
Potere, propaganda e coscienza nella guerra al terrorismo
Conferenza
di
John Pilger
alla
UWA Extension Summer School
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Winthrop Hall, Università della Western Australia, 12 gennaio 2004 - Vorrei ringraziare l'Università della Western Australia per avermi invitato qui oggi, e specialmente Nigel Dolan per il caldo benvenuto e la perfetta organizzazione. Sono un giornalista che dà molto valore al portare testimonianze. Devo dire che assegno un'importanza suprema a ciò che vedo, e sento, e percepisco essere la verità, o il più vicino possibile alla verità. Comparando tali prove con le dichiarazioni e le azioni di coloro che sono al potere, credo sia possibile valutare onestamente come ora il nostro mondo sia controllato e diviso, e manipolato, e come il linguaggio ed il dibattito vengano distorti e venga sviluppata una falsa consapevolezza. Quando parliamo di questo con riguardo alle società totalitarie ed alle dittature, lo chiamiamo lavaggio del cervello: la conquista delle menti. E' una nozione che non abbiamo quasi mai applicato alle nostre società. Lasciate che vi dia un esempio. All'apice della guerra fredda, un gruppo di giornalisti sovietici intrapresero un tour ufficiale degli Stati Uniti. Guardarono la TV; lessero i quotidiani; ascoltarono i dibattiti al Congresso. Con loro stupore, tutto quello che sentivano era più o meno lo stesso. Le notizie erano sempre le stesse. Le opinioni erano le stesse, più o meno. "Come fate?" chiesero ai loro ospiti. "Nel nostro paese, per ottenere questo, gettiamo la gente in prigione; gli strappiamo le unghie. Qui non vi è niente di ciò? Qual'è il vostro segreto?" Il segreto è che la questione non è stata quasi mai sollevata. Ovvero, se è stata sollevata, è stata più che probabilmente respinta perché proveniente dai margini: da voci lontane al di fuori dei confini di quella che chiamerei la nostra 'conversazione metropolitana', i cui termini, e limiti, di riferimento vengono fissati dai media ad un livello, e dalla trattazione della dottrina ad un altro livello. Dietro entrambe vi è un potere imprenditoriale e politico che esercita il controllo. Una dozzina di anni fa, scrivevo da Timor Est, che allora era occupata dalla dittatura indonesiana del generale Suharto. Sono dovuto andare lì sotto copertura, poiché i giornalisti non erano i benvenuti, i miei informatori erano coraggiose persone comuni che confermarono, con le prove e l'esperienza, che in quel paese vi era stato un genocidio. Ho portato fuori documenti scritti a mano meticolosamente, prove che intere comunità erano state massacrate, tutte cose che ora sappiamo essere vere. Sappiamo anche che il materiale decisivo per un crimine proporzionalmente maggiore delle stragi di Pol Pot in Cambogia era arrivato dall'occidente: principalmente da Stati Uniti, Gran Bretagna ed Australia. Al mio ritorno a Londra, e poi in questo paese, incontrai una versione molto differente. La versione dei media era che il generale Suharto era un capo benevolo, che guidava una sana economia ed era uno stretto alleato. A dire il vero, si diceva che il primo ministro Keating lo considerasse una figura paterna. Egli ed il ministro degli esteri Gareth Evans hanno fatto molti discorsi elogiativi di Suharto, non menzionando mai, nemmeno una volta, che aveva preso il potere come risultato di quello che la CIA chiamò "uno dei più grandi massacri del ventesimo secolo". Non dicevano nemmeno che le sue forze speciali, note come Kopassus, erano responsabili del terrore e della morte di un quarto della popolazione di Timor Est, 200.000 persone, una cifra confermata da uno studio commissionato dalla Commissione Affari Esteri del Parlamento Federale. Nemmeno hanno menzionato che questi assassini venivano addestrati dalle SAS australiane non lontano da questa sala, e che del personale militare australiano era integrato nella violenta campagna di Suharto contro il popolo di Timor Est.
Le prove di atrocità, che riportai nel mio documentario "Morte di una nazione", vennero ascoltate ed accettate dalla Commissione Diritti Umani delle Nazioni Unite, ma non da quelli al potere in Australia. Quando mostrai le prove di un secondo massacro vicino al cimitero di Santa Cruz nel novembre del 1991, il redattore esteri dell'unico quotidiano nazionale di questo paese, The Australian, derise i testimoni oculari.
"La verità", scrisse Greg Sheridan, "è che persino le vittime autentiche frequentemente inventano storie". Il corrispondente del giornale da Jakarta, Patrick Walters, scrisse che "nessuno viene arrestato [da Suharto] senza le corrette procedure legali". Il redattore capo, Paul Kelly, dichiarò Suharto un "moderato" e che non vi era nessuna alternativa al suo benevolo governo. Paul Kelly sedeva nel consiglio dell'Australia-Indonesia Institute, un ente finanziato dal governo australiano. Non molto prima che Suharto venisse abbattuto dal suo popolo, Kelly era a Jakarta, in piedi a fianco di Suharto, presentando l'assassino di massa ad una fila di redattori australiani. A suo grande onore, l'allora redattore del West Australian, Paul Murray, rifiutò di unirsi all'ossequioso gruppo.
