Il vero piano di Obama in America Latina

di Shamus Cooke

Global Research, 20 aprile 2009

 

A prima vista, pare che Obama abbia ammorbidito la politica degli USA verso l'America Latina, specialmente quando confrontato con il suo predecessore. Non vi è  stata certo carenza di editoriali che elogiano l'approccio conciliativo mentre lo paragonano alla politica latino americana del "buon vicino" di FDR.

Comunque, è importante ricordare che la visione di vicinanza di FDR significava che gli USA semplicemente avrebbero cessato gli interventi militari diretti in America Latina, mentre si riservavano il diritto di creare e sostenere dittatori, armare ed addestrare militari regionali impopolari, promuovere il dominio economico attraverso il libero scambio ed i prestiti bancari, cospirare con gruppi di destra ecc...

E sebbene la politica di Obama verso l'America Latina abbia per lui un simile senso sovversivo, molti dei metodi di dominio di FDR gli sono preclusi. Decenni di politica USA del "buon vicino" in America Latina sono risultati in una serie continua di colpi di stato militari appoggiati dagli USA, economie distrutte dal debito e, di conseguenza, la rivolta di tutto l'emisfero.

Molti dei capi di stato ai quali si è unito Obama al Vertice delle Americhe sono arrivati al potere a causa di movimenti sociali giustificati dall'opposizione alla politica estera USA. L'avversione assoluta per il dominio degli USA nella regione è così intensa che qualsiasi tentativo da parte di Obama di riasserire l'autorità degli USA risulterebbe in un contraccolpo, ed Obama lo sa.

Bush ha dovuto impararlo nella maniera dura, quando il suo patetico tentativo di domare la regione ha portato all'umiliazione del Vertice del 2003, dove per la prima volta i paesi latino americani hanno sconfitto ancora un altro tentativo USA di utilizzare l'Organizzazione degli Stati Americani (O.A.S.) come uno strumento della politica estera degli USA.

Ma mentre Obama discuteva umilmente le questioni emisferiche su una "relazione eguale" con le sue controparti latino americane al recente Vertice delle Americhe, ha sottilmente comunicato che la politica estera degli USA sarà affari come al solito.

La prova meno tenue che Obama riga dritto lungo la linea dei precedenti governi USA — entrambe repubblicani e democratici — è la posizione su Cuba. Obama si è messo in posa da progressista sull'argomento allentando alcune limitazioni di viaggio e finanziarie, mentre ha lasciato nella stessa posizione la questione molto più importante, l'embargo economico.

Riguardo all'embargo, gli USA sono assolutamente impopolari ed isolati nell'emisfero. Comunque, il sistema USA a due partiti non può proprio lasciar finire la questione.

Lo scopo dell'embargo non è di fare pressione su Cuba perché sia più democratica: questa menzogna può essere facilmente confutata a causa dei numerosi dittatori che gli USA hanno sostenuto nell'emisfero, per non parlare dei dittatori che gli USA attualmente appoggiano in tutto il Medio Oriente ed altrove.

Il vero scopo dietro l'embargo è ciò che Cuba rappresenta. Per l'intero emisfero, Cuba rimane una solida fonte di orgoglio. Sconfiggendo l'invasione USA alla Baia dei Porci mentre restava fieramente indipendente in una regione dominata dalle multinazionali USA e precedenti interventi governativi hanno reso Cuba un'ispirazione per milioni di latino americani. Questa profonda rottura dal dominio degli USA — niente di meno che nel suo "cortile posteriore" — non viene così facilmente perdonata.

Vi è anche una ragione più profonda per non togliere l'embargo. Le fondamenta dell'economia cubana sono organizzate in un tale modo che minacciano il più fondamentale principio filosofico condiviso dal sistema a due partiti: l'economia di mercato (capitalismo).

E sebbene la "lotta contro il comunismo" possa sembrare come una polverosa reliquia dell'era della guerra fredda, l'attuale crisi del capitalismo mondiale pone di nuovo la domanda: vi è un altro modo per organizzare la società?

Persino con l'immensa mancanza di risorse e di tecnologia di Cuba (aggravata ulteriormente dall'embargo USA), le conquiste fatte nell'assistenza sanitaria, nell'istruzione ed in altri campi sono sufficienti per convincere molti nella regione che vi sono altri aspetti dell'economia cubana — più considerevolmente il concetto di produrre per soddisfare i bisogni di tutti i cubani e NON per il profitto privato — che vale la pena ripetere.

Hugo Chavez è stato il leader latino americano più ispirato dall'economia cubana. Chavez ha compiuto dei passi importanti verso la rottura dal modello economico capitalista e ha insistito che il socialismo è "la via in avanti" — e gran parte dell'emisfero è d'accordo.

Questa è l'unica ragione per la quale Obama continua l0ostilità dell'era Bush verso Chavez. E' vero che Obama è stato meno schietto riguardo i suoi sentimenti verso Chavez, sebbene abbia dichiarato pubblicamente che Chavez "esporta terrorismo" e che è un "ostacolo al progresso". Entrambe le accuse sono, nella migliore delle ipotesi, delle menzogne insignificanti. Chavez ha tratto la corretta conclusione sui commenti dichiarando:

“[Obama] ha affermato che sono un ostacolo per il progresso in America Latina; perciò questo ostacolo deve essere rimosso, giusto"?

E' importante rilevare che, mentre Obama stava "ascoltando ed imparando" al Vertice delle Americhe, l'uomo che ha nominato per coordinare il vertice, Jeffrey Davidow (1), stava attivamente vomitando livore anti-venezuelano nei mass media.

