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Il significato dietro alla risposta dei media è chiaro:
l'arresto lo scorso giovedì del cosiddetto "Macellaio della Bosnia",
generale
Ratko Mladic, viene deliberatamente
utilizzato come opportuna arma di propaganda nella guerra in corso
dei globalisti contro la sovranità nazionale dei paesi intorno al
mondo.
Un esame dei resoconti dei media
mainstream sull'arresto rivela che i
dettagli specifici dei crimini attribuiti a Mladic sono stati
completamente scartati. Forse si dirà lo stesso del suo prossimo
processo all'Aia--lo dirà soltanto il tempo. Comunque, il vero
giudizio contro Mladic sarà formato nel tribunale dell'opinione
pubblica. Ed è in questo luogo che le accuse--solitamente
ipocrite--e gli slogan--solitamente banali--fungono da
prove. E' qui che il linguaggio e le immagini sono utilizzati per
evocare i peggiori massacri di genocidio nella storia mondiale. Vi è
qui al lavoro un'arte. Perché il pubblico deve essere persuaso
efficacemente, l'emozione deve prendere il posto della ragione.
Tutto il discernimento deve essere accantonato. Soltanto allora sarà
messa a punto la scena per suggerire come una tragedia come questa
non può mai accadere di nuovo.
Il vero 'crimine' che è stato commesso, una volta che si
comprendono i veri motivi dietro l'arresto, non è "crimini contro
l'umanità" ma ciò che l'elite globale vede come la maggiore minaccia
al suo potere: uno forte stato sovrano. Le violazioni territoriali
della Libia e del Pakistan dovrebbero essere viste in questo
contesto. E Siria, Sudan, Yemen ed Iran potrebbero essere i
prossimi. Si dovrebbe essere avveduti da ignorare appelli o
giustificazioni umanitari altisonanti per sganciare bombe su
popolazioni civili. Questi appelli sono stati preparati in anticipo
per essere usati come idee commerciali per giustificare
un'aggressione.
Come la Serbia venti anni fa, le "colpe" che queste nazioni
condividono sono la forza e la resistenza.
L'arresto di
Ratko Mladic: perché
improvvisamente leggiamo di Muammar Gheddafi e della "responsabilità
di proteggere"?
Il titolo di un articolo di
John McTernan sul
London Telegraph dice tutto. Pubblicato
approssimativamente quattro ore dopo che l'arresto di Mladic ha
raggiunto per la prima volta le agenzie stampa,
McTernan annuncia in caratteri marcati
"L'arresto di Ratko Mladic dice a Muammar Gheddafi -- Puoi
scappare ma non puoi nasconderti".
McTernan
scrive:
A poco a poco, stiamo vedendo
l'adempimento di una delle grandi visioni riformiste di
Tony Blair. Sconcertato,
così come lo erano molti, alla vista di un governo conservatore che
stava in attesa mentre un milione di persone venivano massacrate in
un genocidio in Ruanda e dei cittadini europei che subivano la
pulizia etnica nella ex Jugoslavia, Blair sviluppò la dottrina
dell'"intervento liberale". Esposta nei principi nel suo
discorso di Chicago
ed in pratica in Sierra Leone, Afghanistan,
Kosovo
ed Iraq.
Avevo paura che
l'impopolarità pubblica della guerra in Iraq avrebbe portato
l'attuale generazione di politici a rinunciare all'intervento
muscolare. Sono lieto di affermare che mi sbagliavo e che sia
David Cameron
che Ed Miliband
sono stati rapidi
e vigorosi ad incitare ed appoggiare l'intervento in Libia. Questa è
la prima azione autorizzata dall'ONU in base alla dottrina della
Responsabilità di Proteggerei,
il blairismo stesso in azione.
Per il regime libico del colonnello Gheddafi, il
significato dell'arresto di oggi è enorme. Gheddafi deve comprendere
chiaramente che sarà assicurato alla giustizia. Ed è molto
improbabile stare in fuga per quindici anni
– ora è più
difficile nascondersi di quanto lo fosse negli anni '90. Ora, più
che mai, dovrebbe cercare una fine negoziata del conflitto libico. [1]
La sbalorditiva velocità con la quale l'arresto di Mladic è
stata sovrapposta alla Libia ed allo spodestamento di Gheddafi
dovrebbe essere sorprendente, ma non lo è. Neppure è sorprendente
che
McTernan abbia fatto un riferimento
immediato ai concetti di "intervento liberale" e di "responsabilità
di proteggere".
