SOCIALIST APPEAL  

THE MARXIST VOICE OF LABOUR AND YOUTH

 

Le riforme del passato e l'austerità del futuro

Giovedì, 13 febbraio 2014

Scritto da Adam Booth Details

 

Riforma o rivoluzione? Questo è stato il principale dibattito ideologico nel movimento dei lavoratori nel secolo scorso. Oggi, la crisi del capitalismo pone bruscamente la questione. Tuttavia, a differenza del passato, la base materiale del riformismo è stata erosa. L'armadio è vuoto. Austerità, intensificata lotta di classe e sollevamento rivoluzionario sono all'ordine del giorno.

Le organizzazioni di massa

Dalle battaglie del 19° secolo furono create delle potenti organizzazioni della classe lavoratrice forgiate dall'intenso fervore della lotta di classe. Queste organizzazioni non furono fondate grazie semplicemente agli sforzi ed all'attività morali o da individui illuminati, ma nacquero dalla necessità la necessità dell'azione collettiva di massa come spiegano Marx ed Engels nel Manifesto del Partito Comunista:

"Con lo sviluppo dell'industria, il proletariato non soltanto aumenta di numero, ma diventa concentrato in masse maggiori, la sua forza cresce e sente di più quella forza. I vari interessi e condizioni di vita all'interno delle fila del proletariato sono sempre più livellati, in proporzione come il macchinario distrugge tutte le distinzioni del lavoro e quasi dovunque riduce i salari allo stesso basso livello. La crescente competizione tra i borghesi e le risultanti crisi commerciali rendono i salari dei lavoratori ancora più fluttuanti. Il miglioramento crescente del macchinario, che si sviluppa ancora più rapidamente, rende la loro vita sempre più precaria; le collisioni tra singoli lavoratori e singoli borghesi assumono sempre più il carattere di collisioni tra le due classi. A quel punto, i lavoratori iniziano a formare combinazioni (sindacati) contro i borghesi; si associano allo scopo di mantenere il tasso dei salari; fondano associazioni permanenti allo scopo di prendere provvedimenti in anticipo per queste rivolte occasionali. Qua e là, la lotta prorompe in tumulti".

Attraverso l'organizzazione e la lotta, la forza crescente della classe lavoratrice nella società era riflessa in un miglioramento reale delle condizioni di vita della gente comune ed il lavoro è stato in grado di beneficiare della crescente ricchezza della società. Secondo delle cifre presentate dall'Economist, sebbene il capitalismo britannico stesse prosperando, "dal 1770 al 1830, la crescita dei salari britannici, aggiustati all'inflazione, è stata impercettibile", a causa della relativa debolezza del nascente proletariato. Dagli anni 1830 alla fine del 1900, i salari sono andati realmente di pari passo con la crescita della produttività, poiché la classe lavoratrice è cresciuta di forza, sia quantitativamente che qualitativamente ed è stata in grado di lottare per la propria parte della torta economica. Tra il 1860 ed il 1900, la crescita dei salari reali superò persino gli incrementi di produttività.

Ma, tuttavia, come continua il Manifesto del Partito Comunista, "ogni lotta di classe è una lotta politica". Il bisogno, in definitiva, di cambiamento politico di organizzazioni che potessero dare una voce politica alle richieste della classe lavoratrice portò allo sviluppo di partiti politici. In Gran Bretagna, il Partito Laburista fu creato dai sindacati come conseguenza del famoso caso Taff Vale, quando i tribunali un braccio dello stato borghese decisero che i sindacati potevano essere responsabili finanziariamente per qualsiasi danno avvenuto durante uno sciopero.

In Germania ed altrove, furono fondati dei partiti socialdemocratici di massa sulla base di un programma socialista. Tuttavia, con la crescita economica alla fine del 19° secolo ed agli inizi del 20° secolo, le leadership di queste organizzazioni politiche di massa si spostarono lentamente a destra. Mentre rendevano rispetto puramente verbale al socialismo, questi leader rappresentati teoricamente da coloro come Eduard Bernstein – nella pratica si allontanarono dalle idee rivoluzionarie ed abbracciarono l'ideologia del "gradualismo": cercando di riformare gradualmente il capitalismo, piuttosto che trasformare radicalmente la società.