Questa disinformazione è necessaria a causa della "minaccia" che Chavez rappresenta. La minaccia qui è contro le multinazionali USA in Venezuela, che, correttamente, sentono di essere in pericolo di essere rilevate dal governo venezuelano, per essere utilizzate per i bisogni sociali nel paese invece che per il profitto privato. Obama, come il suo predecessore, ritiene che un simile atto sarebbe contro gli "interessi strategici degli USA", collegando in tale modo il profitto privato delle mega-corporations che operano in un paese straniero agli interessi generali degli Stati Uniti.

Infatti, tale opinione che il governo USA debba proteggere e promuovere le multinazionali USA che agiscono all'estero è la pietra angolare della politica estera USA, non soltanto in America Latina, ma nel mondo.(2)

Prima delle ondate rivoluzionarie che si sono sbarazzate dei governi fantoccio degli USA nella regione, l'America Latina è stata utilizzata dalle multinazionali USA esclusivamente per estrarre materie prime a prezzi al livello più basso, utilizzando manodopera a buon mercato per mietere super profitti, mentre l'intera regione era dominata dalle banche USA.

Da allora le cose sono cambiate drammaticamente. I paesi latino americani hanno rilevato delle industrie che erano state privatizzate dalle multinazionali USA, mentre entrambe alle società cinesi ed europee è stata data luce verde per investire ad un grado che le multinazionali USA vengono spinte in disparte.

Per Obama ed il resto del sistema a due partiti questo è inaccettabile. Il bisogno di riaffermare il controllo delle multinazionali USA nell'emisfero è in cima alla lista delle priorità di Obama, ma se ne occuperà in maniera strategica, seguendo il sentiero lastricato da Bush.

Dopo essersi reso conto che gli USA erano incapaci di controllare la regione con metodi più vigorosi (specialmente a causa di due guerre perdute in Medio Oriente), saggiamente Bush ha scelto di indietreggiare di un tratto e di fortificare la propria posizione. I soli appigli disponibili per Bush in America Latina erano, non inaspettatamente, gli unici due governi di estrema destra nella regione: la Colombia ed il Messico.

Bush ha cercato di rafforzare l'influenza degli USA in entrambe i governi prima implementando il Plan Colombia e per secondo l'Iniziativa Meridia (nota anche come Plan Mexico). Entrambe i programmi permettono che enormi somme di dollari dei contribuenti USA siano incanalati a questi governi impopolari allo scopo di rinforzare le loro forze armate e la loro polizia, organizzazioni che in entrambe i paesi hanno atroci dati riguardo i diritti umani.

In effetti, la relazione diplomatica con questi forti "alleati" degli USA — associato all'aiuto militare e finanziario, agisce per sostenere entrambe i governi, che forse altrimenti sarebbero caduti (Bush è stato rapido a riconoscere il nuovo presidente del Messico, Calderon, nonostante le prove di frode elettorale su vasta scala). Entrambe le relazioni sono state legittimate dalla retorica tipica: gli USA aiutavano la Colombia ed il Messico a combattere contro i "narco-terroristi".

L'ampia implicazione di questi rapporti è stata rivelata quando, il 1° marzo 2008, i militari colombiani hanno bombardato senza avviso una base delle FARC in Ecuador (gli USA e la Colombia considerano le FARC un'organizzazione terrorista). I paesi latino americani, organizzati nel "Gruppo di Rio" hanno denunciato l'incursione e la regione è stata istantaneamente destabilizzata (entrambe Bush ed Obama hanno appoggiato il bombardamento).

La conclusione che ne hanno tratto molti nella regione — più particolarmente Chavez — è che gli USA utilizzano la Colombia ed il Messico come un contrappeso alla perdita d'influenza nella regione. Formando eserciti potenti in entrambe i paesi, il potenziale per intervenire negli affari di altri paesi nella regione è grandemente accresciuto.

Obama è stato svelto a porre il suo peso politico fermamente dietro la Colombia ed il Messico. Mentre cantava le lodi del Plan Colombia, prima del Vertice delle Americhe Obama ha fatto un viaggio speciale in Messico per rafforzare l'alleanza con Felipe Calderon, promettendo altra assistenza degli USA nella "guerra alla droga" del Messico.

Ciò che tali azioni rendono chiaro è che Obama continua il secolare gioco dell'imperialismo USA in America Latina, sebbene meno direttamente delle precedenti amministrazioni. Il tentativo di Obama alla politica del "buon vicino" nella regione sarà limitata inevitabilmente dalle incessanti esigenze degli "interessi strategici degli USA", cioè, dalle esigenze delle multinazionali USA di dominare i mercati, la manodopera a basso costo e le materie prime dell'America Latina. E mentre è una cosa sorridere per le telecamere e dare la mano ali leader latino americani al Vertice delle Americhe, le multinazionali USA esigeranno che Obama sia proattivo nell'assisterle a riaffermarsi nella regione, richiedendo tutto l'intrigo e le macchinazioni del passato.

Shamus Cooke è operatore dei servizi sociali, sindacalista e scrittore per  Workers Action (www.workerscompass.org). Può essere contattato a
shamuscook@yahoo.com

 

© Copyright Shamus Cooke, Global Research, 2009

 

Note di Freebooter:

(1) La nomina di Jeffrey Davidow a consigliere capo è un altra conferma del "no change di Obama. Nell'articolo 'Obama’s adviser in Trinidad: the real face of “change”' potrete conoscere i trascorsi di questo losco individuo.

(2) Da "Una tessera importante del puzzle":

"Il problema dell’America è che un dollaro qui guadagna solamente il 6%, allora si sente a disagio e va all’estero per guadagnare il 100%. Poi la bandiera segue il dollaro ed i soldati seguono la bandiera." Gen. Smedley Butler.