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Riforma o rivoluzione? Questo è stato il principale dibattito
ideologico nel movimento dei lavoratori nel secolo scorso. Oggi, la
crisi del capitalismo pone bruscamente la questione. Tuttavia, a
differenza del passato, la base materiale del riformismo è stata erosa.
L'armadio è vuoto. Austerità, intensificata lotta di classe e
sollevamento rivoluzionario sono all'ordine del giorno.
Le organizzazioni di massa
Dalle battaglie del 19° secolo furono create delle potenti
organizzazioni della classe lavoratrice
– forgiate dall'intenso fervore della lotta di classe.
Queste organizzazioni non furono fondate grazie semplicemente agli
sforzi ed all'attività morali o da individui illuminati, ma nacquero
dalla necessità
–
la necessità dell'azione collettiva di massa
–
come spiegano
Marx
ed
Engels nel Manifesto del Partito Comunista:
"Con lo sviluppo dell'industria, il proletariato non soltanto
aumenta di numero, ma diventa concentrato in masse maggiori, la sua
forza cresce e sente di più quella forza. I vari interessi e condizioni
di vita all'interno delle fila del proletariato sono sempre più
livellati, in proporzione come il macchinario distrugge tutte le
distinzioni del lavoro e quasi dovunque riduce i salari allo stesso
basso livello. La crescente competizione tra i borghesi e le risultanti
crisi commerciali rendono i salari dei lavoratori ancora più fluttuanti.
Il miglioramento crescente del macchinario, che si sviluppa ancora più
rapidamente, rende la loro vita sempre più precaria; le collisioni tra
singoli lavoratori e singoli borghesi assumono sempre più il carattere
di collisioni tra le due classi. A quel punto, i lavoratori iniziano a
formare combinazioni (sindacati) contro i borghesi; si associano allo
scopo di mantenere il tasso dei salari; fondano associazioni permanenti
allo scopo di prendere provvedimenti in anticipo per queste rivolte
occasionali. Qua e là, la lotta prorompe in tumulti".
Attraverso l'organizzazione e la lotta, la forza crescente della
classe lavoratrice nella società era riflessa in un miglioramento reale
delle condizioni di vita della gente comune ed il lavoro è stato in
grado di beneficiare della crescente ricchezza della società. Secondo
delle
cifre
presentate dall'Economist,
sebbene il
capitalismo britannico stesse prosperando, "dal 1770 al 1830, la
crescita dei salari britannici, aggiustati all'inflazione, è stata
impercettibile", a causa della relativa debolezza del nascente
proletariato. Dagli anni 1830 alla fine del 1900, i salari sono andati
realmente di pari passo con la crescita della produttività, poiché la
classe lavoratrice è cresciuta di forza, sia quantitativamente che
qualitativamente ed è stata in grado di lottare per la propria parte
della torta economica. Tra il 1860 ed il 1900, la crescita dei salari
reali superò persino gli incrementi di produttività.
Ma, tuttavia, come continua il
Manifesto del Partito Comunista, "ogni lotta di classe è una lotta
politica". Il bisogno, in definitiva, di cambiamento politico
– di
organizzazioni che potessero dare una voce politica alle richieste della
classe lavoratrice
– portò allo
sviluppo di partiti politici. In Gran Bretagna, il Partito Laburista fu
creato dai sindacati
come conseguenza del famoso caso
Taff Vale, quando i
tribunali
– un braccio dello
stato borghese
– decisero che i
sindacati potevano essere responsabili finanziariamente per qualsiasi
danno avvenuto durante uno sciopero.
In Germania ed altrove, furono fondati dei partiti
socialdemocratici di massa sulla base di un programma socialista.
Tuttavia, con la crescita economica alla fine del 19° secolo ed agli
inizi del 20° secolo, le leadership di queste organizzazioni politiche
di massa si spostarono lentamente a destra. Mentre rendevano rispetto
puramente verbale al socialismo, questi leader
– rappresentati
teoricamente da coloro come
Eduard Bernstein
– nella pratica
si allontanarono dalle idee rivoluzionarie ed abbracciarono
l'ideologia del "gradualismo": cercando di riformare gradualmente il
capitalismo, piuttosto che trasformare radicalmente la società.
Il culmine di questo processo fu nel 1914 il tradimento
dei leader socialdemocratici, che voltarono le spalle
all'internazionalismo rivoluzionario e votarono "patriotticamente"
nell'interesse delle loro borghesie nazionali, aprendo così la strada
per la I Guerra Mondiale.
