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Quante volte abbiamo sentito professori universitari,
economisti, politici e giornalisti dichiarare che Marx aveva torto e
che sebbene avesse avuto qualche intuito nel funzionamento del
capitalismo non era riuscito a capire il dinamismo del sistema
capitalista e la sua capacità di riprendersi dalle crisi e di andare
avanti? Tuttavia, nei pochi anni passati, mentre il sistema affonda
nella sua più grave crisi nella storia, di tanto in tanto sentiamo
dei commentatori che rilevano che Marx aveva ragione. L'ultimo è un
articolo pubblicato ieri da
Time magazine,
intitolato "Marx’s Revenge: How Class Struggle Is Shaping the World".
Le frasi
introduttive ai primi tre paragrafi sono: "Si credeva che
Karl
Marx
fosse morto e sepolto... O così pensavamo...Un crescente dossier di
prove suggerisce che possa avere avuto ragione".
Il primo paragrafo indica perché si credeva che Marx fosse
morto e sepolto: il crollo dell'Unione Sovietica, l'indebolimento
della lotta di classe, l'espansione del commercio mondiale, il boom
asiatico e così via.
Comunque, il secondo paragrafo evidenzia la crisi prolungata
che ha afflitto il sistema, provocando livelli crescenti di povertà,
di disoccupazione e salari calanti e cita Marx quando scrisse
pressappoco che "L'accumulazione di ricchezza da una parte è allo
stesso tempo accumulazione di miseria, tormento di fatica,
schiavitù, ignoranza, brutalità, degradazione mentale dalla parte
opposta".
L'autore nota che "Tra il 1983 ed il 2010, negli USA il 74% dei
guadagni nella ricchezza sono andati al 5% più ricco, mentre il 60%
in basso ha sofferto un declino..."
Riconosciuto che fin qui tutto sembra indicare che Marx aveva
ragione, l'autore quindi rimette il tipico "Questo non è per dire
che Marx sia del tutto corretto. La sua 'dittatura del proletariato'
non ha affatto funzionato come progettato'". Questo è chiaramente un
riferimento al crollo dell'Unione Sovietica. Con questo si spera che
il pubblico sarà avvisato dal prendere troppo seriamente Marx.
Questo è il solito spauracchio che viene tirato, lo scopo è di
far credere alla gente che sebbene Marx possa aver sviluppato
un'analisi interessante delle contraddizioni del capitalismo, in
realtà non aveva un'alternativa realizzabile e perciò dobbiamo
semplicemente vivere con quello che abbiamo: capitalismo!
Il fatto che ciò che esisteva in Unione Sovietica non fosse
comunismo è qualcosa che questi giornalisti preferiscono ignorare.
Marx non ha mai concepito il socialismo come un sistema che potesse
esistere entro i confini di un solo paese, e tanto meno di uno
retrogrado e sottosviluppato come era la Russia nel 1917. Neanche
Lenin, che fondò il partito bolscevico che guidò la Rivoluzione
Russa, non ebbe mai un'idea simile. E' per questo che spese tante
energie nel formare l'Internazionale Comunista e che aveva così
grandi speranze nella rivoluzione tedesca.
Fu Stalin che sviluppò l'idea di "Socialismo in un solo paese",
rompendo con le idee fondamentali del marxismo su questa questione.
Trotsky
spiegò in molti scritti ciò che avvenne in Unione Sovietica e
specialmente nel suo classico,
La rivoluzione tradita,
nel quale chiarisce le ragioni oggettive del perché la
rivoluzione russa – che cominciò come onesta rivoluzione dei lavoratori – alla fine degenerò nel mostruoso regime stalinista.
Nei libri di storia scolastici e nei media, nulla di questo
viene spiegato. E' meglio che l'Unione Sovietica sotto Stalin venga
presentata come essere quello a cui portano inevitabilmente
le idee di Marx, in modo che le generazioni successive non siano
tentate di approfondire gli scritti di Marx. Sfortunatamente per la
classe capitalista e per tutti i suoi tirapiedi, è la grave crisi di
oggi che sta spingendo sempre più lavoratori e giovani a cercare
un'alternativa.
Nonostante quello che dicono, le idee di Marx continuano a
ritornare e più così oggi che in qualsiasi altro periodo da decenni.