Non molto tempo fa, a Paul Kelly fu dato un premio speciale nell'annuale Walkley Awards per il giornalismo, del tipo che danno ai vecchi statisti. E nessuno disse niente sull'Indonesia e su Suharto. Immaginate un simile premio andare a Geoffrey Dawson, redattore del London Times negli anni '30. Come Kelly, egli appagò un dittatore genocida chiamandolo un "moderato".
Questo episodio è una metafora di ciò di cui vorrei parlare questa sera. Per 15 anni è stato mantenuto il silenzio da parte del governo australiano, dei media australiani e degli accademici australiani sul grande crimine e la tragedia di Timor Est. Inoltre, questo era un'estensione del silenzio sulle vere circostanze della sanguinosa ascesa al potere di Suharto a meta degli anni '60. Non è stato diverso dal silenzio ufficiale in Unione Sovietica sulle sanguinose invasioni di Ungheria e Cecoslovacchia.
Del silenzio dei media parlerò tra poco. Ora esaminiamo il silenzio accademico. Uno dei maggiori atti di genocidio della seconda metà del ventesimo secolo apparentemente non giustificava un singolo considerevole studio da caso accademico, basato su fonti originarie. Perché? Dobbiamo tornare indietro agli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale quando negli Stati Uniti venne inventato lo studio della politica internazionale post bellica, noto come il "realismo liberal", in larga misura con la sponsorizzazione di quelli che crearono il potere economico globale americano. Essi comprendono la Ford, le fondazioni Carnegie e Rockeller, l'OSS, precursore della CIA ed il Council on Foreign Relations.
Così, nelle grandi università americane, gli studiosi generalmente servivano per giustificare la guerra fredda, la quale, come ora sappiamo da archivi declassificati, non soltanto ci portò più vicini alla guerra atomica di quello che pensavamo, ma era essa stessa in gran parte fasulla. Come ora chiariscono gli archivi britannici, non vi era nessuna minaccia sovietica al mondo. La minaccia era ai satelliti della Russia, proprio come gli Stati Uniti minacciavano, invadevano e controllavano i loro satelliti in America Latina.
Il "realismo liberal", in America, Gran Bretagna ed Australia, significava portare l'umanità fuori dello studio delle nazioni ed osservare il mondo in termini della sua utilità per il potere dell'occidente. Ciò veniva presentato in gergo autoserviente: un linguaggio del tipo massonico schiavo del potere dominante. Tipiche del gergo erano le etichette.
Di tutte le etichette applicatemi, la più interessante è che sono un "neoidealista". Nondimeno il 'neo' deve ancora essere spiegato. Dovrei qui aggiungere che l'etichetta più divertente è la creatura del redattore esteri di The Australian, che ha preso un'intera pagina del suo quotidiano per dire che un movimento sovversivo chiamato Chomskysmo-Pilgerismo ispirava aspiranti terroristi in tutto il mondo.
Durante gli anni '90, intere società furono distese per l'autopsia ed identificate come "stati falliti" e "stati canaglia", che richiedevano "intervento umanitario". Diventarono di moda altri eufemismi, "buon governo" e "terza via" furono adottati dalla scuola realista liberal, che distribuiva le etichette ai suoi eroi. Bill Clinton, il presidente che distrusse l'ultima delle riforme di Roosevelt, venne etichettato come "sinistra del centro". Nobili parole come democrazia, libertà, indipendenza, riforma vennero svuotate del loro significato e prese a servizio dalla Banca Mondiale, dall'FMI e da qull'amorfa cosa chiamata "l'Occidente", in altre parole, l'imperialismo.
Naturalmente, imperialismo era la parola che i realisti non osavano scrivere o pronunciare, quasi come se fosse stata tolta dal dizionario. E nondimeno l'imperialismo era l'ideologia dietro i loro eufemismi. E devo ricordarvi il destino del popolo sotto l'imperialismo? In tutto l'imperialismo del 20° secolo, le autorità di Gran Bretagna, Belgio e Francia hanno gasato, bombardato e massacrato popolazioni indigene dal Sudan all'Iraq, dalla Nigeria alla Palestina, dall'India alla Malesia, dall'Algeria al Congo. E nondimeno imperialismo è diventato una brutta parola solamente quando Hitler decise che anche lui era un imperialista.
Dunque, dopo la guerra, dovevano essere inventati nuovi concetti, in realtà creato un intero lessico e metodo di trattazione, poiché la nuova superpotenza imperiale, gli Stati Uniti, non volevano essere associati con i vecchi brutti giorni del potere europeo. Il culto americano dell'anticomunismo riempì questo vuoto molto efficacemente; comunque, quando improvvisamente l'Unione Sovietica crollò e la guerra fredda era finita, doveva essere trovata una nuova minaccia.
Dapprima vi è stata la "guerra alla droga", e la Teoria della Storia dello spauracchio è ancora popolare. Ma non si può paragonare alla "guerra al terrorismo" che è arrivata con l'11 settembre 2001. Lo scorso anno ho riportato della "guerra al terrorismo" dall'Afghanistan. Come per Timor Est, i fatti dei quali sono stato testimone non avevano quasi nessuna relazione con il modo nel quale venivano rappresentati nelle società libere, specialmente in Australia.