Spencer Ackerman
di wired.com inizia
il suo pezzo
giovedì mattina esultando "E' meglio che
Muammar Gheddafi si guardi le spalle. Forse si sta sviluppando un
mese terribile per essere un assassino di massa". Quindi
fornisce un offuscato argomento a sostegno della dottrina della
"responsabilità di proteggere" citando la guerrafondaia "umanitaria"
residente alla Casa Bianca, Samantha Power. Ackerman cita la Power affermando:
"Avevo lavorato a
Sarajevo, dove i cecchini
serbi facevano pratica di tiro al bersaglio su donne anziane
infagottate che trascinavano scatole metalliche
di acqua sporca attraverso la città e dove parchi pittoreschi erano
stati trasformati in cimiteri per ospitare il diluvio di giovani
arrivi. Avevo intervistato uomini macilenti che erano calati di
quaranta e cinquanta libbre e che portavano cicatrici permanenti dal
loro periodo nei campi di concentramento serbi.... [E ancora] non mi
era mai venuto in mente che il generale Mladic aveva o poteva avere
giustiziato sistematicamente uno a uno fino all'ultimo gli uomini ed
i ragazzi musulmani sotto la sua custodia".
[2]
Continua quindi
Ackerman:
[La Power] ha descritto se stessa come "perseguitata" da
entrambe il "proprio fallimento a sonare un opportuno preallarme e
dal rifiuto del mondo esterno di intervenire anche una volta che il
pericolo degli uomini era diventato evidente".
[3]
Come assistente speciale del presidente
Barack Obama, è
Samantha Power che (sostengono molti
commentatori) è la forza motrice dietro alla
politica dell'amministrazione
di "guerra umanitaria" in Libia. Infatti, prima di
entrare a far parte di questa amministrazione, la Power è andata per
il mondo a pronunciare discorsi sui "fallimenti umanitari" e sulla
"responsabilità di proteggere". Inoltre, la sua carriera
professionale è cominciata all'International
Crisis Group, dove ha lavorato
sotto la principale autorità mondiale sulla "responsabilità di
proteggere",
Gareth Evans.
Ed è così adatto che Ackerman abbia scelto di citare la Power in questo contesto. Il
successo della Power è stato costruito sui conflitti balcanici degli
anni novanta. Samantha Power è l'autoproclamatasi "donna genocidio".
Lo sforzo per commercializzare questa dottrina ha una base
ampia all'interno dei circoli dell'elite della politica estera USA.
L'ex segretario di stato
Madeleine Albright rimane sul copione più tardi
quella sera stessa durante
uno scambio
con Charlie Rose:
CHARLIE ROSE:
Dove stiamo
rispetto a questa idea di quando le nazioni sono disposte ad
invadere la sovranità di un'altra nazione perché vi avvengono
crimini contro l'umanità?
MADELEINE
ALBRIGHT: Charlie,
penso che abbiamo imparato molte lezioni su questo e, infatti, lo sai,
della gente ha avuto discussioni -- io non ero una di loro -- che
non sapevamo ciò che stava accadendo durante la II GM.
Vi è una nuova dottrina che è
venuta fuori come risultato di più conoscenza che è chiamata
responsabilità di proteggere. E parzialmente la risoluzione
delle Nazioni Unite sulla Libia è fondata sull'idea che se la
comunità internazionale conosce di orrori che avvengono, abbiamo la
comune responsabilità di fare qualcosa riguardo a questo. E
la NATO,
francamente, è uno degli strumenti molto validi perché ciò accada.
Si scontra con la sovranità. E' uno degli aspetti difficili di
questo. Ma penso che in Libia abbiamo agito giustamente.
E l'altra parte che è una lezione da questo è che quelli
che sono responsabili di uccidere la propria gente oppure ordinare
che sia uccisa in definitiva vengono presi dalla giustizia.
E'avvenuto con
Osama bin Laden.
E' avvenuto ora con
Ratko Mladic
e Karadzic
e
Milosevic
ed è mia opinione che in definitiva la giustizia prenderà quelli responsabili per la Libia -- Gheddafi. E vi è una tendenza
del procuratore perché la corte penale internazionale è interessata
ad assicurarsi che Gheddafi sia etichettato come qualcuno che ha
commesso crimini contro l'umanità. E la risoluzione delle Nazioni
Unite è basata su questa responsabilità che abbiamo l'uno con
l'altro.
[4]
Il motivo per cui la "responsabilità di proteggere" è così efficace
come dottrina di strategia è che giustifica le azioni più
irresponsabili e criminali della comunità globalista evocando degli
orrori impensabili ad un pubblico impressionabile; un pogrom di
bagno di sangue e di male che la mente rabbrividisce a comprendere.
Cosa può sapere il lettore di queste storie dell'orrore di reali
genocidio, pulizia etnica o carneficina? Cosa può sapere ognuno di
noi della mente dell'uomo che è stato ritenuto responsabile di questi
crimini? La mente sembra ritrarsi da qualsiasi tentativo di capire,
sostituito invece da un potente bisogno di fermare queste atrocità a
qualunque costo. Questo è il valore di una simile dottrina; questo è
perché viene ora utilizzata. E' paura; spinta avanti da un
preoccupato desiderio di fermare l'imminente massacro. Pensate
soltanto: quando un massacro è vicino a noi, vi è il tempo per
dibattere le discordanti interpretazioni degli eventi in questione?
