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L'economia politica dell'austerità infinita

 di Nick Beams
31
marzo 2016

 

Il rapporto dell'Ufficio della Responsabilità di Bilancio (OBR) della Gran Bretagna, pubblicato all'iniizio di questo mese alla vigili dell'ultimo bilancio del cancelliere George Osborne, getta significativa luce sulle forze che guidano l'economia dietro all'agenda di austerità del governo Cameron ed sul sostegno a questo programma da parte del Partito laburista guidato da Jeremy Corbyn.

Esso aiuta a chiarire perché, circa otto anni dopo lo scoppio della crisi finanziaria globale nel 2008, gli attacchi alla classe lavoratrice in Gran Bretagna ed a livello internazionale stanno continuando e perché in futuro si renderanno più intensi, a dispetto di qualsiasi crescita economica.

La produttività, che misura il livello di produzione per lavoratore, ha dichiarato il rapporto, non è riuscita in modo costante ad aumentare, in mezzo alle predizioni che sarebbe ripartita. Nel 2015 vi erano stati dei segnali promettenti, ma questo "pare sia stata un'altra falsa aurora", secondo il presidente dell'OBR Robert Chote.

"Con il periodo di debole crescita della produttività post-crisi che continua ad allungarsi", ha osservato il rapporto, abbiamo posto più peso su quella che è una guida fidata di prospettive future". Le implicazioni di questa valutazione sono state chiarite da Chote: "Gli sviluppi economici hanno deluso in relazione alle aspettative e la prospettiva per l'economia e la finanza pubblica sembra materialmente più debole", ha affermato.

Questo significa che, con l'economia che continua a ristagnarel'OBR stima che  quest'anno l'economia britannica si espanderà al tasso del 2,1%, paragonato ad un tasso del 2,75% prima della crisi economicala spesa pubblica su assistenza sanitaria, pensioni e servizi sociali verrà ulteriormente tagliata sulla base che le risorse sono semplicemente non disponibili.

Le implicazioni per i salari non sono meno significative. Secondo una stima, i salari medi non ritorneranno al picco precedentemente raggiunto almeno fino al 2020-21, vale a dire, circa 12 anni dopo la crisi finanziaria.

Chote ha sostenuto che la situazione complessiva è caratterizzata da una "crescita economica che ha perduto slancio per tutto il 2015, nonostante la spinta verso l'alto di prezzi del petrolio più bassi".

In un commento alla valutazione dell'OBR, l'editorialista del Financial Times Martin Wolf ha affermato che la prospettiva per la produttività  era "l'incertezza economica più importante che interessa le prospettive economiche del popolo britannico".

Prolungando le tendenze a lungo termine, ha continuato: "Nella sua ultima previsione, l'OBR si aspetta che i livelli di produttività del Regno Unito nel 2020 siano del 6,2% inferiori a quelli che aveva sperato nel giugno del 2010 e del 2,5% inferiori a quelli che aveva sperato nel marzo del 2014. Ma i declini maggiori di tutti sono relativi all'ottimismo pre crisi: l'ultima previsione dell'OBR per la produzione potenziale è del 15% al di sotto della previsione del Tesoro del marzo 2008. Declini similari sono avvenuti nelle previsioni ufficiali degli USA".

E non soltanto negli USA. Le tendenze tratteggiate nella valutazione OBR dell'economia britannica si applicano a tuttia Europa, Giappone ed a paesi come l'Australia. Sono presenti anche in Cina, dove una caratteristica costante del recente sviluppo economico è stata che la spesa per investimenti ed infrastrutture non sta portando la spinta complessiva all'economia che portava una volta.

Nel produrre una valutazione di queste tendenze e delle loro implicazioni economiche e politiche, è necessario smontare le mistificazioni nelle quali è avvolto il funzionamento dell'economia capitalista.

La base di queste mistificazioni è che le tendenze economiche non siano il prodotto di un ordine sociale ed economico definitoproprietà privata dei mezzi di produzione e della finanza e produzione per il profitto privatoma siano la conseguenza di sviluppi economici "naturali". Di qui la posizione che viene portata avanti dai leader di governo, sostenuta da una miriade di esperti economici, da analisti e commentatori, che una più bassa produttività significa necessariamente che la spesa pubblica per servizi sociali deve essere tagliata perché non vi sono affatto semplicemente risorse necessarie per sostenerla. Le cinture devono essere strette ancora ulteriormente, le pensioni e le indennità ulteriormente ridotte e l'istruzione tagliata perché non ci sono affatto i soldi disponibili.

