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ANCORA UNA volta,
Karl Marx
e la sua critica del sistema capitalista perseguita le
considerazioni persino dei più monotoni mass media--con
redattori di quotidiani e commentatori economici che si chiedono, ed ai
quali viene chiesta, la domanda: Dopo tutto
aveva ragione
Karl Marx?
Come in occasioni precedenti quando la domanda è affiorata nei
media, la risposta dei difensori del sistema ed anche dei suoi critici
più moderati è: Un poco, forse, ma non proprio. Marx è accreditato
malvolentieri di essersi accorto alcuni difetti nel funzionamento del
libero mercato--prima
di venire infine respinto come un fallimento perché ha "predetto"
che il capitalismo crollerebbe "inevitabilmente" e, guardate, va ancora,
così deve
avere avuto per la maggior parte torto.
E tuttavia la fastidiosa domanda continua a ripresentarsi.
Le cause dell'attuale re-ritorno di
Karl Marx
sono sia generali che specifiche.
La causa generale: Semplicemente guardate attorno. Il reddito
familiare annuo medio negli USA (aggiustato con l'inflazione) ha
cominciato a rimbalzare, ma è ancora
più del 6% al di sotto di dove stava prima che iniziasse la Grande
Recessione alla fine del 2007. Il tasso di disoccupazione sta
calando, ma l'economia degli USA è
lontana milioni di posti di lavoro dal compensare le perdite della
recessione,
per non parlare dei posti di lavoro necessari per stare
al passo con la crescita della popolazione in età lavorativa.
Ma per quelli in cima, le cose vanno piuttosto bene. Da quando la
recessione ha toccato il punto più basso nel 2008,
l'1% più ricco delle famiglie USA
ha accaparrato il 95% della crescita economica complessiva
dell'economia degli USA. Tornate a 30 anni fa e
risulta che il proverbiale 1% ha raddoppiato la propria quota del
reddito nazionale--mentre i salari reali sono ristagnati o sono calati
per quelli della metà in basso della scala del reddito.
Indubbiamente sembra molto che, come si è espresso Marx, "il capitale
cresce in un posto in una massa enorme in una singola mano, perché in un
altro posto è stato perduto da molti".
As for the specific cause of the current interest in
Marx, it's an unlikely best-selling book called
Capital in the
21st Century by French
economist Thomas Piketty.
Per quanto riguarda la causa specifica dell'interesse attuale per
Marx, è un improbabile libro bestseller chiamato
Il capitale nel 21° secolo
dell'economista
francese Thomas Piketty.
Le sue 600 pagine--più altre 165 di dati tecnici disponibili
online--analizzano due secoli di storia economica per raggiungere
l'inevitabile conclusione. Escludendo tutto per impedirlo, come guerre,
depressioni economiche o un sistematico programma politico di tassazione
più elevata, sotto il capitalismo la ricchezza tende inevitabilmente a
diventare più concentrata nelle mani di meno persone.
Piketty
è lontano dall'essere radicale, specialmente nelle sue
conclusioni politiche, ma ciò non ha trattenuto i conservatori dal
denunciare il suo libro come "il nuovo grido di battaglia dei
redistribuzionisti",
secondo
Stephen Moore della Heritage Foundation. "Se i politici USA sono stupidi a sufficienza da ascoltare il consiglio di
Piketty", conclude tristemente Moore, "la depressione è proprio dove è
diretta l'economia USA".
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PER GLI ideologi del libero mercato come Moore, vi sono due linee
d'attacco fondamentali quando si trovano di fronte alle prove innegabili
di
Piketty,
come rileva il commentatore del New York
Times Paul Krugman.
La prima è di discutere le statistiche--o, più esattamente,
distorcerle.
Un esempio ridicolo di questa tattica è apparso sul dibattito
online del
Times su "Marx
aveva ragione?", tra autori di economia. Qui
Michael Strain
dell'American Enterprise Institute ha rivelato che la disuguaglianza
non sta peggiorando, sta migliorando! "Nel 1970", ha
scritto Strain, "il 26,8% della popolazione mondiale viveva con meno di
$1 al giorno. Nel 2006, soltanto il 5,4%--un calo dell'80% di questa
misura estrema della povertà in meno di quattro decenni".
Presto! Problema risolto.
Solamente non tanto. Innanzitutto, Strain citava delle statistiche
di uno
studio estremamente ottimistico compiuto da --sorpresa, sorpresa--l'American Enterprise Institute.
La più seria Banca Mondiale ha posto
la percentuale di persone che vivono in estrema
povertà--sulla soglia di $1,25 al giorno--al 22% nel 2010.
Negli ultimi due decenni questa percentuale è calata--di
quasi la metà, sebbene non dell'80%--principalmente come risultato dello
sviluppo economico in Cina, il paese più popoloso del mondo. Ma se si
procede alla soglia successiva, nel 2010 più del 40% della popolazione
mondiale viveva con $2 al giorno. Sono 2,4 miliardi di persone--e
questo numero è appena diminuito in più di tre decenni, secondo la
Banca Mondiale.