L'era delle riforme
Tuttavia, gli eventi della I Guerra Mondiale scossero al cuore la
società, radicalizzando le masse in tutti i paesi. Gli effetti della
guerra hanno avuto un profondo impatto sulla consapevolezza di
lavoratori, contadini e giovani
– un processo che
trovò la sua espressione più acuta negli sviluppi della Rivoluzione
Russa del 1917: un episodio meraviglioso nella storia, che vide per la
prima volta uomini e donne comuni rovesciare i loro precedenti padroni e
prendere il controllo del proprio destino.
La
Rivoluzione
Russa, assieme ai movimenti rivoluzionari attraverso l'Europa, crearono
terrore al cuore della classe dominante. Per timore di perdere tutto,
come avevano fatto i capitalisti in Russia, altrove la classe dominante
attuò delle riforme dall'alto allo scopo di evitare la rivoluzione dal
basso. In Gran Bretagna, prima del 1914 furono concesse molte importanti
riforme
– come
l'introduzione dell'Assicurazione Nazionale, per assicurare che i datori
di lavoro contribuissero ai costi dell'assistenza sanitaria e dello
stato sociale
– come risultato
delle intense lotte di classe del periodo noto come la "Grande
Agitazione".
Ma la vera "era di riforma' fu quella che seguì la II Guerra
Mondiale. La guerra aveva, ancora una volta, creato radicalizzazione
ovunque, risultando in Gran Bretagna in un'inattesa vittoria
schiacciante del Partito Laburista, che a sua volta introdusse riforme
famose come il Servizio Sanitario Nazionale, il sistema del welfare
dalla culla alla tomba e la costruzione di massa di edilizia popolare.
Anche l'autorità internazionale dell'Unione Sovietica, che uscì dalla
guerra enormemente rafforzata, contribuì al programma di riforme su
vasta scala in occidente, realizzato come baluardo contro la rivoluzione
– in molti casi
finanziato grazie al Piano Marshall degli USA.
Come
spiegarono all'epoca i marxisti, una concatenazione unica di
fattori
– inclusi la distruzione dell'industria durante la
guerra, il ruolo politico dei riformisti e degli stalinisti, lo sviluppo
di nuove tecnologie e l'espansione del commercio mondiale appoggiato
dagli americani – permisero all'ora senile sistema capitalista di
sperimentare una nuova, temporanea aspettativa di vita.
Questa rapida espansione postbellica
–
"l'Età d'Oro del
capitalismo"
–
fornì la base
materiale per le idee del riformismo, che penetrarono nel profondo della
società. Persino molti cosiddetti marxisti capitolarono alle idee
economiche keynesiane e proclamarono che "ora siamo tutti classe media".
La lotta di classe era spuntata ed il capitalismo, sembrava,
aveva superato le sue contraddizioni.
“La fine della storia”
Il ritorno della crisi negli anni '70 riportò alla ribalta la lotta
di classe. Tuttavia, con la mancanza di leadership rivoluzionaria e con
il miglioramento dell'economia mondiale negli anni '80, i magnifici
movimenti di questo periodo furono sconfitti. Gli attacchi ai sindacati
ripristinarono redditività al sistema capitalista, mentre il crollo
dell'Unione Sovietica fornì un enorme colpo demoralizzante ai lavoratori
a livello universale. La borghesia era stordita dall'eccitamento,
arrivando così lontano da proclamare "la fine della storia". Il
socialismo ed il comunismo erano morti, il capitalismo era trionfante.
L'apertura dell'ex URSS e della Cina al mercato mondiale, assieme
all'aumentato sfruttamento e soprattutto all'espansione massiccia del
credito, hanno fornito le basi per un'altra temporanea rapida espansione
dell'economia mondiale
–
sebbene più breve e meno impressionante della crescita postbellica.
Sebbene in molti paesi salari reali siano rimasti del tutto
stagnanti, con il lavoro che catturava una quota sempre decrescente
della ricchezza della società, i livelli di vita sono stati mantenuti
artificialmente
– e persino
migliorati
– grazie
all'ubiquitaria presenza del credito. Questo, ancora una volta, ha
spuntato la lotta di classe per un periodo temporaneo e ha fornito la
base materiale perché le idee del riformismo attecchissero tra molti
nella società.
