a revolutionary socialist organization
Sostenere un capitalismo guasto
Shamus Cooke
31 ottobre 2009
|
Cinque anni fa sarebbe stato impensabile che una dura critica del capitalismo avrebbe attratto un pubblico di massa. Ma questo è esattamente ciò che ha compiuto il nuovo film di Michael Moore "Capitalism: A Love Story". L'origine del successo di Moore è la sua prontezza a concentrarsi su quello che i media ignorano: il volto umano dietro disoccupazione, fallimento, pignoramenti, sfratti ecc. ed i volti che si avvantaggiano di questa miseria — l'elite corporativa che siede in cima al sistema finanziario. Questa realtà ha educato rapidamente milioni di americani, che ora comprendono perché il nostro sistema economico è dominato da una minuscola crosta di individui super-ricchi, che si salvano con il denaro dei contribuenti mentre non sono disposti a rispondere ad una crisi sociale che esplode. Per combattere queste verità, l'elite corporativa sta progettando un blitz dei media pro-capitalista. La Camera di Commercio USA è un'organizzazione dove le più grandi corporations USA si riuniscono per discorrere, organizzarsi e spendere grandi somme di denaro per i politici. Ora stanno lanciando la loro campagna "sogna in grande", con lo scopo di "...preservare e far progredire il sistema americano della libera impresa [capitalismo]”. Questa campagna dal $100 milioni — come spiegato nel sito web della Camera — sarà concentrata su "pubblicità nazionale", "appoggio della società a livello locale", "leadership della ricerca e delle idee" [think tank ed università] e "impegno del cittadino, della comunità e della gioventù" — combinando "...il coinvolgimento di governatori, sindaci e pubblico giovane..." con "...social network online” (Facebook). Oltre a salvare il capitalismo, la campagna mira a salvare "... i 7 milioni di posti di lavoro perduti nell'attuale recessione ed a creare 13 milioni di nuovi posti di lavoro che saranno necessari nel prossimo decennio". Ma, come notò Albert Einstein, "nessun problema può essere risolto dallo stesso livello di coscienza che lo ha creato". Nessun economista serio predice che l'economia sta cominciando a tirar fuori posti di lavoro, e tanto meno 20 milioni di questi. La Camera di Commercio non è l'unica entità che cerca di puntellare il sistema del profitto. Gli esperti ed i politici orientati verso le corporations esibiscono grande entusiasmo nel celebrare alte lodi al nostro agitato sistema economico. Poco dopo che il sistema è crollato, Bush ha pronunciato un tale discorso dove ha ammesso che la gente stava cominciando ad identificare l'economia di mercato [capitalismo] con "...avidità, sfruttamento e fallimento". Ciò era sbagliato, sosteneva Bush. Invece, il colpevole era la regolamentazione, un problema semplice e facile da sistemare. Le banche gigantesche e le altre mega-corporations — possedute e controllate da minuscoli gruppi di individui ultra-ricchi — potevano restare a posto. Un altro soccorritore del capitalismo è il direttore di Newsweek ed arguto politico Fareed Zakaria, che ha scritto un articolo di Newsweek intitolato The Capitalist Manifesto. In esso, Zakaria spiega che "Ciò che stiamo sperimentando non è una crisi del capitalismo. E'' una crisi della finanza, della democrazia, della globalizzazione ed in definitiva dell'etica". Per oscurare ulteriormente il problema, conclude che le banche e le corporations non devono essere biasimate...tutti lo sono: "... vi sono sufficienti responsabilità per tutti e molte riparazioni da fare. Ma in fondo, vi deve essere una riparazione più profonda entro tutti noi, una semplice prova di coraggio. Se non si sente completamente, non dovremmo farlo". (13 giugno 2009). Naturalmente non tutte le difese del capitalismo sono tanto ridicole quanto quelle di Bush e di Zakaria. Un approccio più sfumato si può sentire da Ariana Huffington e Ron Paul, che entrambe condividono la stessa prospettiva: il capitalismo non è fallito perché il capitalismo non esisteva — esisteva il "corporativismo". Partendo dal presupposto che Paul e la Huffington definiscano il "corporativismo" come un'economia dominata da grandi banche ed altre corporations, hanno ragione. Sbagliano a pensare che "corporativismo" e capitalismo si escludano a vicenda. Di fatto, il capitalismo è dominato da grandi corporations da più di cento anni, con l'avvento dei “robber barons” — proprietari di società monopolistiche come Rockefeller, Morgan, Carnegie, Vanderbilt ecc. Comunque, dalla sua fondazione il capitalismo non è mai cambiato. Il sistema ha sempre prodotto beni allo scopo del profitto privato, non dei bisogni della gente, e la gente che profitta dal capitalismo è sempre stata quella che possiede la ricchezza, le macchine e gli edifici che producono questi beni, siano automobili, computer o prestiti. Sebbene la sostanza del capitalismo resti intatta, il suo aspetto negli anni è cambiato. Nei primi tempi, dominavano le piccole imprese, assieme alle piccole banche. Ma, come si sono sviluppati i trasporti e le tecnologie, il mondo sembrava diventare più piccolo, mentre venivano prodotti sempre più beni. Ciò ha creato le condizioni che hanno portato ad un capitalista libero; una implacabile battaglia per vendere più degli altri sul mercato globale. I pesci grossi hanno mangiato i pesci piccoli e sono diventati pesci sempre più grossi — super-corporations che ora abbracciano il globo, con impianti giganteschi che producono un ammontare inimmaginabile di merci. Questo è il mondo nel quale oggi viviamo. Queste società esercitano un potere assoluto sulla vita politica e sociale: la loro straordinaria ricchezza permette loro di comprare i politici ed i generali dell'esercito, tenendo "fuori dal tavolo" certi argomenti al Congresso. Questa è la realtà del capitalismo come esiste oggi, un fatto che deve essere riconosciuto da chiunque proponga una soluzione credibile. Non possiamo regolamentare il capitalismo per soddisfare i nostri bisogni quando non controlliamo il sistema; lo controllano coloro che possiedono le banche e le corporations. Il reale cambiamento sociale richiederà che questa dinamica venga frantumata, di modo che le istituzioni socialmente di gran valore non siano di proprietà di nessun individuo o di un piccolo gruppo. Qualsiasi entità che incida seriamente sul pubblico generale dovrebbe essere gestita nell'interesse del pubblico e quindi non posseduta da nessuno.
|
![]()