
Deponete il fardello dell'uomo bianco,
sostenete la
resistenza irachena
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"Prima di stabilire quanto immacolata
sia la resistenza irachena dobbiamo condurre la sua secolare,
femminista, democratica, nonviolenta battaglia, dovremmo sostenere
la nostra parte di resistenza costringendo gli USA ed i loro alleati
a ritirarsi dall'Iraq". -Arundhati Roy 20/04/2005 "ICH" - - Incondizionatamente, questo è il modo nel quale ora sostengo la resistenza irachena. Mentre non offro sostegno politico a tutti i gruppi coinvolti nella lotta antimperialista in Iraq, opero per sostenerne lo scopo collettivo: costringere le truppe ad andarsene. Costringere, perché gli Stati Uniti non se ne andranno in nessun altro modo. In una buona giornata, i media controllati USA farebbero credere al loro pubblico che un imperialismo più benevolo e gentile sarebbe l'unica cosa utile per l'Iraq. Naturalmente, non è questa la situazione. Non pare neppure plausibile, dopo due lunghi anni di occupazione, che qualsiasi tipo di imperialismo sarà tollerato dal popolo iracheno, per le ragioni che elencherò oltre. Simultaneamente, sono state fatte predizioni che una leva formale probabilmente integrerà l'attuale leva della povertà negli Stati Uniti da gente come Seymour Hersh e lo specialista della Guardia Nazionale della Nord Carolina Patrick Resta. Mentre la recente affermazione che ci si dovrebbe aspettare la leva entro 75 giorni è, al meglio, un'incomprensione del Selective Service Administration (un residuo della guerra fredda, la SSA fu creata per intimidire i sovietici circa la possibilità di un arruolamento entro breve avviso negli USA), una futura leva non è affatto fuori questione. Con le radici nella metà degli anni '90, la crisi nazionale del reclutamento militare è stata segnata da un recente crollo indubbiamente collegato ai multiformi orrori della guerra in Iraq, non ultime le aumentate minacce alle truppe USA sottodimensionate in armi e uomini che sono risultate nell'aumentato utilizzo di bombardamenti a tappeto (ed uccisioni di civili) che hanno tipicamente portato ad una accresciuta resistenza, continuando la feroce spirale. In questa maniera, è chiaro che quei rapporti nei media angloamericani che citano un declino negli attacchi degli insorti si affidano ai comunicati stampa della forza di coalizione. Questi rapporti sono stati contraddetti direttamente da recenti articoli di Al Jazeera, del Washington Post e persino del New York Times (che nella sua cronaca è stato particolarmente ambiguo). Perciò, con le nostre vite potenzialmente in pericolo e con il continuo fallimento dei funzionari eletti nel rappresentare u loro elettori, viene lasciato a noi, l'opinione pubblica, esaminare altre opzioni. Credo vi sia solamente un modo efficace, seppure apparentemente inesprimibile, per uscire dalla palude irachena: il ritiro immediato ed incondizionato delle forze della coalizione a guida USA. Il sostegno esplicito, diretto delle associazioni di base per tale ritiro sta inequivocabilmente avanzando la causa dell'autodeterminazione dell'Iraq mentre aderisce alle richieste di quei soldati tornati dall'Iraq che si oppongono alla guerra.
