Controllo del pensiero e

giornalismo 'professionale'

 

MediaLens

 

Prima parte

25 ottobre 2005

Agli inizi del secolo scorso la tecnologia industriale permise agli interessi imprenditoriali di produrre dei mezzi di comunicazione di massa ad un costo che surclassava la capacità di competere dei media non aziendali. Come risultato, le case editrici radicali furono marginalizzate e la varietà dei media si restrinse rapidamente.

Per controbattere alle pretese che di fatto alla società stava venendo fatto il lavaggio del cervello da parte di questo monopolio dei media le case editrici aziendali promossero l'idea del "giornalismo professionale". Per la prima volta i reporter sarebbero stati addestrati in speciali "scuole di giornalismo" per imparare alla perfezione le arti del giornalismo obiettivo ed equilibrato. I mogul delle grandi imprese sarebbero stati in controllo ma, da buoni democratici, avrebbero fatto in modo che i loro giornalisti fossero stati scrupolosamente corretti.

In realtà, in questa nuova "professionalità" dei media venivano formati dei forti pregiudizi, importante tra questi la presunzione su chi dovesse essere la fonte primaria delle notizie.

L'analista dei media americani Robert McChesney spiega che la nuova stampa professionale "riteneva qualsiasi cosa proveniente dalle fonti ufficiali, per esempio funzionari governativi ed eminenti figure pubbliche, come la base di notizie legittime". (McChesney, in Kristina Borjesson ed., Into The Buzzsaw, Prometheus Books, 2002, p.367)

Questa fiducia sulle fonti ufficiali naturalmente "dava a coloro che detengono una carica politica (e, in grado minore, imprenditoriale) un potere considerevole per stabilire l'agenda delle news attraverso ciò di cui parlano e ciò su cui tacciono".

Così il redattore ambiente del Telegraph, Charles Clover, scrisse ad un lettore di Media Lens:

"Sono un cronista. I cronisti riferiscono quello che dicono gli altri. Generalmente riferiamo quello che dicono le persone importanti ed influenti, ma soltanto quando dicono qualcosa di nuovo, perché per gli altri è di grande interesse quello che dicono le persone importanti e queste sono quelli che regolano il nostro mondo". (Email inoltrata a Media Lens, 8 settembre 2005)

Nick Robinson, allora redattore politico della ITV News (ora della BBC) scrisse sul Times della invasione dell'Iraq del 2003:

"Il mio lavoro era riferire ciò che facevano o pensavano quelli al potere... Questo è tutto quello che può fare uno nel mio tipo di lavoro. Non siamo reporter investigativi". (Robinson, '"Remember the last time you shouted like that?" I asked the spin doctor', The Times, 16 luglio 2004)

Nella sfera in cui un sistema di mezzi di informazione accetta che il proprio ruolo 'professionale' sia di riportare l'agenda di notizie stabilita dalle autorità deve largamente rinunciare al compito di mettere in discussione quella agenda. Se il governo, per esempio, respinge come disperatamente errato un resoconto sulle vittime civili in Iraq, se esso decide, diciamo, di 'andare avanti' dal rapporto di Lancet del novembre 2002, chi sono i giornalisti professionisti di notizie per dissentire?

Per un giornalista di news continuare a promuovere la credibilità di un rapporto ufficialmente rigettato, oppure il ruolo respinto del petrolio nel motivare la politica estera, oppure la respinta possibilità di procedimento giudiziario contro Tony Blair per crimini di guerra, è sfidare l'accettato diritto delle autorità a stabilire l'agenda della stampa professionale. E' infatti un tentativo di stabilire un'agenda concorrente. Ciò significa esporsi all'attacco come giornalista 'prevenuto', 'impegnato' e 'crociato', qualcosa che si presume i reporter di news professionisti non siano.