Non vi è affatto tempo di aspettare per un'indagine più minuziosa;
non vi è affatto tempo per discutere se la storia è giusta o
sbagliata; oppure se i nostri presumibilmente antiquati concetti
legali devono essere piegati o infranti. Vi è soltanto la corsa
febbrile per fermare il massacro, sostenuta dalla necessità di
punire il mostro che lo commetterà. Dobbiamo agire. E non possiamo
aspettare.
Questo è esattamente quello che stanno tentando di venderci le
storie sull'arresto di
Ratko
Mladic.
Ratko
Mladic
viene presentato come un "esecutore di pulizia etnica",
un "assassino di massa",
un "macellaio genocida",
un "criminale di guerra",
una "mente del massacro"
ed un
"delinquente". E' stato
accusato di "avere orchestrato la più grande carneficina in Europa
dalla Seconda Guerra Mondiale". E collegando il leader libico
Muammar Gheddafi a quest'uomo, con questi aggettivi, questi crimini
e con le immagini raccapriccianti che rievocano, è quasi come se
Gheddafi funzioni da surrogato di Mladic. Così è stato appropriato
che in Libia abbiamo agito risolutamente. Noi non possiamo
essere perseguitati da "colpa collettiva";
non possiamo patire "le
conseguenze dell'inattività occidentale".
Non possiamo essere costretti
ad essere testimoni delle scene tragiche di "fosse comuni" e di "ossa che spuntano fuori dal terreno".
Questa è una "battaglia per
l'umanità". Come
ha riflettuto sul Guardian di domenica
scorsa Henry Porter, "perché il male trionfi è
sufficiente soltanto che i buoni non facciano nulla".
La colpa di guerra serba: quando l'accusa di genocidio è
costruita su una menzogna
(Srebrenica,
Bosnia, 1995)
Quello che manca dai recenti articoli sulla colpa della guerra
genocida di Ratko Mladic è il contesto nel quale hanno
avuto luogo le uccisioni a Srebrenica. Questa omissione collettiva è
conveniente per gli scopi geopolitici nei quali l'accusa di
genocidio è stata usata, entrambe a metà degli anni novanta ed oggi.
Ratko Mladic
era un generale comandante
dell'esercito serbo-bosniaco durante la sanguinosa guerra civile in
Bosnia, una guerra che iniziò poco dopo la disintegrazione della
Repubblica di Jugoslavia nel 1991. La Bosnia è un paese aspro e
montagnoso, situato a un bivio di imperi. Per secoli è stato patria
di tre principali gruppi etnici, il che si è dimostrato infelice in
un periodo di tensione religiosa e di incertezza politica. Sotto
l'autorità di trentotto anni di
Josef Tito, i serbi cristiano ortodossi ed
i cattolici croati sono vissuti fianco a fianco con i musulmani
nella Repubblica Socialista di Bosnia, uno stato all'interno della
Jugoslavia. La distruzione della Repubblica di Jugoslavia è stata la
distruzione dell'unità e della stabilità che esisteva tra queste
culture religiose-etniche. I serbi rappresentano appena sotto la
metà della popolazione bosniaca ed ora affrontavano la prospettiva
di un governo dominato dai musulmani. Fu presto creato uno stato
indipendente dei serbi bosniaci, la
Republika Srpska.
I diritti territoriali
reclamati da ciascun gruppo furono impetuosamente disputati da
fazioni etniche concorrenti. La risultante guerra scoppiò per
appianare queste dispute territoriali, con sfumature che erano di
natura religiosa e culturale. Straordinaria violenza fu commessa da
tutte le parti.
Srebrenica ha ottenuto importanza durante
la guerra a causa dell'essere una delle "zone sicure" occupate
dall'ONU, che apparentemente furono create per rifugiare profughi
civili e per fornire soccorso umanitario. Tuttavia, i fatti indicano
che per il 1995 le Nazioni Unite avevano iniziato implicitamente ad
appoggiare i militari musulmani nel loro conflitto contro i serbi,
in questo caso permettendo ai soldati musulmano-bosniaci di operare
nel villaggio un presidio protetto dall'ONU, dal quale le truppe in
seguito assalivano i villaggi dominati dai serbi e terrorizzavano le
popolazioni civili locali.
Sulle incursioni musulmane sui villaggi serbi,
Stella L. Jatras
scrive:
Yasushi Akashi,
ex rappresentante dell'ONU in
Bosnia, sul
Washington Times
del 1° novembre 1995 ha ammesso che
"è un fatto che le forze del governo bosniaco hanno utilizzato
le 'zone sicure', non soltanto di
Srebrenica,
ma di
Sarajevo, Tuzla, Bihac, Gorazde
per addestramento, ristabilimento e rinnovo delle sue truppe". In
altre parole, le cosiddette zone sicure venivano utilizzate come
posti militari per addestrare i combattenti
mujahedin
da
Afghanistan, Iran, Siria,
Turchia e dall'intero mondo
islamico, liberi di commettere i loro tradimenti attaccando villaggi
serbi e ritornando nella notte come ladri indietro alla sicurezza
dei loro protettori dell'ONU che a queste violazioni guardavano
convenientemente dall'altra parte. Prima dei fatti a
Srebrenica,
questi "guerrieri sacri dell'Islam" avevano attaccato 42 villaggi
serbi circostanti e più di 3.000 abitanti dei villaggi serbi erano
stati massacrati senza timore di venire rimproverati o puniti
dall'ONU. Tuttavia, quando i serbi sono stati provocati a fare
rappresaglia contro questi assalti musulmani da queste cosiddette
"zone sicure", furono condannati dal mondo intero.