Naturalmente, queste asserzioni vengono immediatamente contraddette dal fatto che miliardi di dollari sono resi disponibili per le spese militari e l'approvvigionamento di apparentemente illimitate forniture di denaro dalle banche centrali proprio per sostenere le attività delle banche e delle società finanziarie la cui speculazione alla ricerca di profitto ha per prima cosa dato luogo alla crisi.

Ma questo è soltanto l'inizio della storia, non la fine. Mentre viene implementata dai governi, dalle banche centrali e dalle autorità finanziarie, l'economia politica dell'austerità infinita è radicata proprio nelle fondamenta della stessa economia capitalista.

Il modo di produzione capitalista non è qualche ordine economico "naturale"l'umanità non è scesa dagli alberi nelle pianure dell'Africa e si è divisa in lavoratori salariati, industriali e banchieri. E' un ordine socioeconomico sviluppato storicamente basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sulla spinta all'accumulazione del profitto, la cui misura chiave è il tasso di profitto. Questo tasso è determinato dal rapporto tra la massa totale di profitti ed il capitale totale speso per ottenerla.

Prendendo una visione ampia dell'economia capitalista nel complesso, piuttosto che considerare  singole imprese, il tasso di profitto è condizionato da due fattori. In primo luogo, è determinato dalla divisione del reddito nazionale nel complessotra profitti da una parte e salari e pagamenti per servizi sociali, che rappresenta una riduzione della ricchezza che sarebbe altrimenti disponibile per i possessori di capitale, dall'altra.

Il secondo fattore chiave è il rapporto tra il capitale impiegato in nuovi impianti ed attrezzature ed il reddito nazionale che questo genera come risultato dell'accrescimento delle forze produttive. Un incremento della produttività significa che un dato ammontare di investimento genera un maggiore ammontare di produzione per lavoratore, aumentando quindi il reddito nazionale.

Tuttavia, tale investimento non è determinato dai bisogni sociali, ma dalla spinta al profitto. Se i tassi di profitto hanno una tendenza all'ingiù, allora il nuovo investimento verrà tagliato e la produttivitàmisurata dalla produzione per lavoratoretenderà a decrescere e l'economia ristagnerà o si contrarrà.

In tutte le principali economie dal 2008 questa è stata la tendenza costante, con il risultato che in Europa, per esempio, i tassi d'investimento sono circa del 25% al di sotto della loro tendenza pre crisi. Di conseguenza, i tassi di produttività hanno una tendenza verso il basso ancora ulteriore, con il risultato che gli investimenti si sono ancora più ridotti. Si è introdotto un circolo vizioso. Tassi di profitto più bassi portano a tagli degli investimenti, abbassando gli incrementi di produttività e riducendo ancora ulteriormente il tasso di profitto.

Come risultato, le aziende, invece di reinvestire i profitti che accumulano, usano il loro denaro disponibile per attività speculative nei mercati finanziari, traendo vantaggio dal denaro a costo ultra basso fornito dalle banche centrali per fusioni ed acquisizioni, acquisto di azioni proprie ed investimenti nel mercato delle proprietà. Mentre tale parassitismo alza l'ultima linea per le singole imprese, porta ad ulteriore stagnazione nell'economia reale nel complesso.

Ma, una volta che le mistificazioni vengono strappate via, sono rivelati i reali processi. Il tasso di profitto, come abbiamo prima osservato, è determinato da due fattori: l'incremento del reddito nazionale generato dagli investimenti e la divisione di questo reddito tra i possessori del capitale ed i produttori di questa ricchezza, la classe lavoratrice.

Sotto condizioni nelle quali gli investimenti vengono ridotti drasticamente e di conseguenza la crescita della produttività e quindi il reddito nazionale tende a declinare, i tassi di profitto possono essere sostenuti ed aumentati soltanto accrescendo la parte del reddito nazionale fluisce verso le aziende e le società finanziarieun risultato che viene realizzato attraverso l'imposizione dell'impoverimento sempre crescente della massa della popolazione lavoratrice.

L'austerità infinita non è uno sviluppo "naturale". E' il risultato della logica spietata del sistema del profitto che, proprio per il suo funzionamento, produce ricchezza favolosa ad un polo e povertà e miseria dall'altro.

Non si può rompere attraverso appelli a "riforme", perché è radicata proprio nelle fondamenta dell'economia capitalista, ma soltanto con "l'espropriazione degli espropriatori", come sosteneva fermamente Marxvale a dire, con la fine della proprietà privata dei mezzi di produzione e della finanza, l'istituzione della proprietà pubblica sotto controllo democratico e l'instaurazione di un'economia socialista pianificata basata sui bisogni umani.