Il culmine di questo processo fu nel 1914 il tradimento dei leader socialdemocratici, che voltarono le spalle all'internazionalismo rivoluzionario e votarono "patriotticamente" nell'interesse delle loro borghesie nazionali, aprendo così la strada per la I Guerra Mondiale.

L'era delle riforme

Tuttavia, gli eventi della I Guerra Mondiale scossero al cuore la società, radicalizzando le masse in tutti i paesi. Gli effetti della guerra hanno avuto un profondo impatto sulla consapevolezza di lavoratori, contadini e giovani un processo che trovò la sua espressione più acuta negli sviluppi della Rivoluzione Russa del 1917: un episodio meraviglioso nella storia, che vide per la prima volta uomini e donne comuni rovesciare i loro precedenti padroni e prendere il controllo del proprio destino.

La Rivoluzione Russa, assieme ai movimenti rivoluzionari attraverso l'Europa, crearono terrore al cuore della classe dominante. Per timore di perdere tutto, come avevano fatto i capitalisti in Russia, altrove la classe dominante attuò delle riforme dall'alto allo scopo di evitare la rivoluzione dal basso. In Gran Bretagna, prima del 1914 furono concesse molte importanti riforme come l'introduzione dell'Assicurazione Nazionale, per assicurare che i datori di lavoro contribuissero ai costi dell'assistenza sanitaria e dello stato sociale come risultato delle intense lotte di classe del periodo noto come la "Grande Agitazione".

Ma la vera "era di riforma' fu quella che seguì la II Guerra Mondiale. La guerra aveva, ancora una volta, creato radicalizzazione ovunque, risultando in Gran Bretagna in un'inattesa vittoria schiacciante del Partito Laburista, che a sua volta introdusse riforme famose come il Servizio Sanitario Nazionale, il sistema del welfare dalla culla alla tomba e la costruzione di massa di edilizia popolare. Anche l'autorità internazionale dell'Unione Sovietica, che uscì dalla guerra enormemente rafforzata, contribuì al programma di riforme su vasta scala in occidente, realizzato come baluardo contro la rivoluzione in molti casi finanziato grazie al Piano Marshall degli USA.

Come spiegarono all'epoca i marxisti, una concatenazione unica di fattori inclusi la distruzione dell'industria durante la guerra, il ruolo politico dei riformisti e degli stalinisti, lo sviluppo di nuove tecnologie e l'espansione del commercio mondiale appoggiato dagli americani permisero all'ora senile sistema capitalista di sperimentare una nuova, temporanea aspettativa di vita.

Questa rapida espansione postbellica "l'Età d'Oro del capitalismo" fornì la base materiale per le idee del riformismo, che penetrarono nel profondo della società. Persino molti cosiddetti marxisti capitolarono alle idee economiche keynesiane e proclamarono che "ora siamo tutti classe media". La lotta di classe era spuntata ed il capitalismo, sembrava, aveva superato le sue contraddizioni.

La fine della storia

Il ritorno della crisi negli anni '70 riportò alla ribalta la lotta di classe. Tuttavia, con la mancanza di leadership rivoluzionaria e con il miglioramento dell'economia mondiale negli anni '80, i magnifici movimenti di questo periodo furono sconfitti. Gli attacchi ai sindacati ripristinarono redditività al sistema capitalista, mentre il crollo dell'Unione Sovietica fornì un enorme colpo demoralizzante ai lavoratori a livello universale. La borghesia era stordita dall'eccitamento, arrivando così lontano da proclamare "la fine della storia". Il socialismo ed il comunismo erano morti, il capitalismo era trionfante.

L'apertura dell'ex URSS e della Cina al mercato mondiale, assieme all'aumentato sfruttamento e soprattutto all'espansione massiccia del credito, hanno fornito le basi per un'altra temporanea rapida espansione dell'economia mondiale sebbene più breve e meno impressionante della crescita postbellica.

Sebbene in molti paesi salari reali siano rimasti del tutto stagnanti, con il lavoro che catturava una quota sempre decrescente della ricchezza della società, i livelli di vita sono stati mantenuti artificialmente e persino migliorati grazie all'ubiquitaria presenza del credito. Questo, ancora una volta, ha spuntato la lotta di classe per un periodo temporaneo e ha fornito la base materiale perché le idee del riformismo attecchissero tra molti nella società.