Il primo passo verso l'adozione di un
tale piano di azione è comprendere perché sostenere i gruppi della
resistenza irachena è l'imperativo opposti al nostro sostegno per le
truppe USA, persino se non sappiamo, capiamo o siamo d'accordo con
la politica degli stessi gruppi della resistenza. La tipica
conversazione riguardo alla sovranità dell'Iraq si svolge così:
Sebbene gli iracheni meritino indipendenza e libertà, non possono
ancora avere autodeterminazione, perché non possiamo semplicemente
ritirarci. Potremmo pagare risarcimenti ma non possiamo sostenere
fondamentalisti, sessisti, elitari, terroristi che minacciano di
prendere il potere nel vuoto di potere lasciato dallo sconvolgimento
politico. E' nostro dovere occupare l'Iraq per assicurare la
sicurezza del popolo iracheno. Con la nostra storia di democrazia,
il nostro forte esercito e con quelle rivalità etniche e storie di
disordini, senza di noi non possono costruire uno stato giusto. Ma
noi possiamo e perciò dobbiamo. Da qui diventa più disgustoso: per esempio, il più insistente difetto nella discussione è la sua bigotta presunzione che gli iracheni manchino di qualcosa che gli americani possono dare loro, insegnargli, apparentemente, una democrazia ragionevole. Nondimeno, la guerra al terrorismo, della quale dobbiamo credere che la guerra in Iraq faccia parte, è diversa da tutte le altre guerre dove le parti tentavano di 'sconfiggersi' a vicenda. Invece, la guerra al terrorismo ha come obiettivo l'eliminazione dei cosiddetti terroristi. Non veniamo a conoscenza di una possibile sconfitta o resa degli insorti in Iraq. Piuttosto, leggiamo calcoli di vittime dell'insurrezione come se stessero montando una scala verso una immaginaria destinazione finale: il numero magico che segnerà l'eliminazione di tutte le minacce terroristiche. Di conseguenza, la nostra prima domanda diventa: cosa è che il governo USA intende con la parola "terrorismo"? E come ciò si collega al nostro insediare un apparato democratico in Iraq? Storicamente, il terrorismo è stato definito come violenza illegittima, violenza al di fuori del monopolio dello stato sull'uso della forza. Nondimeno, vorrei complicare questo uso del termine 'illegittimo' con un altro tipo, contemporaneo, di delegittimazione: quello che ha caratterizzato i regimi coloniali del 20° secolo. Nelle colonie britanniche, francesi, portoghesi e persino sudafricane, i governi erano spesso illegittimi, nel senso che soltanto una minoranza della popolazione all'interno della nazione aveva diritti civili od era rappresentata dal gruppo al potere. Gli Stati Uniti impiegarono questa logica per incriminare Saddam Hussein, le cui elezioni erano una burla e che rappresentava soltanto una minoranza della popolazione. Tuttavia, la storia rivela in termini non dubbi che i movimenti di opposizione, che con il tempo emanciparono le colonie da un dominio spesso brutale, sono stati continuamente marchiati come terroristi. Il FLA in Algeria, l'ANC in Sud Africa, lo ZAPO e lo ZANU in Zimbabwe e l'IRA in Irlanda non erano ritenuti terroristi a causa delle loro tattiche, che, almeno inizialmente, non prendevano di mira i civili, ma piuttosto erano ritenuti terroristi perché minacciavano di rovesciare l'illegittimo governo coloniale. Mentre una bomba a Birmingham o a Londra non è mai, e ripeto mai, stata una buona cosa perché inizialmente l'IRA colpiva solamente i soldati britannici nell'Ulster, questo tipo di terrorismo è necessariamente complesso. La storia è ugualmente chiara sul fatto che ai media dei governi occupanti essenzialmente viene proibita una rappresentazione accurata dell'occupazione stessa. Ideologicamente, il fatto che un gruppo di persone in questo paese ha sostenuto la guerra abbastanza da rendere possibile che accadesse indica che i media rappresenteranno l'opinione che l'Iraq necessita di fatto di essere occupato, per diverse ragioni. Ciò proibisce loro di ritrarre i mali dell'occupazione come necessariamente malvagi; piuttosto, essi dipingono l'occupazione come sfortunata ma necessaria. Comunque, in questa guerra in particolare, vi è il fattore aggiuntivo di una forte censura governativa e di una inclusione senza precedenti di giornalisti nel sistema.