L'attacco americano del 2001 all'Afghanistan venne annunciato come una liberazione. Ma le prove sul terreno sono che, per il 95% della gente, non vi è nessuna liberazione. I talebani sono stati semplicemente scambiati con un gruppo di signori della guerra, stupratori, assassini e criminali di guerra finanziati dagli americani, dei terroristi sotto ogni aspetto: proprio la gente che il presidente Carter armò segretamente e la CIA addestrò per quasi 20 anni.
Uno dei più potenti signori della guerra è il generale Rashid Dostum. Il generale Dostum è stato visitato da Donald Rumsfeld, il segretario della difesa USA, che andò ad esprimergli la sua gratitudine. Ha chiamato il generale un uomo "ponderato" e si è congratulato con lui per la sua parte nella guerra al terrorismo. Questo è lo stesso generale Dostum sotto la cui custodia 4.000 prigionieri morirono di una morte tremenda poco più di due anni fa, le accuse sono che degli uomini feriti vennero lasciati a soffocare e sanguinare a morte in dei container. Mary Robinson, quando era rappresentante umanitario superiore dell'ONU, chiese un'inchiesta; ma non ci fu niente da fare per questo tipo di terrorismo gradito. Il generale è il volto del nuovo Afghanistan che non vedete sui media.
Ciò che vedete è il cortese Harmid Karzai, il cui mandato si estende appena oltre le sue 42 guardie del corpo. Solamente i talebani sembrano stimolare l'indignazione dei nostri leader politici e dei media. Nondimeno sotto il nuovo, approvato regime le donne indossano ancora il burqa, soprattutto perché hanno paura di camminare per strada. Le ragazze vengono continuamente rapite, violentate, assassinate.
Come la dittatura di Suharto, questi signori della guerra sono i nostri amici ufficiali, mentre i talebani erano i nostri ufficiali nemici. La distinzione è importante, perché le vittime dei nostri amici ufficiali non sono degne delle nostre cure ed interesse, mentre le vittime dei nostri ufficiali nemici lo sono. Questo è il principio in base al quale i regimi totalitari conducono la loro propaganda interna. Ed è, fondamentalmente, come le democrazie occidentali, come l'Australia, dirigono la loro.
La differenza è che nelle società totalitarie, la gente dà per scontato che i loro governi mentiscono loro: che i loro giornalisti sono meramente dei funzionari, che i loro accademici sono silenziosi e complici. Così la gente di questi paesi si regola conformemente. Essi imparano a leggere tra le righe. Essi contano su un fiorente sottobosco clandestino. I loro scrittori e commediografi scrivono parole in codice, come in Polonia e Cecoslovacchia durante la guerra fredda.
Un amico ceco, un romanziere, mi disse: "Voi in occidente siete svantaggiati. Avete i vostri miti sulla libertà di informazione, ma dovete ancora acquisire l'abilità nel decifrare: di leggere tra le righe. Un giorno ne avrete bisogno".
Quel giorno è arrivato. La cosiddetta guerra al terrorismo è la maggiore minaccia a tutti noi sin dagli anni più pericolosi della guerra fredda. La rapace America imperiale ha trovato il suo nuovo "pericolo rosso". Tutti i giorni adesso, la paura e la paranoia manovrate ufficialmente vengono esportate sulle nostre sponde, sceriffi aerei, impronte digitali, una direttiva su quante persone possono fare la coda alla toilette sugli aerei della Qantas provenienti da Los Angeles.
Gli impulsi totalitari che da lungo tempo esistono in America vengono ora sbraitati tutti assieme. Tornate indietro agli anni '50, gli anni di McCarthy, e gli echi di oggi sono tutti troppo familiari, l'isteria; l'assalto al Bill of Rights; una guerra basata sulle menzogne e l'inganno. Proprio come negli anni '50, il virus si è diffuso ai satelliti intellettuali dell'America, particolarmente all'Australia.
La scorsa settimana il governo Howard ha annunciato che avrebbe messo in pratica procedure per l'immigrazione stile USA, prendere le impronte digitali alle persone quando arrivano. Il Sydney Morning Herald ha riferito di queste come di misure per "stringere la rete dell'antiterrorismo". Nessuna discussione qui; nessuno scetticismo. Notizie come propaganda.
Quanto conveniente tutto ciò. La politica dell'Australia Bianca ritorna come "sicurezza interna" (homeland security), ancora un altro termine americano che istituzionalizza sia la paranoia ed il suo compare, il razzismo. Posto semplicemente, ci viene lavato il cervello affinché crediamo che al Qaeda, o altri gruppi simili, siano la vera minaccia. Ma non è così. Facendo un semplice paragone matematico tra il terrorismo americano ed il terrorismo di al Qaeda, l'ultimo è una pulce letale. Durante la mia vita, gli Stati Uniti hanno sostenuto ed addestrato e diretto terroristi in America Latina, Africa, Asia. Il numero delle loro vittime è nell'ordine dei milioni.
Nei giorni precedenti all'11 settembre 2001, quando l'America attaccava e terrorizzava continuamente stati deboli, e le vittime erano gente dalla pelle nera e scura in posti lontani come Zaire e Guatemala, non vi era nessun titolo che diceva terrorismo. Ma quando il debole ha attaccato il potente, spettacolarmente l'11 settembre, improvvisamente vi era terrorismo.
