The journal of African American political thought and action
Obama e MLK: il chiaro contrasto
di
Marsha Coleman-Adebayo, Ph.D e Kevin Berends
Martedì 18/01/2011
|
All'inizio si poteva immaginare l'imbarazzo del nuovo presidente nel ricevere il premio Nobel per la pace con così poco da mostrare in risultati tangibili oltre avere parlato contro l'autorizzazione a attaccare l'Iraq e la successiva fiorente retorica mentre fa campagna per la presidenza. La sua promessa di ritirare le forze USA dall'Iraq era così coerente con la sua posizione iniziale e poteva essere intesa come una ragione per considerare Barack Obama un candidato di pace. L'altra sua realizzazione retorica—patrocinare il combattimento nella buona guerra in Afghanistan e contrastando efficacemente l'apparenza di essere morbido sul terrorismo—è stata canonizzata nel suo discorso di accettazione del Nobel. In esso, l'argomento per una guerra giusta, di un approccio ragionato al conflitto armato è servito come un eufemismo per il massacro di innocenti. Persino concedere che questa spiacevole certezza può non essere stata nota all'epoca del discorso di accettazione di Obama, ora non vi è nessun modo per nascondersi dai macabri riscontri sia in Iraq che in Afghanistan dopo quasi un decennio della buona guerra. Durante la I GM il 75% delle vittime erano personale militare ma la tendenza verso le vittime civili è aumentata stabilmente di modo che i numeri sono inversi. La vasta maggioranza delle vittime sono civili, con donne e bambini che sostengono il peso maggiore della guerra moderna. Mentre il paese onora un altro laureato del Nobel per la pace —Dr. Martin Luther King, Jr. e celebra il suo compleanno—sarebbe prudente e saggio per noi paragonare e confrontare i frutti per i quali saranno noti questi due alberi.
Oltre la sua guida spirituale e morale il Dr. King era radicato nelle tradizioni profonde e seguiva la traiettoria eroica di un denunciatore, suonando la sua tromba non da sotto un secchio, ma dai tetti. Collegava l'uccisione di gente dalla pelle scura all'estero in Vietnam alla persecuzione dei neri all'interno. Ancora trovava la sua amata comunità restia a seguire il suo appello per la pace che comporti la giustizia. Senza porre la colpa riguardo alle loro origini, indichiamo alcuni dei frutti di Obama per deduzione di quale probabilmente sarebbe stata la risposta a loro del Dr. King. Cosa crediamo avrebbe pensato Martin Luther King degli attacchi di droni che uccidono degli innocenti? Quale possiamo ragionevolmente assumere la sua risposta alle esecuzioni extragiudiziali di cittadini americani all'estero ordinate dall'esecutivo? E' probabile che il Dr. King avrebbe guardato dall'altra parte sui casi accertati di tortura autorizzati dal governo USA? Al contrario, cosa potevamo aspettarci dall'amministrazione Obama in reazione ad una sfida alle sue politiche di un ipotetico Dr. Martin Luther King? E' probabile che l'amministrazione, che di recente ha annunciato che saranno schierati psicologi, psichiatri e sociologi dappertutto nella burocrazia federale per cercare e scoprire potenziali delatori, tratterebbe il Dr. King affatto diversamente da come ha trattato Julian Assange? E' anche plausibile che l'amministrazione che ha preso uno scrupoloso delatore che presumibilmente abbia fatto trapelare prove classificate delle atrocità americane in Iraq e lo abbia sottoposto alla segregazione cellulare probabilmente distruttiva della personalità per sette mesi tratterebbe affatto meno tirannicamente il fondatore della Southern Christian Leadership Conference? Può qualcuno di coloro che commemorano il Dr. King oggi credere seriamente che Martin avrebbe detto della lampante criminalità del suddetto governo che era ora di andare avanti senza portare il colpevole davanti alla giustizia? Oppure che direbbe il Dr. King di un governo che ritarda per decenni la giustizia per gli agricoltori neri e quindi si rifiuta di licenziare un singolo discriminatore con il pretesto che è tempo di andare avanti. E infine che direbbe King di un presidente che ha ricevuto il 99,9% del voto nero ma che ora ha invitato nelle sale del potere due ex capi delle agenzie che sono stati tristemente noti per il maltrattamento degli afroamericani, l'EPA sotto Carol Browner e il dipartimento del Commercio sotto William Daley. Di fatto, prima che Daley, un ex dirigente della J. P. Morgan, potesse accettare questa nuova nomina secondo il regolamento aveva il non invidiabile compito di liberarsi di $7,6 milioni di valore di azioni della banca. Piuttosto è molto più probabile che un Martin Luther King di 82 anni avrebbe avvicinato il comitato del Nobel con molta tristezza e poca ostentazione quando avesse restituito il suo premio per la pace perché con la coscienza tranquilla non poteva più sottoscrivere definizioni di pace che si estendono e pacificatori che il discorso di accettazione dell'attuale presidente ha appoggiato. Questo presidente invece preferisce imitare lo stile del grande paciere mentre ignora le richieste dei principi di King. Nel processo di ricordare i nostri pacieri, particolarmente oggi, il presidente ha bisogno di fare una scelta tra lo stile e la sostanza. Marsha Coleman-Adebayo, Ph.D, è presidentessa della No FEAR Coalition e autrice del libro di prossima uscita "No FEAR: A Whistleblowers Story of Corruption, Betrayal and Retaliation at the EPA". Kevin Berends è direttore della comunicazione del No FEAR Institute, cofondatore di Lake Affect Magazine e produttore del programma della televisione indipendente streetlevel.
|
![]()