Ulteriore prova delle violazioni delle
proclamate "zone sicure" da parte delle forze musulmano-bosniache è
stata fornita dal ten. gen.
Sir Michael Rose, ex comandante dell'UNPROFOR, che ha dichiarato che i
musulmani "sparavano sui serbi per aumentare la pressione e per
ottenere un ulteriore intervento dalla NATO".
[5]
Questi rapporti sono significativi, poiché a lungo i
musulmano-bosniaci sono stati descritti dall'occidente come vittime
indifese nel conflitto, vittime di inconcepibili atrocità serbe.
Questa è una caratterizzazione che sopravvive ancora fino ad oggi,
come rivela il recente arresto di
Ratko Mladic. Ma la situazione a
Srebrenica era molto più complessa e la
colpa di guerra niente affatto così unilaterale. Come rivelato, non
soltanto la guarnigione
musulmano-bosniaca stava conducendo assalti sanguinari sui villaggi
serbi confinanti. Ma la cosiddetta forza di pace dell'ONU stava
fornendo loro la sicurezza per farlo. Indirizzando il motivo dietro
alla complicità dell'ONU in questi assalti,
Diana Johnstone
scrive:
Dal rapporto del 1999 del segretario generale dell'ONU su
Srebrenica
emerge che l'idea di un "massacro di
Srebrenica" era già
nell'aria ad una riunione a
Sarajevo nel settembre
1993 tra il presidente musulmano-bosniaco
Alija Izetbegovic ed i membri del
suo partito musulmano da
Srebrenica. Nel programma vi
era la proposta serba di scambiare
Srebrenica e Zepa per
alcuni territori attorno a
Sarajevo come parte di un
accordo di pace.
"La delegazione si oppose all'idea e l'argomento
non venne discusso ulteriormente. Alcuni membri sopravvissuti della
delegazione di
Srebrenica hanno dichiarato
che il
presidente
Izetbegovic
raccontò loro anche di avere appreso che un intervento della NATO
in Bosnia and
Herzegovina era possibile, ma poteva
avvenire soltanto se i serbi fossero entrati a
Srebrenica,
uccidendo almeno
5.000 della sua gente".
Più tardi
Izetbegovic negò questo, ma
è superato numericamente dai testimoni. E' chiaro
che la strategia costante di
Izetbegovic era di
ritrarre la sua parte musulmana nella sanguinosa guerra civile
come pure vittime indifese, allo scopo di portare al suo fianco la
potenza militare USA. Sul suo letto di morte, lo ammise prontamente
al suo ardente ammiratore
Bernard Kouchner,, alla presenza
del diplomatico USA
Richard
Holbrooke. Kouchner
ha ricordato ad
Izetbegovic di una
conversazione che aveva avuto con il presidente francese
Mitterrand
nella quale
"parlava dell'esistenza di 'campi di sterminio' in Bosnia".
Kutchner:
'Lo hai ripetuto di fronte ai
giornalisti. Ciò ha provocato notevole emozione per tutto il mondo. [...]
Erano dei posti
orribili, ma la gente non veniva sterminata sistematicamente. Lo
sapevi?
Izetbegovich:
Si. Pensavo che le mie rivelazioni potessero affrettare i
bombardamenti. Ho visto la reazione dei francesi e degli altri-Mi
sono sbagliato. [...] Si, ho tentato,
ma
l'asserzione era falsa. Non vi era nessun campo di
sterminio qualunque l'orrore di quei posti.
[6]
Il significato di queste osservazioni attribuite al presidente
musulmano-bosniaco è ovvio. Dalla prospettiva di
Izetbegovic, l'introduzione di potenza di
fuoco militare superiore (e dell'appoggio pubblico globale) dalla
parte dei musulmani-bosniaci avrebbe procurato un evidente vantaggio
nella guerra in corso contro i serbi. Ma prima le forze della NATO a
guida USA avevano bisogno di una "crisi umanitaria" per giustificare
l'intervento, dal momento che la controversia era di carattere
locale (che significa che nessuna delle due parti poneva una
minaccia alla sicurezza internazionale, che era stato lo standard
che durante quel periodo regolava gli interventi). In altre parole,
la Bosnia aveva bisogno di un "genocidio" per vendere la sua guerra
all'occidente, che è esattamente ciò che la situazione a Srebrenica è stata preparata a procurare. A Srebrenica l'alto comando
musulmano-bosniaco stese una trappola, basata sullo stimolare
l'esercito serbo a cercare vendetta per gli assalti dei musulmani
sui villaggi serbi vicini. Forse questo spiega perché l'ufficiale
comandante musulmano-bosniaco di Srebrenica,
Naser Oric,
aveva costituito una tale
reputazione di ferocia contro i serbi.