Questo non per dire che la minaccia di al Qaeda non sia reale. E' molto reale adesso, grazie alle azioni americane e britanniche in Iraq, ed al quasi infantile sostegno dato dal governo Howard. Ma il maggiormente esteso, chiaro e presente pericolo è quello del quale non ci viene detto niente.
E' il pericolo posto dai "nostri" governi, un pericolo soppresso dalla propaganda che qualifica "l'Occidente" come sempre benigno: capace di mal giudicare e prendere cantonate si, ma mai di un sommo crimine. Il giudizio di Norimberga considera un altro punto di vista. Questo è ciò che dice la sentenza; e ricordate che queste parole sono le basi di quasi 60 anni di legge internazionale: "Iniziare una guerra di aggressione non è solamente un crimine internazionale; è il crimine internazionale supremo che differisce da ogni altro crimine di guerra solamente perché esso include in se stesso assieme l'intero male".
In altre parole, non vi è nessuna differenza, secondo i principi di legge, tra l'azione del regime tedesco alla fine degli anni '30 e gli americani nel 2003. Alimentata dal fanatismo religioso, da un americanismo corrotto e dall'avidità imprenditoriale, la cabala di Bush sta perseguendo quella che lo storico militare Anatol Lieven chiama "la classica moderna strategia di un'oligarchia di destra in pericolo, che è quella di deviare il malcontento nel nazionalismo". Egli avverte che l'America di Bush "è diventata una minaccia per se stessa e per l'umanità".
Queste sono parole eccezionali. Non so di nessuno storico australiano o di ogni altro cosiddetto esperto che abbia pronunciato una simile verità. Non so di nessuna organizzazione di media australiana che permetterebbe ai suoi giornalisti di dire o scrivere una simile verità. Amici nel giornalismo australiano la sussurrano, sempre in privato. Essi persino incoraggiano esterni, come me, a dirla pubblicamente, come sto facendo ora.
Perché? Bene, una carriera, la sicurezza, persino la fama e la fortuna, aspettano quelli che divulgano i crimini dei nemici ufficiali. Ma un trattamento molto differente aspetta coloro che girano lo specchio intorno. Ho spesso pensato se George Orwell, nel suo grande profetico lavoro, "1984", sul controllo del pensiero in uno stato totalitario . . . Ho spesso pensato quale sarebbe stata la reazione se egli avesse preso di mira la più interessante questione del controllo del pensiero nelle società relativamente libere. Sarebbe stato apprezzato e celebrato? Oppure si sarebbe trovato di fronte al silenzio, persino all'ostilità?
Tra tutte le democrazie occidentali l'Australia è la maggiormente derivativa e muta. Quelli che tengono su uno specchio non sono i benvenuti nei media. Il mio lavoro è venduto tramite agenzie di stampa e letto ampiamente in tutto il mondo, ma non in Australia, da dove provengo. Comunque, vengo menzionato dalla stampa australiana abbastanza di frequente. I commentatori ufficiali, che dominano la stampa, riferiscono criticamente di un mio articolo che potrebbe essere letto a Londra nel Guardian o nel New Statesman. Ma ai lettori australiani non è permesso leggere l'originale, che deve essere filtrato dai commentatori ufficiali. Ma appaio regolarmente su un giornale australiano: la Hinterland Voice, un piccolo foglio libero, il cui indirizzo è Post Office Kin Kin nel Queensland. E' un eccellente giornale locale. Ha storie su vendite di garage e cavalli e gli scout locali, e sono fiero di farne parte.
E' l'unico giornale in Australia nel quale sono stato in grado di riferire del disastro in Iraq, per esempio, che l'attacco all'Iraq era stato preparato prima dell'11 settembre; che, solamente pochi mesi prima, Colin Powell e Condaleeza Rice avevano dichiarato che Saddam Hussein era disarmato e non era una minaccia per nessuno.
Oggi, gli Stati Uniti stanno attualmente addestrando una gestapo di 10.000 agenti, comandata dai più spietati elementi superiori della polizia segreta di Saddam Hussein. Lo scopo è quello di guidare il nuovo regime fantoccio dietro una facciata pseudodemocratica e di sconfiggere la resistenza. Tale informazione per noi è vitale, perché il destino della resistenza in Iraq è vitale per il destino di tutti noi. Perché, se la resistenza fallisce, la cabala di Bush quasi certamente attaccherà un altro paese, forse la Corea del Nord, che ha armi nucleari.
Appena poco più di un mese fa, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato un gruppo di risoluzioni sul disarmo delle armi di distruzione di massa. Ricordate la charade delle armi di distruzione di massa dell'Iraq? Ricordate John Howard dire in Parlamento lo scorso febbraio che Saddam Hussein "emergerà con il suo arsenale di armi chimiche e biologiche intatto", e che questo era "un programma massiccio".
In un discorso durato più di 30 minuti Howard si riferì più di 30 volte alla minaccia posta dalle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Ed era tutto un inganno, una menzogna, una terribile burla al pubblico, e venne trasmesso ed amplificato dai media obbedienti. E chi nelle università, le nostre centrali della conoscenza, della critica e del dibattito, chi si alzò in piedi ad obiettare? Posso pensare solamente a due nomi.
