18 febbraio 2008
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Per tutto questo ultimo fine settimana, la macchina della propaganda occidentale ha lavorato fuori orario, celebrando l'ultimo miracolo della NATO: la trasformazione del Kosovo serbo nel Kosova albanese. Uno spudorato furto di terra da parte degli Stati Uniti, che hanno utilizzato il problema del Kosovo per installare una enorme base militare (Camp Bondsteel) sulla terra situata strategicamente di un altro popolo, viene trasformato da parte del potere dei media in una leggenda edificante di "liberazione nazionale". Per i pochi sventurati che conoscono la complicata verità sul Kosovo, le parole di Aldous Huxley sembrano le più appropriate: "Conoscerete la verità e la verità vi farà impazzire". Riguardo al Kosovo, la verità è come lettere scritte sulla sabbia mentre arriva fragoroso lo tsunami della propaganda. La verità è disponibile--per esempio nell'articolo esaurientemente informativo dello scorso venerdì di George Szamuely qui su CounterPunch. Talvolta frammenti della verità appaiono persino sui media mainstream, per la maggior parte in lettere dai lettori. Ma disperato come è tentare di far tornare indietro la marea della leggenda ufficialmente approvata, lasciatemi esaminare soltanto una goccia in questo inarrestabile mare di propaganda: una colonna di Roger Cohen intitolata "Il nuovo stato d'Europa", pubblicata nell'edizione del giorno di S. Valentino dell'International Herald Tribune. L'editoriale di Cohen è letteralmente tipico nel modo sprezzante nel quale tratta di Milosevic, della Russia e dei serbi. Cohen scrive: "Slobodan Milosevic, l'ultimo dittatore, il 24 aprile 1987 ha messo in moto la sanguinaria marea nazionalista della Serbia, quando è andato in Kosovo a dichiarare che gli 'antenati verrebbero profanati' se l'etnia albanese avesse ciò che vuole". Non so dove Roger Cohen si sia procurato quella citazione, ma non si troverà nel discorso che Milosevic fece quel giorno in Kosovo. E certamente Milosevic non andò in Kosovo a dichiarare una cosa simile, ma per consultarsi con i funzionari locali della Lega dei Comunisti nella città di Kosovo Polje sui seri problemi economici e sociali della provincia. A parte la povertà cronica della provincia, la disoccupazione e la cattiva amministrazione dei fondi di sviluppo forniti dal resto della Jugoslavia, il principale problema sociale era il costante esodo di abitanti serbi e montenegrini sotto la pressione dell'etnia albanese. All'epoca questo problema fu riferito da importanti media occidentali. Per esempio, il 12 luglio 1982, Marvine Howe riportò sul New York Times che i serbi lasciavano il Kosovo a decine di migliaia a causa della discriminazione e dell'intimidazione da parte della maggioranza etnica albanese: "I nazionalisti [albanesi] hanno una piattaforma in due punti", secondo Beci Hoti, un segretario direttivo del Partito Comunista del Kosovo, "prima, di stabilire quella che chiamano una repubblica albanese etnicamente pulita e quindi la fusione con l'Albania per formare una grande Albania. Hoti, un albanese, ha espresso preoccupazione sulle pressioni politiche che stavano costringendo i serbi a lasciare il Kosovo. "Ciò che ora è importante", ha detto, "è di instaurare un clima di sicurezza e creare fiducia". E sette mesi dopo la visita di Milosevic in Kosovo, David Binder riferiva sul New York Times (1° novembre 1987): Quelli di etnia albanese nel governo [del Kosovo] hanno manipolato i fondi pubblici ed i regolamenti per prendere il controllo della terra appartenente ai serbi. Chiese ortodosse slave sono state attaccate e bandiere sono state tirate giù. Pozzi sono stati avvelenati e raccolti bruciati. Ragazzi slavi sono stati accoltellati e ad alcuni giovani di etnia albanese è stato detto dai loro anziani di stuprare le ragazze serbe. L'obiettivo dei nazionalisti radicali tra loro, ha detto uno in un'intervista, è una "Albania etnica che comprende la Macedonia occidentale, il Montenegro meridionale, parte della Serbia meridionale, il Kosovo e la stessa Albania". Mentre gli slavi fuggono dalla protratta violenza, il Kosovo sta diventando quello che i nazionalisti di etnia albanese pretendono da anni ed in maniera particolarmente forte dai sanguinosi tumulti da parte dell'etnia albanese a Pristina nel 1981--una regione albanese "etnicamente pura". Questo è stato di fatto il primo esempio di "pulizia