Se questa sembra una esagerazione, considerate questa risposta di Ed Pilkington, redattore esteri del Guardian:

"Il nostro lavoro non è editorializziamo i nostri resoconti di notizie". (Pilkington a Media Lens, 15 novembre 2002)

La traduzione è: 'Non esprimiamo opinioni personali nei nostri resoconti di notizie'.

Dopo tutto, se la cronaca professionale di news riguarda la cronaca dei pensieri e delle azioni delle autorità, "le persone importanti ed influenti", allora portare avanti le nostre opinioni come giornalisti è, per definizione, 'non professionale'. Considerate proprio quanto ciò venga preso seriamente.

Quando chiedemmo a Paul Reynolds, corrispondente World Affairs della BBC, se pensava che George Bush sperasse di creare in Iraq una genuina democrazia, egli rispose:

"Non posso entrare per conto mio in una discussione sulle sue politiche! Spiacente." (Email a Media Lens, 5 settembre 2005)

Reynolds spiegò ad uno dei nostri lettori:

"Tu chiedi la mia opinione sulla guerra in Iraq, tuttavia ai corrispondenti della BBC non è permesso avere delle opinioni"! (Inoltrata a Media Lens, 22 ottobre 2005)

Il nocciolo della questione è che se non è neppure previsto che i giornalisti esprimano delle opinioni personali nel riferire sulle autorità, allora certamente si suppone che non esprimano delle opinioni personali promuovendo una agenda delle news contraria ai desideri delle autorità.

Per esempio, sarebbe per un reporter sarebbe un suicidio professionale continuare a sollevare l'argomento del rapporto Lancet, o l'attrazione del petrolio in Iraq, in conferenza dopo conferenza stampa, oppure attraverso i resoconti di notizie sul Guardian, contro il flusso dell'agenda di news ufficiale. E' necessario soltanto che un governo, od un direttore, applichino l'etichetta di 'crociato' ed un giornalista può diventare "radioattivo". Quindi troviamo che non uno dei reporter di notizie dei media ufficiali del Regno Unito sia tentato di mettere in discussione le affermazioni del governo in risposta al rapporto Lancet. Nel suo libro 'Into The Buzzsaw', l'ex premiata produttrice della CNN e reporter della CBS Kristina Borjesson scrive:

"La 'sega circolare' è in questo paese un potente sistema di censura che è svelato da coloro che fanno la cronaca di storie estremamente sensibili, che solitamente hanno a che fare con alti livelli di governo e/o con illeciti aziendali. Spesso ha un effetto fatale sulla carriera. Non voglio qui mescolare metafore, ma un giornalista che è passato attraverso la 'sega circolare' viene solitamente descritto come 'radioattivo', che è un altro termine per dire inutilizzabile". (Borjesson, op., cit, p.12)

Di fatto alcuni giornalisti "radioattivi" sono tollerati dai media, ma sono pochi di numero. Nel passare in rassegna il nuovo libro di Robert Fisk "The Great War For Civilisation", l'Economist scrive:

"Due decenni fa, in una storia della guerra civile in Libano, [Fisk] discuteva che il lavoro del giornalista era di scrivere una prima bozza della storia. Da allora, pare che abbia cambiato idea. Nella prefazione del suo libro appoggia l'opinione di un giornalista israeliano, Amira Hass, che la tipica vocazione del reporter è di 'monitorare i centri del potere'". ('Bigger problems - The Middle East,' The Economist, 15 ottobre 2005)

Perciò prevedibilmente Fisk viene attaccato per "pronunciare invettive da Vecchio Testamento contro la malvagità di Israele e dell'America" ed una "accanita, potente e spesso esasperante polemica contro l'occidente". (Ibid)

La parola "polemica" è un codice giornalistico che segnala giornalismo 'non professionale' (la parola utilmente indica anche un attacco collerico, cioè emozionale ed irrazionale).