Nemmeno posso trovare sui media qualche articolo sulle risoluzioni dell'8 dicembre dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il risultato fu eccezionale, anche se non sorprendente. Gli Stati Uniti si opposero alla maggior parte delle risoluzioni importanti, comprese quelle riguardanti le armi atomiche. Nella sua segreta Nuclear Posture Review per il 2002, l'amministrazione Bush delinea piani contingenti per l'utilizzo di armi nucleari contro Corea del Nord, e Siria, ed Iran e Cina.
Allo stesso modo, per la prima volta un governo britannico ha annunciato che la Gran Bretagna attaccherà paesi non nucleari con armi atomiche "se necessario". Chi tra di voi è a conoscenza di queste ambizioni, e nondimeno le installazioni dell'intelligence americano e britannico in questo paese sono cruciali per la loro attuazione.
Perché non vi è nessuna discussione pubblica su questo? La risposta è che l'Australia è diventata un microcosmo della società autocensurata. Nel suo attuale indice della libertà di stampa, l'organizzazione internazionale di controllo Reporters Without Borders mette l'Australia al 50° posto per la libertà di stampa, davanti solamente alle autocrazie ed alle dittature. Come è successo questo?
Nel diciannovesimo secolo, l'Australia aveva la stampa più fieramente indipendente della maggior parte dei paesi. Nel 1880, nel solo New South Wales, vi erano 143 testate indipendenti, molte delle quali con uno stile battagliero e con redattori che credevano che fosse loro dovere essere la voce del popolo. Oggi, dei dodici principali quotidiani delle capitali, un uomo, Rupert Murdoch, ne controlla sette. Dei dieci quotidiani della domenica, Murdoch ne ha sette. Ad Adelaide e Brisbane ha un efficiente e completo monopolio. Controlla quasi il 70% della circolazione nella capitale. Perth ha solamente un quotidiano.
La maggiore città, Sydney, è dominata da Murdoch e dal Sydney Morning Herald, il cui attuale redattore capo Mark Scott ad una conferenza sulle ricerche di mercato nel 2002 disse che il giornalismo non ha più bisogno di gente brillante ed intelligente. "Essi non sono la risposta", disse. La risposta sono le persone che possono eseguire la strategia imprenditoriale. In altre parole, menti mediocri, menti obbedienti.
La grande giornalista americana Martha Gellhorn una volta durante una conferenza stampa si alzò in piedi e disse: "Ascoltate, noi siamo veri giornalisti solamente quando non facciamo quello che ci viene detto. Come altrimenti potremmo mai continuare a fare il nostro lavoro?". Alex Carey, il grande sociologo australiano pioniere degli studi su corporativismo e propaganda, negli ultimi anni della sua vita scrisse che i tre sviluppi politici più significativi del ventesimo secolo erano "la crescita della democrazia, la crescita del potere delle corporations e la crescita della propaganda delle corporations come un mezzo per proteggere il potere delle corporations contro la democrazia".
Carey stava descrivendo la propaganda dell'imperialismo del 20° secolo, che è la propaganda dello stato corporativo. Al contrario del mito, lo stato non si è indebolito; in realtà, non è mai stato più forte. Il generale Suharto era un uomo delle imprese, buono per gli affari. Dunque i suoi crimini erano irrilevanti, ed i massacri del suo popolo e degli est timoresi erano consegnati ad un buco nero orwelliano. Così efficace è questa censura storica per omissione che attualmente Suharto viene riabilitato. Lo scorso ottobre nel The Australian, Owen Harries ha descritto il periodo di Suharto come un'"era dorata" ed ha spinto l'Australia ad abbracciare ancora una volta i militari genocidi dell'Indonesia.
Recentemente Owen Harries ha partecipato alle Boyer Lectures alla ABC. Questa è una piattaforma straordinaria: in una trasmissione in sei episodi a Radio Nazionale, Harries si chiedeva se gli Stati Uniti fossero benigni od imperiali. Dopo alcune critiche minori al potere americano, ha descritto la politica estera della più pericolosa amministrazione dei tempi moderni come "utopica".
Chi è Owen Harries? E' stato un consigliere del governo di Malcolm Fraser. Ma in nessuna delle pubblicità sulle sue conferenze ho letto che Harries era coinvolto in un'organizzazione propagandistica di facciata alla CIA, il Congress for Cultural Freedom e nella sua diramazione australiana. Per anni Harries è stato un apologo della guerra fredda e dell'iniziale attacco al Vietnam condotto dalla CIA. A Washington è stato redattore di un giornale di estrema destra chiamato The National Interest.
Nessuno in ogni democrazia negherebbe a Owen Harries di parlare. Ma dovremmo sapere chi erano i suoi precedenti sponsor. Inoltre, è il suo estremo punto di vista quello che domina. Che la ABC debba fornirgli un tale palcoscenico ci dice molto sugli effetti della lunga campagna di intimidazione politica della nostra emittente nazionale.
Considerate, d'altra parte, il trattamento fatto dalla ABC a Richard Flanagan, uno dei nostri migliori romanzieri. A Flanagan venne chiesto di leggere ad un programma di Radio Nazionale un suo brano favorito di narrativa e di spiegare le ragioni della sua scelta. Decise per uno dei suoi scrittori favoriti di fantasticherie: John Howard. Elencò le più famose fantasticherie di Howard. i rifugiati disperati che avevano volontariamente gettato fuoribordo i loro bambini, e che l'Australia era in pericolo a causa delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.