etnica" nella Jugoslavia del dopo II Guerra Mondiale, come riferito dal The New York Times e da altri media occidentali e le vittime sono stati i serbi. Il culto della "memoria" è diventato una religione contemporanea, ma alcune memorie sono più uguali di altre. Negli anni '90, evidentemente il New York Times dimenticò completamente ciò che aveva detto sul Kosovo negli anni '80. Perché? Forse perché nel frattempo il blocco sovietico era crollato e l'unità della Jugoslavia indipendente e non allineata non era più nell'interesse strategico degli Stati Uniti. Torniamo a Milosevic a Kosovo Polje il 24 aprile 1987. Accadde un incidente quando la polizia locale (sotto un governo della Lega dei Comunisti dominato dagli albanesi) attaccò dei serbi che si erano concentrati per protestare contro la mancanza di protezione legale. Notoriamente Milosevic disse loro spontaneamente: "Nessuno dovrebbe più picchiarvi"! Se questo è "nazionalismo estremo" forse ve ne dovrebbe essere di più. Ma non trovo da nessuna parte una traccia della dichiarazione attribuita a Milosevic da Cohen. Nel suo discorso ai delegati del partito locale che seguì, che è documentazione pubblica, Milosevic si riferì allo "spiacevole incidente" e promise una indagine. Continuò sottolineando che "non dovremmo permettere che le disgrazie della gente vengano sfruttate dai nazionalisti, che ogni persona onesta dovrebbe combattere. Non dobbiamo dividere il popolo tra serbi ed albanesi, ma piuttosto dovremmo separare, da una parte, le persone rispettabili che lottano per la fratellanza, l'unità e l'uguaglianza etnica, e, dall'altra parte, i controrivoluzionari ed i nazionalisti". Mi rivolgo ancora ad Aldous Huxley per conforto: "I fatti non cessano di esistere perché vengono ignorati". Ma Huxley ha anche detto: "Grande è la verità, ma ancora più grande, da un punto di vista pratico, il silenzio sulla verità. Semplicemente non menzionando alcuni argomenti... i propagandisti totalitari hanno influenzato l'opinione molto più efficacemente di quanto potessero con le più eloquenti denunce". Lo scorso martedì a Ginevra, il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha cercato di trasmettere ai giornalisti la sua profonda angoscia sul modo nel quale gli Stati Uniti trattavano il problema del Kosovo. "Qui stiamo parlando della sovversione di tutti i fondamenti e principi del diritto internazionale, che sono stati conquistati ed istituiti come una base per l'esistenza dell'Europa con enorme sforzo ed a costo di sofferenza, sacrificio e carneficina", ha detto. "Nessuno può offrire un chiaro piano di azione nel caso di una reazione a catena [o di ulteriori dichiarazioni di indipendenza unilaterali]. Risulta che loro [gli Stati Uniti ed i loro alleati della NATO] stanno progettando di agire a caso su una questione della massima importanza. Questo è semplicemente inammissibile ed irresponsabile", ha detto il diplomatico russo. "Sinceramente non riesco a comprendere i principi che guidano i nostri colleghi americani e quelli europei che hanno assunto questa posizione", ha aggiunto. Roger Cohen respinge simili considerazioni in cinque parole: "l'orso russo grugnirà". La Russia, aggiunge, "strillerà. Ma ha puntato sul cavallo sbagliato". Qui non vi è nessuna questione, nessun principio. Soltanto grugnire e scommettere. "Milosevic ha lanciato il dado del nazionalismo genocida e ha perso", dice Cohen. Questa non soltanto è una falsa dichiarazione, è una metafora grottescamente senza senso. Milosevic ha tentato di sopprimere un movimento secessionista armato, segretamente ma efficacemente sostenuto dalla confinante Albania, dagli Stati Uniti e dalla Germania, che ha deliberatamente provocato la repressione assassinando sia serbi che albanesi leali al governo. Come gli americani in circostanze simili, Milosevic contava troppo eccessivamente sulla superiorità militare che sull'abilità politica. Ma persino il Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia all'Aia sponsorizzato dalla NATO ha dovuto abbandonare qualsiasi accusa di "genocidio" contro Milosevic in Kosovo. Per la semplice ragione che non vi fu mai un brandello di prova per tale accusa. Milosevic non è più vivo e la Russia è distante. Ma che ne è dei serbi che ancora vivono nella parte storica della Serbia chiamata Kosovo? Cohen si prende cura di questo problema in poche parole: "Alcuni dei 120.000 serbi del Kosovo potrebbero andare via".