Guardate la ricchezza accumulata nel mondo, piuttosto che al
reddito, ed il livello della disuguaglianza è difficile da comprendere.
Secondo un rapporto dell'Oxfam
pubblicato all'inizio di quest'anno,
le 85 persone più ricche del pianeta possiedono più ricchezza della metà più
povera della popolazione mondiale combinata.
Statistiche come queste non funzioneranno per i difensori del
capitalismo, non importa come siano confezionate. Così vi è l'argomento
numero due: La disuguaglianza può essere spiacevole, ma funziona--senza
i ricchi, i poveri starebbero peggio di prima.
"Piketty assume come un dato la dannosità della disuguaglianza",
protesta
Michael Tanner
del Cato Institute, "ignorando la più ampia questione di se le stesse condizioni
che portano ad una ricchezza crescente al vertice della piramide
migliorerebbero anche il benessere materiale di quelli alla base. In
altre parole, importa se alcune persone diventano super-ricche a
condizione che lungo la strada riduciamo la povertà"?
Ma anche qui il mondo reale ha prodotto abbondanza di prove che "la
ricchezza crescente al vertice" non ha migliorato "il benessere
materiale di quelli alla base". Per portare soltanto un esempio: Negli
USA,
i profitti delle grandi imprese contano per una
quota maggiore del reddito nazionale che in ogni periodo negli ultimi 60
anni,
mentre la compensazione per i dipendenti vanta una
quota inferiore che in ogni punto in quasi lo stesso periodo.
E' piuttosto chiaro che di più per uno è il risultato di meno per
un altro.
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CREDERE NEL capitalismo richiede un genere di fede religiosa,
esemplificata da Tanner, che i migliori, i più intelligenti ed i più
laboriosi siano ricompensati dal libero mercato.
Tra molti altri punti, il libro di Piketty fa a brandelli anche
questo mito. Il più ovvio esempio in senso contrario è di guardare alla
fonte della ricchezza per le persone più ricche del mondo. Piketty stima
che la metà o più di queste fortune sono il prodotto di eredità--persone
i cui milioni e miliardi erano assicurati dal momento in cui sono nate.
Come
Jim Walton, che è stato abbastanza fortunato da essere il figlio
di
Sam Walton,
fondatore di Walmart.
Jim Walton nella sua vita non ha mai dovuto
fare un giorno di lavoro,
tuttavia proprio ora vale più denaro di quanto 1 milione di persone
che guadagnano il salario minimo federale--e che fanno un lavoro
veramente duro--guadagneranno in un anno.
Infatti, coloro che sotto il capitalismo possiedono più ricchezza
sono tipicamente i meno meritevoli, basato su qualcosa che hanno
compiuto nella loro vita. Questo è ovviamente vero per eredi
multimiliardari come Walton--ed esattamente ovvio per i parassiti di
Wall Street
che accumulano vaste somme di denaro non facendo
nulla di produttivo o di positivo per la società, ma proprio
il contrario.
Considerate
Stephen Schwarzman,
capo del Blackstone Group,
una società d'investimenti di Wall Street e numero 54 della lista dei 400 americani più ricchi di Forbes. Il Blackstone
è una delle maggiori società d'investimenti al mondo--che significa che è
specializzata in mega-transazioni per acquisire il controllo di società;
ristrutturare le loro operazioni, solitamente riducendo drasticamente i
posti di lavoro e chiudendo impianti e quindi rivendere quello che è
rimasto, nel complesso o in parti.
Il modello d'affari di
Blackstone--che rende alla società straordinarie,
oscene somme di denaro--non è di investire in nuove produzioni o di
creare posti di lavoro o di sviluppare prodotti innovativi. Al
contrario,
Schwarzman and Co.
sono
parassiti itineranti, che rilevano imprese esistenti, succhiandone
fuori il denaro e sbarazzandosi di loro il più rapidamente
possibile--noncuranti di quanto disastro economico si lasciano dietro.
E' impossibile vedere come la fortuna multimiliardaria di
Schwarzman abbia qualcosa a che fare con il miglioramento del "benessere
materiale" do chiunque eccetto di lui stesso e dei
suoi complici parassiti. Dal punto di vista di chiunque che voglia
rendere il mondo un posto migliore, questo è denaro che è stato
rubato--ricchezza che dovrebbe appartenere al popolo che l'ha creata,
che è stato rapinato per il benessere dell'1%.
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SEBBENE NON sia nello stesso modo evidente, il furto organizzato è
un modo di vita per i magnati che possiedono imprese che producono
realmente qualcosa. Per esempio,
Bill Gates
della
Microsoft,
che quest'anno ha riacquistato il titolo di uomo più
ricco del mondo,
non è nato con il
suo primo miliardo di dollari messo via in un fondo fiduciario--ha
davvero avviato l''impresa che lo ha reso super-ricco.
Ma cosa ha fatto effettivamente per accumulare quella fortuna?