Questo è perché la lotta di classe è tornata in programma su scala
globale. L'articolo della rivista
Time
mette in evidenza questo: "la conseguenza di questa disuguaglianza
che si amplia è proprio quello che Marx aveva predetto: la
lotta di classe è tornata. I lavoratori del mondo stanno diventando
più arrabbiati e domandando la loro giusta porzione dell'economia
globale. Dall'aula del Congresso USA alle strade di Atene alle linee
di montaggio della Cina meridionale, gli eventi politici ed
economici vengono plasmati da tensioni che si intensificano tra
capitale e lavoro ad un grado non visto dalle rivoluzioni comuniste
del 20° secolo".
L'articolo produce alcuni punti interessanti su come viene
espresso negli USA il conflitto di classe persino nella retorica tra
Obama ed i repubblicani su come i costi per risolvere la crisi
devono essere suddivisi tra le diverse classi della società. Ogni
volta che Obama solleva l'idea di tasse maggiori sui settori più
ricchi della società USA i repubblicani lo accusano di guerra di
classe, mente loro attuano la loro guerra di classe contro i
lavoratori ed i poveri!
Tuttavia, la lotta di classe non è confinata soltanto
all'America ed all'Europa tormentate dalla crisi. L'autore rileva
che dove la crescita è stata significativa in anni recenti, come in
Cina, vi è lotta di classe crescente: "Anche se nelle città della
Cina il reddito da salari cresce sostanzialmente, il divario
ricchi-poveri è estremamente ampio. Un altro studio della Pew ha
rivelato che quasi la metà dei cinesi intervistati considera la
divisione ricchi-poveri un problema molto grosso, mentre 8 su 10
concordano con l'asserzione che 'in Cina i ricchi diventano
semplicemente più ricchi mentre i poveri diventano più poveri'".
Per tutti i marxisti questo non è sorprendente. Noi
comprendiamo che lo sviluppo dell'economia sotto il capitalismo
significa il rafforzamento della classe lavoratrice in termini del
suo peso nella società ed a causa della distribuzione diseguale
della ricchezza prodotta questo significa inevitabilmente tensioni
tra le classi, anche quando vi è una rapida espansione. Abbiamo
visto questo nel passato in Europa con le esplosive lotte di classe
in Francia nel 1968 ed in Italia nel 1969, all'apice del boom
post-bellico!
L'autore cita l'operaio cinese
Peng
Min:
"La
gente da fuori vede la nostra vita come molto abbondante, ma la vita
reale nella fabbrica è molto diversa... Il modo in cui i ricchi
ottengono denaro è attraverso lo sfruttamento degli operai... Il
comunismo è ciò che desideriamo ardentemente... I lavoratori si
organizzeranno di più...Tutti i lavoratori dovrebbero essere uniti".
Dal suo esame generale di crescenti tensioni tra le classi a
livello mondiale, dagli USA alla Cina, dalla Spagna alla Grecia e
oltre, l'autore conclude con il seguente: "Vi sono segni che i
lavoratori del mondo sono sempre più insofferenti delle loro
deboli prospettive. Decine di migliaia sono scesi nelle strade di
città come Madrid e Atene, protestando contro la disoccupazione
stratosferica e le misure di austerità che stanno rendendo le cose
ancora peggiori".
Quindi, come se per sperare di offrire qualche consolazione ad
ogni capitalista che può stare leggendo, dichiara che "Comunque,
finora, la rivoluzione di Marx deve ancora materializzarsi". Su
questo possiamo concordare. Non vi è ancora stata una rivoluzione
socialista. Ma quello che l'autore ovviamente spera è che non si
materializzerà mai. Questo è qualcosa su cui non possiamo
essere d'accordo.
Quello che cerca di presentare è un quadro di lavoratori che
non vogliono rovesciare il sistema, ma semplicemente riformarlo. In
questo chiede l'aiuto di un cosiddetto "esperto di marxismo",
Jacques Rancière,
dell'Università di Parigi.
Rancière è
l'esempio di quel genere di professore universitario che si ritrae
come progressista, ma in realtà passa il proprio tempo a negare
l'essenza del marxismo. Ciò è chiaro quando spiega che "Non stiamo
vedendo delle classi che protestano che domandano il rovesciamento o
la distruzione del sistema socioeconomico in essere. Ciò che oggi il
conflitto di classe produce sono appelli di mettere in ordine i
sistemi in modo che diventino più attuabili e sostenibili nel lungo
andare ridistribuendo la ricchezza creata".