Come ha notato
Aldous Huxley, "Lo scopo del propagandista è di fare in modo che un
gruppo di persone dimentichi che certi altri gruppi di persone siano
esseri umani". Il caso "unico" La Russia ha ammonito che l'indipendenza del Kosovo stabilirà un pericoloso precedente, incoraggiando altre minoranze etniche a seguire l'esempio degli albanesi e pretendere la secessione ed uno stato indipendente. Gli Stati Uniti hanno respinto tali preoccupazioni affermando categoricamente che il Kosovo è "unico". Bene si, il Kosovo è un caso unico ed è l'unico riconosciuto dagli Stati Uniti fino a che si presenti il prossimo "caso unico". Quando i criteri legali sono stati cestinati, abbiamo solamente un "caso unico" dopo l'altro. L'"unicità" reclamata dagli Stati Uniti è una costruzione della propaganda. E' fondata sulla presunta "unicità" della repressione del movimento secessionista armato da parte di Milosevic, che non era affatto unica. E' stata una procedura operativa standard in tutta la storia e dappertutto in simili circostanze. Deplorevole, senza dubbio, ma non unica. E' stata realmente di scala minore paragonata alle simili ma infinite e molto più sanguinose operazioni di controinsurrezione in Colombia, Sri Lanka e Cecenia, per non parlare di Irlanda del Nord, Thailandia, Filippine. E a differenza delle operazioni di controinsurrezione in Iraq ed Afghanistan, che uccidono incomparabilmente più civili, è stata eseguita dal governo democraticamente eletto e legale del paese, piuttosto che da una potenza straniera. L'"unicità" della propaganda è un'astrazione. Come ogni luogo sulla terra, il Kosovo è realmente unico. Ma in modi che non hanno nulla a che fare con il pretesto degli USA per assumerne il controllo e farlo diventare un avamposto militare dell'impero. Per sapere perché un posto è unico, dovete esserne interessati. Non ho visitato il Kosovo da prima della guerra della NATO del 1999. In una occasione, nell'agosto del 1997, guidavo in giro per la provincia con una Skoda difettosa, a mie spese, semplicemente osservando. Guidare in Kosovo era un poco rischioso, in parte per il numero di cani morti sulla strada e principalmente per l'abitudine degli autisti locali di superare i veicoli più lenti in salite e curve. Nel Kosovo settentrionale, appena fuori della città di Zubin Potok, questa abitudine causò una delle sue inevitabili conseguenze: una collisione frontale con serie vittime, che chiuse per ore l'autostrada a due corsie mentre le ambulanze e la polizia sistemavano le cose. Incapace di procedere verso Pristina, tornai a Zubin Potok per passare il tempo sulla terrazza ombreggiata di un ristorante sulla strada. Ero l'unica cliente ed il cameriere solitario, un bel giovane alto di nome Milomir, accettò di buon grado il mio invito a sedere al mio tavolo e chiacchierare mentre sorseggiavo un bicchiere dopo l'altro di delizioso succo di fragole. Milomir era felice di parlare con qualcuno familiare con la città francese di Metz, che aveva visitato da studente e che ricordava amorevolmente. Amava leggere e viaggiare, ma nel 1991 si era sposato ed ora aveva due piccole figlie da mantenere. Le prospettive di lavoro erano scarse, sebbene fosse stato all'università, così non aveva altra scelta che stare a Zubin Potok. Per quanto riguarda l'Europa, anche se avesse potuto ottenere un visto (ad ogni modo impossibili per i serbi), non parlava nessuna lingua più occidentale della sua madre lingua, il serbo-croato. Aveva studiato il russo (amava la letteratura) e l'albanese come lingue straniere. Aveva imparato l'albanese per essere in grado di comunicare con la maggioranza in Kosovo. Ma tale comunicazione era difficile. Milomir era moltissimo a favore di una società bilingue e pensava che tutti in Kosovo avrebbero dovuto imparare entrambe il serbo e