Infatti, la sua società ha ottenuto il controllo di un particolare tipo
di software per computer--sviluppato da altre persone, non da lui o da
altri capi di Microsoft--e lo ha introdotto sul mercato con successo
all'alba dell'era dei
personal computer. In altre parole,
Bill Gates è stato anche fortunato--soltanto in una maniera
diversa da
Jim Walton.
Bill Gates
e la classe di persone che governano in una società
capitalista sono ricche e potenti non a causa del loro lavoro, ma perché
possiedono.
Controllano ciò che
Karl Marx ha chiamato i "mezzi di produzione": le fabbriche, gli
uffici, la terra, i macchinari, i mezzi di trasporto.
Questi padroni non fanno nulla da soli. Assumono un numero molto
maggiore di persone che compiono il vero lavoro di produrre o fornire
diversi beni e servizi. Senza questo lavoro dei molti, la vasta ricchezza
dei pochi--incluse le enormi somme puntate avanti e indietro dagli
speculatori a
Wall Street--non esisterebbero.
Per questo lavoro, si presume che i lavoratori ricevano "un giusto
salario giornaliero per un onesto lavoro giornaliero". Ma non è affatto
giusto. Anche i lavoratori che sono pagati relativamente bene non
ricevono il valore pieno di ciò che producono. Quello che i datori di
lavoro pagano ai dipendenti non ha nulla a che fare con quanto quei
lavoratori contribuiscono alle entrate complessive--salari e indennità
(quando vi siano delle indennità) sono così alti soltanto
quanto devono esserlo per attirare una persona qualificata ad assumere
il posto di lavoro e mantenerlo, sotto la minaccia che potrebbe essere
rimpiazzata da qualcuno che lavorerà per meno.
Nel frattempo, i padroni arrivano a tenere ciò che è rimasto dopo
avere pagato salari ed altri costi di produzione. Apparentemente, vi il
loro giusto compenso per il "rischio" di fare un investimento. Ma non vi
è nessuna connessione intrinseca tra compenso e rischio--il quale spesso
non è proprio un rischio affatto; i capitalisti preferiscono scommettere
su cose sicure--neanche qualche limite necessario su quanto grande può
essere questo compenso.
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NESSUN LIMITE eccetto che per una cosa--la lotta di classe.
I lavoratori possono organizzarsi collettivamente per richiedere la
loro parte--o qualcosa più vicino alla loro giusta parte. Talvolta,
questa lotta sorge sui salari e sulle condizioni di lavoro in
particolari imprese ed industrie; talvolta sorge su un livello sociale
più ampio, per esempio, sui finanziamenti statali, attraverso la
tassazione di programmi che beneficiano la classe lavoratrice.
Quindi, per
Karl Marx
e Frederick Engels, la forza motrice in ogni
società--il fattore principale su come quella società viene ordinata e
governata--è la lotta di classe tra oppressori ed oppressi.
Ed è a questo punto--se non ben prima--dove noi marxisti ci siamo
separati dai liberali che oggi difendono
Thomas Piketty.
Lo stesso giorno che
Paul Krugman scriveva la sua summenzionata colonna del
Times
che reclamava difesa contro i suoi critici di destra,
ha condiviso la pagina degli editoriali con il giornalista
Timothy Egan,
il cui
articolo
"How to Kill the Minimum Wage Movement"
avvertiva delle tremende implicazioni della lotta Fight for 15 a Seattle.
Naturalmente, Egan era d'accordo che "i lavoratori con salario più
basso attengono da lungo tempo un aumento". Ma questo deve essere fatto
"gradualmente nel corso di molti anni", ha rimproverato--non con
l'approvazione di un referendum per un salario minimo di $15 l'ora che
"costringerebbe ad un incremento salariale del 61%...per tutti l'anno
successivo eccetto per un gruppo ristretto di piccole imprese e di
noprofit".
Bene, lo abbiamo sentito prima, no? Non soltanto la perdita di
controllo allarmistica su un incremento salariale del 61% per "tutti" a
Seattle, plagiata dalla propaganda della Camera di Commercio. Ma
l'antico rimprovero sulla necessità di "aspettare"--che
Martin Luther King ci ha insegnato "ha quasi sempre significato 'Mai'".
Il libro di
Thomas Piketty
è prezioso nello smascherare il mito che il sistema di libero
mercato produce prosperità ed una vita migliore per tutti. E' una
giustificazione di ricerca meticolosa della critica del capitalismo
vecchia 150 anni di Marx.
Ma il resto del marxismo è esattamente tanto importante.
Karl Marx
e Frederick Engels
non erano soltanto dei teorici, ma degli agitatori--interessati non
soltanto ad interpretare il mondo, ma a cambiarlo. Il loro Manifesto
Comunista terminava con una chiamata all'azione per unire i
lavoratori del mondo--per, con le parole di un altro grande
rivoluzionario, il poeta
Percy Shelley:
Levatevi come leoni dopo il sonno
in numero indomabile,
Scrollate le vostre catene a terra come rugiada
Che nel sonno era caduta su di voi--
Voi siete molti, loro sono pochi
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