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Un'indagine di Reporters Without Borders nell'uccisione da parte dei militari degli Stati Uniti di due cameramen al Palestine Hotel di Baghdad lo scorso aprile solleva una serie di nuovi interrogativi sulla loro morte, come anche le ampie perdite inflitte ai giornalisti dalle forze USA durante la guerra all'Iraq. Il dettagliato rapporto, Two Murders and a Lie, dimostra che il Pentagono e l'amministrazione Bush hanno mentito ripetutamente sul perché un carro armato americano abbia deliberatamente aperto il fuoco sull'hotel lo scorso 8 aprile. Il proiettile ad alto potenziale uccise il cameraman ucraino di 35 anni Taras Protsyuk (della agenzia di notizie Reuters) ed il trentasettenne spagnolo José Couso (della TV spagnola Telecinco). Vennero gravemente feriti altri tre operatori dei media. E' stato il secondo colpo in due ore diretto ad un edificio noto per ospitare giornalisti internazionali. Il corrispondente di Al-Jazeera Tariq Ayoub, un giordano-palestinese di 34 anni, è stato ucciso da un missile sparato contro gli uffici dell'emittente araba a Baghdad. I sopravvissuti dello staff di Al-Jazeera hanno cercato rifugio nei vicini uffici della stazione rivale della TV via satellite di Abu Dhabi, che dopo è stata anch'essa attaccata. Gli attacchi sono arrivati in un momento cruciale dell'invasione. Le forze USA si stavano aprendo la strada verso il centro della capitale irachena, dove Washington era ansiosa di proclamare la vittoria nella conquista del paese. Le trasmissioni dei giornalisti dell'hotel Palestine, che avevano sfidato gli avvertimenti del Pentagono di non rimanere nella capitale, avevano rivelato alcuni delle vaste stragi compiute dalle truppe USA nelle vie di Baghdad. Il giorno successivo, 9 aprile, un blindato USA tirava giù la statua di Saddam Hussein in piazza Firdos, proprio sotto l'albergo, acclamato da una folla scelta attentamente. Nonostante il carattere accuratamente cinematografico dell'evento, i video e le fotografie dell'abbattimento della statua vennero irradiate in tutto il mondo e divennero il simbolo della caduta del regime. Il giornalista francese Jean-Paul Mari ha indagato per Reporters Without Borders sull'attacco all'hotel, con l'aiuto del settimanale francese Le Nouvel Observateur. Ha raccolto prove da giornalisti all'epoca nell'hotel, da altri giornalisti "incorporati" nell'unità dell'esercito USA che sparò sull'hotel e da soldati ed ufficiali americani direttamente coinvolti. Solamente un'organizzazione dei media ha rifiutato le sue richieste di informazioni: la Fox News di Rupert Murdoch. Mari ricorda che i funzionari del Pentagono, parlando appena un'ora dopo il fatale incidente, dichiararono immediatamente che un carro armato M1 Abrams aveva aperto il fuoco sull'hotel in risposta al "fuoco nemico" che veniva dallo stesso o dall'area intorno ad esso. Essi accusarono il regime di Saddam Hussein di essere responsabile delle uccisioni per aver impiegato dei cecchini nell'hotel. Queste false pretese sono state mantenute ai più alti livelli ufficiali nei giorni che seguirono, nonostante le numerose descrizioni dei giornalisti sopravvissuti che negarono che dall'hotel erano stati sparati dei colpi. L'8 aprile il Pentagono insisteva: "Abbiamo rapporti su cecchini iracheni nelle vicinanze dell'hotel, operanti dall'hotel, che provano che questo disperato e morente regime non si fermerà davanti a nulla per rimanere attaccato al potere". Meno di due ore dopo il bombardamento, il generale Buford Blount, comandante della 3^ divisione di fanteria (3ID), il cui carro aveva sparato il colpo, disse: "Un carro armato riceveva il fuoco di armi individuali e RPG dall'hotel e impegnò il bersaglio con un proiettile". Questa menzogna è stata amplificata da Washington il giorno successivo. La portavoce del Pentagono Victoria Clarke dichiarò: "Le nostre forze si