l'albanese, ma sfortunatamente questa non era la situazione. La generazione più giovane di albanesi rifiutava di parlare serbo ed invece imparava l'inglese. La città di Zubin Potok era situata vicino alla diga sul fiume Ibar, costruita alla fine degli anni '70 per creare energia idraulica. Provenendo da Novi Pazar, avevo guidato lungo il lago artificiale di 35 km creato dalla diga, guardando invano per un posto piacevole dove fermare. Sembrava che vi dovevano essere stati dei villaggi lungo il fiume Ibar prima che la diga fosse costruita e lo chiesi a Milomir. Si, disse, il lago artificiale aveva inondato una ventina di vecchi villaggi, con popolazione etnicamente mista, ma principalmente serba. Le autorità comuniste albanesi di Pristina avevano insediato i serbi al di fuori del Kosovo, attorno alla città di Kraljevo. Ve ne erano circa 10.000. Questo era un esempio minore delle misure amministrative prese per ridurre la popolazione serba durante il periodo, precedente a Milosevic, quando gli albanesi guidavano la provincia attraverso la locale Lega dei Comunisti. Milomir non si stava lamentando, ma stava semplicemente rispondendo alle mie domande. Non andava troppo spesso (con l'autobus--non possedeva un'auto) alla più vicina grande città, Mitrovica, perché aveva paura di essere percosso dagli albanesi. Questo era proprio un fatto della vita, in un periodo quando (secondo i media occidentali) gli albanesi in Kosovo venivano terrorizzati dalla repressione serba. Mentre stavamo conversando, arrivò un suo amico e la conversazione si volse alla politica. Vi era una campagna presidenziale in corso. I due giovani volevano sapere quale candidato pensavo sarebbe stato meglio per la Serbia agli occhi del mondo. Milomir tendeva verso Vuk Draskovic ed il suo amico era per Vojislav Kostunica. Nessuno si sarebbe sognato di votare per Milosevic o per Seselj, il leader nazionalista del Partito Radicale.
Non ha alcuna idea di che ne sia stato di Milomir, sua moglie, le sue due figlie o il suo amico. Zubin Potok è la municipalità più occidentale nel nord del Kosovo densamente popolato da serbi. Da internet ho appreso che la popolazione di Zubin Potok (compresi i villaggi circostanti) è quasi raddoppiata da quando vi sono passata. Ora arriva approssimativamente a 14.900 abitanti, inclusi 3.000 serbi spostati internamente (da altre aree del Kosovo da dove la maggioranza albanese li ha scacciati), 220 rifugiati serbi dalla Croazia e 800 albanesi. L'assemblea locale è dominata in modo schiacciante dal Partito Democratico della Serbia di Kostunica, ma comprende due rappresentanti albanesi del Kosovo. Finora, le scuole, gli ospedali e gli altri servizi pubblici, come pure l'economia locale, hanno continuato a funzionare grazie principalmente agli aiuti finanziari di Belgrado. La dichiarazione albanese di indipendenza del Kosovo creerà una crisi richiedendo la fine di tali vitali sovvenzioni--che, comunque, un "Kosovo indipendente" non è in grado di sostituire. Inoltre, bande di nazionalisti albanesi stanno dichiarando che Zubin Potok "è albanese" e deve essere "liberata dai serbi". Si possono vedere su You Tube, utilizzare come loro simbolo la Statua della Libertà e minacciare i serbi in un rap albanese. L'Unione Europea si mette in marcia per fornire legge ed ordine. Ma l'"ordine" che pretende di stare proteggendo è quello definito dai nazionalisti albanesi. Cosa significa questo per Milomir e la sua piccola famiglia? Per Roger Cohen la risposta è semplice: "andare via"! La Serbia, per inciso, ha già il maggior numero di rifugiati in Europa, vittime della "pulizia etnica" in Croazia e Kosovo. Ed i serbi non possono ottenere visti o lo status di rifugiato in Europa occidentale. Sono stati etichettati i "tipi cattivi". Solamente i loro nemici possono essere "vittime".