La relativa pace di classe nella società si è riflessa in uno spostamento a destra delle organizzazioni di massa, compreso
– e specialmente
– tra i leader del
movimento laburista, che è stato preso all'amo, lenza e piombo del
capitalismo.
Tony Blair,
ed ogni sorta di
altre ripugnanti creature, è emerso al vertice del movimento laburista;
dei leader che guardavano in modo sprezzante alla classe lavoratrice e
che hanno voltato le spalle ad ogni accenno di socialismo. E' stata
abbracciata la "Terza Via"
– in realtà
soltanto una continuazione delle politiche capitaliste sotto nuovo nome.
Le politiche thatcheriane sono rimaste; il riformismo riuscì vittorioso.
Aggrapparsi al cadavere del capitalismo
Ora, più di cinque anni nella crisi, vediamo una contraddizione
assurda: proprio nel momento in cui il sistema muore su se stesso, i
leader riformisti del movimento laburista si aggrappano a questo
cadavere del capitalismo. I riformisti di sinistra si stringono ai
riformisti di destra, che a loro volta si legano ai capitalisti. Né i
riformisti di sinistra né i riformisti di destra parlano di socialismo o
di rivoluzione, nessuno di loro ha nessuna fiducia nella possibilità di
trasformare la società.
Tali leader riformisti, che restano molto indietro rispetto agli
eventi, riflettono il passato periodo
– un periodo in
cui le riforme, sebbene di carattere moderato e temporaneo, potevano
essere concesse. Tuttavia, ora, esposti alla crisi più profonda nella
storia del capitalismo, le condizioni materiali per delle riforme si
sono disintegrate. Questi leader ora sono rimasti arenati come
riformisti senza nessuna riforma da offrire, di fatto, peggio: sono
riformisti che sono costretti ad attuare controriforme.
Scrivendo sul
Guardian, Leo Panitch,
docente alla
York University in Canada ed autore di
“The Making of Global
Capitalism”, commenta:
"Per la maggior parte del 20° secolo, il termine "riforma" è stato
comunemente associato con assicurare protezioni statali contro gli
effetti caotici della competizione del mercato capitalista. Oggi, è per
la maggior parte utilizzato comunemente in riferimento a distruggere
quelle protezioni.
"Questa non è semplicemente questione dell'appropriazione del
termine da parte di quelli della UE e delle agenzie internazionali di
prestiti che lo utilizzano come codice per delle richieste che la
Grecia, per esempio, ponga in atto ulteriori tagli nei posti di lavoro e
servizi del settore pubblico. E' anche il modo in cui il termine è
diventato sempre più utilizzato dai partiti del centrosinistra".
Panitch
mette in risalto
che non è l'ideologia, ma la logica stessa del capitalismo, che ha
portato i socialdemocratici ed i riformisti ad attuare politiche di
austerità. Nella ricerca di maggiori profitti, ciascun capitalista è
costretto a tagliare i costi e ciò significa attaccare i salari e le
condizioni dei lavoratori. La morale e l'ideologia non sono parte
dell'equazione; austerità ed attacchi sono semplicemente il risultato
della proprietà privata, della produzione per il profitto e
della natura caotica ed anarchica del capitalismo.
In particolare, il professore della
York University enfatizza sotto
due aspetti il ruolo della competizione internazionale. Innanzitutto, è
la natura veramente globale della competizione come risultato della
globalizzazione. Il capitalismo cerca attraverso il pianeta per i
maggiori profitti possibili, mettendo in competizione l'uno contro
l'altro in una corsa al ribasso i lavoratori di ciascun paese. In
secondo luogo, oggi vediamo anche come ciascuna nazione tenti di
esportare come modo per uscire dalla crisi
– cioè di
esportare la crisi stessa
– "migliorando la
competitività"; vale a dire, spingendo giù il costo del lavoro,
riducendo il prezzo delle merci relative a quelle dei capitalisti di
altre nazioni e così incrementando il volume delle esportazioni.
E' nella combinazione di questi due processi collegati che possiamo
parlare dei capitalisti che ora cercano di imporre condizioni cinesi ai
lavoratori europei. Questo, e non l'ideologia, è il reale significato
dietro le politiche di austerità della Troika.