La relativa pace di classe nella società si è riflessa in uno spostamento a destra delle organizzazioni di massa, compreso e specialmente tra i leader del movimento laburista, che è stato preso all'amo, lenza e piombo del capitalismo. Tony Blair, ed ogni sorta di altre ripugnanti creature, è emerso al vertice del movimento laburista; dei leader che guardavano in modo sprezzante alla classe lavoratrice e che hanno voltato le spalle ad ogni accenno di socialismo. E' stata abbracciata la "Terza Via" in realtà soltanto una continuazione delle politiche capitaliste sotto nuovo nome. Le politiche thatcheriane sono rimaste; il riformismo riuscì vittorioso.

Aggrapparsi al cadavere del capitalismo

Ora, più di cinque anni nella crisi, vediamo una contraddizione assurda: proprio nel momento in cui il sistema muore su se stesso, i leader riformisti del movimento laburista si aggrappano a questo cadavere del capitalismo. I riformisti di sinistra si stringono ai riformisti di destra, che a loro volta si legano ai capitalisti. Né i riformisti di sinistra né i riformisti di destra parlano di socialismo o di rivoluzione, nessuno di loro ha nessuna fiducia nella possibilità di trasformare la società.

Tali leader riformisti, che restano molto indietro rispetto agli eventi, riflettono il passato periodo un periodo in cui le riforme, sebbene di carattere moderato e temporaneo, potevano essere concesse. Tuttavia, ora, esposti alla crisi più profonda nella storia del capitalismo, le condizioni materiali per delle riforme si sono disintegrate. Questi leader ora sono rimasti arenati come riformisti senza nessuna riforma da offrire, di fatto, peggio: sono riformisti che sono costretti ad attuare controriforme.

Scrivendo sul Guardian, Leo Panitch, docente alla York University in Canada ed autore di “The Making of Global Capitalism”, commenta:

"Per la maggior parte del 20° secolo, il termine "riforma" è stato comunemente associato con assicurare protezioni statali contro gli effetti caotici della competizione del mercato capitalista. Oggi, è per la maggior parte utilizzato comunemente in riferimento a distruggere quelle protezioni.

"Questa non è semplicemente questione dell'appropriazione del termine da parte di quelli della UE e delle agenzie internazionali di prestiti che lo utilizzano come codice per delle richieste che la Grecia, per esempio, ponga in atto ulteriori tagli nei posti di lavoro e servizi del settore pubblico. E' anche il modo in cui il termine è diventato sempre più utilizzato dai partiti del centrosinistra".

Panitch mette in risalto che non è l'ideologia, ma la logica stessa del capitalismo, che ha portato i socialdemocratici ed i riformisti ad attuare politiche di austerità. Nella ricerca di maggiori profitti, ciascun capitalista è costretto a tagliare i costi e ciò significa attaccare i salari e le condizioni dei lavoratori. La morale e l'ideologia non sono parte dell'equazione; austerità ed attacchi sono semplicemente il risultato della proprietà privata, della produzione per il profitto e della natura caotica ed anarchica del capitalismo.

In particolare, il professore della York University enfatizza sotto due aspetti il ruolo della competizione internazionale. Innanzitutto, è la natura veramente globale della competizione come risultato della globalizzazione. Il capitalismo cerca attraverso il pianeta per i maggiori profitti possibili, mettendo in competizione l'uno contro l'altro in una corsa al ribasso i lavoratori di ciascun paese. In secondo luogo, oggi vediamo anche come ciascuna nazione tenti di esportare come modo per uscire dalla crisi cioè di esportare la crisi stessa "migliorando la competitività"; vale a dire, spingendo giù il costo del lavoro, riducendo il prezzo delle merci relative a quelle dei capitalisti di altre nazioni e così incrementando il volume delle esportazioni.

E' nella combinazione di questi due processi collegati che possiamo parlare dei capitalisti che ora cercano di imporre condizioni cinesi ai lavoratori europei. Questo, e non l'ideologia, è il reale significato dietro le politiche di austerità della Troika.