Nondimeno prima della guerra e dell'occupazione della NATO il Kosovo era una società multietnica. L'accusa di "apartheid" era semplicemente propaganda albanese, dal momento che i leader nazionalisti albanesi scelsero di utilizzare quel termine eccessivamente caricato per descrivere il loro boicottaggio dei serbi e delle istituzioni serbe. Ogni azione di polizia contro un albanese, per qualsiasi ragione, per il sospetto di ribellione armata o per un crimine comune, veniva descritto come una "violazione dei diritti umani" da parte della rete dei diritti umani albanese finanziata dal governo degli Stati Uniti. E' stato in una situazione straordinaria che i governi serbi e jugoslavi permisero ad un "governo del Kosovo" separatista illegale, guidato da Ibrahim Rugova, di tenere banco nel centro di Pristina, a ricevere regolarmente giornalisti stranieri ed intrattenerli con storie di quanto loro venissero oppressi dagli orribili serbi. Ma le leggi erano le stesse per tutti i cittadini, vi erano albanesi nel governo locale e nella polizia e se vi erano dei casi di brutalità della polizia (in quale paese non vi sono casi di brutalità della polizia?), gli albanesi almeno non avevano nulla da temere dai loro vicini serbi. Persino allora, erano i serbi a temere gli albanesi. Solamente al di fuori del Kosovo qualcuno poteva credere seriamente che fossero gli albanesi ad essere sotto la minaccia della "pulizia etnica" (molto meno "genocidio"). Tale progetto era semplicemente, ovviamente, fuori questione. Erano i serbi che avevano paura, che parlavano di mandare i loro figli al sicuro se ne avevano i mezzi, o che coraggiosamente parlavano di restare "non importa cosa potrebbe accadere". Più tardi, nel marzo del 1999, la NATO iniziò a bombardare il Kosovo, gli albanesi fuggirono a centinaia di migliaia e la loro temporanea fuga dal teatro di guerra veniva presentata come la giustificazione per i bombardamenti che l'avevano provocata. La stampa non si infastidiva a riferire dei serbi e di altri che pure a quell'epoca fuggivano dai bombardamenti. Nel 1987 in Kosovo, a Pristina e Pec, osservai un particolare tipo di comportamento di gruppo che mi ricorda solamente di cortili per la ricreazione a scuola in Maryland nella mia infanzia. Una banda di ragazzi che si mettevano assieme e con vari segni, linguaggio del corpo ed un minimo di vocaboli, comunicavano a qualche estraneo che era escluso e disprezzato. Ho visto molti albanesi agire in questo modo verso serbi isolati, soprattutto donne anziane. Questo genere di "assediare" nel 1987 non era violento, ma lo diventò dopo che la NATO occupò il territorio. Era incoraggiato dal timbro di approvazione ufficiale della NATO dell'odio albanese per i serbi, dato con le bombe nella primavera del 1999. Naturalmente, vi devono essere stati dei serbi che odiavano gli albanesi. Ma nella mia esperienza limitata, casuale, ciò che mi colpì fu l'assenza di odio per gli albanesi tra i serbi che incontrai. Paura si, ma non odio. Molta perplessità. Suor Fotina al monastero di Gracanica aveva una spiegazione molto cristiana. Noi cercavamo di aiutare gli albanesi a prendersi cura dei loro molti figli, diceva, e tuttavia si rivoltavano contro di noi. Questo deve essere il modo nel quale Dio ci punisce per aver rifiutato l'accesso alla Cristianità durante il periodo del comunismo, concluse. Incolpava i suoi pari serbi più degli albanesi. Comunque, la punizione divina non è stata limitata ai cristiani. Nell'angolo più a sud del Kosovo vive una antica popolazione chiamata Gorani (che significa popolo della montagna), che si convertì all'Islam sotto l'Impero Ottomano, come la maggior parte degli albanesi. Ma la loro lingua è il serbo è questo è inaccettabile per gli albanesi. Le stime variano, ma si è d'accordo che almeno due terzi dei gorani siano partiti dalla "liberazione" della NATO. La pressione e l'intimidazione hanno assunto varie forme. Gli albanesi si sono trasferiti nelle case temporaneamente disponibili dei gorani che sono andati in Austria e Germania per guadagnarsi il denaro per la pensione. Le autorità albanesi protette dalla NATO hanno trovato le maniere per privare i bambini gorani dell'educazione scolastica in lingua serba. Nella principale città gorani di Dragash, una folla albanese ha attaccato il poliambulatorio e fatto fuggire i gli addetti alla