Scrive la
Johnstone:
Nella testimonianza ad un'inchiesta della commissione
parlamentare francese su
Srebrenica,
il generale Philippe Morillon,
l'ufficiale dell'UNPROFOR
che per primo ha richiamato l'attenzione internazionale sull'enclave
di
Srebrenica, ha affermato
la propria convinzione che le forze serbo-bosniache fossero
cadute in una "trappola" quando hanno deciso di conquistare
Srebrenica.
Successivamente, il 12 febbraio 2004, testimoniando al
Tribunale Penale Internazionale dell'Aia, il generale Morillon ha
sottolineato che il comandante militare di
Srebrenica, Naser
Oric, "si è impegnato in
attacchi durante le festività ortodosse ed ha distrutto dei
villaggi, massacrando tutti gli abitanti. Questo
ha creato un livello di odio che nella regione era alquanto
straordinario e ciò ha indotto la regione di Bratunac in
particolare---cioè l'intera popolazione serba---a ribellarsi proprio
all'idea che attraverso l'assistenza umanitaria di potesse aiutare
la popolazione che era lì presente".
Interrogato dal procuratore dell'ICTY su come
Oric trattava i prigionieri serbi, il generale Morillon, che lo
conosceva bene, rispose che "Naser Oric era un signore della guerra
che regnava in questa zona e sulla stessa popolazione con il
terrore. Penso che avesse capito che queste erano le regole di
questa orribile guerra, che non poteva permettersi di prendere
prigionieri. Secondo il mio ricordo, non cercava nemmeno una scusa.
Era semplicemente un'affermazione: Non si può essere seccati dai
prigionieri".
[7]
Queste atrocità attirarono i serbi a lanciare un prevedibile
attacco sul villaggio. Dopo il quale i corpo ufficiali
musulmano-bosniaco venne improvvisamente tolto dal presidio.
Continua la
Johnstone:
...l'alto comando musulmano a Sarajevo ordinò ai comandanti di
Srebrenica, Oric ed i suoi
luogotenenti,
di ritirarsi da
Srebrenica, lasciando
migliaia dei suoi soldati senza comandanti, senza ordini e in
confusione totale quando
avvenne il prevedibile attacco serbo. Gli ufficiali musulmani
di
Srebrenica
sopravvissuti
hanno
accusato in modo aspro il governo di
Izetbegovic di averli
sacrificati deliberatamente agli interessi del suo stato.
[8]
Ciò che è indiscusso in tutti i resoconti è che le forze
serbo-bosniache raggiunsero la città. La questione che rimane
dibattuta--e che oggi è di centrale importanza--è se si può
affermare che sia avvenuto un "massacro da genocidio" della
popolazione musulmana. L'allora ambasciatore USA alle Nazioni Unite,
Madeleine Albright,
"dimostrò" il suo caso di genocidio sventolando delle
fotografie satellitari
di mucchi di fango scoloriti, pretendendo che fossero
delle fosse comuni. Nella sua recente intervista con Charlie Rose, la Albright
ha dichiarato: "...La cosa che ho fatto è di far declassificare le fotografie di ciò che stava
accadendo a Srebrenica.
Avevamo delle fotografie che mostravano quello che era stato un campo vuoto,
quindi un campo con delle persone, in seguito un campo con dei ratti
mentre le persone erano scomparse. E ho portato questo al Consiglio
di Sicurezza e ho pensato che apriva la strada perché noi potessimo
infine prendere un'iniziativa". [9]
La testimonianza della
Albright appare dubbia quando
confrontata con i testimoni oculari dell'avanzata serba sulla città.
Scrive
Stella L. Jatras:
Tim Butcher
del Daily Telegraph,
Londra (24 luglio 1995),
riguardo Srebrenica ha scritto, "Dopo cinque
giorni di interviste l'investigatore capo delle Nazioni Unite nei
presunti abusi dei diritti umani durante la caduta di Srebrenica
non ha trovato
nessun testimone diretto di atrocità".