Il "miracolo tedesco"
Dietro il programma di austerità di UE/BCE/FMI si trova la
Germania, l'"uomo forte" d'Europa, ovvero, più precisamente
– i capitalisti
tedeschi. Ma, come commenta
Panitch, riferendosi ad
un articolo sul
New York Times sullo
smantellamento (o "americanizzazione") delle leggi sul lavoro in Europa,
non era così molto tempo fa che la Germania veniva di fatto considerata
il "malato" della UE,
spingendo l'allora governo socialdemocratico ad emanare un
programma di "riforma" per "migliorare la competitività".
Tuttavia, come spiega
l'articolo del
NYT, non sono i tedeschi comuni ad avere beneficiato di
questo processo; effettivamente, i lavoratori tedeschi hanno visto
salari stagnanti e la disuguaglianza è aumentata:
"La revisione del mercato del lavoro è cominciata dopo
l'unificazione tedesca agli inizi degli anni '90, quando le fabbriche
nella meno produttiva parte orientale del paese scoprirono che non
potevano competere ai minimi sindacali delle retribuzioni in occidente e
disertarono in massa dagli accordi di settore negoziati tra le
associazioni dell'industria ed i grandi sindacati. Le imprese tedesche
dell'ovest intrapresero rapidamente la strategia. La quota di lavoratori
coperti da accordi sindacali collettivi diminuì.
"Agli inizi degli anni 2000
— quando una zoppicante Germania ottenne il
soprannome di "malato d'Europa"
— gli sforzi per migliorare la competitività e
l'occupazione erosero ulteriormente le protezioni del lavoratore,
alimentando la rapida espansione di
“mini-jobs”
malpagati ed a breve termine che
oggi contano per più di un quinto dell'occupazione tedesca.
"Oggi, la Germania viene vista come uno splendido
esempio delle virtù di queste opere di riforma. E' una centrale
esportatrice con un tasso di disoccupazione, secondo l'agenzia
statistica europea Eurostat, del 5,2%: l'oggetto d'invidia del mondo
occidentale. Ma ad un più attento esame diventa evidente che non tutti i
tedeschi hanno beneficiato del successo della Germania.
Nel 1991, il 10% dei tedeschi più ricco prendeva il 26% del reddito
del paese prima delle imposte e dei trasferimenti, secondo un rapporto
di
Kai Daniel Schmid
e Ulrike Stein dell'Istituto di
Politica Macroeconomica di Dusseldorf, che è strettamente collegato alla
Confederazione Tedesca dei Sindacati. Per il 2010 prendeva il 31%.
"Nel corso dello stesso periodo, la fetta del reddito nazionale
presa dalla metà al fondo della popolazione è calata al 17%, dal 22%".
Oggi in ogni paese si vede lo stesso processo: il caos e la
competizione del capitalismo, che è insaziabile appetito di profitti,
significano attacchi ai lavoratori in un paese dopo l'altro. Il
risultato è disuguaglianza crescente a livello mondiale tra ricchi e
poveri, sia a livello internazionale che intranazionale
–una
tendenza che viene sempre più commentata da fonti e commentatori
mainstream, compresi
l'associazione di beneficenza
Oxfam,
l'Economist e da quelli al recente
World Economic Forum
di Davos.
Questi commentatori comprendono quello che comprendono i marxisti:
che questa disparità di ricchezza sta portando ad un esteso odio tra la
gente comune contro i ricchi e sta alimentando tensioni sociali, con
implicazioni rivoluzionarie.
La corsa al ribasso
Questa competizione internazionale per spingere in basso il costo
del lavoro porta con se le proprie contraddizioni. Mentre può essere
possibile per un paese uscire dalla crisi esportando attraverso un
"miglioramento della produttività", quando tutti i paesi realizzano allo
stesso tempo la politica, il risultato è il crollo globale della
domanda, poiché i salari che vengono tagliati da un capitalista
sono anche potere d'acquisto per le merci prodotte dagli altri
capitalisti.
Una simile contraddizione è semplicemente un riflesso su scala
internazionale della contraddizione di sovrapproduzione intrinseca
all'interno del sistema capitalista
– un sistema di
proprietà privata e di produzione per il profitto. Ciò che è razionale
per il singolo capitalista o nazione di capitalisti
– tagliare i
salari ed incrementare i profitti
– diventa
irrazionale quando implementato dalla classe capitalista nell'insieme.
Nei loro tentativi di "impoverisci il tuo vicino" per uscire dalla
crisi, i capitalisti stanno semplicemente esacerbando la crisi, come
commenta il NYT:
"Ma vi è un'altra questione in gioco. Anche se la strategia [di
"migliorare la competitività"] dovesse alla fine aumentare
l'occupazione, che altro risolverà all'Europa?