Quindi, mentre l'apparente crudeltà del
colpire i civili aiuta il governo USA ad etichettare i combattenti
della libertà di oggi come terroristi, la simultanea censura dei
media onnipresente durante la guerra in Iraq ci oscura
dell'ugualmente se non più crudele violenza perpetrata dal nostro
stato contro i civili iracheni. A Fallujah, per esempio, dove a
partire dal novembre del 2004 e per diversi mesi era proibito
entrare ai giornalisti, il 65% degli edifici sono stati abbattuti e
in tutta la città sono stati assassinati tra 600 e 3.000 civili, la
maggior parte per i bombardamenti a tappeto, la tecnica sempre più
favorita impiegata in Iraq dal momento che la forza lavoro comincia
a ridursi. Tutte queste condizioni devono essere riconosciute quando
consideriamo la nostra relazione con la resistenza irachena. Questa storia etimologica, assieme alla dimostrazione di media propagandistici, è significativa soltanto per un punto. Da una parte, una comprensione non solamente delle passate invocazioni del termine 'terrorismo', ma le situazioni nelle quali il terrorismo è divenuto l'unica arma della maggioranza dei cittadini di una nazione, come è stato il caso dell'era della decolonizzazione del 20° secolo, sottolinea come essenziale sia stata la stigmatizzazione del 'terrorismo' per i regimi della minoranza per mantenere un potere militarizzato. D'altra parte, sebbene questa storia ci induca spesso a romanticizzare le lotte antimperialiste, similarmente ha portato alla romanticizzazione della resistenza irachena. Tale romanticizzazione oscura quello che credo sia il punto maggiormente essenziale dell'intera discussione. Se vi è una cosa che dobbiamo prendere dalla storia del 20° secolo, dovrebbe essere questa: non è ne il mio ne il vostro compito decidere cosa è degno di che grado di autonomia. Non soltanto fare ritratti romantici della resistenza si affida ad un riduzionismo egoista ma pronuncia anche implicitamente il tipo di autorità morale e di alto giudizio che sono parte indissolubile di un modo di pensare imperialistico. Quindi, dire che la resistenza irachena merita il nostro sostegno "perché (inserite qui ragioni omogeneizzanti e descrittive)", è invocare la stessa autorità paternalista, la quale in un'altra era diceva che "l'africano (singolare) è un selvaggio e perciò deve essere governato". Piuttosto, se sosteniamo il diritto degli iracheni all'autodeterminazione, deve essere perché ammettiamo una comune, eguale umanità tra di noi; perché riconosciamo che l'occupazione USA del suolo iracheno e le torture, stupri, omicidi e furti consentiti dagli USA sono ingiusti. Questo, in aggiunta alla situazione dei nostri soldati, che molti di loro affermano stia peggiorando ogni giorno, è il perché dobbiamo ora chiedere che le nostre truppe se ne vadano. Per nessuna altra ragione. Di conseguenza, dal momento che la resistenza irachena è la forza che opera per riconquistare la sovranità irachena, noi la sosteniamo, incondizionatamente. Dobbiamo portare a casa le truppe americane semplicemente perché fermare gli insorti non è loro compito. Certo, persino i movimenti di liberazione nazionale più ispiranti hanno avuto i loro crimini e le loro tragedie. Molte lotte di liberazione, combattute sotto gli occhi vigili delle superpotenze della guerra fredda, alla fine hanno persino fallito nel raggiungere i loro obiettivi (Mozambico, Zimbabwe, Algeria, El Salvador, Nicaragua, Cile e l'elenco continua). Nondimeno, è sufficiente dire qui che i limiti o i fallimenti di un movimento non ne invalidano lo scopo, sebbene lo possano impedire. I fallimenti passati non possono giustificare l'abbandono del nostro impegno per il diritto di tutti i popoli all'autodeterminazione.
E' una trappola facile cadere nella
romanticizzazione di lotte passate o accusare gli 'insorti' per
l'utilizzo di tattiche terroriste. Nondimeno, riguardo la piatta e
stigmatizzata nozione di 'terrorismo', la storia del 20°
secolo, di concerto con soldati coraggiosi come Carmello
Mejia ed inestimabili media indipendenti (non incorporati) ci
mostrano che la nostra comprensione della parola 'terrorismo' è
necessariamente compromessa quando il nostro governo occupa la terra
dei cosiddetti terroristi. Per contro, riguardo alla
romanticizzazione della resistenza, abbiamo un modello negli scritti
di Louisa May Alcott attraverso Jo in "Little Women": "non è perché
le donne sono buone che dovrebbero votare. E' perché è equo e giusto".
Romanticizzare la resistenza fa del moralismo sulle donne, totalizza,
fa violenza e non ci porta da nessuna parte al di fuori dello schema
arrogante egemonico del pensiero imperiale. Invece, il giudizio
storico retrospettivo ci farebbe vedere una verità certa, una lotta
continua certa negli sforzi e nei desideri del popolo dell'Iraq,
senza bisogno di giudicarlo o purificarlo.
Liz Sperber studia inglese, storia e studi
africani alla
Brown University. E' attiva nella Brown Student Antiwar Coalition
e aspetta le vostre risposte a
outnow@brown.edu. ______________________________________________________________________ Reprinted for fair use only |