Un rapporto del Comitato Internazionale della Croce Rossa
(ICRC), documento #37, datato
13 settembre 1995, specifica: "Approssimativamente 5.000 truppe
musulmane di
Srebrenica hanno lasciato
l'enclave prima della sua caduta. Il governo musulmano ha ammesso
che questi uomini sono stati riassegnati ad altre unità delle sue
forze armate. Il fatto che i familiari non ne siano stati informati
era giustificato dall'obbligo di mantenere un segreto
militare". Inoltre la ICRC ha riferito che vi sono state indicazioni
che sono scoppiati dei sporadici scontri tra soldati musulmani che
volevano rimanere e combattere ed altri soldati e civili che
volevano fuggire. In alcuni casi, i nomi di soldati "scomparsi" sono
elencati anche due e tre volta. Come dichiarato in precedenza, In
delle fosse sono stati trovati approssimativamente meno di 2.000
cadaveri. Considerando che la guerra civile in Bosnia era durata più
di quattro anni, questo non potrebbe essere chiamato esattamente un
"genocidio" quando paragonato ad altri massacri che hanno luogo in
tutto il mondo come in Sierra Leone, Ruanda, Zimbabwe e Indonesia. [10]
Il capitano Schouten, l'ufficiale ONU più elevato in grado sulla
scena a Bratunac,
dichiarò a
Het Parool meno di una settimana dopo di
quando si disse che il genocidio era accaduto:
"Tutti stanno ripetendo tutti in modo pappagallesco
[su Srebrenica]
ma nessuno mostra prove brucianti. In Olanda la gente vuole
provare a tutti i costi che è stato commesso un genocidio. Non credo
a niente di ciò. Il giorno dopo la caduta di
Srebrenica, 13 luglio, sono arrivato a
Bratunac [presunta località del massacro] e sono rimasto
lì per otto giorni. Potevo andare dovunque volevo. Mi fu accordata
tutta l'assistenza possibile; non sono stato fermato in nessun
posto".
[11]
Sebbene il motivo delle potenze occidentali contro la Serbia
sia davvero molto dettagliato e complesso per addentrarvisi qui, è
immediatamente evidente che il nazionalismo serbo doveva prima
essere indebolito perché la nazione fosse portata dentro il
piano più ampio
dell'integrazione politica europea e dell'espansione
della portata della NATO in Europa orientale. Questo indubbiamente
spiega perché il recente arresto di Ratko Mladic
venga
proclamato
una "vittoria della UE" e perché l'attuale presidente
serbo, Boris Tadic, "merita il nostro rispetto"
per avere eseguito l'arresto. Dalla sua posizione di
presidente della Serbia, ha inserito ancora un altro stiletto nella
Serbia come stato indipendente. Mladic verrà presto processato e
condannato da dei burocrati non eletti
in Olanda, sede del Tribunale Mondiale, non a Belgrado,
dove dunque è protetta la sovranità e dove le sue azioni
inverosimilmente servirebbero l'agenda internazionalista che abbiamo
sopra descritto a grandi linee.
Il caso contro la
Libia:
dove sono le
atrocità?
Secondo i fautori della "responsabilità di
proteggere" (R2P), la dottrina la dottrina è stata eretta sui
fallimenti delle risposte della comunità internazionale ai disastri
umanitari degli anni '90. Tuttavia, abbiamo sopra mostrato che un
tale "disastro umanitario", il cosiddetto genocidio di
Srebrenica, è stato sia 'appesantito'
geopoliticamente e basato su asserzioni che mancavano di
documentazione effettiva. Per i membri della comunità internazionale
vi era un motivo per mentire e così mentirono.
Ci rivolgeremo ora al caso dietro le cosiddette atrocità in
Libia.
Secondo un
commentatore dell'ONU,
il
bombardamento militare internazionale della Libia è il primo
esperimento al mondo in "responsabilità di proteggere". In
altre parole, le norme legali che giustificano gli attacchi sugli
stati-nazione vengono ora ridefiniti con la Libia come causa che
crea un precedente. A dispetto di ciò che si pensa sulla dottrina
R2P in astratto, aiuterebbe certamente sapere se le pretese che
vengono fatte contro il governo Gheddafi sono legittime oppure un
altro mucchio di bugie.
Risulta un'altra volta che la prova che puntella le pretese che
queste siano delle "atrocità" non sia stata niente affatto
disponibile, portando a speculare che forse la guerra viene
giustificata, non fondata su prove materiali, ma su resoconti di
notizie falsificate mostrate alla CNN o alla BBC. Questo è ciò che
rivela la conferenza stampa del
1° marzo
al Pentagono. Quel giorno, dopo che le azioni in
direzione di una risoluzione dell'ONU su una no-fly-zone venivano già discusse, i due massimi funzionari delle
forze armate USA, il segretario alla difesa Robert Gates ed il capo degli stati maggiori riuniti, ammiraglio Michael Mullen, ammettono la loro assoluta ignoranza su ciò che sta
accadendo sul terreno in Libia:
D:
Vedete qualche prova che Gheddafi abbia realmente aperto
il fuoco dall'aria sulla sua gente? Vi sono stati rapporti si
questo, ma voi avete delle conferme indipendenti? Se così, fino a
che punto?
SEGR. GATES:
Abbiamo visto i
resoconti giornalistici, ma non abbiamo conferma di questo.
AMM. MULLEN:
Non abbiamo visto
assolutamente nessuna conferma.
D:
Signor
segretario, può darci la sua valutazione sulla situazione sul
terreno? Quanto è grave? I ribelli possono prendere Tripoli? Stanno
morendo a migliaia?