Dopo continuò con il monologo di Molly Bloom dall'Ulisse di Joyce, perché, spiegò, "nella nostra epoca di menzogne ed odio pare appropriato che venga ricordato della bellezza di dire si al caos della verità". Bene, tutto questo fu puntualmente registrato. Ma quando il programma venne trasmesso, tutti i riferimenti al primo ministro erano stati tagliati. Flanagan accusò la ABC di volgare censura. No, fu la risposta. Solamente non volevano "niente di politico". E questa è la stessa ABC che aveva appena dato a Owen Harries, la voce dell'utopia di George W Bush, sei trasmissioni da un'ora ciascuna.
Per quanto riguarda Richard Flanagan, quella non fu la fine della storia. Il produttore della ABC che l'aveva censurato gli chiese se fosse interessato nel partecipare ad un programma per discutere "la disillusione nell'Australia contemporanea". In una società che una volta si vantava del proprio laconico senso dell'ironia, non vi era nemmeno un accenno di ironia, soltanto un obbediente, manageriale silenzio. "Ovunque attorno a me", scrisse Flanagan, "vedo chiudersi i viali dell'espressione, ed insolite collusioni di un mezzo di comunicazione sempre più intimorito ed il modo in cui i potenti cercano di dettare cosa deve essere e cosa non deve essere letto ed ascoltato".
Credo che queste parole parlino per molti australiani. Mezzo milione di loro sono confluiti nel centro di Sydney il 16 febbraio, e ciò si è proporzionalmente ripetuto in tutto il paese. Dieci milioni hanno marciato in tutto il mondo. Gente che non ha mai protestato prima ha protestato contro le fantasticherie di Howard e di Bush e Blair.
Se l'Australia è il microcosmo, considerate la distruzione della libertà di parola negli Stati Uniti, che in base alla Costituzione hanno la stampa più libera al mondo. Nel 1983 in America i principali media erano posseduti da cinquanta società. Nel 2002 queste si erano ridotte ad appena nove. Oggi, la Fox Television di Murdoch e quattro altre quattro conglomerate sono sul punto di controllare il 90% dell'audience terrestre e via cavo. Persino su Internet, i venti siti web di primo piano sono ora posseduti da Fox, Disney, AOL, Time Warner, Viacom ed altri giganti. Appena quattordici società attirano il 60% di tutto il tempo che gli americani passano in rete. E queste società controllano, o influenzano, la maggior parte dei media visuali al mondo, la principale fonte di informazione per la maggior parte delle persone.
"Stiamo cominciando ad imparare", scrisse Edward Said nel suo libro 'Culture and Imperialism', "che la decolonizzazione non è stata la conclusione delle relazioni imperiali, semplicemente l'estensione di una ragnatela geopolitica che è viene tessuta sin dal Rinascimento. I nuovi media hanno i mezzi per penetrare più profondamente in una cultura ricettiva più di ogni precedente manifestazione della tecnologia occidentale". Facendo il paragone con un secolo fa, quando "la cultura europea veniva associata con la presenza dell'uomo bianco, ora abbiamo in aggiunta una presenza internazionale dei media che insinua se stessa in un raggio fantasticamente ampio".
Egli non si riferiva solamente alle notizie. Proprio attraverso i media, i bambini vengono bersagliati da lontano dalla propaganda delle grandi imprese, comunemente nota come pubblicità. Negli Stati Uniti, ogni hanno circa 30.000 messaggi commerciali sono rivolti ai bambini. Il direttore di una importante società pubblicitaria spiegò: "Non sono tanto bambini quanto consumatori in evoluzione". Le pubbliche relazioni sono il gemello della pubblicità. Negli ultimi venti anni l'intero concetto di PR è cambiato drammaticamente ed ora è una enorme industria della propaganda. Viene stimato che nel Regno Unito la PR preconfezionata ora conti per metà del contenuto di alcuni dei principali quotidiani. L'idea di giornalisti "incorporati" con i militari USA durante l'invasione dell'Iraq proviene dagli esperti di PR del Pentagono, la cui attuale letteratura di pianificazione strategica descrive il giornalismo come parte delle operazioni psicologiche, o "psyops". Giornalismo come psyops.
Lo scopo, dice i Pentagono, è raggiungere "il dominio nell'informazione", che, a sua volta, è parte del "dominio totale dello spettro", la politica dichiarata degli Stati Uniti di controllare terra, mare, spazio ed informazione. Non fanno nessun mistero di questo. E' tutto di pubblico dominio.
Quei giornalisti che vanno per conto loro, quelli come Martha Gellhorn e Robert Fisk, stiano in guardia. L'organizzazione indipendente della TV araba Al-Jazeera è stata bombardata dagli americani in Afghanistan ed Iraq. Nell'invasione dell'Iraq furono uccisi più giornalisti che mai in precedenza, dagli americani. Il messaggio non potrebbe essere più chiaro. Lo scopo, alla fine, è che non vi sarà nessuna distinzione tra controllo dell'informazione e mezzi di informazione. Questo deve essere detto: non distinguerete la differenza.