Il "miracolo tedesco"

Dietro il programma di austerità di UE/BCE/FMI si trova la Germania, l'"uomo forte" d'Europa, ovvero, più precisamente i capitalisti tedeschi. Ma, come commenta Panitch, riferendosi ad un articolo sul New York Times sullo smantellamento (o "americanizzazione") delle leggi sul lavoro in Europa, non era così molto tempo fa che la Germania veniva di fatto considerata il "malato" della UE, spingendo l'allora governo socialdemocratico ad emanare un programma di "riforma" per "migliorare la competitività".

Tuttavia, come spiega l'articolo del NYT, non sono i tedeschi comuni ad avere beneficiato di questo processo; effettivamente, i lavoratori tedeschi hanno visto salari stagnanti e la disuguaglianza è aumentata:

"La revisione del mercato del lavoro è cominciata dopo l'unificazione tedesca agli inizi degli anni '90, quando le fabbriche nella meno produttiva parte orientale del paese scoprirono che non potevano competere ai minimi sindacali delle retribuzioni in occidente e disertarono in massa dagli accordi di settore negoziati tra le associazioni dell'industria ed i grandi sindacati. Le imprese tedesche dell'ovest intrapresero rapidamente la strategia. La quota di lavoratori coperti da accordi sindacali collettivi diminuì.

"Agli inizi degli anni 2000 quando una zoppicante Germania ottenne il soprannome di "malato d'Europa" gli sforzi per migliorare la competitività e l'occupazione erosero ulteriormente le protezioni del lavoratore, alimentando la rapida espansione di “mini-jobs” malpagati ed a breve termine che oggi contano per più di un quinto dell'occupazione tedesca.

"Oggi, la Germania viene vista come uno splendido esempio delle virtù di queste opere di riforma. E' una centrale esportatrice con un tasso di disoccupazione, secondo l'agenzia statistica europea Eurostat, del 5,2%: l'oggetto d'invidia del mondo occidentale. Ma ad un più attento esame diventa evidente che non tutti i tedeschi hanno beneficiato del successo della Germania.

Nel 1991, il 10% dei tedeschi più ricco prendeva il 26% del reddito del paese prima delle imposte e dei trasferimenti, secondo un rapporto di Kai Daniel Schmid e Ulrike Stein dell'Istituto di Politica Macroeconomica di Dusseldorf, che è strettamente collegato alla Confederazione Tedesca dei Sindacati. Per il 2010 prendeva il 31%.

"Nel corso dello stesso periodo, la fetta del reddito nazionale presa dalla metà al fondo della popolazione è calata al 17%, dal 22%".

Oggi in ogni paese si vede lo stesso processo: il caos e la competizione del capitalismo, che è insaziabile appetito di profitti, significano attacchi ai lavoratori in un paese dopo l'altro. Il risultato è disuguaglianza crescente a livello mondiale tra ricchi e poveri, sia a livello internazionale che intranazionale una tendenza che viene sempre più commentata da fonti e commentatori mainstream, compresi l'associazione di beneficenza Oxfam, l'Economist e da quelli al recente World Economic Forum di Davos.

Questi commentatori comprendono quello che comprendono i marxisti: che questa disparità di ricchezza sta portando ad un esteso odio tra la gente comune contro i ricchi e sta alimentando tensioni sociali, con implicazioni rivoluzionarie.

La corsa al ribasso

Questa competizione internazionale per spingere in basso il costo del lavoro porta con se le proprie contraddizioni. Mentre può essere possibile per un paese uscire dalla crisi esportando attraverso un "miglioramento della produttività", quando tutti i paesi realizzano allo stesso tempo la politica, il risultato è il crollo globale della domanda, poiché i salari che vengono tagliati da un capitalista sono anche potere d'acquisto per le merci prodotte dagli altri capitalisti.

Una simile contraddizione è semplicemente un riflesso su scala internazionale della contraddizione di sovrapproduzione intrinseca all'interno del sistema capitalista un sistema di proprietà privata e di produzione per il profitto. Ciò che è razionale per il singolo capitalista o nazione di capitalisti tagliare i salari ed incrementare i profitti diventa irrazionale quando implementato dalla classe capitalista nell'insieme.

Nei loro tentativi di "impoverisci il tuo vicino" per uscire dalla crisi, i capitalisti stanno semplicemente esacerbando la crisi, come commenta il NYT:

"Ma vi è un'altra questione in gioco. Anche se la strategia [di "migliorare la competitività"] dovesse alla fine aumentare l'occupazione, che altro risolverà all'Europa?

