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Un anno fa oggi, il 4 novembre 2008, Barack Obama vinse le elezioni presidenziali USA in quella che è stata, per tutti gli scopi pratici, una disfatta politica. Il candidato democratico sconfisse il suo rivale repubblicano di un margine di 10 milioni di voti, la più grande vittoria per un candidato non titolare in oltre 50 anni. Ha avuto con se 28 stati e ha ottenuto 338 voti elettorali, mentre il Partito Democratico al Congresso ha guadagnato le sue più grandi maggioranze in 30 anni sia alla Camera che al Senato. Il risultato elettorale costituì un ripudio popolare delle politiche di destra perseguite dall'amministrazione Bush negli otto anni precedenti. Decine di milioni di persone affluirono alle urne—compreso un numero senza precedenti di persone che votavano per la prima volta, delle minoranze e di giovani—per esprimere la loro opposizione alla guerra in Iraq, alla recessione in aggravamento, agli attacchi ai diritti democratici e ad un governo che favoriva apertamente i ricchi mentre dimostrava indifferenza alle sofferenze della massa, rivelato molto crudamente dalla risposta di Bush all'uragano Katrina. All'interno della struttura del sistema a due partiti degli Stati Uniti, l'odio per l'amministrazione repubblicana poteva trovare espressione di massa soltanto in una vittoria per i democratici, nonostante il fatto che la leadership democratica al Congresso avesse collaborato con la Casa Bianca di Bush e fornitole l'appoggio che le occorreva per perseguire le sue politiche belliche e di reazione sociale. Molti che hanno votato per Obama indubbiamente credevano che un presidente afroamericano, per il fatto del suo sfondo etnico, sarebbe stato più sensibile ai bisogni dei lavoratori e dei poveri e che la vittoria del candidato del "cambiamento" avrebbe segnalato una rottura da decenni di reazione politica e l'avvio di politiche progressiste. Un anno più tardi, queste illusioni si stanno trasformando in rabbia, frustrazione e nella sensazione di essere stati imbrogliati. Milioni di lavoratori stanno facendo una fondamentale esperienza non soltanto con l'amministrazione Obama, ma con l'intero sistema politico ed economico. Ciò che emerge in risposta al servilismo dell'amministrazione verso Wall Street ed all'indifferenza verso la crisi sociale che la classe lavoratrice affronta, come pure la sua continuazione di una politica estera fondata sulla guerra imperialista, è il riconoscimento che si fa evidente che l'intero sistema politico serve gli interessi di classe di un'oligarchia finanziaria. Le elezioni del 2008 hanno riflesso uno spostamento della popolazione lavoratrice a sinistra. Comunque, Obama non era il portabandiera di questo movimento. Piuttosto, era uno strumento dei settori più potenti dell'elite dominante. Questi hanno indirizzato il loro appoggio verso Obama per assicurarsi dei cambiamenti tattici in politica estera e per migliorare l'immagine internazionale degli Stati Uniti dopo la debacle degli anni di Bush e per far deragliare la crescente opposizione interna al programma del grande capitale. Come scrisse il World Socialist Web Site una settimana dopo le elezioni: "Per occuparsi del protratto e visibile declino del capitalismo americano, le cui iconiche banche e società industriali sono molto vicine al collasso, quei settori hanno sponsorizzato e finanziato la campagna di Obama, con l'idea di installare un rappresentante degli interessi di classe e degli scopi globali dell'imperialismo americano più popolare ed allo stesso tempo completamente fidato. L'industria americana può essere quasi in fallimento, la l'America resta il leader mondiale nel marketing. E' stata lanciata una campagna bene oliata e generosamente finanziata per dare all'imperialismo americano un nuovo marchio, nella forma del giovane, afroamericano senatore dell'Illinois". La vittoria di Obama nella contesa per la nomina presidenziale democratica è stata dovuta in gran parte alla sua professata opposizione alla guerra in Iraq. Il suo principale rivale, Hillary Clinton, aveva votato per l'autorizzazione alla guerra in Iraq al Senato. Ma, una volta eletto, Obama ha rapidamente rottamato la sua promessa di portare a Washington un cambiamento, riempiendo i posti di vertice della Casa Bianca e del gabinetto con una combinazione di parlamentari democratici di primo piano, come la Clinton e Rahm Emanuel, e con avanzi dell'amministrazione Bush come Robert Gates, che, come segretario della difesa di Bush, aveva soprinteso alla "eruzione" militare in Iraq. Obama ha riempito i posti chiave all'economia ed al bilancio con banchieri di investimento o coloro che, come il presidente della Federal Reserve di New York, Timothy Geithner, avevano antichi legami a Wall Street. L'anno passato ha caratterizzato certi cambiamenti cosmetici nello stile, ma nella sostanza le politiche reazionarie dell'amministrazione Bush sono state continuate. In politica estera, Obama ha continuato l'occupazione USA dell'Iraq, attenendosi ai livelli di truppe decisi da Bush prima che lasciasse la Casa Bianca. Ha inviato 21.000 truppe USA aggiuntive in Afghanistan ed è sul punto di decidere su una ulteriore intensificazione della guerra nel teatro dell'“Afpak”. In politica interna, Obama ha abbracciato la più importante decisione dell'amministrazione Bush, il salvataggio da $700 miliardi delle banche e lo