“Andrew Watt, economista che dirige l'Istituto di Politica
Macroeconomica in Germania, si preoccupa che la spinta alla
deregolamentazione del mercato del lavoro precipiterà a cascata da un
paese debole al successivo, poiché tutto si risolve in una futile gara a
creare posti di lavoro ottenendo quote di mercato l'un dall'altro in un
mondo di domanda insufficiente. "Qualunque paese sia più debole
allo stesso tempo è costretto a tagli maggiori. Prima la Germania, ora
la Spagna, dopo la Francia"". (nostra enfasi)
Questa corsa al ribasso significa che, finché al capitalismo è
permesso di vivere, l'austerità è l'unica voce del menù. Anche
Francois Hollande, il presidente
francese che per "tassare i ricchi" ed attuare "politiche di crescita" è
stato ora costretto a retrocedere ed implementare il programma dei
capitalisti. I leader del Partito Laburista in Gran Bretagna,
comprendendo cosa riserva loro il futuro dopo le elezioni generali del
2015, fanno alcuni rumori di sottofondo ma molto poche promesse
concrete; infatti, la loro unica promessa è che continueranno ad
implementare i tagli dei conservatori!
Riforme o rivoluzione?
Lungi dall'essere in grado di offrire qualche genuina riforma, oggi
il capitalismo sta attaccando tutte le conquiste per le quali i
lavoratori hanno lottato in passato. Istruzione gratuita, assistenza
sanitaria gratuita, una pensione decente: tutte queste sono sotto
minaccia o già perdute da molto tempo. Le richieste di pieno impiego, di
un salario minimo vitale e di un alloggio per tutti non sono minimamente
irrazionali - e tuttavia sotto il capitalismo restano una fantasticheria
utopistica.
La lotta per riforme persino fondamentali è quindi una lotta per la
rivoluzione
– per la
trasformazione
socialista della società. Come rileva
Panitch:
"Forse la maggiore illusione dei socialdemocratici del 20° secolo
era la loro convinzione che una volta che le riforme erano state
conquistate lo sarebbero state per sempre. Di fatto, ora possiamo vedere
fin dove le vecchie riforme sono state soggette ad erosione da parte
della competizione capitalista in espansione su scala globale. Sono
state così indebolite dalla logica della competitività che ora sembra
molto difficile vedere come le protezioni di stato contro i mercati
possano essere difese nella nostra epoca senza misure addizionali che
sarebbero viste come rivoluzionarie.
"L'idea che fare qualcosa per minare gli investimenti privati sia
inaccettabile è diventata incredibilmente potente. E' precisamente
questo che rende nella nostra epoca i politici socialdemocratici così
timorosi. E vi possono essere pochi dubbi che per sostenere riforme nel
vecchio significato progressista del termine, oggi un governo avrebbe
bisogno di implementare estesi controlli per impedire un'uscita di
capitali e probabilmente dovrebbe socializzare le istituzioni
finanziarie allo scopo di ottenere lo spazio necessario per manovrare".
Tuttavia poi
Panitch
passa alla lode di
SYRIZA in Grecia per il suo
programma politico di "riforme radicali". Sfortunatamente per il nostro
dotto professore, sembra che le notizie ci mettano qualche tempo ad
attraversare l'Atlantico, poiché le politiche che
Panitch
loda sono proprio le stesse da cui
Alexis Tsipras,
il leader
di SYRIZA,
ora cerca di distanziarsi e di spazzare sotto il tappeto.
Tsipras, esposto alla
prospettiva di trovarsi presto realmente al potere, si è sottomesso alle
pressioni della classe dominante internazionale e ha svoltato a destra,
deludendo molti lavoratori e giovani in Grecia che avevano guardato a
lui ed a SYRIZA nella speranza di un'alternativa ad anni di crisi e di
austerità.
Senza un chiaro programma marxista
– trasformare la
società lungo linee socialiste, ponendo le banche ed i grandi monopoli
sotto controllo democratico e proprietà pubblica e pianificando la
produzione in una maniera razionale nell'interesse della gente e non del
profitto
– tutti i
tentativi
per uscire dalla crisi saranno destinati al fallimento. Non c'è via
di mezzo. La scelta è chiara: non tra "crescita ed austerità" e neppure
tra "riforme e rivoluzione", ma tra "socialismo e barbarie".
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