SEGR. GATES:
Bene, la --
David,
penso che la risposta
onesta sia che non conosciamo questo aspetto, in termini di numero
di vittime. In termini delle capacità potenziali dell'opposizione,
siamo nella stessa sfera di speculazione, come tutti gli altri in
una certa misura. Non ho visto nulla che ci darebbe una lettura
migliore di quella che avete voi del numero dei ribelli che sono
stati uccisi. E penso che rimanga da vedere quanto efficacemente i
leader militari che hanno disertato dalle forze di Gheddafi possano
organizzare l'opposizione nel paese. E lo stiamo osservando
rivelarsi, come voi.
[12]
Naturalmente, ora è stato
rivelato
da componenti
dei media alternativi che, in tutta probabilità, degli elementi
tribali nella metà orientale del paese ricca di petrolio sono stati
segretamente finanziati e strategicamente sostenuti proprio dal
principio. La rivolta è stata
venduta al mondo come una continuazione delle proteste "pacifiche" e "pro-democrazia" che
hanno scosso i governi di Tunisia ed Egitto. E tuttavia i cosiddetti
dimostranti non sono mai passati attraverso una fase pacifica,
essendo stati armati e violenti proprio dall'inizio. Gheddafi ha
risposto energicamente contro questa ribellione, come hanno fatto
prima praticamente tutti i governi. Ma invece la comunità
occidentale ha gridato fallo. I governi di Gran Bretagna e Francia
sono andati persino così lontano da
riconoscere gli insorti antigovernativi
come l'unico governo legittimo
della Libia. Gheddafi sta massacrando il suo popolo, hanno
affermato. Ed anche se non era stato prodotto un brandello di prova
credibile a sostenere queste pretese, è stata invocata la
"responsabilità di proteggere". Utilizzando un linguaggio vago, il
Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha approvato la sua
prima risoluzione R2P.
Ora uno dei figli di Gheddafi e tre dei suoi nipoti
sono stati assassinati;
ora la capitale Tripoli è
in fiamme;
ora gli africani neri vengono sistematicamente e
brutalmente trucidati
dalle truppe appoggiate dalla NATO ed ora
sono all'orizzonte elicotteri d'attacco, che significa una
intensificazione del conflitto. Da tutte le apparenze, è soltanto
una questione di tempo prima che gli stivali tocchino il terreno. [13]
E cosa delle
richieste di cessate il fuoco
presentate dal governo libico per cercare la fine del
massacro? E cosa dell'omissione degli USA di riconoscere i
tentativi
da parte del governo russo di portare al tavolo dei
negoziati le fazioni in guerra in Libia? I rifiuti degli USA di
negoziare una immediata risoluzione pacifica in Libia sono
compatibili con l'R2P?
E cosa della
condanna
del Parlamento Pan-Africano di "aggressione militare"
da parte delle forze NATO in Libia? Questo ente parla di atrocità
che vengono commesse; questo ente vuole che sia presa un'azione
immediata. L''ascolto selettivo' di ingiustizie da parte di questa
'esclusiva' comunità internazionale di Washington, Londra o New York è parte dello standard di giustizia dell'R2P?
E cosa dell'armare noti militanti di al Qaeda in
Libia orientale? L'armamento intenzionale
di estremisti fanatici religiosi contro uno dei pochi
capi di stato secolari del mondo arabo prova della 'chiarezza di
visione' che guida l'R2P? [14]
In un mondo pieno di disastri e di sofferenza umana, la
violenza pare diffondersi come un fungo su un panorama putrido. E
tuttavia pare che soltanto i micologi delle Nazioni Unite possano
identificare questo super raro "fungo R2P", un fungo che cresce
convenientemente soltanto in certi climi--climi che necessitano di
un cambiamento di regime.
In Libia il clima è chiaramente di questo
genere. Per tutti eccetto che per una manciata dei 43 anni di
Gheddafi al potere, il governo libico è stato
posto come bersaglio
per il cambiamento di regime sostenuto dagli
occidentali. Ma è soltanto ora, nell'era dei media
elettronici e delle notizie su 24 ore, che l'R2P viene adoperato
come pretesto, un fatto che dovrebbe mettere in allarme ciascuno di
noi riguardo al suo vero scopo.
Considerazioni conclusive
La spaventosa profezia di
H.G. Wells è già accaduta? Forse quelli
di noi che vivono negli Stati Uniti hanno ancora ragione di
dubitarne. Ma supplico questi dubbiosi e connazionali a fare una
pausa e riflettere, caso mai dare uno sguardo decente alla sequenza
ed al tempismo di questa storia dei notiziari poco notata (e da
essere presto seppellita) della settimana precedente. L'arresto e
l'estradizione di
Ratko Mladic all'Aia ha delle implicazioni
anche per noi. Considerate quanto segue: la Costituzione USA afferma
in termini per nulla dubbi che il presidente USA deve ricevere
l'autorizzazione del Congresso per fare guerra. L'articolo I,
Sezione 8 concede al Congresso il potere esplicito "Di
dichiarare guerra, accordare lettere di corsa e di fare regole che
riguardano la cattura di terre e acqua". [16]
Nelle ultime settimane, è stato spesso
dichiarato da elementi dei media che il presidente, di fatto, ha
l'autorizzazione legale a fare la guerra senza approvazione
congressuale. L'argomento implica che, in queste circostanze, il
presidente deve ottenere l'approvazione del Congresso per questa
guerra entro sessanta giorni dall'inizio del conflitto. Se
non è stata concessa nessuna autorizzazione, sostiene questa gente,
il presidente deve quindi cessare le operazioni militari entro altri
trenta giorni.