ha generosamente ampliato, rendendo disponibili fino a $23,7 miliardi in prestiti, garanzie, sovvenzioni ed infusioni di contante a Wall Street. La borsa valori è affondata durante il periodo di transizione da Bush a Obama, raggiungendo il suo minimo agli inizi di marzo, ma ha ricuperato quando i grandi interessi finanziari sono divenuti certi che la nuova amministrazione avrebbe reso disponibili risorse illimitate attraverso il Tesoro e la Federal Reserve. Dal punto minimo, la media del Dow Jones è salita del 50%—un voto di fiducia da parte di Wall Street—anche se la crisi economica ha provocato devastazione con i posti di lavoro e gli standard di vita dei lavoratori. Successive iniziative interne sono derivate dalla fondamentale natura di classe dell'amministrazione Obama come un governo di Wall Street: il fallimento forzato ed il taglio dei salari alla General Motors ed alla Chrysler, una ristrutturazione dell'assistenza sanitaria per tagliare i costi per le imprese ed il governo a spese di milioni di lavoratori e di pensionati, una continuazione dell'offensiva dell'amministrazione Bush contro i diritti democratici e le libertà civili. Queste misure sono state finora portate a termine con relativamente poca aperta opposizione popolare. Questo è il servizio essenziale reso da Obama all'elite dominante. Una amministrazione McCain-Palin avrebbe salvato nello stesso modo Wall Street a spese dei lavoratori, intensificato la guerra in Afghanistan e richiesto tagli salariali per i lavoratori dell'auto, ma con un rischio molto maggiore di provocare un'esplosione politica e sociale, specialmente mentre la disoccupazione è salita verso il 10%. Comunque, questo processo ha dei limiti precisi. Nonostante l'adulazione a Wall Street e nei media, le politiche economiche dell'amministrazione Obama non hanno né risolto la crisi economica globale né invertito il declino storico a lungo termine del capitalismo americano. Il 4 novembre 2008 un'oncia d'oro valeva $741,85. Un anno più tardi, il prezzo dell'oro ha raggiunto un record di $1,085,07 l'oncia, rappresentante di un declino del 47% nel valore del dollaro. Questa cifra, non il Dow Jones Industrial Average, indica il vero stato delle cose per il capitalismo americano. I massicci esborsi del Tesoro per sostenere Wall Street stanno mandando in bancarotta l'economia USA ed il prezzo sarà pagato dai lavoratori, attraverso inflazione, tagli salariali e riduzione della spesa federale per i bisogni sociali come l'assistenza sanitaria, l'istruzione e la sicurezza sociale. L'erosione delle illusioni popolari in Obama viene riflessa in maniera limitata nei sondaggi d'opinione, che mostrano crescente disgusto verso entrambe i partiti del grande capitale e nei risultati elettorali meno importanti, dove vi è stato un crollo sproporzionato nel voto democratico come risultato di una generale delusione verso l'amministrazione. Un segnale più chiaro dei mutanti sentimenti nella classe lavoratrice sono arrivati nel voto dai lavoratori della massa della Ford sulle concessioni richieste dalla società ed appoggiate dalla United Auto Workers. Più di tre quarti dei votanti ha respinto un contratto che avrebbe loro imposto gli stessi tagli inflitti ai lavoratori della GM e della Chrysler dall'amministrazione Obama. Mentre la classe lavoratrice si sposta all'opposizione, i liberali della classe media e gli ex radicali hanno serrato i ranghi con Obama. La sua amministrazione è diventata il veicolo politico attraverso il quale queste forze politiche si sono spostate ulteriormente a destra, si sono messi in linea dietro ad un governo di destra, antilavoratori e che difende gli interessi dell'imperialismo americano all'estero. La loro evoluzione è legata al loro rigetto della classe come categoria sociale fondamentale ed al loro abbraccio di politiche basate su razza, sesso ecc. Nel frattempo, Obama sta fornendo la lezione oggettiva che le divisioni fondamentali della società sono quelle di classe, non di razza. Il risultato di questa elezione sottolinea la futilità di cercare il genuino cambiamento attraverso il sistema politico esistente e le sue istituzioni ufficiali, le quali sono tutte dominate dalla classe che possiede e controlla i mezzi di produzione. Il giorno dopo l'elezione di Obama, il World Socialist Web Site dichiarò: "Qualunque soddisfazione tragga il Partito Democratico dalla sua vittoria è moderata dalla comprensione all'interno del circolo interno del presidente eletto Obama, dalla leadership del partito e dall'establishment politico che le aspettative e le speranze di massa risvegliate dall'elezione non saranno contenute facilmente. Il risultato delle elezioni prepara le condizioni per un nuovo e protratto periodo di intenso conflitto di classe negli Stati Uniti". Questa previsione verrà provata nelle prossime settimane e nei prossimi mesi quando i lavoratori intraprenderanno la lotta per difendere i loro posti di lavoro, gli standard di vita ed i benefici sociali e per opporsi alla guerra imperialista. Questa lotta richiede una nuova strategia politica. La classe lavoratrice deve compiere una consapevole rottura con il Partito Democratico e prendere la strada della lotta politica contro il sistema del profitto capitalista, basata su un programma socialista ed internazionalista. Patrick Martin L'autore inoltre consiglia:
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