presenza è uno stimolo alla violenza. Quando il popolo dell'Iraq riguadagnerà il controllo del proprio destino esso deciderà le strutture interne e le politiche estere del suo paese. Si può sperare che ciò combinerà democrazia e giustizia sociale, una formula che ha fatto accendere l'America Latina ma che ha fatto risentire enormemente l'Impero. Nel frattempo, gli iracheni hanno una cosa della quale possono andare fieri e della quale i cittadini britannici e degli USA dovrebbero essere invidiosi: un opposizione.

Il nuovo libro di Tariq Ali, 'Bush in Babylon: The Re-Colonisation of Iraq', è pubblicato questa settimana da Verso

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