trovarono sotto il fuoco. Esse esercitarono il loro inerente diritto all'autodifesa". Il vicepresidente Dick Cheney dichiarò che l'allusione che le truppe USA avevano deliberatamente attaccato i giornalisti era "ovviamente totalmente falsa ... Sareste degli idioti a crederci ... L'attacco all'hotel è stato semplicemente il risultato delle truppe che rispondevano a ciò che essi percepivano essere delle minacce contro di loro". Comunque, la linea ufficiale è stata parzialmente contraddetta dai soldati coinvolti, che più tardi parlarono a diversi giornalisti. Il sergente Shawn Gibson, cannoniere del carro che sparò il colpo fatale, ed il suo superiore diretto, il capitano Philip Wolford, che lo autorizzò, hanno negato di aver sparato a causa di colpi ricevuti dall'hotel. Hanno detto che la compagnia corazzata 4-64 della 2^ brigata della 3ID, che stazionava al ponte di Al-Jumhuriya subito dopo che le truppe USA entrarono a Baghdad, cercava di neutralizzare un presunto "osservatore" iracheno che controllava e riferiva della attività militare USA. Essi mirarono il loro fuoco a degli individui con lenti o binocoli su un balcone dell'hotel, da dove alcuni dei media stavano filmando. Gibson e Wolford hanno enfaticamente negato di sapere, o che gli sia stato detto dai loro superiori, che nell'hotel stazionavano i reporter. Tre giornalisti incorporati aggregati alla 3ID hanno confermato che la loro unità pareva non essere stata informata che l'hotel Palestine era diventato il quartier generale dei media. Uno, Chris Anderson, un fotografo indipendente che lavorava per un'agenzia fotografica, ha detto che alla sua unità era stato detto che i giornalisti erano ancora all'hotel Rashid, all'ex centro stampa dell'informazione irachena. Di fatto, su avviso del Pentagono che l'hotel Rashid era un obiettivo, le unità dei media si erano spostate al Palestine Hotel tre settimane prima. I reporter nell'hotel ripeterono che loro ed i loro principali avevano informato il Pentagono della loro precisa localizzazione ed erano stati assicurati dal Pentagono che sarebbero stati al sicuro. Il fotografo dell'Associated Press Jerome Delay aveva ricevuto dal Pentagono un messaggio che diceva "Non preoccuparti, sappiamo che siete lì". Mari nota che il QG della 3ID del generale Blount aveva ampio accesso alle informazioni dal Pentagono, dalla base del comando centrale di Doha (in Qatar) e dai media. Il rapporto commenta: "E' inconcepibile che la massiccia presenza di giornalisti nell'hotel da tre settimane prima del bombardamento, che era nota ad ogni spettatore della TV ed allo stesso Pentagono, possa essere passata non notata. Nondimeno, questa presenza non è mai stata menzionata alle truppe sul campo o segnata sulle mappe utilizzate dai soldati di supporto all'artiglieria. La questione è se questa informazione sia stata trattenuta deliberatamente, per disprezzo o per negligenza". Il rapporto che le uccisioni furono un caso di "criminale negligenza" e "perciò non un deliberato attacco ai giornalisti o ai media". Esso trova che "Ad alti livelli, il governo USA deve ammettere alcune responsabilità. Non soltanto perché è il governo che ha la suprema autorità sul proprio esercito sul campo, ma anche perché i suoi massimi capi hanno reso diverse volte dichiarazioni false sull'incidente. Hanno anche regolarmente parlato dei pericoli che i giornalisti fronteggiavano in Iraq". Reporters Without Borders ha chiesto la riapertura dell'inchiesta dell'esercito USA sull'incidente. Il frettoloso rapporto di sette paragrafi dell'esercito USA, pubblicato lo scorso 12 agosto, esonera completamente tutto il personale militare. "Essi spararono una singola cannonata per autodifesa in completa conformità alle regole di ingaggio", esso ha concluso. Il rapporto ha rettificato leggermente la linea ufficiale. Non parlava di fuoco diretto dal Palestine Hotel ma di una "squadra nemica di