Questo solo è degno di riflessione da parte dei giornalisti: quelli che ancora credono, come Martha Gellhorn, che il loro dovere sia di fare il loro lavoro. La scelta è in realtà abbastanza semplice: essi sono narratori di storie oppure, con le parole di Edward Herman, semplicemente "normalizzano l'impensabile".
In Australia è già stato normalizzato così tanto dell'impensabile. Quasi dodici anni dopo Mabo, i diritti fondamentali dei primi australiani, noti come titolo di proprietà nativa, sono divenuti intrappolati in strutture legali. Il popolo aborigeno ora combatte non solamente per sopravvivere. Essi fronteggiano una costante guerra di attrito legale, combattuta dagli avvocati. La parcella legale ed i costi associati all'amministrazione del titolo di proprietà nativa da soli ora corrono verso le centinaia di milioni di dollari. Puggy Hunter, un leader aborigeno dell'Australia occidentale, mi ha detto: "Combattere gli avvocati per la nostra primogenitura, combatterli ogni centimetro lungo la strada, mi ucciderà". E' morto poco dopo, poco più che quarantenne.
L'Alta Corte australiana, una volta considerata come l'ultima speranza per quei primi australiani, ora si riferisce al titolo di proprietà nativa come composto da un "pacchetto di diritti", come se i diritti degli aborigeni potessero essere ordinati e graduati, e degradati.
L'impensabile è il modo nel quale permettiamo al governo di trattare i rifugiati, contro i quali vengono inviati i nostri coraggiosi militari. In campi così scadenti che l'ispettore delle Nazioni Unite ha detto di non aver mai visto niente di simile, permettiamo ciò che equivale ad abuso dei minori.
Il 19 ottobre 2001, una barca che portava 397 persone affondò lungo la via per l'Australia. 353 affogarono, molti di loro bambini. Se non fosse stato per un singolo individuo, Tony Kevin, diplomatico australiano a riposo, questa tragedia sarebbe stata consegnata all'oblio. Grazie a lui ora sappiamo che l'intelligence australiana e militare sapevano che la barca era in grave pericolo di affondare e non fecero nulla. E' sorprendente quando il primo ministro australiano ed il ministro responsabile hanno creato una tale atmosfera di ostilità verso questa gente indifesa, un ostilità destinata, credo, ad attingere al filone di razzismo che corre dritto nella nostra storia?
Considerate la colpevole perdita di quelle vite contro le boriose dichiarazioni degli esperti australiani di difesa sulla nostra "sfera di influenza" in Asia e nel Pacifico, che permette ai militari australiani di invadere le Salomone, ma non di salvare 353 vite.
Minacce? Parliamo delle minacce di quelli che cercano asilo in barche che fanno acqua, di al Qaeda. Nel suo rapporto annuale per il 1990, l'Australian Security and Intelligence Organisation, ASIO, dichiarava: "L'unica minaccia distinguibile o di violenza motivata politicamente proviene dalla destra razzista". Credo che, senza riguardo ai successivi avvenimenti, non sia cambiato niente.
Tutte queste questioni sono collegate. Essi rappresentano, proprio come minimo, un assalto al nostro intelletto ed alla nostra moralità, ma, persino nella nostra attività culturale, sembra che ci voltiamo altrove, come impauriti. La scorsa settimana, ho assistito a Sydney alla prima di una nuova commedia intitolata "Harbour". Parla della grande lotta al porto del 1998 che attirò uno straordinario sostegno pubblico. La commedia è un atto di castrazione, i suoi stereotipi e sentimentalismi rendono accettabile la storia. Coloro che possono permettersi un biglietto da 60 dollari non saranno delusi. I finanziatori, la Jaguar, la Fairfax ed una grossa ditta legale, non saranno delusi.
Dobbiamo riscattare la nostra storia dal corporativismo; perché la nostra storia è ricca e dolorosa e, si, splendida. Dobbiamo riscattarla dai John Howard e dai Keith Windshuttle, che la rinnegano, e dalla gente gentile e dai loro sponsor che la castrano. Sentirete dir loro che a Joe Blow non importa, che, come popolo, siamo apatici ed indifferenti.
Furono migliaia gli australiani che nel 1999 scesero in strada, città dopo città, paese dopo paese, che aiutarono decisivamente il popolo di Timor Est, non John Howard, non il generale Cosgrove. E quelli australiani non erano indifferenti. Furono migliaia di australiani e neozelandesi che fermarono i francesi dal far esplodere le loro bombe nucleari nel Pacifico. Ed essi non erano indifferenti. Furono i giovani che andarono a Woomera ed obbligarono a chiudere quell'ignobile campo. Ed essi non erano indifferenti.
Per molti australiani che cercano di essere fieri dei risultati della nostra nazione la tragedia è la soppressione o la castrazione, nella cultura popolare, di un passato politicamente caratteristico, del quale abbiamo molto di che essere fieri. Nelle miniere di piombo ed argento di Broken Hill i minatori hanno vinto per primi al mondo la settimana lavorativa di 35 ore, mezzo secolo in anticipo rispetto all'Europa ed all'America. Molto prima della maggior parte del resto del mondo, l'Australia aveva un salario minimo, i sussidi all'infanzia, le pensioni ed il voto alle donne. Nel 1960 l'Australia poteva vantare la più equa distribuzione nel reddito del mondo occidentale. Durante la mia esistenza, nonostante Howard e Ruddock, l'Australia è stata trasformata da società anglo-irlandese di seconda mano in una delle culturalmente più varie ed attraenti sulla terra, e quasi tutto ciò è accaduto pacificamente. L'indifferenza non ha niente a che fare con questo.