Rory Carroll ha scritto sul Guardian di Gore Vidal:

"Per più di mezzo secolo Vidal è stato una fabbrica di polemica e di prosa furiose contro la Pax Americana." (Carroll, 'For 50 years he has been the scourge of the US - and now he's at it again,' The Guardian, 6 dicembre 2001)

Ha scritto Oliver Robinson sull'Observer:

"Dall'11 settembre 2001, il desiderio di polemica di Noam Chomsky è partito a razzo". (Robinson, The Observer, 23 maggio 2004)

In un articolo del Guardian, Jason Deans scrisse della Carlton TV:

"La produzione della Carlton... ha incluso il documentario premiato Kelly and Her Sisters [e] il polemico controverso Palestine is Still the Issue di John Pilger". (Deans, 'Hewlett quits Carlton,' The Guardian, 8 gennaio 2004)

Roy Greenslade ha scritto sul Guardian del defunto Paul Foot: "Non cercò di essere obiettivo ed equilibrato. La sua polemica era intrecciata con il sarcasmo". (Greenslade, 'A fond farewell,' The Guardian, 26 luglio 2004)

Frank Rich nel New York Times ha discusso il film Fahrenheit 9/11 di Michael Moore:

"Naturalmente, Mr Moore è selettivo in quello che sceglie di includere in questo film; è un polemico, non un giornalista". (Rich, New York Times, 23 maggio 2004)

Interessante che l'accusa di partecipare ad una crociata, di pregiudizio polemico siano generalmente riservate ai +critici+ di interessi potenti. Le invettive da Vecchio Testamento dei giornalisti +per+ la virtù di Israele o dell'America passano inosservate da parte dei guardiani dall'occhio d'aquila della virtù professionale.

In settembre una cronaca online della BBC dichiarava:

"Il presidente della BBC Michael Grade ha ordinato una relazione sulle affermazioni che il presentatore di Today, John Humphrys, ha deriso i politici in un discorso serale". ('BBC's Grade wants Humphrys report,' September 3, 2005; http://news.bbc.co.uk/1/hi/entertainment/tv_and_radio/4212016.stm)

Nessun rapporto venne ordinato quando Andrew Marr al notiziario serale della BBC del 9 aprile 2003 disse di Blair:

"Ha detto che sarebbero stati in grado di prendere Baghdad senza un bagno di sangue e che alla fine gli iracheni avrebbero celebrato. E su entrambe questi punti ha dimostrato di avere conclusivamente ragione. E sarebbe del tutto scortese, persino per i suoi critici, non riconoscere che come risultato questa notte posa come un uomo più grande ed un primo ministro più forte". (Marr, BBC 1, News At Ten, 9 aprile 2003)

Nel recensire il suo libro, My Trade, il Daily Telegraph nota che Marr "in questo libro è convincente come sulla stampa ed alla televisione, brillante ed umano, con poca parzialità e nessun pregiudizio paralizzante". (Nicholas Blincoe, 'Striving to find the human note,' Daily Telegraph, 25 settembre 2004)

Oppure considerate il commento di Matt Frei da Washington alla BBC TV News:

"Non vi è nessun dubbio che il desiderio di fare del bene, di portare i valori americani al resto del mondo e specialmente ora in Medio Oriente... è adesso sempre più vincolato alla potenza militare". (Frei, BBC1 Panorama, 13 aprile 2003)

Questa era una filippica da Vecchio Testamento? Apparentemente no.

Oppure considerate questa di Frei che parla dagli Stati Uniti:

"La guerra al terrorismo potrebbe essersi spostata da queste sponde all'Iraq. Ma per quanto"? (Frei, BBC News At Ten, 10 settembre 2003)

Era questo giornalismo scrupolosamente neutrale, professionale?

Infatti, entrambe queste dichiarazioni comunicavano opinioni profondamente controverse e personali, ma non furono affatto criticate come prevenute o non professionali. Immaginate se Frei avesse detto:

"Non vi è nessun dubbio che il desiderio di sfruttare il Terzo Mondo, di proiettare il potere delle corporation USA nel mondo e specialmente ora in Medio Oriente... è adesso sempre più vincolato alla potenza militare".