tiratori" che operava dall'hotel. Dunque; l'iniziale menzogna del Pentagono è stata esagerata e resa più vaga. I dubbi di base rimangono Nonostante il rapporto di Mari, vi sono buone ragioni per dubitare che le uccisioni risultarono semplicemente per negligenza ufficiale e per concludere che una riaperta inchiesta militare produrrebbe solamente un altro rapporto di insabbiamento. Devono essere poste alcune questioni di base. 1. Se l'incidente è stato puramente un terribile errore, perché l'amministrazione Bush, da Cheney in giù, è andata così lontano nel mentire su di esso? Mari ricorda che il segretario di stato USA Colin Powell ha riaffermato due volte l'originaria falsa pretesa ben dopo l'evento, compreso alla conferenza stampa di Madrid lo scorso 1° maggio. "Giovani soldati americani, cercando di liberare quella parte della città, si trovarono sotto il fuoco nemico e le loro vite erano in pericolo, così essi risposero" ha sostenuto Powell. 2. Informazioni di prima mano dai reporter del Palestine Hotel puntano ad un attacco calcolato, senza fretta. Il video della TV France 3 mostrò i carri armati USA sparare deliberatamente sull'hotel. "Essi (i carri armati USA) si diressero qui, girarono le loro torrette ed aspettarono almeno due minuti prima di aprire il fuoco", ha detto Herve de Ploeg, il giornalista che ha filmato l'attacco. "Non è stato un caso di fuoco istintivo.... Sono molto specifico perché dovevo andare in onda". 3. Come può la pretesa di un errore quadrare con l'attacco intenzionale agli uffici delle TV Al Jazeera e di Abu Dhabi appena prima che il Palestine Hotel fosse bombardato? Come riportò all'epoca il World Socialist Web Site, l'attacco alle installazioni di trasmissione di Al-Jazeera è stato senza dubbio deliberato. Al-Jazeera aveva scritto al segretario alla difesa USA Donald Rumsfeld lo scorso 23 febbraio dando la localizzazione precisa del proprio ufficio per evitare di diventare un bersaglio. Sembra che Washington abbia semplicemente rifiutato di investigare questo atto di omicidio. Reporters Without Borders ha presentato una richiesta in base alla legge della Freedom of Information al Pentagono lo scorso ottobre per i risultati di ogni inchiesta sulla morte di Tariq Ayoub. Non è stata ricevuta nessuna risposta. 4. Perché la Casa Bianca ed il Pentagono avvertirono i giornalisti di non rimanere a Baghdad o di non cercare di operare indipendentemente ovunque in Iraq una volta iniziata l'invasione? Il portavoce della Casa Bianca Ari Fleischer lo scorso 28 febbraio sottolineò l'avvertimento del Pentagono ai media di ritirare i loro giornalisti da Baghdad. Quando gli venne chiesto se questa fosse una velata minaccia ai reporter "non incorporati", egli disse: "Se i militari dicono qualcosa, spingo fortemente tutti i giornalisti a tenerne conto. E' nel vostro interesse, e nell'interesse della vostra famiglia. E' quello che voglio dire". Le risposte ufficiali agli assassini del Palestine Hotel erano intrecciate con commenti simili. Per esempio, l'8 aprile, mentre esprimeva "profondo rammarico" per "la perdita di ogni innocente vita civile", il portavoce del Pentagono Bryan Whitman disse che Baghdad era "un posto pericoloso per i giornalisti" ed accusò il governo iracheno di "mettere intenzionalmente in pericolo i civili". Il documento dell'esercito del 12 agosto echeggiava questa linea: “Baghdad era un'area ad alta intensità di combattimento ed alcuni giornalisti avevano scelto di rimanere là nonostante i ripetuti avvertimenti che farlo era estremamente pericoloso". Prima di sferrare la guerra all'Iraq, l'amministrazione Bush stabilì un regime senza precedenti di giornalismo incorporato. Sotto l'apparenza di permettere maggiore copertura del campo di battaglia, le regole e la logistica del sistema erano destinate ad assicurare dei reportage favorevoli, sterilizzati e controllati delle operazioni a guida USA. Circa 600 reporter, prevalentemente dai pochi paesi partecipanti alla coalizione a guida USA, vennero assegnati a specifiche unità militari. Tale accordo significava che essi non potevano fare nessuna valutazione indipendente della guerra o delle vittime che venivano inflitte ai militari e civili iracheni. 