Posso quasi sentire alcuni di voi dire: "OK, allora che cosa dovremmo fare"? Come ha recentemente fatto notare Noam Chomsky, voi non sentite quasi mai quella domanda nel cosiddetto mondo in via di sviluppo, dove la maggior parte dell'umanità lotta per vivere giorno per giorno. Lì, loro vi diranno cosa stanno facendo.
Noi non abbiamo nessuno dei problemi di vita e morte ai quali sono esposti, per esempio, gli intellettuali in Turchia od i contadini in Brasile od il popolo aborigeno nel nostro terzo mondo. Forse troppi di noi credono che se passassimo all'azione, allora la soluzione arriverà in un batter d'occhio. Sarebbe facile e veloce. Ahimè, non funziona così.
Se volete prendere parte all'azione diretta, credo che ora non abbiate altra scelta: tale è il pericolo che tutti noi abbiamo di fronte, allora ciò significa duro lavoro, dedizione, impegno, proprio come quei popoli dei paesi sulla linea del fronte, che devono essere la nostra ispirazione. Recentemente il popolo della Bolivia ha riscattato il proprio paese dalle multinazionali dell'acqua e del gas e buttato fuori il presidente che abusava della loro fiducia. Il popolo del Venezuela ha, ancora una volta, difeso il suo presidente eletto democraticamente contro una feroce campagna di un elite appoggiata dagli americani e dai media che essa controlla. In Brasile ed Argentina, i movimenti popolari hanno fatto progressi straordinari, così tanti che l'America Latina non è più il continente vassallo di Washington.
Persino in Colombia, nella quale gli Stati Uniti hanno versato una fortuna per puntellare una violenta oligarchia, la gente comune, sindacalisti, contadini, giovani, ha contrattaccato.
Queste sono lotte epiche delle quali qui non leggete molto. Quindi qui vi è quello che chiamiamo il movimento antiglobalizzazione. Oh, detesto quella parola, perché vi è molto di più di questo. Esso è un'eccezionale risposta alla povertà, all'ingiustizia ed alla guerra. E' molto più diverso, intraprendente, internazionalista e tollerante delle differenze di qualsiasi altra cosa del passato, e cresce più velocemente che mai.
Di fatto esso è ora l'opposizione democratica in molti paesi. Questa è una notizia molto buona. Perché, nonostante la campagna di propaganda che ho delineato, in vita mia mai gente in tutto il mondo ha dimostrato maggiore consapevolezza delle forze politiche schierate contro di loro e delle possibilità di contrastarle. La nozione di democrazia rappresentativa controllata dal basso dove i rappresentanti non soltanto vengono eletti ma possono veramente essere messi di fronte alle loro responsabilità, è tanto rilevante oggi come lo era quando venne messa in pratica per la prima volta durante la Comune di Parigi 133 anni fa. Per ciò che riguarda il voto, si, è stata una dura conquista. Ma i Cartisti, che probabilmente inventarono il voto come noi oggi lo conosciamo, hanno reso chiaro che era una conquista solamente quando vi era una chiara, democratica scelta. Ed ora non vi è nessuna chiara, democratica scelta. Viviamo in uno stato ad ideologia unica nel quale due fazioni quasi identiche competono per la nostra attenzione mentre promuovono la finzione della loro differenza.
Lo scrittore Arundhati Roy ha descritto lo spargimento della rabbia contro la guerra l'anno scorso come "la più spettacolare dimostrazione di moralità pubblica che il mondo abbai mai visto". Questo è stato solamente l'inizio ed un motivo di ottimismo.
Perché? Perché penso che un grande numero di persone stia cominciando ad ascoltare a quella qualità dell'umanità che è l'antidoto al potere sfrenato ed al suo compare: il razzismo. E' chiamata coscienza. Ce la abbiamo tutti, ed alcuni sono sempre mossi ad agire in base ad essa. Scrisse Franz Kafka: "Potete tirarvi indietro davanti al mondo sofferente, siete liberi di farlo ed è conforme alla vostra natura, ma forse proprio questo trattenersi è l'unica sofferenza che potevate aver evitato".
Senza dubbio vi sono coloro che credono di poter rimanere distaccati, acclamati scrittori che scrivono solamente per stile, accademici di successo che rimangono silenziosi, rispettati giuristi che si rifugiano dietro leggi arcane e famosi giornalisti che protestano: "Nessuno mi ha mai detto quello che devo dire". Scrisse George Orwell: "I cani del circo saltano quando l'ammaestratore schiocca la frusta. Ma il cane veramente ben addestrato è quello che fa le capriole quando non c'è nessuna frusta".
Ai membri della nostra piccola, privilegiata e potente elite, suggerisco le parole di Flaubert. "Ho sempre cercato di vivere in una torre d'avorio", ha detto, "ma una marea di escrementi colpisce le sue mura, minacciando di eroderle". Per il resto di noi, propongo queste parole del Mahatma Gandhi: "Prima vi ignorano", disse, "Poi ridono di voi. Poi vi combattono. Quindi voi vincete".
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