E: "La guerra per il controllo delle risorse del Terzo Mondo si è spostata in Iraq. Ma per quanto"?

Non vi è nessun dubbio che Frei sarebbe stato licenziato. La ragione? Avrebbe infranto il sacrosanto codice di etica professionale della BBC: 'Tu non esprimerai pregiudizi personali'.

Questo è come il più importante gruppo di giornalisti, i reporter di notizie, è completamente ridotto al silenzio dal pregiudizio inventato e vicino al potere del "giornalismo professionale".

 

Seconda parte

1° novembre 2005

Nella prima parte abbiamo descritto come la nozione di giornalismo "professionale" sia stata sviluppata proprio per oscurare il significato del fatto che il potere imprenditoriale aveva ottenuto il monopolio dei mass media.

Il giornalismo "professionale" accetta che dovrebbe essere permesso agli interessi forti, gli alleati politici ed economici dei media imprenditoriali, di stabilire l'agenda delle notizie. I reporter devono trasmettere le parole dell'autorità senza esprimere le loro opinioni personali. Esprimere della critica dei potenti nei resoconti di news viene ritenuto "non professionale", cioè "partecipare ad una crociata", "impegno", "polemico" e "radioattivo".

Curiosamente, il mito della "obiettività" professionale esiste a fianco del fatto ovvio che esprimere +sostegno+ alle affermazioni ed alle azioni dei potenti non viene considerato non professionale. Dopo avere pubblicato la prima parte di questo allarme, abbiamo inviato la seguente email a Paul Harris dell'Observer:

Caro Paul Harris

Sull'Observer di oggi hai scritto:

"Un battagliero presidente George W. Bush ieri ha cercato di spostare l'attenzione da molte crisi politiche interne chiedendo al popolo americano di appoggiare la lotta per la democrazia in Iraq". ('Bush turns to Iraq to deflect critics,' Observer, 30 ottobre 2005)

Certamente questo dovrebbe leggersi:

"Un battagliero presidente George W. Bush ieri ha cercato di spostare l'attenzione da molte crisi politiche interne chiedendo al popolo americano di appoggiare 'la lotta per la democrazia in Iraq'".

Oppure:

"Un battagliero presidente George W. Bush ieri ha cercato di spostare l'attenzione da molte crisi politiche interne chiedendo al popolo americano di appoggiare quella che egli afferma essere una lotta per la democrazia in Iraq".

Altrimenti, saresti disposto a riportare la celebrazione di bin Laden sulla "giustezza" e "giustizia" degli attacchi dell'11 settembre 2001 senza l'uso di virgolette?

Cordiali saluti

David Edwards (30 ottobre 2005)

Non abbiamo ricevuto nessuna risposta.

Le parole di Harris devono essere considerate nel loro contesto. Quando il governo ha affermato che la sovranità nel giugno del 2004 stava venendo ritornata agli iracheni, i media (compreso l'Observer) non descrissero questa puramente come una pretesa, la confermarono come la Verità. Quando il governo affermò che le elezioni del gennaio 2005 in Iraq erano democratiche, i media riportarono anche questa come la Verità.

 

Quando il governo affermò che nel dicembre 1998 gli ispettori agli armamenti dell'ONU erano stati "buttati fuori" dall'Iraq, i media riportarono questa come una versione accurata dei fatti nonostante all'epoca essi stessi avessero riferito che gli ispettori erano stati ritirati.

I media acclamarono la rapida caduta di Baghdad il 9 aprile 2003 come un grande trionfo per Bush e Blair, piuttosto che come il culmine del crimine di guerra supremo, iniziare una guerra di aggressione.

 

La conclusione è chiara, i giornalisti che assumono interessi ufficiali hanno il diritto di stabilire l'agenda delle notizie e tendono pure ad accettare che quegli interessi abbiano un diritto ad essere +creduti+.