5. Le morti di Baghdad erano parte di uno schema più ampio. La Federazione Internazionale dei Giornalisti, Reporters Without Borders e la European Broadcasting Union condannarono numerosi casi nei quali contro giornalisti non incorporati vennero colpiti, detenuti o maltrattati dai soldati USA. Non meno di 12 vennero uccisi in azione, almeno cinque dalle truppe USA. Tra di essi vi era il giornalista della ITV britannica Terry Lloyd, ucciso vicino a Bassora, apparentemente dal fuoco USA, lo scorso 22 marzo. Lloyd, uno dei pochi giornalisti non incorporati che riuscì ad entrare in Iraq durante i primi giorni di guerra, si stava dirigendo verso Bassora, che falsamente i comandanti della coalizione avevano dichiarato essere sotto il loro controllo. Due della squadra di Lloyd, il cameraman Fred Nerac ed il traduttore Hussein Osman, sono ancora ufficialmente scomparsi. Daniel Demoustier, un cameraman francese ferito nello stesso attacco, ha accusato le truppe USA di aver sparato al loro veicoli da lavoro per "spazzare via fastidiosi testimoni". 6. Vi sono tutte le ragioni per concludere che la pressione per mettere a tacere le voci non incorporate aumentava mentre la battaglia per Baghdad raggiungeva il suo apice l'8 ed il 9 aprile. I dispacci trasmessi dal Palestine Hotel osservavano che i soldati parevano impreparati alla feroce resistenza modello guerriglia urbana che incontravano da giorni. Altri rapporti indicavano che centinaia di persone venivano indiscriminatamente falciate da carri armati e veicoli blindati in diversi sobborghi di Baghdad. 7. Gli attacchi ai giornalisti continuano ancora in Iraq. In un incidente, due carri armati USA hanno aperto il fuoco ravvicinato su un cameraman di origine palestinese della Reuters fuori una nota prigione USA a Baghdad il 17 agosto. Mazen Dana, 43 anni, un molto rispettato e premiato rappresentante dei media, è stato ferito gravemente al petto e sanguinò fino a morire sul posto. Dana era con un gruppo di giornalisti su veicoli marcati chiaramente. I colleghi testimoni dell'uccisione rigettarono immediatamente le asserzioni del comando militare USA che i suoi soldati avevano scambiato la macchina fotografica che egli teneva per un lanciagranate. * Un mese più tardi il Pentagono descrisse la sua morte come "deplorevole" mentre insisteva che le truppe avevano agito entro le regole di ingaggio. Mancava anche di replicare ad una richiesta Freedom of Information per ulteriori informazioni su questo caso. Queste uccisioni in aumento indicano una campagna orchestrata per intimidire i giornalisti e sopprimere la copertura non desiderata della operazione in Iraq. Tutte le vittime dei media stavano tentando di operare al di fuori del regime "incorporato" adottato da Washington, con la pronta collaborazione delle principali società dei media. E' chiaro che non ci si può fidare di nessuna inchiesta dei militari perché venga rivelata la verità. Vi deve essere un'inchiesta genuinamente indipendente sull'intero edificio dell'inganno ufficiale che circonda la guerra in Iraq, che porti ad un procedimento criminale contro i responsabili di crimini di guerra a Washington.
* * * * Nostra annotazione: Pare che il cameraman dell'agenzia Reuters Mazen Dana sia stato eliminato per impedirgli di mandare in onda un documentario che aveva girato in aree remote dell'Iraq, nel quale aveva ripreso fosse comuni con cadaveri di militari USA avvolti in sacchi di plastica: Recipe for Terror by Felicity Arbuthnot 20 novembre 2003 http://globalresearch.ca/articles/ARB311A.html
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