sanità. Quindi, lo scorso 5 gennaio, una potente esplosione ha distrutto la banca a Dragash. Era l'unica banca serba alla quale era ancora permesso operare nel sud del Kosovo e serviva principalmente per trasferire le pensioni che permettevano di sopravvivere ai gorani locali. Come al solito, il crimine è rimasto impunito. David Binder, che riportava dalla Jugoslavia per il New York Times, prima di essere escluso perché sapeva troppo, lo scorso novembre riferì * in una lunga indagine sulle condizioni in Kosovo commissionata dalla Bundeswehr tedesca. L'esistenza di questo rapporto è la prova che i governi occidentali, mentre pubblicamente affermano che il Kosovo è "pronto per l'indipendenza", sanno piuttosto bene che ciò non è vero. Tra le altre cose, Binder riferisce: Gli autori dell'istituto, Mathias Jopp e Sammi Sandawi, hanno passato sei mesi ad intervistare 70 esperti e scavando nell'attuale letteratura sul Kosovo per preparare il loro studio. Nella loro analisi la tensione politica ed i combattimenti della guerriglia degli anni '90 hanno portato a cambiamenti basilari che chiamano una "inversione di rotta delle strutture sociali kosovare-albanesi". Il risultato è una "società di guerra civile nella quale delle persone inclini alla violenza, male istruite e facilmente influenzate potranno fare enormi progressi sociali in soldataglie di predatori composte rapidamente". "E' una società della Mafia" fondata sulla "cattura dello stato" da parte di elementi criminali. Nella definizione degli autori, il crimine organizzato kosovaro "consiste in organizzazioni multimilionarie in euro con esperienza di guerriglia e competenza nello spionaggio". Citano un rapporto dei servizi segreti tedeschi su "stretti legami tra i principali politici di governo e la classe criminale dominante" e nominano Ramush Haradinaj, Hashim Thaci e Xhavit Haliti come leader compromessi che sono "internamente protetti dall'immunità parlamentare ed all'estero dal diritto internazionale". Citano sdegnosamente il comandante dell'UNMIK dal 2004 al 2006, Soeren Jessen Petersen, chiamando Haradinaj "un amico intimo e personale". Lo studio critica aspramente gli Stati Uniti per "favorire la fuga di criminali" in Kosovo ed anche "impedire di lavorare agli investigatori europei". Esso sottolinea "centri di detenzione segreti della CIA" a Camp Bondsteel ed attacca l'addestramento militare americano per la polizia (albanese) del Kosovo da parte della Dyncorp, autorizzata dal Pentagono. In una digressione, cita un funzionario non identificato che dice dell'americano che è il vice comandante dell'UNMIK, "Il compito principale di Steve Schook è di ubriacarsi una volta la settimana con Ramush Haradinaj". Chi va e chi resta Schook è stato licenziato dell'UNMIK, ma l'UNMIK, la missione nominalmente delle Nazioni Unite, è stata arbitrariamente rilevata dall'Unione Europea. La "missione" della UE è una specie di governo coloniale che, assieme alla NATO, progetta di governare l'ingovernabile territorio albanese. Comunque, dei movimenti di patrioti albanesi armati già progettano la loro prossima "guerra di liberazione" contro gli europei. Così, dopo i serbi, i rom, i gorani, saranno gli europei a dover "andare via"? Soltanto gli americani sembrano sicuri di rimanere. Sistemati nel loro gigantesco "Camp Bondsteel", controllano le vie strategiche dalla Serbia alla Grecia ed incidentalmente offrono alla massa di albanesi del Kosovo disoccupati le loro migliori opportunità di impiego pagato, specialmente con il prendere lavori umili e pericolosi servendo le forze USA in Iraq o Afghanistan. La realtà di questa vergognosa presa di territorio è disponibile a tutti. Ho scritto su di essa, Binder ha scritto su di essa, Szamuely ha scritto su di essa, molti tedeschi hanno scritto su di essa. I russi, i greci, i romeni, gli slovacchi e molti altri la conoscono. Ma nel Magnifico Nuovo Ordine Mondiale essa non esiste. La gente non sa. Lascio l'ultima parola ad Aldous Huxley: "La maggior parte dell'ignoranza è ignoranza superabile. Noi non sappiamo perché non vogliamo sapere". (* La storia di Binder si può trovare a http://www.balkanalysis.com/) Diana Johnstone è l'autrice di Fools' Crusade: Yugoslavia, NATO and Western Delusion (Monthly Review Press). Può contattarsi a diana.josto@yahoo.fr |
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