“Andrew Watt, economista che dirige l'Istituto di Politica Macroeconomica in Germania, si preoccupa che la spinta alla deregolamentazione del mercato del lavoro precipiterà a cascata da un paese debole al successivo, poiché tutto si risolve in una futile gara a creare posti di lavoro ottenendo quote di mercato l'un dall'altro in un mondo di domanda insufficiente. "Qualunque paese sia più debole allo stesso tempo è costretto a tagli maggiori. Prima la Germania, ora la Spagna, dopo la Francia"". (nostra enfasi)

Questa corsa al ribasso significa che, finché al capitalismo è permesso di vivere, l'austerità è l'unica voce del menù. Anche Francois Hollande, il presidente francese che per "tassare i ricchi" ed attuare "politiche di crescita" è stato ora costretto a retrocedere ed implementare il programma dei capitalisti. I leader del Partito Laburista in Gran Bretagna, comprendendo cosa riserva loro il futuro dopo le elezioni generali del 2015, fanno alcuni rumori di sottofondo ma molto poche promesse concrete; infatti, la loro unica promessa è che continueranno ad implementare i tagli dei conservatori!

Riforme o rivoluzione?

Lungi dall'essere in grado di offrire qualche genuina riforma, oggi il capitalismo sta attaccando tutte le conquiste per le quali i lavoratori hanno lottato in passato. Istruzione gratuita, assistenza sanitaria gratuita, una pensione decente: tutte queste sono sotto minaccia o già perdute da molto tempo. Le richieste di pieno impiego, di un salario minimo vitale e di un alloggio per tutti non sono minimamente irrazionali - e tuttavia sotto il capitalismo restano una fantasticheria utopistica.

La lotta per riforme persino fondamentali è quindi una lotta per la rivoluzione per la trasformazione socialista della società. Come rileva Panitch:

"Forse la maggiore illusione dei socialdemocratici del 20° secolo era la loro convinzione che una volta che le riforme erano state conquistate lo sarebbero state per sempre. Di fatto, ora possiamo vedere fin dove le vecchie riforme sono state soggette ad erosione da parte della competizione capitalista in espansione su scala globale. Sono state così indebolite dalla logica della competitività che ora sembra molto difficile vedere come le protezioni di stato contro i mercati possano essere difese nella nostra epoca senza misure addizionali che sarebbero viste come rivoluzionarie.

"L'idea che fare qualcosa per minare gli investimenti privati sia inaccettabile è diventata incredibilmente potente. E' precisamente questo che rende nella nostra epoca i politici socialdemocratici così timorosi. E vi possono essere pochi dubbi che per sostenere riforme nel vecchio significato progressista del termine, oggi un governo avrebbe bisogno di implementare estesi controlli per impedire un'uscita di capitali e probabilmente dovrebbe socializzare le istituzioni finanziarie allo scopo di ottenere lo spazio necessario per manovrare".

Tuttavia poi Panitch passa alla lode di SYRIZA in Grecia per il suo programma politico di "riforme radicali". Sfortunatamente per il nostro dotto professore, sembra che le notizie ci mettano qualche tempo ad attraversare l'Atlantico, poiché le politiche che Panitch loda sono proprio le stesse da cui Alexis Tsipras, il leader di SYRIZA, ora cerca di distanziarsi e di spazzare sotto il tappeto. Tsipras, esposto alla prospettiva di trovarsi presto realmente al potere, si è sottomesso alle pressioni della classe dominante internazionale e ha svoltato a destra, deludendo molti lavoratori e giovani in Grecia che avevano guardato a lui ed a SYRIZA nella speranza di un'alternativa ad anni di crisi e di austerità.

Senza un chiaro programma marxista trasformare la società lungo linee socialiste, ponendo le banche ed i grandi monopoli sotto controllo democratico e proprietà pubblica e pianificando la produzione in una maniera razionale nell'interesse della gente e non del profitto tutti i tentativi per uscire dalla crisi saranno destinati al fallimento. Non c'è via di mezzo. La scelta è chiara: non tra "crescita ed austerità" e neppure tra "riforme e rivoluzione", ma tra "socialismo e barbarie".