L'analisi del professor
Rancière
– che
i lavoratori non richiedano una rivoluzione socialista
– può
essere di conforto a coloro che desiderano preservare il sistema
capitalista. Egli afferma che "dovunque le prospettive che i
sindacati o dei partiti e dei governi socialisti
riconfigurino significativamente
–
ancora meno rovescino
–
gli attuali sistemi economici sono piuttosto vaghe".
Egli basa tutto ciò sullo stato attuale del movimento sindacale
dovunque, in particolare dei suoi leader. Se il futuro del
movimento della classe lavoratrice internazionale dipendesse da
questi leader allora il professore avrebbe ragione. Il punto che
dobbiamo comprendere è che i leader non restano leader a vita. La
crisi del sistema sta mettendo alla prova tutte le idee. L'idea che
il sistema possa essere riformato viene messa in discussione
dall'impasse nel quale si trova. Non vi è nessuno spazio per delle
riforme come in passato. Al contrario, tutte le riforme che sono
state conquistate in decenni di lotta di classe stanno venendo
distrutte. Dovunque i lavoratori affrontano la prospettiva di venire
rigettati nelle condizioni sofferte dai loro nonni.
Quello che il professore francese citato sopra non capisce è
che i lavoratori non cominciano con l'idea che la rivoluzione sia
l'unica strada. Cominciano con l'idea di opporsi agli attacchi ai
salari, alle condizioni ed allo stato sociale. Sperano che possa
essere trovata una soluzione all'interno del sistema stesso. Sognano
di ritornare al periodo della prosperità quando le riforme erano
possibili, quando la vita sembrava tollerabile. Ma il punto che deve
essere sottolineato è che ognuna di queste speranze sarà infranta
dall'esperienza.
In tutta Europa e oltre vi è una generale instabilità politica
– in America, nel
mondo arabo,
in Africa
ed in
Asia –
che viene espressa nella volatilità elettorale. Partiti che una
volta erano potenti, come il PASOK in Grecia, sono stati schiacciati
dalla pressione della situazione. I lavoratori votano contro
chiunque sia stato al governo attuando misure di austerità. Ciò
significa che i lavoratori sanno quello che non vogliono. Il
problema è che non hanno ancora scoperto il programma e le politiche
che possono combattere l'austerità.
I marxisti dicono sempre la verità, anche quando è difficile da
ingoiare: non vi è nessuna soluzione ai problemi che minacciano i
lavoratori ed i giovani del mondo entro i confini del sistema
capitalista. Fino a che il potere è nelle mani della classe
capitalista, lo utilizzerà per continuare a mantenere la sua
ricchezza ed i suoi privilegi a spese della classe lavoratrice. Il
sistema non può essere riformato; deve essere eliminato.
Come rileva l'autore dell'articolo sulla rivista Time, "Se i
politici non scoprono nuovi metodi di assicurare giuste opportunità
economiche, i lavoratori del mondo possono soltanto unirsi. Marx può
ancora avere la sua rivincita".
Noi crediamo che Marx avesse ragione non soltanto nella sua
analisi economica, ma anche nelle sue conclusioni politiche. La
crisi del sistema porta inevitabilmente i lavoratori del mondo a
trarre delle conclusioni rivoluzionarie. Ciò che è richiesto è un
cambiamento radicale delle organizzazioni di massa della classe
lavoratrice, dei loro partiti e sindacati. I leader attuali sperano
che questa crisi andrà via e che prima o poi possano ritornare al
confortevole rapporto che in passato avevano stabilito con i
padroni. Questa è una fantasticheria.
Quello che abbiamo di fronte sono anni di austerità, con un
declino drammatico nei livelli di vita dappertutto. Una volta che
diventi chiaro che questa crisi non andrà via dopo un breve periodo
di austerità, una volta che diventi chiaro che questo sistema non
offre nessun futuro, allora l'unica strada sarà verso un
rovesciamento rivoluzionario dell'intero sistema. Questo è dove sta
portando la situazione attuale.
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