 

L'analista dei media australiani ed accademico Sharon Beder riassume:

 

"Una storia che sostiene lo status quo viene generalmente ritenuta essere neutrale e non viene messa in dubbio nei termini della sua obiettività, mentre una che mette in discussione lo status quo tende ad essere percepita come avere una 'opinione' e perciò prevenuta. Le dichiarazioni e le assunzioni che sostengono l'esistente struttura di potere vengono considerate come 'fatti' mentre quelle che sono critiche di essa tendono ad essere rigettate come 'opinioni'". (Beder, Global Spin, Green Books, 1997, p.205)    
 

In altre parole, il resoconto "professionale" di news, è un inganno. E' un sistema di pregiudizio istituzionalizzato che favorisce gli interessi potenti dei quali i media fanno parte e dai quali essi dipendono.

 

E' certamente degno di nota che questo pregiudizio fondamentale e costante pare essere invisibile a così tanti giornalisti. Egualmente degna di nota è la loro spontaneità nell'affermare seriamente che la cronaca di notizie senza la manifesta espressione di una opinione personale possa essere "obiettiva". Lo storico Howard Zinn indica l'irrazionalità dell'argomento:

 

"Per me non vi è mai stata, come insegnante e scrittore, l'ossessione della 'obiettività', che consideravo ne possibile ne desiderabile. Compresi presto che ciò che viene presentato come 'storia' o come 'notizie' è inevitabilmente una selezione da un infinito ammontare di informazioni e che ciò che viene selezionato dipende da quello che il selezionatore pensa sia importante".

 

Aggiunge Zinn: "Dietro ogni fatto presentato, arrivai a credere, vi è un giudizio, il giudizio che questo fatto sia importante da proporre (e, implicitamente, altri fatti possono essere ignorati). Ed ognuno di tali giudizi riflette le opinioni ed i valori dello storico, comunque finga 'obiettività'". (The Zinn Reader, Seven Stories Press, 1997, p.16)

 

Le sezioni del commento - Agganciati al potere

 

Ma, aspettate un minuto, che dire delle sezioni del commento dei quotidiani? Sicuramente qui è reso disponibile ampio spazio per la libera diffusione del pensiero su ogni tipo di temi controversi, come le risposte alla demolizione politica e dei media del rapporto Lancet.

 

Primo, considerate il termine utilizzato per descrivere la funzione: queste sono le sezioni del 'commento'. Ma su cosa commentano? Sono naturalmente intesi come un commentario sull'agenda delle notizie, la stessa agenda stabilita da persone "importanti ed influenti", come ammesso dalla stampa "professionale".

 

Una domanda chiave sugli autori del commento, quindi, è se i loro articoli si collegano, o si "agganciano", ai temi presentati nelle news. Quando i nostri lettori hanno chiesto al principale scrittore dell'Independent Mary Dejevsky se il giornale prenderebbe in considerazione portare un articolo di commento dei nostri dibattiti sul Lancet, lei rispose:

 

"La gente che dovete convincere sono i giornalisti specialisti di questo caso, non i commentatori, dal momento che loro dovrebbero rimettere la materia nell'ordine del giorno". (Inoltrata a Media Lens, 6 settembre 2005)

 

Nel maggio 2000, uno di noi (David Edwards) si rivolse ai principali quotidiani liberal, il Guardian, l'Observer, l'Independent e l'Independent on Sunday, con un articolo basato su una intervista con l'ex assistente segretario generale dell'ONU, Denis Halliday, sugli effetti da genocidio delle sanzioni all'Iraq. I commenti di Halliday furono sconvolgenti. Per esempio, ci raccontò:

 

"Uso la parola 'genocidio' perché questa è una politica deliberata per distruggere il popolo iracheno. Temo di non avere altre opinioni in questo stadio avanzato".

 

Sulla stampa non è mai apparso niente di così incriminante o dettagliato detto da Halliday. E nondimeno i redattori della sezione commento risposero chiedendo: "Quale è il gancio"? Senza questo, ci venne detto, il pezzo non poteva essere utilizzato. Un redattore della sezione ci disse: "Quello di cui avete bisogno per quello è un grosso sconvolgimento nella politica del governo per creare un aggancio al pezzo".