Il suddetto argomento è fondato sulla
War Powers Resolution, approvata dal Congresso nel
1973. Nella legge, "sessanta giorni" di poteri di guerra
presidenziali unilaterali sono accordati soltanto se vengono
soddisfatte specifiche condizioni. Il documento dichiara:
"I poteri costituzionali del presidente come comandante in capo
per introdurre nelle ostilità le forze armate degli Stati Uniti, o
in situazioni dove un imminente coinvolgimento in ostilità è
indicato chiaramente dalle circostanze, sono esercitati soltanto
conformemente a (1) una dichiarazione di guerra, (2)
specifica autorizzazione statutaria o (3) un'emergenza nazionale
creata da un attacco sugli Stati Uniti, sui loro territori o
possedimenti, o sulle loro forze armate".
[17]
L'operazione della NATO in Libia
non soddisfa nessuna di queste tre disposizioni e tuttavia
i media asseriscono questa menzogna autorevolmente come se fosse
verità. E ripetendo la menzogna, in molte maniere è diventata
verità. Il pubblico è stato abituato ad aspettare che il presidente
si appoggi alla sua responsabilità legale, la sua fittizia
responsabilità dei "sessanta giorni". Ma di fatto questa
responsabilità legale è stata violata nel momento in cui è iniziata
l'operazione. Ha infranto la legge dal principio. Non vi è stata
nessuna dichiarazione di guerra congressuale, non era stata data
nessuna autorizzazione statutaria specifica, non era stata
dichiarata nessuna "emergenza nazionale". Il presidente ha mandato
il suo paese in guerra e lo ha fatto senza neppure il più leggero
tentativo di soddisfare il suo obbligo costituzionale verso il
Congresso, i controlli legali sul suo potere o la sua responsabilità
verso la cittadinanza americana.
E cosa di quei "sessanta giorni"? Da quando questa menzogna è
improvvisamente diventata legge
de facto, sembrerebbe che
il periodo di tempo di sessanta giorni sia di importanza minima. Che
giorno siamo? Dove siamo ora?
Mercoledì scorso, il 25 maggio, era il giorno
sessanta...l'orologio stava finendo. Oh, che fare! Che ne dite
di una monumentale montatura di PR? Che ne dite di agguantare un
furfante che commette genocidio--un "macellaio"? Come
Ratko Mladic!
Chiamate il presidente Tadic a
Belgrado! Possiamo trascinare fuori Mladic prima che il pubblico
americano! Ed il resto del mondo!
Giovedì, il 26 maggio, giorno sessantuno: la
notizia dell'arresto di
Ratko Mladic ci ha preso di sorpresa.
Note finali:
[1] McTernan, John "The Arrest of Ratko Mladic Tells Muammar Gaddafi
-- You Can Run But You Can't Hide", (Telegraph), 26 maggio 2011.
Vedi inoltre, Tony Blair, "Doctrine of the
International Community at the Economic Club," 24 aprile 1999.
[2] Power, Samantha, A Problem From Hell: America in the Age of
Genocide (Harper Perennial).
[3] Ackerman, Spencer, "Mastermind of Bosnia Massacre Caught, 16
Years Later" (Wired), 26 maggio 2011.
[4] The Charlie Rose Show (Bloomberg TV), 26 maggio 2011.
[5] Jatras, Stella L., "'Srebrenica' -- Code Word to Silence Critics
of U.S. Policy in the Balkans," (Antiwar.com),
31 luglio 2000
[6] Johnstone, Diana, "Srebrenica Revisited: Using War as an Excuse
for More War," (Counterpunch), 12 ottobre 2005.
[7] Ibid.
[8] Ibid.
[9] The Charlie Rose Show (Bloomberg TV), 26 maggio 2011.
[10] Jatras, Stella L. "Srebrenica' -- Code Word to Silence Critics
of U.S. Policy in the Balkans," (Antiwar.com), 31 luglio 2000
[11] Israel, Jared, "Srebrenica, A Small Town in Yugoslavia: Five
Years On and the Lies Continue," 29 luglio 2000.
[12] D.O.D. News Briefing With Secretary Gates and Adm. Mullen From
the Pentagon,
1° marzo 2011.
[13] Escobar, Pepe, "Endgame: Divide, Rule and Get the Oil (Asia
Times Online), 25 marzo 2011.
[14] Tarpley, Webster, "The CIA's Libyan Rebels: The Same Terrorists
Who Killed U.S., NATO Troops in Iraq" (tarpley.net), 24 marzo 2011.
[15] The Constitution of the United States, Article 1, Section 8
[16] War Powers Resolution of 1973 (50 U.S.C. 1541-1548)
Postato da Eric Pottenger
e Jeff Friesen
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