 

Ancora una volta, poiché è inteso che interessi potenti dovrebbero stabilire l'agenda, il nostro articolo di commento era considerato senza valore a meno che si indirizzasse all'agenda. Il fatto che un alto funzionario ONU affermasse che centinaia di migliaia di innocenti stavano morendo a causa della nostra politica governativa non costituiva "un aggancio" perché non era collegato all'ultimo ordine del giorno delle notizie dominato dalle autorità.

 

Lo stesso è vero per il rapporto Lancet, Media Lens sta pubblicando il primo serio e dettagliato dibattito tra il principale autore del rapporto ed i suoi tristemente malinformati e cinici critici della stampa e della politica ufficiali. Ma questo non fa 'notizia' perché l'iniziativa è venuta da semplici esseri umani che si preoccupano delle stragi di civili. Noi non siamo funzionari governativi, capi di stato maggiore dell'esercito, alti dirigenti di potenti società, dunque, non soltanto i dibattiti non fanno notizia, non vi è nessun "aggancio" con il quale potrebbero persino essere abilitati ad un articolo di commento. Questo spesso significa che non vi è nessun posto legittimo in nessuna sezione di nessun quotidiano per un simile pezzo. Quando ci siamo rivolti ai redattori della sezione commento del Guardian e dell'Independent, Seumas Milne e Adrian Hamilton, non abbiamo neppure ricevuta risposta.

 

Ciò è degno di nota, o no? Ciò significa che un dibattito senza precedenti, autorevole che sarebbe di interesse per un grande numero di persone su una materia di importanza suprema, la responsabilità del nostro governo per la strage di civili innocenti, è completamente proibito nei quotidiani rigonfi di pubblicità, chiacchiere e pettegolezzi. Questo è interamente sensato secondo la logica dei media professionali, ma è completamente insensato secondo le regole della moralità umana e della compassione per la sofferenza.

 

Naturalmente saltuari pezzi ed editoriali di commento occasionali +compaiono+, noi stessi abbiamo pubblicato lo scorso dicembre sul Guardian un articolo che era assai critico del giornale. Ma questo è stato un compito estremamente faticoso che era iniziato nell'agosto 2004 e ci vollero quattro mesi di implacabili incitamenti, comprese infinite chiamate non ritornate, messaggi telefonici ed email, all'inafferrabile redattore del commento, Seumas Milne.

 

In realtà, i pezzi di commento onesti costituiscono una piccola parte del contenuto totale di imparziali quotidiani di 'qualità'. 'Equilibrio' nel commentario della stampa 'liberal' generalmente significa pezzi occasionali, onesti attorniati dal voluminoso prodotto dei regolari dell'elite, pro-establishment: Jonathan Freedland, Timothy Garton-Ash, Michael Ignatieff, Thomas Friedman, Philip Hensher, Howard Jacobson, Andreas Whittam-Smith ed altri. Ma nemmeno questa versione fraudolenta di 'equilibrio' non viene replicata nella stampa di destra.

 

Inoltre, il commentario onesto costituisce una piccola goccia nell'oceano della prestazione complessiva dei mass media. Ricordate, dopo tutto, che la seria discussione politica è completamente nella maggior parte delle riviste e dei giornali scandalistici. Come risultato, persino le testimonianze più credibili ed importanti, come il rapporto Lancet, possono essere facilmente calunniate, respinte e seppellite.

 

Nell'epoca del monopolio dei media corporativi, i giornalisti hanno sistematicamente subordinato la gente ed il pianeta al profitto. Ma nell'epoca di Internet, non vi è nessuna ragione per la quale il pubblico debba continuare ad ingoiare queste news spazzatura corporative. Dipende da noi costruire media alternativi non aziendali radicati nella compassione per la sofferenza piuttosto che nell'ingordigia per i profitti.